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Luciano Bolis, Antifascismo, Liberalsocialismo, Resistenza, Federalismo

LUCIANO BOLIS
(Milano,1918 - Roma,1993)

ANTIFASCISMO, LIBERALSOCIALISMO, RESISTENZA, FEDERALISMO

Questo fondamentale e straordinario costruttore dell’Italia libera e dell’Europa unita, così riconosciuto e caro negli ambienti resistenziali e federalisti, è tuttavia ancora poco noto a livello della gente. Perciò è importante, doverosa, preziosa ogni occasione tesa a rinnovarne la memoria.

Nato a Milano il 17 aprile 1918, studiò e si laureò in lettere e filosofia a Pavia, la città così ricca di richiami risorgimentali, da Foscolo ai Fratelli Cairoli, alla quale fu sempre legato fino alla morte, sede anche del Movimento Federalista Europeo.

Antifascista di spirito ed ideali mazziniani, quindi repubblicani, liberaldemocratici, risorgimentali, per il quale ’I doveri dell’uomo’ di Mazzini erano valsi e varranno più di ’Il Manifesto’ di Marx, subì il processo ed il carcere nel 1942, imputato con Ferruccio Parri, eroe della prima guerra mondiale, il futuro capo della Resistenza e Presidente del Consiglio nel 1945.

Restò nella prigione di Castelfranco d’Emilia fino al 27 agosto 1943 e perciò non potè partecipare alla riunione di fondazione il 28 agosto in casa Rollier a Milano del Movimento Federalista.

Per sfuggire alla persecuzione della repubblica nazifascista di Salò fu esule in Svizzera, a Lugano e a Zurigo, collegandosi con Altiero Spinelli e soprattutto con Ernesto Rossi e la sua compagna Ada, stringendo un legame che durò per tutta la vita.

Qui lesse ‘Socialismo liberale’ di Carlo Rosselli, che impresse una tendenza anche liberalsocialista alla sua formazione.

Già in Svizzera aderì al Partito d’Azione, fondato nel 1942, e lavorò per il partito e per il Movimento Federalista Europeo nella Svizzera tedesca.

Parri lo mandò clandestinamente a Genova per dirigere la Resistenza per il Partito d’Azione, come segretario regionale e come ispettore delle Brigate di’Giustizia e Libertà’ in città e sulle montagne.

Fu fermato dai fascisti il 6 febbraio 1945 e torturato in modo bestiale. Per non parlare tentò di uccidersi, ma, casualmente soccorso, fu portato in ospedale. Con l’aiuto della Resistenza genovese e la collaborazione di una infermiera, che diverrà poi sua moglie, Ines, riuscì a fuggire.

Impossibilitato alla vita di relazione, perché mutilato ed invalido (è stato decorato poi di medaglia d’argento al valor militare), scrisse di getto, su invito di Parri, la sua testimonianza, che divenne uno (se non il più importante) dei libri della Resistenza italiana, ’Il mio granello di sabbia’, pubblicato nel 1946 da Einaudi, che ha avuto diverse edizioni e, recentemente, anche una traduzione in francese.

Lavorò nel Partito d’Azione, fino a diventarne a 28 anni il vice-segretario, con Fernando Schiavetti, battendosi soprattutto per la storica vittoria del referendum del 2 giugno 1946, che portò all’avvento di quella Repubblica sognata nel Risorgimento da Mazzini e da Cattaneo. Dietro il ministro Romita, che annunziava il risultato del referendum dal balcone del Viminale, c’era anche Bolis, come rappresentante del Partito d’Azione.

Non si ritirò nel privato, come fecero diversi azionisti, delusi per il risultato non positivo alle elezioni per la Costituente. Ha scritto ”Non accettavo la tesi che si dovesse abbandonare tutto e lasciare che la politica fosse fatta da”professionisti”, sentivo invece mazzinianamente che la politica è l’affare di tutti i cittadini, quindi come cittadino sentivo anch’io il dovere di continuare a farla nei limiti delle mie possibilità.”(1) Con Parri condivideva il comandamento che nessuna delusione deve portare alla resa.

Continuò pertanto l’attività politica con gli azionisti che non vollero confluire né con il PSI di Nenni, subalterno ai comunisti, né col PSLI di Saragat, subalterno ai democristiani, né con il PRI di La Malfa, per lo stesso motivo di prima, contribuendo a fondare il Movimento d’Azione Socialista Giustizia e Libertà con Garosci, Tristano Codignola, Carlo Levi, Bruno Zevi, Aldo Visalberghi.

