www.liberalsocialisti.org/ Biblioteca liberalsocialista/ La drammatica conferenza stampa alla caduta del Governo Parri (in realtà 'colpo di stato') del 24 novembre 1945, nel racconto memorabile di Carlo Levi del suo romanzo 'L'Orologio' (1950). Ad opera dei conservatori cosiddetti 'liberali', dei socialisti, dei comunisti, dei democristiani di De Gasperi

La drammatica conferenza stampa alla caduta del Governo Parri (in realtà 'colpo di stato') del 24 novembre 1945, nel racconto memorabile di Carlo Levi del suo romanzo 'L'Orologio' (1950). Ad opera dei conservatori cosiddetti 'liberali', dei socialisti, dei comunisti, dei democristiani di De Gasperi

7 ottobre 2007.
“…In fondo, dietro un lungo tavolo coperto da un tappeto verde, sedevano i membri del Comitato, quasi tutti ministri, con i loro visi tante volte fotografati, e tuttavia pieni, in questa singolare occasione, di sentimenti diversi dal solito. Alcuni avevano l’aria di chi approva e partecipa, altri si davano un contegno accarezzandosi la barba o mettendosi e togliendosi gli occhiali, altri stavano immobili, frementi non so se di sdegno o di scandalo.

A un estremo del tavolo sedeva, un pò isolato, come un tredicesimo apostolo, quello che aveva dato inizio alla crisi: aveva un lungo naso, due occhi rotondi, sporgenti, che pareva dovessero uscirgli dalle orbite e rotolare da un momento all’altro per terra. Rosso d’ira repressa, corrugava la fronte, alzava le spalle, sbuffava, stringeva i pugni, e poi, forse accorgendosi di questi suoi movimenti involontari, si passava la mano sui capelli, abbassava lo sguardo, e sorrideva, per tornare, poco dopo, ai suoi gesti stizzosi.

In mezzo, inquadrato tra i due visi teologali e cardinalizi dei due illustri capi della destra e della sinistra e il brillare simmetrico dei loro occhiali, in piedi, parlava il Presidente.

Sembrava, davvero, come lo aveva chiamato Casorin, ripetendo un epiteto usato, in quei giorni, come offesa, da un giornale umoristico, a un crisantemo; a questo strano fiore dai petali sottili, dalle foglie grige, autunnale e funebre, diverso da ogni altro, esotico e coraggioso nei primi geli e nelle nebbie del nord, dal profumo quasi insensibile, la cui polvere uccide tuttavia le zanzare, privo di sensualità, e intriso di fedeli lacrime di brina.

Era diverso, come straniero: nessuno avrebbe potuto contemplare e adorare in lui, messi alla ribalta, i propri vizi e le proprie virtù: tra gente esuberante, era schivo; in un paese amante della retorica e delle frasi, era scarno e ritroso; dove si ammira l’affermazione di sé, sceglieva la parte più oscura, la sedia più modesta; accanto a un popolo sanguigno, egli era pallido; in una terra accesa dal sole, coi tetti rossi, gli alberi verdi e il cielo azzurro egli aveva il colore dell’ardesia, di una lavagna di scuola, coperta, col gessetto, di calcoli aritmetici. Aveva il viso sofferente, come se un dolore continuo, il dolore degli altri che non può aver fine, gli volgesse in basso gli angoli della bocca, gli spegnesse lo sguardo, e gli avesse, fin da fanciullo, imbiancato i lunghi capelli.

Lo guardavo, diritto in mezzo ai due compagni di destra e di sinistra, dai visi fin troppo umani, accorti, abili, attenti, astuti, avidi di cose presenti, e mi pareva che egli fosse invece impastato della materia impalpabile del ricordo, costruito col pallido colore dei morti, con la spettrale sostanza dei morti, con la dolente immagine dei giovani morti, dei fucilati, degli impiccati, dei torturati, con le lacrime e i freddi sudori dei feriti, dei rantolanti, degli angosciati, dei malati, degli orfani, nelle città e sulle montagne. Il suo corpo stesso pareva fatto di questi dolori, essi scorrevano nel suo sangue: la sua pelle aveva il colore delle ossa biancheggianti nei campi.

Dicevano che non fosse un uomo politico, che non rappresentasse nessuna forza reale, che non sapesse destreggiarsi nel giuoco avviluppato degli interessi, che non fosse altro che un personaggio simbolico e neutrale.

Ma egli rappresentava, o ne era piuttosto costruito, qualche cosa che non è negli schemi politici; una cosa nascosta e senza nome, uguale in tutti e indeterminata, ripetuta milioni di volte in milioni di modi eternamente uguali: i morti freddi sotto la terra, la sofferenza di ogni giorno, e il coraggio che la nasconde.
Se l’identificarsi con i dolori del mondo, il soffrirli in se stesso, l'assumerli come propri, è santità, egli era fatto della incorporea materia dei santi. Dei santi aveva anche l'ingannevole aspetto: la umiltà, così totale da parere simulazione, o una specie di retorica a rovescio. A vederlo, con dei baffetti radi sul labbro, gli occhiali a stanghetta dì ferro, rialzati sulla fronte stretta, il vestito grigio scuro da contabile di banca, i pantaloni ben stirati, la cravatta di seta dello stesso colore del vestito, col nodo accuratamente annodato (forse dalla mano attenta di una moglie, prima di uscire di casa), il colletto duro, i modesti bottoni d'oro antiquati ai polsini, si poteva supporre che questa apparenza impiegatizia non fosse che una finzione, una maschera, un atteggiamento voluto forse per antitesi polemica ai falsi eroismi e alla magniloquenza di tanti grandi uomini del passato: e invece non era che la spontanea, semplice e stranissima verità, la propria forma esterna di quella santità.

