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Pordenone: inattesa città estetica, distinta, civile, operosa.

Devo ringraziare Luca Bagatin per tanti motivi: avermi permesso di conoscere un giovane milite dell’ideale azionista liberalsocialista di rara serietà ed acutezza d’ingegno, aver portato a termine fino all’ultimo il programma di conoscenze, di riflessioni, di incontri che avevamo programmato, e soprattutto di avermi dato l’occasione (dono ed esperienza indimenticabili della mia vita) di visitare e di conoscere per la prima volta la città di Pordenone, vera, rara città, pur di appena 50.000 abitanti.

La mia immagine antica, deformata, astratta, esangue (come per tante, innumerevoli comunità) era quella di una città militare, con Sacile, Aviano ad es., legata a racconti e nozioni di amici che avevano fatto il militare lassù, quindi area di frontiera verso il minaccioso est comunista-sovietico.

Questa immagine si era attenuata, sciolta con la distensione dopo il 1989 e, a poco a poco, la città era entrata nella figurazione, diffusa a livello nazionale, del miracolo economico del Nord Est, dell’esplosione industriale di quelle aree, che erano state per secoli lontane dallo sviluppo delle altre vicine, tanto da configurarsi come un Mezzogiorno settentrionale, con fenomeni anche di feudalesimo politico, soprattutto democristiano, con appendici socialiste ad es., pur nel rilievo di qualche figura come Loris Fortuna, un indimenticabile combattente dei diritti civili.

Non era pertanto una città che urgesse nell’immaginario e nell’animo, di cui si sentisse la mancanza, come capita a chi non ha ancora visitato ad es. Firenze o Venezia, Roma o Napoli.

E invece, senza Luca Bagatin, mi sarei impedito l’incontro inatteso con una città inattesa, di cui mai avrei immaginato lo spessore straordinario in termini di bellezza, di vita civile, di umanissima tranquillità e distensione e distinzione.

Appena uscito dalla stazione ferroviaria piccola e ordinata, sono stato accolto da un viale di verde alto, solenne, fresco, che costeggiava i binari e si apriva a slarghi, configurando aiuole fiorite e spazi agevoli per la circolazione automobilistica. Per raggiungere l’albergo un marciapiede per pedoni e ciclisti lenti, sereni, rispettosi dei passanti e dei semafori.

La frescura veniva non solo dall’intenso verde, ma anche dalle acque di quello che conoscerò come il Noncello, che avvolge la città e le ha dato storicamente il nome romano (non celtico) ’Portus Naonis’. Acque limpide e lente, verdeggianti per i riflessi, e vive per i piccoli gorghi, che ne ricamavano costantemente il fluire verso il Meduna e poi giù verso il Livenza e la foce nel grande mare veneziano.

Pur con qualche passo in più, ho avuto piacere di questo camminare che mi distendeva: ero presso uno dei parchi della città che non vedevo, ma che sentivo dietro gli alberi e le aiuole fiorite e gli spazi ordinati per il parcheggio.

Dopo l’accogliente sistemazione nell’albergo gentile, il necessario, breve riposo per il viaggio cominciato nella mattinata, salendo da laggiù, insaccati nello stivale, verso il mare africano, dentro culture millenarie sempre al limite della sopravvivenza per millenni, con fondi selvatici, mai veramente e profondamente intaccati, ho voluto fare due primi passi tra il tardo sole e la prima sera.

Notando la costruzione moderna, funzionale, ampia dell’Italgas e l’ariosità delle costruzioni private, mai addossate le une alle altre, senza respiro, come capita spessissimo altrove, e con spazi necessari per il movimento di persone e macchine.
Ma ecco in fondo alla strada levarsi, nitido e alto, il campanile in mattoni rossi della Chiesa della SS. Trinità con il corpo della navata ondulato, distinto, che attira dolcemente, naturalmente, nella curva, gli occhi di pedoni e guidatori.

Di fronte cominciava il viale verso la città, ampio, verde, mentre a fianco, in uno spazio del parco, era stata ricavata per i piccoli un’area colorata di giochi, animata di voci infantili e di genitori premurosi.

Quando ho messo piede all’inizio del viale per soli pedoni e ciclisti, gli occhi si volgevano distesi alla cintura di verde che avvolgeva le prime case della città che scorgevo laggiù, con la cima del campanile di S. Marco, che già sporgeva autorevole e solenne.



Ma mi ha fatto più piacere, per un pò, sedermi su una panchina, per assaporare quella calma che mi avvolgeva e mi veniva ad ondate, e indugiavo sulle persone che passavano o erano sedute sulle altre panchine: adulti, anziani, extracomunitari, tranquilli, mentre uomini e donne di ogni età andavano o tornavano dal centro tutti vestiti con personalità, distinzione, decoro, tutti, al di là del valore degli abiti.