Si presentò nelle liste di ’Unità Socialista’ nel 1948, visse l’esperienza del Partito Socialista Unitario nel 1950 e poi di ’Unità Popolare’ nel 1953.

Accompagnò sempre all’attività politica un’intensa azione culturale, con la fondazione e la direzione ad esempio dell’Istituto Storico della Resistenza in Liguria.

Ma aveva preso sempre più rilievo nella sua vita l’impegno nel Movimento Federalista Europeo fin dal 1946 e, nel secondo convegno nazionale a Milano del febbraio 1948, si ebbe la segreteria Spinelli-Bolis, che portò alle stagioni più incisive e famose nella storia del Movimento. Vi furono prestigiose adesioni, come quella del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

Bolis è stato il testimone e il protagonista d’eccezione della lunga traversata che ha portato l’Europa a costruire alcuni fondamentali organismi sopranazionali, a tenere per la prima volta le elezioni politiche dirette nel 1979.

Creare una coscienza europea, stimolare le forze politiche e gli uomini di governo, affinché si uscisse dal guscio nazionale, è stata un’impresa titanica, dove i sacrifici sono stati tanti, a scapito anche di legittime esigenze personali e di famiglia, scontando la solitudine, andando incontro spesso a delusioni.

Nel 1950 si promosse una petizione europeista per un Patto di Unione Federale con la raccolta di 500.000 firme, si sviluppò un’azione di influenza sulla politica estera italiana (che la caratterizzò in senso europeista), impersonata da Carlo Sforza e da Alcide De Gasperi. Nel 1954 venne meno, con il fallimento del tentativo della Comunità Europea di Difesa(CED) (per l’opposizione della Francia), la via delle intese dei governi, e allora iniziò il grande tentativo di mobilitazione dell’opinione pubblica europea con l’idea di un Congresso del Popolo Europeo(CPE), assemblea di delegati eletti in elezioni primarie e proponenti una Costituente. Bolis fu il segretario generale del Congresso prima a Roma dal 1958, poi a Parigi dal 1960 alla fine del 1962.

Ma il fallimento del CPE, non sostenuto dalle forze politiche che pure formalmente si erano impegnate in tal senso, lo portò a lavorare nel 1964, dopo un breve periodo di corrispondente della RAI a Parigi, al Consiglio d’Europa a Strasburgo come alto funzionario, in modo che si potesse portare avanti in una delle poche sedi sopranazionali esistenti il suo impegno federalista.

A Strasburgo Bolis è vissuto per quindici anni, insegnando anche presso il Centro di alti studi europei della locale Università. La sua casa divenne un luogo privilegiato di discussione federalista non solo per il Movimento, ma per qualsiasi personalità italiana si trovasse in città. Ha ricordato Bolis nelle sue memorie del 1991 ”Strasburgo resterà sempre il simbolo dell’Europa e del mio stesso impegno per essa. Qui ho conosciuto o visto lavorare da vicino uomini come Sforza, Schuman, De Gasperi, Spaak, Churchill, Parri e tanti altri, sempre cercando di contattarli utilmente, come e quando potevo…Qui ho sostituito infinite volte Spinelli, che spesso preferiva restarsene a Roma. E qui torno ora, sempre all’ombra di Spinelli e per portare avanti il suo progetto di Unione.”(2)

Andato in pensione nel 1978, si trasferì a Roma, partecipò alle prime elezioni politiche europee del 1979 (ma non fu eletto, scandalo storico nella storia di questo paese così superficiale e spesso ingrato).

Ma Bolis, incurante dei mancati riconoscimenti, continuò il suo incessante lavoro di apostolo e di educatore, in tutti i luoghi possibili, in tutte le occasioni: dall' Associazione Mazziniana Italiana alla Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane(FIAP) (di cui fu vice-presidente), alla stessa ANPI, alle tante Associazioni Europeiste, per diffondere i valori della Resistenza e dell'Europeismo, mantenendo rapporti epistolari con personalità e umili corrispondenti (sono migliaia le sue lettere e in molte lingue), scrivendo articoli, recensioni, tenendo conferenze e lezioni (stava preparando, nei mesi precedenti la scomparsa, un corso sul federalismo presso l'Università di Pavia).

