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Francesco Mario Pagano, illuminista, riformatore, martire della Repubblica Napoletana del 1799



25 dicembre 2007.
Nello stesso anno (1748) in cui Pietro Giannone, il grande giureconsulto e avvocato napoletano, storico e filosofo europeo, moriva in carcere a Torino, dopo dodici anni di sofferenze e di via crucis, ad opera degli spietati e disumani gesuiti e della corte papale di Roma, alleati col potere politico assolutista e clericale dei Savoia, quasi misteriosa nemesi storica e ideale consegna di testimone nella lotta incessante (e sempre da riprendere) per la verità, la libertà, la giustizia, nasceva in Basilicata, a Brienza, Francesco Mario Pagano, destinato a divenire il testimone più indimenticabile ed esemplare, fino al martirio, di quel Mezzogiorno nobile, colto, europeo, illuminista, laico, riformatore, repubblicano, libero, moderno che sognarono e tentarono di tradurre storicamente i grandi spiriti del Settecento (dal citato Giannone a Genovesi, a Vico, a Filangieri), i repubblicani del 1799, i protagonisti del Risorgimento meridionale, i costruttori dello stato liberale unitario di origine meridionale, gli Antifascisti, i Resistenti, i nuovi Repubblicani meridionali dopo il 1946 e che resta il compito dei meridionali di schiena dritta e di nobile memoria di oggi, che non vogliono cedere allo scetticismo, allo sconforto, dopo tante repliche storiche di un opposto Mezzogiorno antimoderno, brigantesco, oscurantista, plebeo, criminale, clericale, che rispunta come gramigna ad opere di forze sociali tenacemente abituate a vivere da privilegiate e da parassite su quel tessuto storico, appoggiate su una plebe non divenuta mai veramente ‘popolo’.

Primogenito di sei figli di una famiglia di notai e avvocati, a dieci anni, questo grande lucano, venne a Napoli, dedicandosi agli studi di grammatica, di lettere, di filosofia, e poi di diritto all’Università. Fu influenzato dall’orientamento storicista di Vico, che aveva genialmente contribuito a scoprire e praticare per la prima volta in Europa (con Giannone), la ragione storicizzante, contro quella astratta e geometrica, e fu discepolo di Antonio Genovesi, dal quale trasse la fondamentale lezione che gli studi devono mirare “alla soda utilità degli uomini”, altrimenti sono”un’occupazione vana e nocevole”.

Nel 1769 fu bandito un concorso per la cattedra di etica al Real Collegio della Nunziatella, in conseguenza della cacciata dei Gesuiti dal Regno di Napoli nel 1767, che fino ad allora gestivano quell’insegnamento. Fu Genovesi a incitare Pagano a concorrere per quella cattedra. Egli non la vinse, ma pochi mesi dopo la morte di Genovesi (avvenuta il 22 settembre 1769), non avendo ancora 22 anni, fu nominato lettore straordinario di etica all’Università.

Poiché l’incarico non implicava stipendio, Pagano dovette dedicarsi all’attività forense, distinguendosi ed affermandosi per la logica serrata, l’impeto veemente della sua oratoria.

Ma non aveva mancato e non mancava di coltivare interessi a tutto campo, in una concezione di piena ‘humanitas’: fu autore di versi eleganti, di cantate per musica, di opere teatrali, appassionato di scherma.

All’interno dell’esperienza di penalista, colse, col suo occhio d’aquila, i limiti profondi del sistema dei giudizi criminali, allora solo inquisitori e cavillosi, e le linee maestre di una riforma giudiziaria che si alimenterà della lettura anche di Beccaria.

Nel 1783 uscì il primo volume dell’opera sua più nota ’Saggi politici’, nei quali sono affrontati con spirito vichiano e con una conoscenza ampia e precisa delle maggiori opere dell’Illuminismo europeo, i grandi temi, i grandi nodi storici della barbarie e del selvaggio, delle loro origini e delle loro manifestazioni ed incidenze sui comportamenti individuali e collettivi, dei principi che presiedono il passaggio possibile alle “società colte e polite”, dell’importanza del gusto e delle belle arti per l’umana civilizzazione, sulle cause della possibile decadenza delle nazioni.
Tra i grandi autori di questa ampia e complessa visione storica si pone per Pagano Machiavelli”acutissimo”, che ha posto le basi solide delle scienze morali e politiche, che ha contribuito a combattere e dissolvere”le vane ciance scolastiche”, anche se fu sconfitto ad opera di quella corte di Roma che”altre armi non adoperava che quelle dell’impostura e del cieco errore”.
Si sentiva anche profondamente erede della tradizione giurisdizionalistica napoletana tesa a difendere le prerogative del potere civile contro le pretese ecclesiastiche ed aveva una libertà di posizione e di critica che l’avvicinava per certi aspetti a Voltaire.
L’autorità pontificia, secondo Pagano, ha corrotto i costumi, ha diviso le forze dei vari principi d’Italia per indebolirli e dominarli, ha disseminato la diffidenza e l’ignoranza e “la perfidia politica pose sul trono e sull’altare”.
Con la sua visione di lungo periodo della storia d’Italia afferma”sin dalla fatal decadenza del romano Impero abbiamo - noi italiani- perduta tutta l’energia del cuore e le forze dell’animo: immaginiamo molto, abbiamo acume, ma nulla o poco sentiamo (gli antichi valori, per i quali battersi e sacrificarsi).”
Ma nella sua visione storica, tra i fattori che incidono, entrano come spunti moderni anche ad es. il clima o i grandi disastri naturali o patologici (come i terremoti o le pestilenze), che influenzano profondamente i comportamenti delle società e degli individui.

