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Ruggiero Romano (Fermo, 1923- Parigi, 2002), un grande storico europeo, che ha onorato l'Italia. Un profilo di Miguel Gotor

11 dicembre 2007.
Dal sito www.stmoderna.it
"Ruggiero Romano nasce a Fermo il 23 novembre 1923 da un magistrato napoletano e da una madre siciliana e, dopo avere trascorso l'infanzia nelle Marche, si trasferisce a Napoli ove inizia gli studi universitari nel 1939 in un ambiente culturale fortemente influenzato dalla personalità di Benedetto Croce.

Come ricordato di recente da Giorgio Napolitano, nell’autunno del 1942, Romano partecipa a una serie di incontri con un gruppo di giovani intellettuali anti-fascisti partenopei, che, nonostante il suo orientamento fascista, lo invitano ad alcuni seminari di lettura del Manifesto del Partito comunista di Karl Marx, certi di potersi fidare di lui. In questa fase di profondi cambiamenti politici e culturali segue i corsi universitari di Nino Cortese e si laurea in filosofia discutendo una tesi sulla figura di Vincenzio Russo e la Repubblica napoletana del 1799 - una tesi, secondo quanto rievocato dallo stesso Romano “su un comunista, nel senso del secolo XVIII, un giacobino estremista, un robespierrista napoletano”. In seguito si laurea anche in lettere con una ricerca sulle relazioni tra il Regno di Napoli, la Francia e la Repubblica di Venezia in età moderna. Nel biennio 1947-48 è ammesso, in qualità di uditore ma non di borsista, alla frequenza del nuovo Istituto Italiano per gli Studi Storici, fondato e presieduto da Croce e diretto da Federico Chabod. Insieme con i borsisti di quel periodo, fra cui si ricordano Vittorio De Caprariis, Marcello Gigante, Ettore Lepore, Rosario Romeo e Cinzio Violante, segue i seminari di Chabod che lo persuade ad abbandonare il progetto di studiare la Rivoluzione napoletana del 1799 e lo invita a trasferirsi a Parigi per irrobustire la sua formazione di storico.

Egli giunge in Francia nel 1948 e si iscrive al dottorato di Stato che non avrebbe mai concluso. Il soggiorno francese rappresenta una tappa decisiva nella sua biografia in quanto gli consente di conoscere Fernand Braudel, che lo aveva già notato qualche tempo prima mentre svolgeva ricerche all’archivio di Stato di Venezia. Lo storico francese lo introduce nell’École pratique des hautes études, presso la VI sezione da lui appena fondata, un'istituzione scientifica all'avanguardia che si poneva l'obiettivo di studiare le scienze sociali nel loro insieme, facendo interagire la storia, l'economia e la sociologia.

In questi primi anni Romano frequenta assiduamente i seminari di Braudel e, per sua stessa ammissione, abbandona sul piano intellettuale la fascinazione per la cultura tedesca, per l'idealismo e per lo storicismo di cui si era nutrito nel corso del pur formativo periodo napoletano.
Al contrario, rimane deluso dai professori universitari della Sorbona che giudica “assai modesti in rapporto ai suoi maestri italiani Federico Chabod, Benedetto Croce e Gino Luzzatto”, a eccezione di Ernest Labrousse, l'illustre storico dei prezzi e delle fluttuazioni economiche che lo avvicina per primo allo studio di queste tematiche.

Affascinato dalla figura di Braudel e dall'ambiente culturale che ruota intorno al suo centro di ricerca ed escluso dalla carriera accademica in Italia decide di stabilirsi a Parigi ove nel 1952, non ancora trentenne, è nominato titolare della “direction d'études” del corso di “Problemi e metodi di storia economica” presso l'École pratique des hautes études. Ha modo così di collaborare assiduamente con il fondatore delle “Annales” Lucien Febvre e con Braudel, di diventare direttore delle pubblicazioni dell’istituzione (incarico che conserva fino al 1965) e di stringere amicizia con altri giovani storici italiani trasferitisi a Parigi negli stessi anni come Alberto Tenenti, Ugo Tucci e, in seguito, Corrado Vivanti.