Il legame tra Resistenza e Federalismo Europeo era, è fondamentale, giacchè è stata la tragedia dei nazionalismi, incarnati dal nazifascismo, a spingere in profondità verso l’obbligato, unico, doveroso approdo sopranazionale europeo, onde evitare in futuro, sperabilmente per sempre, per noi e per i nostri figli la tragica, disumana esperienza delle guerre civili europee, di cui è intessuta la storia moderna e contemporanea del nostro continente.

La spinta etico-politica dell’antifascismo e dell’antinazismo, impegnata a contrastare, debellare, superare le forze più negatrici dell’Europa unita, libera e democratica, va continuamente rinnovata e ritrovata, se si vogliono cogliere, mantenere e sviluppare i valori profondi dell’unificazione europea, che non va fatta vivere pertanto solo a livello monetario e mercantile.

Bolis mantenne il ritmo frenetico di vita di apostolo e di educatore, anche quando la salute cominciò a vacillare e fu costretto ad affrontare una delicata operazione al cuore nel 1987 (durante la quale, per non stare in ozio, scrisse un diario, che poi diverrà il libro di memorie “Il mio filo di Arianna”, uscito nel 1991 e poco diffuso ) .

Presiedeva la Federazione delle Case d'Europa per l'Italia, seguendole amorevolmente una a una e registrandone la vita anche minima nel suo foglio “L' Avvenire degli Europei”, che aveva la sede redazionale nella sua casa di Roma.

Nel 1983 aveva costituito, con lnes, la “Fondazione Europea Luciano Bolis“ con l' obiettivo di approfondire la teoria del federalismo e avviare una riflessione di grande respiro sui problemi della pace nel mondo, promuovere studi e ricerche riguardanti la storia del processo dell'unificazione europea. Per realizzare questi obiettivi la Fondazione ha sostenuto la pubblicazione di una rivista in lingua inglese, francese e italiana, « Il Federalista », ha avviato la “Biblioteca Federalista” presso la casa editrice il Mulino di Bologna, che ha ristampato opere classiche di Kant, Spinelli, Einaudi, Robbins, Hamilton e il Manifesto di Ventotene. Oltre a una biblioteca specializzata, la Fondazione possiede tra l'altro gli archivi del Movimento Federalista Europeo relativi agli anni 1945-60, gli archivi personali di Albertini, Bolis, Teresa Caizzi, Lombardo, Ernesto Rossi, Bersellini..

Ho avuto la rara fortuna di conoscerlo da vicino - in relazione a una iniziativa di ripresa rosselliana “Socialismo Liberale Italiana” del 1990-1992 (poi Movimento d’Azione Giustizia e Libertà), insieme all’altro indimenticabile amico e maestro Leone Bortone (antifascista, liberalsocialista, azionista, traduttore dal francese, nel 1945, di “Socialismo Liberale” di Rosselli) - e ricordo l'ultima volta che l'ho incontrato, in un giorno caldo di agosto del 1992, pochi giorni prima che entrasse nel tunnel del nuovo intervento chirurgico, da cui non si riprese più. Mi aspettava con la lunga barba bianca nel volto diafano, quasi già lontano dal mondo, austero profeta veterotestamentario.

Fino alla fine fu commovente, con una lettera mandata agli amici, comunicando i suoi pensieri e sentimenti di fronte al mistero della vita e della morte (rinnovando tra l' altro l'amore e la gratitudine per Ines).

E’ morto a Roma il 20 febbraio 1993.

Ed è stato maestro anche nel laico funerale. Aveva detto nel 1991 “l'agnosticismo è, in questo campo, il posto tranquillo dove ho trovato provvisoriamente la pace “(3); e aveva espresso la volontà della cremazione.

Ha voluto che le sue ceneri fossero portate a Ventotene, l'isola del Manifesto Europeista, affinché riposassero accanto a quelle di Altiero Spinelli. E la presenza nell'isola delle urne dei due forti sono divenute, foscolianamente, incitamento etico-politico alle nuove generazioni di vari paesi europei, che vi si recano annualmente per i seminari federalisti.