…Non aveva timbro né tono: risuonava sempre uguale, opaca, senza inflessioni, chiara tuttavia, e fredda come una lacrima. Quella voce, la voce della santità, non si perdonava l’amore, né la dolcezza, e neppure l’enfasi dei sentimenti; diceva cose apparentemente piane, semplici, elementari, amministrative, senza accompagnarle con gesti. Esponeva quelo che s’era fatto in quei mesi, come un cancelliere accurato che legga il verbale d’una seduta precedente, ma quello che diceva, sotto la veste convenzionale, non stava alle regole. Era una specie di atto di accusa, mite e senza perdono, contro coloro che avevano cercato di capovolgere gli avvenimenti, di rompere a proprio vantaggio quella unità del cui dolente valore egli si sentiva il custode. Era il linguaggio dei morti che dicono la verità e che nessuno intende, tradotto nello stile appropriato di una pratica burocratica, o di un referto medico che si legge in fretta, nella corsia di una clinica, perché gli studenti imparino e il malato non se ne impressioni.

La diagnosi era dura, e esatta: ritorno di un vecchio mondo, tentativo di annullare tutto quello che era stato fatto, e, infine, la grande parola: colpo di stato.

Ma chi mai aveva pronunziato parole così gravi con così riguardosa discrezione, da farle parere, per pietà, opache, noiose e spente ? Quella voce, in quella raccolta di uomini legati alle passioni, alle ambizioni e agli interessi, era un anacronismo, incomprensibile per tutti loro, e perciò irritante, in modo quasi insopportabile.

Ciascuno tentava di tradurre quella voce nel proprio linguaggio, di pesarla e confrontarla nel proprio giuoco: ma qualche cosa restava, che non entrava in nessun giuoco, che li contraddiceva, che portava il disagio di una presenza invisibile.

Aveva finito, e modestamente si sedeva, per traverso, sull'angolo della sua sedia, tirandosi i pantaloni sulle ginocchia, per non guastarne la piega, e riabbassando gli occhiali sul naso.

Il vicino di sinistra faceva, come era suo dovere, dei gesti di assenso, perché si deve applaudire alla virtù: ma gli occhi gli brillavano di un piacere ironico: quella incomprensibile, sconosciuta virtù non era, evidentemente, un'arma pericolosa: sarebbe stato assai facile sbarazzarsene.

Il vicino di destra, invece, quello che pure era già il vincitore, non seppe resistere all'irritazione, né celare, come sarebbe stato nelle regole della più elementare abilità, il suo animo. Mostrando di essere assai più umano e sensibile alla voce dei santi di quanto nessuno avrebbe mai potuto supporre, si alzò in piedi, in preda a una folle agitazione, pallido in viso, con gli occhi sfavillanti, e, fra lo stupore generale, parlò. Si rivolse ai giornalisti stranieri, e li scongiurò di non ripetere quello che avevano udito, di non pubblicarlo sui loro giornali, di tacerlo; e terminò riaffermando la propria buona fede, e le pure intenzioni della sua parte politica.

Un mormorio di stupefazione e di scandalo si levò dalla sala. I giornalisti stranieri erano indignati per il fatto che qualcuno pretendesse di insegnare ad essi che cosa dovessero dire, di imporre una censura alla loro libertà di scrivere.
Vicino a me, un grosso americano, con una barbetta rossa da contadino del West sotto il mento, lanciava ad alta voce insulti e improperi pittoreschi. - Si comincia male, - urlava un altro. - Vogliono rimettere l'Indice —.
Tutti parlavano, commentavano, mormoravano, gridavano insieme; e, come usciti da una eccessiva tensione, si alzavano con rumore, spostavano le seggiole, interpellavano i vicini, si riunivano in gruppi, in un grande chiasso.
Tutti deploravano con violente espressioni quella inopportuna risposta, cosi strana e quasi pazzesca in un vecchio e prudente uomo politico, noto per la sua moderazione, abilità, ponderatezza e senso di responsabilità.

Eppure, quel vecchio e navigato serpente aveva, dal suo punto di vista, ragione: aveva, più di tutti gli altri, mostrato, forse senza volerlo, di sapere quello che faceva, di saper difendere il terreno sodo e limitato della politica.
Mosso da una santa indignazione, era stato, a modo suo, poetico: si era trovato, senza accorgersene, spinto forse, in quel tempo senza parlamenti, da un innato spirito parlamentare, a fare un discorso di opposizione, l'obbligatorio discorso che designa il diritto del successore.

Aveva restaurato, senza accorgersene, il vecchio Stato.

Ma, quello che più conta, aveva mostrato di essere capace di sentire, con terrore, le presenze ineffabili. Aveva commesso, con rischio della sua fama, una scorrettezza: ma l'aveva fatto, come era suo dovere, per esorcizzare gli spettri, e per scacciare gli angeli.

Intanto, nella generale confusione, il Presidente, seguito dai suoi giovani segretari occhialuti, se ne era uscito per una porticina, senza far rumore: e nessuno si era accorto della sua scomparsa. (Einaudi, Torino, I ed. 1950, I ed. Einaudi Tascabili, 1989, pp.147-151)
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