Romano si radica ancora più profondamente in Francia a partire dall'anno accademico 1957-58 allorché assume la direzione della Maison d'Italie della Cité universitaire di Parigi. Grazie al duplice ruolo di direttore di una residenza post-universitaria e di insegnante, egli diventa ben presto un punto di riferimento pratico e culturale per i tanti ricercatori italiani e stranieri, in particolare polacchi e latino-americani, che in quegli anni si trasferiscono a Parigi attratti dal livello degli studi in Francia e dalla nuova metodologia scientifica pluridisciplinare promossa dall'École pratique des hautes études.

In questo periodo Romano si occupa soprattutto di storia dell'economia, una disciplina che riesce a innovare mettendo in continua relazione la dimensione qualitativa e quella quantitativa dei fattori, la produzione dei beni e il loro consumo, l'economia e la società. I suoi lavori sul commercio, sui salari, sull'industria tessile e sui prezzi sono pubblicati in prevalenza sotto forma di saggi in importanti riviste internazionali, fra cui si ricordano per l'assiduità della collaborazione le “Annales” e la “Rivista storica italiana”.

Fra gli articoli di questi anni occorre almeno menzionare quello del 1962 dedicato ai riflessi nella penisola italiana della crisi economica europea del triennio 1619-1622, che si inserisce all'interno di un acceso dibattito intorno alla crisi del Seicento stimolato nel decennio precedente dalla rivista inglese “Past and Present”. Romano utilizza una serie di statistiche sul commercio, sull'industria, sull'agricoltura, sull'arrivo dei metalli preziosi e sulle emissioni monetarie per dimostrare che tra il 1619 e il 1622 l'economia continentale entra in crisi avviando un processo di rifeudalizzazione che pone fine al “lungo Cinquecento” italiano e favorisce una reazione signorile con il ritorno a forme feudali dell'economia in gran parte d'Europa, con le eccezioni virtuose dell'Olanda e dell'Inghilterra.

Egli sostiene che in Italia la crisi è causata dall'incapacità dell'economia di rafforzare la produzione manifatturiera rispetto a quella agricola, una difficoltà che provoca una ripresa dell'economia naturale nel nord Italia e un rafforzamento dei legami feudali preesistenti nel sud della penisola.

Secondo Romano la crisi delle economie cittadine spinge i ceti mercantili a indirizzare i propri investimenti verso la terra piuttosto che i commerci e questa scelta determina l'inizio del declino italiano, la perdita di un primato cinquecentesco che si sarebbe protratto almeno fino agli anni cinquanta del Novecento, quando si cominciano ad avvertire i primi segnali di ripresa.
I suoi studi sulla crisi sono raccolti nelle opere Tra due crisi: l’Italia del Rinascimento, Torino, Einaudi, 1971 e L’Europa tra due crisi (XIV e XVII secolo), Torino, Einaudi 1980 e, negli anni successivi, sono stati sottoposti a una revisione critica, che ha impropriamente trasformato Romano nel rigido assertore di un paradigma storiografico totalizzante, quello “della rifeudalizzazione e della decadenza” italiana. In realtà, egli ha scritto a chiare lettere di non essere favorevole a un uso estensivo del concetto di rifeudalizzazione, che non aveva alcun valore sul piano giuridico e istituzionale, ma doveva limitarsi alla sfera economica.

Per rifeudalizzazione Romano intende un aumento dello sfruttamento del lavoro dei contadini e un conseguente peggioramento delle loro condizioni di vita, che è però accompagnato da un incremento della produttività agricola con l'intensificazione di antiche coltivazioni come il limone e l'arancio e l'inserimento di nuove culture come il mais e il riso.
Se si eccettua il Regno di Napoli, per cui sarebbe improprio parlare di rifeudalizzazione dal momento che il processo di feudalizzazione non subisce particolari interruzioni fino all'unità italiana, secondo Romano nella penisola si assiste a un processo di ritorno alla terra che non implica necessariamente il parassitismo del ceto fondiario e ha specifici caratteri di modernità per il contributo offerto dalla borghesia al rafforzamento di questo fenomeno.
A Venezia, ad esempio, la bonifica portata avanti dalla locale aristocrazia è animata da un forte spirito imprenditoriale, ma priva di una caratterizzazione capitalistica perché accompagnata dalla prevalenza della rendita e da un forte sostegno dello Stato. Gli effetti più durevoli e radicali di questa crisi economica sono stati la frattura tra la città e la campagna e tra il nord e il sud della penisola.