Il 18 e 19 ottobre 2001 a Genova , organizzato dal Dipartimento di Ricerche Europee - Polo Europeo Jean Monnet - della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Genova, si è tenuto un convegno dal titolo”L’europeismo in Liguria dal Risorgimento all’Unità Europea”. All’interno di esso è stato presentato il più recente e ampio lavoro sulla figura di Bolis, scritto dalle prof.sse Daniela Preda (Università di Genova) e Cinzia Rognoni Vercelli (Università di Pavia), dal titolo ”Dalla Resistenza all’Europa. Il mondo di Luciano Bolis”, alla presenza anche della figlia Lucia, che vive e lavora a Strasburgo. Il volume riprende alla lettera il tema di un convegno storico, tutto dedicato a Bolis, tenutosi sempre a Genova nei giorni 19 e 20 novembre 1998, presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova, in collaborazione con la similare Facoltà dell’Università degli Studi di Pavia e l’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea.

I brani che si riportano sono tratti da interventi sparsi, dalla prefazione di ”Il mio granello di sabbia”, e dal suo libro poco noto (”Il mio filo di Arianna”), perciò degno della massima diffusione nella sua letterale significatività: ogni vita personale (per non parlare di comunità o società piccole o grandi) è intricata come un labirinto ed è difficile cogliere il filo rosso profondo che la sottende, la illumina, la salva di fronte alla propria coscienza ed agli altri.

Nella vita di Bolis questo filo rosso è stato soprattutto il federalismo, che illumina in profondità la sua azione.

Si tratta di un’azione difficile, di lunga prospettiva, come quella mazziniana, non foriera di successi immediati, non facile, ma riconosciuta profeticamente come una delle più importanti, per la quale bisogna offrire il massimo impegno, fare il massimo sforzo, senza tentennamenti e cedimenti, con un senso del dovere di impronta kantiana oltre che mazziniana, perché lì si annodano i più importanti valori, le più intense speranze politiche e sociali.

NOTE
1) Luciano Bolis, Intervista sull’antifascismo, a cura di Piero Graglia, in”Nuova Antologia”, Le Monnier, Firenze, gennaio-marzo 1992, p.263.
2) Luciano Bolis, Il mio filo di Arianna, Editrice Dimensione Europea, Roma, 1991, pp.116-117
3) Ibidem, p.123.
BRANI DI
LUCIANO BOLIS

“Un futuro rassicurante che si può intravedere nelle nebbie del presente è il progressivo confluire dell’Italia in un.unione sopranazionale di tipo federativo. Ma è soprattutto per assicurare all’umanità le condizioni della sua sopravvivenza nella"pace perpetua” già vaticinata da Kant che la stessa trasformazione del concetto di stato - da nazionale a comunitario - con sempre maggiore evidenza si impone: soprattutto oggi, per poter esercitare la necessaria capacità di attrazione, sul terreno della democrazia, nei confronti delle popolazioni dell'Europa centrale e orientale, profondamente squassata dalla crisi del post -comunismo e quindi facile preda di pericolose tentazioni frazionistiche e di ritorni autoritari.

Usciti dall'equilibrio del terrore e dallo scudo della NA TO, siamo ormai entrati nella fase di un totale disordine internazionale, di cui lo sfacelo dell'impero sovietico e i barbari conflitti ai nostri confini orientali sono significativi campanelli di allarme. Ma ancora non sappiamo dar vita, neanche nel nostro Occidente, a forme permanenti, vincolanti e istituzionalizzate d'intesa, suscettibili di estendersi un giorno all’intero pianeta. Sempre più urgenti si fanno quindi le soluzioni che solo a quel livello sono ormai ragionevolmente prospettabili nel senso di una crescente unità, di cui la riforma dell’ONU rappresenterebbe la prima tappa.

L’Italia di oggi sta invece dimostrando la sua colpevole immaturità rispetto ai compiti che l'epoca impone. Rimanere fuori dell'Europa significherebbe un ulteriore degrado politico e un'ulteriore caduta di competitività del nostro sistema economico, con gravi conseguenze anche sulla qualità della vita dei cittadini. Bisogna convincersi - e il richiamo va rivolto anche e soprattutto agli uomini politici - che non ci sarà ripresa della nostra politica interna senza una politica estera integrata in un ampio disegno di interdipendenza europea.

Ogni tentativo di riforma puramente nazionale, che non tenga realisticamente conto di questo più ampio contesto e della gravità del momento, appare a priori destinata all'insuccesso e deve quindi lasciare il campo a più nobili e lungimiranti sforzi di risolvere i nuovi problemi col nuovo metro di queste dilatate dimensioni.