Il primo volume finito nelle mani del censore ecclesiastico fu trovato colmo di tesi ardite e scandalose ( le solite accuse di panteismo, materialismo, irreligiosità, immoralità, diffusione di idee contrarie al trono e all’aristocrazia). Pagano scrisse una ‘Lettera apologetica’ della sua opera, che gli fece ottenere un proscioglimento a Napoli, ma non impedì la messa nell’Indice dei libri da parte della corte papale e del sant’uffizio di Roma nel 1795, insieme al secondo volume dei ‘Saggi’, uscito nel 1785.

Uno dei modi per incidere sul miglioramento della società e sull’incivilimento per Pagano è il teatro, ricordandone il ruolo storicamente svolto ad es. nell’Atene classica coi grandi Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane. Egli stesso scrisse alcuni drammi in versi: Gli esuli tebani (1782), dedicato al grande Gaetano Filangieri, di cui era amico ed estimatore, il ‘Gerbino’ (1787), l’Agamennone (1787), il Corradino (1789) e persino una commedia borghese l’Emilia (1792), nel richiamo rousseauiano sui temi dell’educazione.
La tragedia è fondamentale nella vita, nello sviluppo e nel progresso morale, civile e intellettuale di un popolo e va promossa quindi come arte nodale e cruciale.

Accanto all’impegno di scrittore teatrale, si pose quello di teorico sul sistema giudiziario.
Nel 1787 scrisse le ‘Considerazioni sul sistema criminale’, nel quale afferma anzitutto che il sistema delle leggi penali è il primo indizio sul grado di civiltà o meno di un popolo. Da come è organizzata la giustizia penale si ha il segno della maturità di una nazione. Un popolo è veramente civile quando ”la sua libertà civile è garantita dalle leggi, la sicurezza e la tranquillità del cittadino sono al coperto dalla prepotenza e dall’insulto”.
Occorreva per Pagano una giustizia veloce e precisa, senza far venire meno le libertà civili, senza stati di emergenza, eccezioni, prevalenza assoluta del sistema inquisitoriale.
Da un lato occorre punire decisamente e con il massimo di brevità del processo il malvagio e il prevaricatore, ma dall’altro bisogna tutelare al massimo dagli abusi del potere la libertà, la dignità, la sicurezza dei cittadini. Sono considerazioni di una sconvolgente e attualissima modernità.
Non a caso il lavoro di Pagano ebbe un notevole successo, ci fu nel 1789 una traduzione in francese a Strasburgo, che rese noto l’autore in tutta Europa.

Scrisse anche sulla libertà di commercio dei generi di prima necessità, che tra annone, vincolo di calmieri, fiscalismo, in realtà finiscono invece per essere di danno ai poveri e di arricchimento di pochi speculatori, di burocrati e di potenti.

Fino al 1795 Pagano ha fiducia nella monarchia riformatrice ed assicura il suo lealismo. Ma la rivoluzione francese provoca nel Regno di Napoli la reazione dell’elemento più retrivo e reazionario di esso e tutto viene imputato agli intellettuali illuministi, ai loro libri e i riformisti vengono guardati con sospetto e avvicinati e confusi in modo falso agli estremisti francesi.
Nel 1794 si scopre una piccola associazione rivoluzionaria, ma si imbastisce un processo crudele ed esagerato, che vedrà Pagano coraggiosamente esporsi come difensore degli imputati, cinque dei quali sono però duramente condannati con tre sentenze capitali.

Si diffonde nel Regno un regime di sospetto, di paura, di delazione. Fra il 1794 e il 1798 vi furono quasi tremila inquisiti di Stato.
Anche Pagano fu travolto da questo sistema e fu arrestato nel febbraio 1796, su denunzia di un miserabile confidente come”seduttore e consigliere dei giacobini”. Non c’erano prove e l’inchiesta non si concluse mai. Come Giannone, Pagano dovette conoscere il carcere per 29 mesi.

Scarcerato senza sentenza, si rifugiò a Roma, dove era stata proclamata la memorabile Repubblica liberaldemocratica e laica (1798-1799), che aveva con atto epocale abolito il potere temporale del papato.