Il merito maggiore della ricerca di Romano è quello di avere spostato al Seicento, sulla scorta dell'analisi di Braudel, alcuni luoghi comuni di derivazione tardo ottocentesca a proposito della decadenza italiana, tradizionalmente considerata già in atto in pieno Cinquecento.
Invece, è solo nel secolo successivo che la penisola italiana non riesce più ad adeguarsi alle nuove richieste del mercato internazionale, giacché si continuano a fabbricare soprattutto beni di lusso e l'industria manifatturiera non è in grado, come era avvenuto nel Cinquecento, di avviare processi di sostituzione produttiva a causa di un “blocco corporativo” che impedisce di seguire gli sviluppi qualitativi e quantitativi dei paesi economicamente più avanzati.

Ci siamo soffermati a lungo su questo articolo del 1962 dal momento che affronta un nodo centrale ricorrente in tutta la produzione storiografica di Romano, il tema della storia come meccanismo d'insieme e quindi dei complessi rapporti che intercorrono tra la stabilità e il movimento, le identità e le differenze, che mai egli avrebbe accettato di rinchiudere in un monolitico paradigma interpretativo. É lo stesso Romano a suggerire questa pista allorquando sostiene che “la storia è in realtà un meccanismo. Nella storia ci sono ruote; se uno pone in movimento una ruota, per quanto piccola sia, contribuisce a tutto il movimento. Quello che mi interessa è il movimento generale; questo mi piace allo stesso modo come mi sarebbe piaciuto fare linguistica”.

Se si scorre la produzione scientifica di Romano, che consta di quasi quattrocento titoli, si comprende che i meccanismi fondamentali di un sistema storico per lui sono essenzialmente due: i meccanismi della crisi, che lo hanno portato a indagare il funzionamento economico dell'Italia e dell'Europa in età moderna e i meccanismi della dominazione che lo hanno indotto a studiare la conquista europea dell'America meridionale, il suo secondo e principale filone di ricerca.
La necessità di avere una visione d'insieme e allo stesso tempo dinamica del meccanismo storico lo ha spinto a valorizzare nei suoi studi una fondamentale differenza, quella fra crescita quantitativa e sviluppo qualitativo, ossia quando si assiste a un miglioramento non solo economico, ma anche del modello politico, sociale e culturale di una determinata realtà storica. Secondo Romano tale problematica centrale sottende e favorisce la comprensione di altre questioni non secondarie quali i rapporti fra struttura e congiuntura, la pervasività del sistema feudale, il ruolo degli intellettuali, il sistema di selezione delle classi dirigenti, lo sfasamento esistente fra la storia culturale e quella economica, sicché “non c’è differenza tra i miei studi sul Rinascimento italiano e quelli sulla crisi del Seicento o tra le ricerche sui prezzi a Napoli, a Marsiglia o a Santiago del Cile”.

Tra i volumi pubblicati da Romano in oltre cinquant'anni di intensa attività scientifica ricordiamo lo studio di esordio in collaborazione con Braudel su Navires et marchandises à l'entrée du port de Livourne (1547-1611); sempre nello stesso anno e presso il medesimo editore parigino Colin esce il libro Le commerce du Royaume de Naples avec la France et les pays de l'Adriatique au XVIIIe siècle; nel 1956 pubblica il volume Commerce et prix du blé à Marseille au XVIIIe siècle; nel 1965, per la collana della Banca Commerciale Italiana patrocinata da Raffaele Mattioli, esce il suo primo libro in italiano Prezzi, salari e servizi a Napoli nel secolo XVIII (1734-1806); nel 1966 pubblica per la fortunata serie delle edizioni C.E.I. un breve profilo di Cristoforo Colombo; l'anno successivo introduce e cura la raccolta einaudiana I prezzi in Europa dal XIII secolo a oggi e insieme con l'amico Tenenti concepisce il manuale di storia Alle origini del mondo moderno (1350-1550) nell'ambito della Storia Universale Feltrinelli, un vero e proprio caso editoriale con svariate traduzioni ed edizioni successive.

Sempre nel campo della didattica storica scrive due manuali, uno per le scuole medie e l'altro per le superiori, rispettivamente per gli editori Paravia e Marietti.