L’Italia non si salverà da sola, ma - come ci hanno indicato a suo tempo Mazzini e Rosselli - per questa via potrà invece anche aiutare gli altri popoli ad inserirsi costruttivamente in uno stesso disegno di progresso democratico per l' intera Europa e per il resto del mondo.”(1)

“Questa cronaca di una vicenda capitatami a Genova negli ultimi tempi della dominazione nazifascista - che dedico ai compagni genovesi in riconoscimento della coraggiosa assistenza prestatami - non ha pretese letterarie ne intendimenti di apologia o di polemica.

Non quindi difesa della tesi del suicidio, ne atto di accusa contro i nemici e tanto meno valorizzazione del mio comportamento; ma semplice esposizione di fatti e chiarificazione di circostanze, alternate al ricordo di quei pensieri e stati d'animo che mi è sembrato indispensabile per comprendere un episodio forse di per se interessante, non essendo di tutti i giorni l'esperienza d'un suicidio mancato.

L'unico pregio di questa storia è dunque l' assoluta autenticità di quanto vi si narra; e tale autenticità ho osservato proprio per l'urgenza di verità che mi ha indotto a documentare in parole un'esperienza che poteva sembrare inenarrabile, a me che non faccio di mestiere lo scrittore. Alla stessa urgenza di verità attribuisco l'uso della prima persona, fastidiosa per ovvii motivi, ma che alla fine ho accettato per evitare inutili artifizi e muovermi con più naturale linguaggio.
Questo lavoro ha soprattutto il compito di fissare sulla carta quei dati che il tempo potrebbe contendere alla memoria, e di occupare in qualche modo le ore di una convalescenza forzatamente lunga e solitaria: non penso dunque che la mia cronaca possa interessare qualcuno fuori della cerchia delle persone - del resto già numerose - che vi sono direttamente interessate, o per aver partecipato ai fatti o per essersi trovate negli ambienti che in essa si richiamano.

Peraltro, sono pienamente convinto che il mio sacrificio non sia che il granello di sabbia di un deserto, e la mia vicenda altro non rappresenti se non lo sforzo e le sofferenze di un uomo tra lo sforzo e le sofferenze d'una moltitudine di uomini che come lui e più di lui hanno lottato e pagato, e i migliori dei quali non sono oggi in grado di scrivere nessuna storia.

Io credo però che sia dovere dei sopravvissuti il fare la storia dei propri « granelli di sabbia » perché anche chi, per particolari circostanze o diversa sensibilità, non abbia fatto parte di quella che più sopra ho chiamato moltitudine, sappia che cumulo di valori, in sangue terrori e attese, è costata questa nostra Liberazione e che cosa ci sia dietro al nome ancora oggi frainteso, disprezzato o rigettato con vacua sufficienza, di «partigiano».(2)

“Ho sempre avuto l'abitudine, trovandomi in un posto diverso da quello di normale residenza - sia esso una diversa regione italiana, un diverso paese europeo o una diversa parte del mondo, - di imbevermi quanto più possibile degli usi e costumi locali, tra i quali figura in primo luogo la lingua o il dialetto, insieme alla cucina, gli orari, la foggia del vestire. i rapporti umani, eccetera. Questa è infatti la condizione essenziale per capire il nuovo ambiente in cui ci si trova, e questa comprensione, sia pure approssimativa e magari soltanto intenzionale è un arricchimento - io almeno lo sento come tale - al quale mi è sempre stato difficile rinunciare. Ma se vogliamo, è anche un divertimento, un modo di uscire dal proprio guscio e ingannare la monotonia della vita, uno stratagemma legittimo per giocare la parte di un altro e soddisfare così il proprio desiderio di pluralità, e nel mio caso anche un congenito pur se represso, istrionismo. Questo sul piano psicologico…Ma la spinta più forte verso il francese la ricevetti poi grazie al federalismo, questo ideale e questa attività che nel dopoguerra mi attirarono a tal punto da indurmi ad accordar loro, in ogni circostanza successiva, la priorità. Le alterne vicende di quella mia vocazione mi hanno indotto, nel '60, a trasferirmi a Parigi. quale segretario generale del Congresso del popolo europeo, da dove, dopo una parentesi di collaborazione giornalistica con la RAI, nel '64 mi sono trasferito a Strasburgo, per occupare un posto di alto funzionario al Consiglio d 'Europa, ricoperto fino al raggiungimento dell'età pensionabile nel '78. anno del mio definitivo ritorno a Roma. Il federalismo e la Francia sono quindi indissolubilmente legati nella mia memoria, nè vale identificare il rapporto di causa od effetto che può caratterizzare i due momenti.