Accolto con grande onore, gli fu offerta la cattedra di diritto pubblico all’Università, che egli accettò, ma ricusando con virtù e austerità repubblicane il compenso.

Per la temporanea occupazione di Roma da parte delle truppe monarchiche napoletane di Ferdinando IV accorso, da illuso e sciocco, a reprimere quella esperienza repubblicana e a riportare il papa sul trono (e fu poi costretto a fuggire, fuggire, fuggire fino a Napoli e poi in Sicilia con la sua corte vile e fedifraga, creando anche le condizioni dell’esperienza repubblicana a Napoli) Pagano dovette andare a Milano.

Quando fu proclamata la Repubblica Napoletana con la discesa dell’armata di Championnet e l’aiuto dei Patrioti, benché assente, Pagano fu eletto tra i 25 membri del Governo provvisorio, ad indicare la fama e il valore che egli aveva acquisito agli occhi di tutti i veri rivoluzionari ed agli occhi degli stessi francesi.

Tornato immediatamente assunse la presidenza del Comitato Legislativo, di cui fu il vero animatore, nella speranza appassionata di costruire il Mezzogiorno nuovo e moderno segretamente sognato, nell’opera erculea di riparare ai tanti mali passati, al malgoverno sistematico che aveva lasciato un paese senza strade, senza scuole, senza strutture.
Mediando tra posizioni conservatrici ed estremiste, riuscì a compiere un’opera legislativa memorabile: l’abolizione delle servitù feudali, l’abolizione del testatico, la tassa più empia di tutte, perché anche il più povero dei poveri doveva pagare per avere il diritto di portare la testa attaccata al proprio collo, l’abolizione della tortura e delle carceri segrete, l’abolizione delle imposte su grani, farina, pasta e pesce, cioè il cibo dei poveri, l’abolizione dei fedecommessi, che stabilivano privilegi per i primogeniti, la confisca dei beni degli emigrati, per necessità di salute pubblica, il diritto dei religiosi a succedere all’eredità da cui erano esclusi, in base sempre al principio dell’eguaglianza, l’abbattimento del divieto di nozze tra cittadini di ceto differente, perché “nello Stato democratico non si riconoscono né disparità di natali, né quei particolari riguardi, per li quali si sostenevano sotto il governo tirannico l’impedimenti matrimoniali”.

Soprattutto sue furono la riforma organica dell’ordinamento giudiziario e il progetto di Costituzione (originale e diverso per diversi aspetti da quella francese), che fu messo in discussione, ma non potè essere approvato per il precipitare degli avvenimenti.

Nelle ‘Istruzioni generali del Governo provvisorio ai Patrioti” diceva che bisognava”rendere la rivoluzione amabile per farla amare; renderla utile al popolo e dalla classe abbattuta e sventurata dei cittadini per far godere questa classe rispettabile delle dolcezze di un governo libero”.

Organizzò la difesa al castello di S.Martino, ma, di fronte alla sconfitta, sottoscrisse la resa negoziata, autorizzato a portarsi sul vascello inglese’L’Audace’, ancorato al porto. Ma si venne meno alla parola data e cinicamente, come Giannone, fu consegnato dagli inglese ai Borboni assetati solo di vendetta.
Incarcerato, fu chiuso al Maschio Angioino nella famosa fossa del coccodrillo, la più oscura e cupa delle segrete. Lì resta nella memoria come un Socrate che discuteva della vita e della morte coi compagni di sventura, così confortandoli.

Fu impiccato il 29 ottobre 1799 insieme a Domenico Cirillo, il grande medico di Grumo Nevano, altro grande intellettuale di rilievo europeo della Napoli di allora.

Pagano aveva 51 anni.

Come dice efficacemente Luigi Firpo, il noto studioso ed editore delle opere di Pagano ”Quel capestro strangolava anche la connessione di Napoli con l’Europa; impediva che i germi della Rivoluzione francese suscitassero anche qui ceti nuovi, forze nuove, aspirazioni che nessuna restaurazione sarebbe mai più riuscita a soffocare.
Nel difficile destino del Sud quelle morti pesano ancora.”(1)

NOTA
1) Luigi Firpo, Francesco Maria Pagano, conferenza tenuta il 22 maggio 1982 nell’ambito del Convegno sul tema”Gli intellettuali Napoletani dall’Illuminismo riformatore alla rivoluzione del 1799”, organizzato dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e dall’Istituto Italiano per gli Studi Storici.
Lo scritto di Firpo, apparso già nel 1987 e poi nel 1993 nel volume di Pagano, Saggi politici, Vivarium, Napoli, 1993, è stato ristampato nella collana ’La Repubblica Napoletana del 1799’ (promossa dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici con destinazione verso la scuola, curata da Antonio Gargano) dalla casa editrice ‘La Città del Sole’, Napoli, 1998, pp.32.
La citazione conclusiva di Firpo si trova a pagina 32. Le citazioni di Pagano sono riprese sempre dal testo suddetto.


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