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Italia e Sardegna nobili. L'avv. Cesare Pintus (1901-1948), repubblicano mazziniano, giellista, azionista, sardista, sindaco di Cagliari



29 marzo 2008.
Cesare Pintus nacque a Cagliari il 4 agosto 1901 e fu il figlio unico di Giuseppe e di Beatrice Dessì.

Avendo conosciuto da adolescente Silvio Mastio, una delle più nobili figure della tradizione repubblicana sarda, Pintus si avvicinò al Partito Repubblicano e negli anni della guerra fece parte del Circolo Giovanile Repubblicano di Cagliari.

Nel 1921 si riorganizzò la sezione del PRI sotto la guida di Mastio, intestata a Mazzini, di cui sarà poi segretario anche Pintus. Dall’autunno del 1923 è corrispondente da Cagliari della ‘Voce Repubblicana’ e scrive circa 24 articoli, tra cui alcuni molto duri sul delitto Matteotti, alla cui vedova espresse la solidarietà sua e dei repubblicani di Cagliari.
Tra gli articoli una intervista all’on. Emilio Lussu del 4 marzo 1924 sui propositi del Partito Sardo d’Azione per le elezioni (che saranno le ultime formalmente libere in Italia).
Era segretario della sezione repubblicana il 15 marzo 1925, quando nella sede del giornale del Partito Sardo d’Azione, ‘Il Solco’, repubblicani e sardisti commemorarono Mazzini e l’oratore fu Mastio.

Pintus fu uno dei più duri contro i transfughi sardisti o repubblicani che aderirono al fascismo

Si laureò in Giurisprudenza all’Università di Cagliari il 29/3/1925.

Con Lussu fu amico fino alla morte, pur con momenti di dissenso per alcune sue posizioni e scelte.

Nel dicembre 1926 proprio per i fatti relativi all’arresto di Lussu, che si era difeso da un assalto fascista nella sua casa, uccidendo un aggressore, fu diffidato.

Pur dopo l’assegnazione di Lussu al confino di Lipari (dove si trovava anche Carlo Rosselli, con il quale progettò ed attuò la memorabile fuga del 1929 e fondò poi a Parigi il movimento antifascista ‘Giustizia e Libertà’), Pintus continuò a tenere corrispondenza con lui e divenne il referente sardo del movimento repubblicano, democratico, liberalsocialista parigino (i delegati per ‘Giustizia e Libertà’ a nome del Partito Sardo d’Azione, sciolto dal fascismo insieme al suo giornale ‘Il Solco’, per Sassari e Nuoro erano Luigi Battista Puggioni e Dino Giacobbe), in contatto stretto con Francesco Fancello che si trovava a Roma..

Per questo fu arrestato il 18 novembre 1930 e, con sentenza del tribunale speciale in data 27 giugno 1931, fu condannato a dieci anni di reclusione e tre anni di vigilanza speciale di pubblica sicurezza.

Scontò la pena nelle carceri di Nisida e poi di Civitavecchia, dove si ammalò gravemente.

Il 17 novembre 1935, dopo cinque anni di detenzione, fu liberato per un sopravvenuto indulto e rientrò a Cagliari con libertà vigilata per tre anni.

Nel 1932 era stato cancellato dall’ordine degli avvocati, per servilismo fascista, e dovette esercitare in modo ufficioso presso studi di amici, appoggiandosi alla famiglia amatissima, che con fierezza e dignità gli era stata e gli sarà sempre vicina.

Si era affievolito nei primi anni ’40 l’interesse per il PRI, per avvicinarsi più strettamente alle posizioni di Lussu, sardiste, gielliste, socialiste autonomiste, ma conserverà sempre il rigore etico e la fermezza nella pregiudiziale repubblicana.

Alla caduta del fascismo, Pintus fu in prima linea per la ripresa democratica di Cagliari e della Sardegna. Entrò nell’ottobre 1943 nella redazione di ’L’Unione Sarda’, con direzione di Jago Siotto, al quale succederà nell’aprile 1944, lavorando gratis e nelle condizioni drammatiche e inimmaginabili dell’epoca.
Collaborava anche con ‘Il Solco’, l’organo rinato del Partito Sardo d’Azione, sul quale affrontò i temi dell’autonomia e del federalismo, fondamentali e necessari per la rinascita e lo sviluppo della Sardegna, rigettando, come Lussu, sempre seccamente e duramente ogni tendenza separatista o indipendentista, come estranee alla storia democratica sarda e italiana di origine mazziniana e cattaniana e alle radici storiche dello stesso Partito Sardo d’Azione nato dal vento delle trincee, dai combattenti della prima guerra mondiale, che era stata l’ultima guerra risorgimentale, per completare l’unità con la liberazione di Trento, Trieste, Gorizia..