Avrebbe potuto essere anche un altro paese, ma per me, di fatto, fu la Francia che mi permise in quel tempo di uscire dai paraocchi nazionali per tuffarmi in una diversa esperienza non più italiana ma europea; come fu il francese a servirmi da veicolo - dapprima rozzo, poi relativamente raffinato - in questo mio allargamento di orizzonti che aveva però sempre la sua radice in Europa. L'esperienza non si realizzò senza difficoltà e malintesi; non tutti dovuti a imperizia da parte mia, ma questo è un altro discorso che non vorrei affrontare qui, limitandomi a tirarne la conclusione che è assolutamente indispensabile che il federalismo venga vissuto dai singoli federalisti anche come esperienza personale in un paese diverso dal proprio.

L'avevo intuito dall'inizio, quando ricercavo tutte le ragioni possibili per realizzare questa immersione, anche solo per il tempo di una riunione, naturalmente a mie spese. Magari anche occasioni non rigorosamente federaliste, purchè fossero internazionali e vissute con spirito europeo.

Certo si può essere grandi filosofi anche chiusi in una botte come Diogene, o in una stanza buia come Spinosa, o senza allontanarsi mai dalla propria città come Kant. Ma non tutti sono filosofi e il mondo non ha bisogno solo di filosofi. Ognuno deve vivere la propria esperienza e seguire la propria natura. Io ho tratto a suo tempo insegnamenti dalla vita quotidiana: (a Milano, nel '48, credo di aver organizzato il primo viaggio di giovani federalisti in Germania, e da Genova, poco dopo, la prima manifestazione di frontiera a Ventimiglia e nel '51 il primo raduno a Santa Margherita in occasione di un "vertice" ). Così recentemente, con le Case d'Europa, ho cercato di far partecipare anche altri giovani a quelle stesse esperienze. Certo, questi giovani hanno oggi mille occasioni più facili per soddisfare tale loro naturale esigenza, ma importante è sempre che lo facciano con uno spirito ed in un contesto europei.

Torniamo al punto di partenza, che era la lingua. L' esigenza di potersi esprimere individualmente e in gruppo anche in altri idiomi poteva ancora: considerarsi un lusso ai miei tempi. Mentre oggi è diventata un'assoluta necessità per tutti coloro che vogliono seguire la situazione nei campi di propria specifica competenza, oltrechè per sentirsi appieno esseri umani e cittadini del mondo. Si parla tanto di comunicazione e si fabbricano strumenti sempre più complicati per questo, ma nulla potrà mai sostituire, nello scambio degli interessi, dei sentimenti e delle esperienze, il contatto diretto, l'incontro degli sguardi, la percezione delle voci (anche se mediati, certo, dalle nuove tecniche di riproduzione che qui sottintendo ).

La moltiplicazione degli scambi oggi in corso a livello planetario può apparire in stridente contrasto con la valorizzazione delle etnie e delle relative parlate. Ma se il mondo non vuole ridursi ad una nuova "torre di Babele" , bisogna pure che una soluzione razionale sia trovata, nel senso di far corrispondere l'impiego di queste diverse forme di espressione ai diversi livelli geografici e culturali chiamati in causa. Secondo la formula pluralistica sempre più destinata ad imporsi, non vi è proprio contraddizione tra il fatto che il contadino di una determinata regione continui a parlare il proprio dialetto in famiglia ( e perchè non anche al consiglio comunale?) e gli italiani, per non citare che il nostro esempio, continuino a parlare italiano tra di loro per intendersi nel modo che riesce loro più facile e naturale. La difficoltà sorge quando si tratta di attuare la comunicazione in ambienti più vasti, come per esempio l'Europa. L'attuale sistema comunitario, che giustappone semplicemente le lingue per non urtare la suscettibilità di chi potrebbe sentirsi scartato, è una vera e propria follia dal punto di vista finanziario e aiuta poco ad affratellare gli individui di diversa nazionalità. La Svizzera può adottare questo sistema perchè le lingue che vi si parlano sono soltanto tre o quattro, ma i dodici paesi della Comunità ne contano ben nove! E quante lingue addizionerà un 'unione europea tesa, com’è auspicabile, a tutti i popoli d 'Europa, anche soltanto i ventuno che formano il Consiglio d 'Europa ?