Nel 1970 pubblica un volume in collaborazione con Ernest Labrousse e François-Georges Dreyfus su Le prix du froment en France au temps de la monnaie stable (1726-1913), nel 1972 Les mécanismes de la conquête coloniale: les conquistadores e nel 1976 la raccolta di saggi Napoli: dal Viceregno al Regno.

Nel 1978 esce l'agile sintesi La storiografia italiana oggi e nel 1982, per i tipi Einaudi, la silloge di saggi Tra storici ed economisti.

Negli anni Novanta le sue riflessioni sull'Italia e sull'Europa confluiscono, rispettivamente, nei volumi Paese Italia. Venti secoli di identità ed Europa e altri saggi di storia, entrambe per l'editore Donzelli.

L'ultimo volume pubblicato da Romano nel 1998 Moneda, seudomonedas y circulación monetaria en las economías de México mostra come la storia dei meccanismi economici e culturali di quella che lui si è sempre rifiutato di chiamare col termine anacronistico di America Latina, abbia rappresentato l'altro pluridecennale interesse di ricerca.

In effetti, l'opera intellettuale di Romano costituisce un momento determinante non solo per capire i rapporti tra la storia italiana e le vicende europee, ma anche le relazioni intercorse, di scambio e di dominio, tra il vecchio continente e quella che lui amava definire l'America Iberica.

Egli in particolare analizza l’influsso che i modelli economici dell’Europa pre-industriale hanno avuto nella formazione dell’economia americana, valorizzando i reciproci condizionamenti e comparando fra loro i due sistemi, un tema a cui dedica nel 1992 il volume Conjonctures opposées. La “crise” du XVIIe siècle en Europe et en Amérique Ibérique.

L’interesse di Romano verso tale argomento risale all'inizio degli anni cinquanta ed è certamente facilitato dalla conoscenza dello spagnolo dal momento che egli avrebbe voluto studiare il Giappone e la sua alterità culturale, ma rimane bloccato appunto dalla barriera linguistica.
Nel 1954 insegna per cinque mesi in Cile e in quell'occasione entra per la prima volta in un archivio americano, quello di Santiago. Tra il 1958 e il 1962 Romano viene invitato dallo storico medievale José Luis Romero a tenere un corso quadrimestrale presso l'Università di Buenos Aires. A partire dal 1962 nei suoi corsi all’École tralascia gli argomenti europei per dedicarsi a temi americani, in particolare alle problematiche storiche connesse al sottosviluppo, al funzionamento delle economie coloniali e alla conquista dell’America.

Per Romano i meccanismi della dominazione spagnola (simbolicamente rappresentati dalla spada, dalla croce e dalla fame) sono importanti in quanto ricorrono anche nei secoli successivi in altri paesi europei. Sono infatti la superiorità militare, sul piano strategico e tecnologico, l’intento evangelizzatore e missionario e la violenta sottomissione agli interessi economici dei conquistatori che consentono - prima in America, in seguito in Oriente e in Africa - l’instaurarsi del predominio coloniale europeo.

La destrutturazione demografica, economica e sociale dei popoli conquistati costituisce l’obiettivo strategico della conquista e successivamente si trasforma nello strumento di cui i dominatori si servono per mantenere la loro supremazia: solo cosí gli spagnoli possono, benché numericamente assai inferiori, imporsi prima militarmente e poi sul piano politico e civile agli indios americani.

Il suo impegno in questo ambito di studi lo accompagna per tutta la vita: nel 1978 assume con Marcello Carmagnani la direzione della rivista einaudiana “Nova americana” che termina le sue pubblicazioni nel 1982; negli anni novanta partecipa al progetto editoriale Para una historia de América con Carmagnani e Hernández Chávez; tra il 1992 e il 1994 è docente del Centro de Estudios Históricos del Colegio de México, ove rielabora e approfondisce le sue idee sulle economie coloniali di dipendenza spagnola e portoghese che confluiscono nel libro Mecanismo y elementos del sistema económico colonial americano. Siglos XVI-XVIII, pubblicato postumo nel 2004.

Un simile approccio storiografico, aperto in senso diacronico e tematico - “sono uno storico polivalente, non mi sono mai specializzato in un secolo o in un paese” amava ricordare con una punta di orgoglio Romano - lo inducono a valorizzare, sulla scia dei lavori di Braudel, la questione del relativismo culturale, ossia, la “preoccupazione secondo cui non c’è esclusivamente la nostra civiltà europea e che solo una riflessione su questa civiltà e su tutte le altre (quelle che vengono chiamate minori, selvagge o - addirittura - inciviltà) può e deve condurci a quel relativisme des civilisations: cioè a una più esatta e più valida definizione di noi stessi, della nostra civiltà”.