Nella scia di Lussu, aveva aderito al Partito d’Azione, che veniva chiamato in Sardegna ’Italiano’, per distinguerlo da quello ‘Sardo’, il Partito di Parri, La Malfa, Calogero, Lussu, Galimberti, che fu protagonista della Resistenza e della ripresa democratica dell’Italia e della vita politica italiana negli anni fondamentali della transizione tra il 1943 e il 1947 (gli anni della sua parabola storica), anni che videro comunque la fine del nazi-fascismo, della monarchia, l’avvento della Repubblica sognata dal Risorgimento mazziniano e cattaniano, la stesura della Costituzione, che, per la prima volta nella storia istituzionale d’Italia, dava largo spazio ai principi e ai valori dell’autonomismo e del regionalismo, con la concessioni di statuti speciali alla Sicilia, alla Val d’Aosta, al Trentino-Alto Adige, alla stessa Sardegna.
L’adesione convinta ed entusiasta di Pintus nasceva anche dal richiamo che il Partito d’Azione aveva anche nominalmente fatto dell’azione e del pensiero di Giuseppe Mazzini, che aveva fondato nel 1853 il primo Partito d’Azione, ponendosi quindi come forza programmatica di un ‘Secondo Risorgimento’..

Accanto all’impegno giornalistico Pintus aggiungeva quello nella segreteria della Concentrazione Antifascista nella Provincia di Cagliari e quello organizzativo del Partito Italiano d’Azione, che si diffuse in tutta l’isola con l’apertura di tantissime sezioni, distinte e autonome da quelle del Partito Sardo d’Azione, con un respiro culturale, politico, ideale molto più ampio di quello ristretto e regionale dei sardisti, per la presenza di tradizioni politiche di livello non solo nazionale, ma europeo, quali quelle che si erano maturate nel periodo antifasciste, come Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli a Parigi, il Liberalsocialismo di Calogero e Capitini, la tradizione democratico-repubblicana di la Malfa e Parri.

Nel Comitato Regionale di Liberazione eletto a Macomer nell’ottobre 1943 rappresentò con Mario Berlinguer il Partito Italiano d’Azione, mentre Pietro Mastino e Salvatore Sala rappresentavano il Partito Sardo d’Azione e Michele Saba e Gonario Pinna il Partito Repubblicano Italiano.

Rivendicò profeticamente (e tante cadute del tono etico dell’Italia repubblicana furono e sono ancora oggi legate alla non intransigenza, che poneva Pintus) le ragioni morali e politiche dell’epurazione” «Il popolo italiano non è dunque colpevole, come si afferma. I colpevoli, senza discriminazioni possibili, sono soltanto i fascisti, di tutte le risme, di tutte le gradazioni, di tutte le condizioni sociali, che attivamente o passivamente aderirono alla scellerata politica mussoliniana. Non soltanto quelli che hanno ucciso, ferito o rubato, ma anche quelli che in un modo o in un altro hanno seguito pecorilmente la catàbasi del fascismo senza essersi macchiata la fedina penale con reati contemplati e puniti dal codice. Orbene, non è politicamente onesto fare di ogni erba un fascio, o, il che è lo stesso, mettere dentro un calderone tutti gli italiani, fascisti ed antifascisti, ed attraverso un laborioso processo di purificazione trarli poi tutti a salvamento puliti, senza peccati, senza rimorsi, senza macchia e... senza paura.”
“Il regime non si sarebbe affermato e per conseguenza non avrebbe portato il paese nel fondo del baratro se i fascisti che oggi conclamano di essere stati sempre... antifascisti avessero incrociato le braccia in dignitosa resistenza passiva, se gli industriali, i commercianti, i più alti funzionari, i professionisti, i docenti fossero rimasti in piedi, armati solo di umana dignità, invece di accosciarsi — chi più chi meno — in una postura invereconda di acquiescenza e di vigliaccheria [...]. Non si confonda — per spirito di male intesa fratellanza e di generosità — il processo giudiziario col processo politico [...]. Segnino il passo, dunque, i fascisti e non si illudano. In politica gli errori si scontano, sempre. Ma noi non commetteremo errori così ingenui. Faremo piazza pulita dei residui del fascismo che si annidano indisturbati o protetti in ogni dove. La memoria, per fortuna, ci assiste [...]. Lontana è dall'animo e dal pensiero di tutti gli antifascisti, degni di questo nome, l'idea della vendetta. Giustizia per tutti e verso tutti è la nostra parola d'ordine. Ma, prima di accingersi all'opera di ricostruzione e di risanamento, deve essere affermata contro tutte le insidie la necessità inderogabile di precisare le posizioni, le responsabilità, i diritti ed i doveri di ognuno.
E soltanto noi [...] antifascisti che mai tentennammo, sorretti — in mezzo alle amarezze ed alle irrisioni di ogni genere — dalla certezza della bontà della nostra causa ed illuminati dalla speranza di poter contribuire alla realizzazione di una più alta giustizia sociale; soltanto noi abbiamo il diritto, oggi, di parlare per l'Italia e dell'Italia». (1)

Alla luce di questi principi Pintus operò nel comitato comunale di liberazione di Cagliari, che aveva avviato la epurazione.