Quello che mi impressionava, e mi impressionerà in modo costante nei due giorni, era quel senso collettivo di distinzione e di cura di sé, come senso di una dignità media da tutti assunta e che trascina tutti, locali e forestieri, e che rende piacevole osservare non solo i palazzi, le piazze o i monumenti, ma la gente, la gente di Pordenone.

Mi sono avviato verso il ponticello, che oltrepassa il Noncello, e ancora una volta, nell’onda fresca che saliva, notavo quelle acque limpide e il senso di pace che, con la lussureggiante vegetazione e le ochette e le anatre, donava.

Prima mi avevano attirato (riferendolo poi alla figlia studentessa in veterinaria) i percorsi spaziosi per i cani, con i contenitori in rosso, in ordine (Pordenone è una città che ha uno dei più avanzati e sensibili regolamenti comunali sul trattamento degli animali).

Oltrepassata la strada, coi lavori di riparo dell’alluvione del 2002, mi ha accolto la città, con le sue vie asimmetriche, ordinate, coi palazzi tutti distinti e con gerani e fiori sovrabbondanti dalle finestre e dai balconi.

Andavo lento, per assaporare queste inedite sensazioni della città calma, che man mano mi rivelava alcune delle sue dimensioni più caratteristiche: ecco lo spiazzo con il lato del palazzo comunale e di fronte possente, solenne, estetico, secolare, memoria e identità di Pordenone, il Campanile di S. Marco, coi mattoni e il ricamo lassù. Ma tutto era una segreta armonia, nell’apparente disarmonia geometrica dello spiazzo e della collocazione della Chiesa, con la sua facciata meno solenne, ma singolare e autonoma.

Ho voluto visitarla nel suo impianto e nelle testimonianze medievali, classiciste, barocche, non pienamente armonizzate, ma strette da una tenuta linda dell’interno, dai pavimenti alla cupola, agli altari laterali, con le opportune illustrazioni per i turisti, e la pala accesa di colori e di originalità (la Madonna della Misericordia) del maggiore pittore storico locale, De’ Sacchis, detto il Pordenone (1483-1539).

Omai non potevo visitarla di fretta la cara città, non me lo permetteva, non lo voleva l’anima che si scioglieva nell’emozione continua.



Mi ha attratto il portico del gotico Palazzo Comunale, mi hanno emozionato le lapidi ordinate su Cavallotti, i Mille di Garibaldi, la Resistenza, i Deportati e gli Sterminati, città veramente umana e civile, che mai dimentichi il dovere della memoria e la rinnovi costantemente nello spazio a piano terra dell’edificio più importante della tua vita cittadina.

Mi sono spostato nello spiazzo, per cogliere meglio la straordinaria bellezza della facciata, con l’orologio e i due pinnacoli slanciati, leggeri, eleganti verso il cielo (e la serata mi ha donato un quarto di luna, lassù, tra i ricami dei rossi mattoni).

Non finivo di stupirmi e mi attiravano ora gli spazi dei caffè, che occupavano parte della piazza con rare persone serene e dialoganti, che sorseggiavano una bibita o gustavano un gelato.

Iniziava il Corso Vittorio Emanale e mi attraeva ormai la fila dei palazzi a destra e a sinistra, tutti quasi della stessa altezza, tutti in fila, come persone al teatro della storia, e tutti diversi nello stile, a configurare una magica sinfonia. Era continuamente suonata la musica dell’individualità, della personalità dei committenti, degli architetti, dei costruttori, come se ognuno avesse voluto giustamente lasciare un’orma, un prolungamento della sua personalità al di là della sua vita breve, e un fondamentale messaggio che dicesse” Svolgete ognuno di voi, pordenonesi, la vostra individualità, giacchè questo è il valore che dà senso al vivere e alla storia, e dall’insieme di libere, autonome personalità nasce e si svolge la vera vita.”

Questo valore della diversità mi attraeva, ma lo è stato anche lo spettacolo inedito dei vicoli, che non si distaccavano nella distinzione e nella cura dal Corso.

In genere, in molte città, c’è una caduta di tono tra le parti principali e quelle più nascoste, strade laterali o vicoli. A Pordenone questo non capita: in modo sorprendente, ogni via laterale apre a scorci nuovi, a slarghi, come in una memoria veneziana (alla quale nell’inconscio è legata), a nuove varianti urbane, che ti invitano a percorrerla sinuosamente in lungo e in largo, non solo avanti e indietro lungo il Corso.