Muovendo da questi presupposti teorici è assai breve il cammino che conduce a sviluppare una corrosiva critica della cultura umanistica rinascimentale e della visione eurocentrica del discorso storico, tradizionalmente costruito intorno alla soggettività occidentale.

A giudizio di Romano proprio questo aspetto è il punto centrale della differenza di fondo tra l'orientamento storiografico di Febvre e quello di Braudel, da lui preferito: “le ‘Annales’ fino a Febvre parlano sempre dell’uomo, l’ ‘homme’: quelle prime ‘Annales’ sono le ‘Annales’ dell’uomo. E invece per Braudel, a partire da Braudel, incominciano gli uomini al plurale, ‘les hommes’ e il contrasto Braudel-Febvre era proprio intorno a questo.

Il contrasto di fondo era questo: l’homme versus les hommes. E questo si spiega perché mentre Febvre era un uomo europeo, Braudel era un uomo che ha vissuto per molti anni in Brasile e ha capito le differenze; ha vissuto in Algeria e quindi si è reso conto di alcune differenze: che questo uomo non esiste, che questo uomo è l’uomo dell’umanesimo; Febvre lo diceva in perfetta buona fede, per l’amor di Dio: ma l’uomo dell’Umanesimo, attenzione, è l’uomo che ha consentito i peggiori crimini sulla faccia della terra, perché io sono l’uomo perché sono nato in Europa, e gli altri o si adeguano ai miei parametri di uomo, o sennò io li faccio fuori, o diventano cristiani, o cominciano a mangiare con la forchetta e con il coltello, o si vestono come me, o io li faccio fuori perché non sono più uomini, non fanno parte della specie umana.

Se noi restiamo insomma nell’ambito europeo, con il termosifone, con il ristorante o con la mensa calda o lo snack bar, in tal caso possiamo benissimo parlare dell’uomo. Però quando si esce da questi contesti e si va in altri contesti occorre riconoscere che i criteri per giudicare l’uomo sono altri, e se esistono altri criteri per giudicare l’uomo, bisogna pure che si riconosca che non c’è l’uomo, ma che esistono gli uomini al plurale”.

Riflessioni di questo genere portano Romano ad approfondire tematiche poco consuete ma assai significative sul piano economico e culturale come la produzione della pianta della coca e il suo uso come stupefacente e a guardare con attenzione al percorso intrapreso all’inizio degli anni settanta dai microstorici italiani e francesi, ai quali segnala un libro modello, quello di Luis Gonzáles y Gonzáles, Pueblo en vilo: Microhistoria de San José Garcia, edito in Messico nel 1968.

Romano è stato un intellettuale cosmopolita che ha insegnato non solo in Francia e in America Latina, ma anche in Polonia, paese con cui ha intessuto un duraturo e fecondo dialogo culturale, di cui è segno la cura del volume Ameryka Indianska? (Wybor i wstep Ruggiero Romano), pubblicato a Varsavia nel 1971 e tradotto in italiano cinque anni dopo per i tipi Einaudi.
Notevole è stato anche l’impegno profuso come direttore di tesi di dottorato a livello internazionale, un’attività in cui ha cercato di affermare le ragioni di una pedagogia aperta e flessibile, influenzata dalla sue riflessioni teoriche in campo culturale: “ho una certa idea dell’insegnamento: non bisogna insegnare verità. Quelli che insegnano verità sono pessimi professori, pessimi uomini e sono veramente gli ultimi colonizzatori [...] Non ho insegnato verità, ho insegnato ad avere dubbi”.

In polemica con la contestazione studentesca del '68 e con la nuova idea di università che viene affermandosi, Romano rallenta progressivamente i suoi impegni accademici e rinuncia nel 1968 alla direzione della Maison d'Italie dopo essere entrato in contrasto con i residenti di quell'anno.