Per la coerenza ideale e antifascista Pintus fu scelto come sindaco di Cagliari e tale restò dal 9 ottobre 1944 al 17 marzo 1946.
Per 17 mesi, lavorando con la sua religione del dovere di origine mazziniana, si dedicò tutto alla città, non avendo tra l’altro una sua famiglia, per incominciarne a curare le tragiche ferite causate dal fascismo sciagurato nella sua folle avventura bellicista.

Così fu detto dall’Unione Sarda alla sua uscita di scena come sindaco ” «Non è agevole prevedere quale esito avrà la nuova crisi che il sistema elettorale e la volontà degli elettori hanno creato per la nostra Città, ma qualunque sia per essere il risultato ultimo dei recenti comizi, non pare dubbio che amici ed avversari debbano riconoscere in Cesare Pintus quello spirito di sagrifizio e di comprensione che gli ha consentito di poter condurre senza scosse e senza rischi il Comune di Cagliari sino al ristabilimento democratico dell'amministrazione, attraverso mille difficoltà ed amarezze, in una città ove è più acceso lo spirito critico che il desiderio di attenuare, con il consiglio e la collaborazione, le difficoltà.
«Profondamente democratico per istinto e per cultura, fondamentalmente buono e generoso, educato alla severa scuola ideale del grande Maestro, animo collaudato da molte sofferenze, Cesare Pintus ha dato alla nostra Città il meglio delle sue forze, e tutto il suo tempo. Da lui sarebbe stato ingiusto pretendere la soluzione dei problemi cittadini, sia per la gravita dell'ora sia per la provvisorietà dell'ufficio: ma chi scrive può affermare che a questo giornale, ove ogni giorno giungono proteste ed accuse contro tutto e contro tutti, non è mai pervenuta una parola che suonasse critica e deplorazione per Cesare Pintus che trasse incitamento e conforto per l'opera sua da un innato istinto di bontà e da una ferma volontà di vincere ogni ostacolo, sorretto nel difficile ingrato ufficio dagli amici che gli furono per tanti mesi vicini in una solidale opera d'intensa, fraterna collaborazione.
«Cesare Pintus non ha lesinato per il benessere della Città nulla che egli potesse fare: è giusto che da queste colonne vada a lui un saluto che significhi plauso e gratitudine». (2)

Non aveva condiviso la decisione, voluta soprattutto da Lussu per motivi strumentali nella sua battaglia ideologico-politica di leadership dentro il Partito d’Azione, dell’unificazione organizzativa tra Partito Sardo d’Azione e Partito Italiano d’Azione , con la scomparsa delle sezioni di quest’ultimo in Sardegna, vedendo in questa evento un impoverimento, un disseccamento dei germi di modernità, di apertura di cultura politica che poteva implicare la presenza organizzata in Sardegna del Partito Italiano d’Azione, pur sempre in rapporto fraterno e dialettico con il Partito Sardo d’Azione.

Comunque seguì Lussu nel Partito Sardo d’Azione e si presentò alle elezioni del 1946 per la Costituente nella lista che vedrà l’elezione di Emilio Lussu e Pietro Mastino.

Fece il suo dovere anche alle elezioni del 1948, che videro il Partito Sardo d’Azione prendere il 10 per cento e 61.000 voti e l’elezione di Giovanni Battista Melis alla Camera e Luigi Oggiano al Senato.

Ormai gravemente ammalato e vicino alla morte, non potè partecipare al IX Congresso del Partito Sardo d’Azione, che si ricordo di lui tuttavia e lo onorò in tutte le sue componenti.

Ricoverato al Sanatorio’Agnelli’ in Piemonte, morì il 1 settembre 1948 a 47 anni.

Dirà il cattolico ’Corriere dell’Isola “La Sardegna perde indubbiamente con lui uno dei suoi figli più generosi e fedeli”.(3)

NOTE
1) Gianfranco Murtas (a cura di), Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano, Alternos, Cagliari, 1990, pp. 26-27
2) Ibidem, p. 33
3) Ibidem, p. 36
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