E poi ci sono quei portici, così funzionali e preziosi d’inverno, quando ci sono freddo, pioggia, e d’estate, quando c’è troppa calura. Ci si incontra, si osservano le vetrine dei tanti ordinati ed estetici negozi, ci si ferma nella libreria Giunti, quasi sempre aperta, quasi una biblioteca offerta ad ogni pordenonese, nella varietà dei suoi interessi o delle sue abitudini di uscita e di rientro.

Mi veniva già allora, spontaneo e amaro, e mi verrà per tutto il viaggio, il momento comparativo con tante realtà urbane del Mezzogiorno, della Campania (dove sono impegnato politicamente), ma anche del Lazio o della Calabria.

Una città come Pordenone spesso si sogna nella passione politica di ciò che dovrebbe essere uno spazio urbano di vivibilità, di calma, di serenità, di tranquillità, che ti spinge naturalmente poi ad uscire, a non rimanere nel chiuso della casa o davanti alla televisione. Sono tantissime le città dormitorio, dove tutto è concentrato in un piccolo centro affollato di traffico e di macchine, e tutto finisce lì (si pensi a tanti centri vicini a Napoli, città doppie o triple nel numero degli abitanti più di Pordenone).

Ecco: vedevo qui incarnato uno dei sogni possibili di città nella sua vivibilità, nella sua civiltà, nella distinzione degli abitanti, nell’esuberante ricchezza di vita associativa civile, che è la trama segreta della vera civiltà di una città e di un’area.

Pordenone si articola nel tessuto di modernità che l’avvolge, con le sue infrastrutture e la sua cintura industriale, con l’Università, con il Centro Direzionale Galvani, la Fiera Campionaria e l’apertura già al fondamentale, salvifico discorso sull’Innovazione, con un centro promosso dall’Unione Industriali, il Comune, la Provincia, la Regione, l’Università.

Così si fa: ci si mette al lavoro e si affronta, con l’antica serietà e laboriosità, il nuovo terremoto storico della globalizzazione, così come si è affrontato il terremoto fisico, dimostrando all’Italia, cosa possono i friulani, che hanno l’orgoglio di “far da sé”, che è l’unica via di salvezza personale e collettiva e che dovrebbe essere il monito per tutti i governanti e per tante altre parti d’Italia, attardate, impaniate spesso nell’ignavia, nella furbizia, nel parassitismo, che sono una vergogna anzitutto di fronte a se stessi, ai propri figli.

Ho potuto poi con Luca scoprire altri aspetti dell’impianto urbano della città e mi ha letteralmente stupito ed emozionato il nuovo teatro comunale “Verdi”, capolavoro dell’architettura contemporanea, degno di stare accanto a tanti di altre parti d’Europa e del mondo, che si inserisce come si deve nel tessuto della città antica, perché non è detto che le città devono essere dei musei e che non debba essere inserito il veramente nuovo nell’antico.



La creatività non appartiene, non deve appartenere solo al passato. Se così fosse non avremmo potuto avere Michelangelo o Borromini nel cuore di Roma, ad esempio.

Ogni generazione ha il diritto/dovere di lasciare un’orma della sua presenza e della sua energia individuale nella storia e la comunità deve avere questa apertura e Pordenone l’ha avuto, esaltando ancora una volta se stessa.

E l’amministrazione comunale ha esaltato in questo la sua funzione; amministrazione comunale di 506 dipendenti, che può avere mille limiti, come tante altre amministrazioni, ma che spicca perché approva il Bilancio di Previsione 2005 il 13 dicembre 2004 (198 milioni di euro) e consegna il Piano Esecutivo di Gesione ai responsabili dei servizi e di area il 1 gennaio 2005 e quindi permette la spesa piena e gli investimenti al massimo delle loro potenzialità a favore della gente.

Vi saranno tanti limiti, che vanno analiticamente individuati, per migliorare la spesa comunale, che è fatta dei soldi dei cittadini, occorre un maggiore coinvolgimento dei cittadini che non vanno a votare (alle comunali del 2001 ha partecipato solo il 67 %), ma si tratta di orizzonti che non partono affatto dal nulla o dal precario, ma dal terreno solido e da livelli alti che altrove, in tantissime altre parti d’Italia, sono ancora veramente un sogno per persone e gruppi pensosi, impegnati e spesso disperati, che hanno sperato e sperano in fondamentali, elementari orizzonti di vivibilità, di civiltà, di sviluppo, di tranquillità, di dignità personale e collettiva.

21 giugno 2005
Nicola Terracciano
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