Sin dalla metà degli anni sessanta aveva iniziato a collaborare con la casa editrice Einaudi di Torino, un'attività di consulenza che diviene nel decennio successivo il suo campo di impegno principale anche in seguito alla maggiore libertà di movimento goduta dal 1968 in poi.
Romano è fra gli ispiratori della Storia di Roma Einaudi, ma soprattutto lavora come coordinatore a due Grandi opere della casa editrice, che hanno avuto entrambe un ruolo di rilievo nella cultura italiana della seconda metà del Novecento: la Storia d'Italia Einaudi e l'Enciclopedia Einaudi.

La prima impresa editoriale è stata ideata, progettata e diretta con Corrado Vivanti nel decennio 1966-1976. Il primo dei sei volumi, divisi in dieci tomi, è uscito nel 1972, ma al termine dell'opera è stata progettata una serie aperta di Annali che sono ancora in corso di pubblicazione (il VI della serie, Economia naturale. Economia monetaria, è stato curato direttamente da Romano in collaborazione con Ugo Tucci).

La Storia d’Italia Einaudi, che ha incontrato un notevole successo editoriale anche presso un pubblico non specialistico, si è caratterizzata per la scelta di una periodizzazione lunga, per l’individuazione di alcuni “caratteri originali” della plurisecolare storia italiana, per il fecondo incontro fra l’analisi gramsciana e la cultura francese delle “Annales” e per l’opzione di una storia di carattere generale in grado di includere le componenti più diverse, economiche, materiali, sociali, di costume, ma anche politiche, di mentalità, di atteggiamenti individuali e di gruppo e di ricondurle a un principio unitario.

L'Enciclopedia Einaudi, pubblicata in sedici volumi tra il 1977 e il 1984, era un progetto che circolava da tempo all'interno della casa editrice, ma che solo con le capacità di lavoro e l'entusiasmo di Romano riesce a realizzarsi. Secondo Romano, l'Enciclopedia avrebbe dovuto raggiungere due differenti, ma complementari scopi: da una parte, offrire una mappatura completa del discorso scientifico contemporaneo attraverso la definizione dei suoi concetti fondamentali; dall'altro, classificare i diversi saperi secondo i principi propri di ogni disciplina, mettendo in evidenza la rete di connessioni logiche, cognitive, antropologiche e storiche che legano ciascuna disciplina alle altre, in una nuova e originale prospettiva metadisciplinare e di sistema.

Romano negli anni novanta torna a ragionare criticamente sull'Italia, il suo paese d'origine. Egli ritiene che la storia della penisola sia stata profondamente condizionata dall’assenza di uno Stato unitario, ma il “paese Italia” si è progressivamente costruito, a partire dall’XI secolo, attraverso un intreccio sempre più fitto e stratificato di elementi umani, sociali e culturali (dal giardinaggio alla moda, dalla moneta alla mercatura, dalla cucina alla musica) che nel tempo hanno forgiato il carattere degli italiani e determinato il loro primato storico tra due crisi economiche diverse ma egualmente profonde, quella trecentesca e quella seicentesca.

Romano invita a mettere da parte i termini abusati e retorici di nazione e di storia patria e a trovare nei concetti di paese e di “storia matria” un nuovo riferimento culturale, alimentato dalle “ragioni calde, dei sentimenti del cuore [...]. è nel paese Italia che dobbiamo in primo luogo riconoscerci. Esso è un insieme di elementi forse più ‘modesti’ di quelli (molto spesso immaginari) che si attribuiscono alla nazione, ma di certo più concreti”.
Come riconoscimento di un'avventura intellettuale e umana tanto affascinante e dal respiro internazionale sono state attribuite a Romano due lauree honoris causa: la prima, nel 1995, dall’Università di Buenos Aires, la seconda, nel 1998, in Scienze politiche dall’Università di Camerino.

Romano, dopo una dolorosa malattia, si spegne a Parigi il 5 gennaio 2002, accudito dalla compagna Françoise, la figlia del suo maestro Braudel.

Scompare con lui un autentico cittadino del mondo, un affascinante intellettuale di frontiera, uno dei più significativi e originali storici europei della seconda metà del Novecento.
Bibliografia degli Scritti:

La più aggiornata e completa bibliografia degli scritti di Romano è pubblicata in Ruggiero Romano, l’Italia, l’Europa, l’America. Studi e contributi in onore della laurea honoris causa, a cura di Alberto Filippi, Camerino, Università degli Studi di Camerino, 2000, pp. 455-485."
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