Quest’'ultimo ha fatto bene ad imporre il bilinguismo franco-inglese, perchè di tutte le soluzioni prospettabili mi pare la sola ragionevole; anche se è profondamente ingiusta perchè favorisce indirettamente i popoli di cui si privilegia la lingua. Lo stesso ragionamento vale per l’ONU, che pratica ufficialmente solo cinque o sei lingue per i suoi più di centocinquanta stati-membri, e non tutte le lingue del mondo. Ma hanno avuto ragione anche i giovani federalisti di diversi paesi nell'accordarsi sull'uso prevalente dell’inglese, che è la lingua più parlata dell‘Occidente e anche la lingua occidentale più conosciuta nelle altre parti del mondo.

La morale del discorso è una sola, che le lingue bisogna comunque conoscerle, e per conoscerle non c'è che da studiarle e praticarle. In Europa siamo a questo punto. A livello mondiale il problema è ancora più complesso, davanti a una realtà che comprende anche il russo, il giapponese, il cinese, l'arabo, lo spagnolo e il portoghese, tutte lingue parlate da importanti fette di popolazione. Comunque proseguiamo un passo per volta e cominciamo ad avviare, oggi, il nostro problema. Nessuno può più considerarsi persona colta e pretendere di servire la causa dell'unificazione del genere umano, se non fa lo sforzo necessario per praticare decentemente almeno un 'altra tra le maggiori espressioni linguistiche che ho sopra nominato.”(3)

“…il federalismo è particolarmente indicato, proprio perché non ci porta a difendere situazioni del passato; gli ideali della Resistenza certamente restano, ma esso è disposto a spazzare via tutto il resto che va spazzato via. Non vogliamo fare della storia un museo: abbiamo delle cose da difendere che difenderemo, ma abbiamo anche delle cose del passato nei confronti delle quali - una volta di più l'esempio di Salvemini insegna - una severa critica va esercitata.

Direi che questo appello ognuno lo dovrebbe rivolgere prima di tutto a se stesso nel momento in cui forse è in gioco tutta la formazione della futura generazione; perché dipende dal risultato di questa partita che l'insegnamento, i libri di testo, la stessa formazione degli insegnanti, possano assumere un indirizzo piuttosto che un altro. Evitando quindi di sedersi nel mezzo senza prendere posizione, adottando un atteggiamento di ignavia. di inerzia, di panciafichismo che non contribuirebbe certo ad affermare valori che meritano di essere affermati positivamente, sottolineando invece la continuità del filone che dall'antifascismo va alla Resistenza e dalla Resistenza al federalismo ed alla costruzione della democrazia di domani… è colpa nostra se oggi ci troviamo di fronte a una gioventù assolutamente impreparata a valutare in termini storici il fenomeno della Resistenza e del post-fascismo. La responsabilità è degli stessi antifascisti, per non essersi sufficientemente preoccupati di questo aspetto della loro missione - senza parlare delle responsabilità di coloro che ora si apprestano a sfruttare questa diffusa ignoranza falsando in modo così assurdo la storia, nei confronti dei quali non possiamo che nutrire il più profondo disprezzo…i comunisti hanno, da un lato, avuto il merito di essere stati i soli, o almeno quelli che meglio hanno colto la necessità di collegare gli sviluppi successivi della politica italiana all'ideale della Resistenza; però - e questa è la ragione per cui parlavo prima di complessità - per il fatto che erano comunisti e che facevano allora quella determinata politica che noi non potevamo non condannare, hanno ottenuto il risultato opposto: cioè di coinvolgere lo stesso ricordo della Resistenza nella. condanna che noi allora riservavamo - ritengo giustamente - ai comunisti.”(4)

NOTE
1) Parte europeista dell’appello rosselliano del 1992 scritta da Bolis.
2) Prefazione a ‘Il mio granello di sabbia”, Einaudi, Torino, (prima ed. 1946, seconda nel 1973), 1995, pp. 3-4. Questa edizione contiene una introduzione di Giovanni De Luna, il profilo biografico di Nicola Terracciano e, in appendice, le introduzioni alle edizioni del 1946 e del 1973 di Ferruccio Parri e Luigi Santucci.
3) L.Bolis, Il mio filo di Arianna, cit., pp.75-80.
4) L.Bolis, Intervista sull’antifascismo, cit.,pp.262,264-265,269-270.

Profilo biografico e antologico curato da Nicola Terracciano
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