www.liberalsocialisti.org/ news/ Altra Italia. Alessandro Levi (1881-1953), socialista liberale, filosofo del diritto, antifascista.

Altra Italia. Alessandro Levi (1881-1953), socialista liberale, filosofo del diritto, antifascista.

Una delle più nobili figure della storia civile dell'Italia del Novecento e della Resistenza, del consapevole resistere alla dittatura in nome della Giustizia e della Libertà, servite con personale coraggio e spirito di sacrificio.

Era nato a Venezia nel 1881 da famiglia della borghesia ebraica. Il padre, Giacomo, era direttore delle Assicurazioni Generali, la madre Irene Levi Civita era sorella di Giacomo Levi Civita, sindaco di Padova all’inizio del Novecento. Studiò alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova e si laureò nel 1902 con una tesi su ’Delitto e pena nel pensiero dei Greci’, che uscì in volume dall’editore Bocca ed ebbe tra l’altro una recensione di Georges Sorel nella ’Critica’ di Benedetto Croce. Fu fedele al positivismo critico di Roberto Ardigò, che, insieme ad Achille Loria, lo avvicinò al socialismo di Turati.

Studioso del pensiero democratico, collaboratore assiduo di “Critica Sociale”, imparentato a Ernesto Nathan, sindaco di Roma (aveva sposato Sarina Nathan, nipote di Ernesto) e a Claudio Treves (sua sorella aveva sposato il Treves), notoriamente estimatore di Turati, amico dei maggiori rappresentanti del socialismo italiano, in ottimi rapporti personali con uomini come Croce, Casati, Salvemini, Calamandrei, fu subito, fin nei primi anni dell'avvento del fascismo al potere, tra i sospettati e sorvegliati, o almeno, in un primo tempo, invisi.

Ma tra il 1923 e il 1926 tale rischiosa posizione si fece sempre più pericolosa per il militante antifascismo del Levi.

Autore di opuscoli firmati sulla Libertà e la sua difesa, opuscoli subito sequestrati; sovvenzionatore di pubblicazioni stampate in tipografie clandestine, poi legato a « Non mollare » e a « Giustizia e libertà », di Salvemini, Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, subì fermi e perquisizioni domiciliari numerosi.

Piccolo, fragile, inerme, mentre le violente squadre nere presidiavano Firenze nel primo anniversario della morte di Matteotti, ebbe il coraggio di recarsi — il 10 giugno 1925 — a portare un significativo fascio di garofani rossi al monumento a Garibaldi in Lungarno.
In tale occasione, l'immediato arresto valse a salvarlo dalla reazione degli squadristi.

Nel 1938, come ebreo, fu allontanato dall'insegnamento, ma già prima la sua carriera universitaria, pur circondata da grandissimo prestigio, fu amministrativamente resa difficile (soltanto dopo la caduta del regime fascista fu richiamato all'insegnamento e trasferito alla cattedra di Firenze).

Grazie a relazioni internazionali, specie col mondo inglese, cui i Nathan erano legati, riuscì a mantenere i contatti tra gli esponenti dell'antifascismo: con i Rosselli, suoi lontani parenti, i nipoti di Treves, figli di Claudio, dal 1938 riparati in Inghilterra, nonché con Salvemini (una volta fu «fermato » in quanto destinatario di una lettera di Salvemini).

Nel secondo semestre del 1940 venne confinato a Pescara.

Dopo i 40 giorni di Badoglio, fu avvertito da amici fidati che le SS stavano per imprigionarlo; fuggito, riparò fortunosamente in Isvizzera, dove, con Einaudi ed altri, insegnò nel Campo universitario per i profughi dall'Italia.

Fiorentino d'adozione, la sua casa di via dei della Robbia 23 fu rifugio e recapito per moltissimi socialisti in periodo clandestino e no.

Studioso egregio, autore di pregevoli opere di Filosofia, Filosofia del diritto, Storia della filosofia, Storia delle Dottrine Politiche, insegnò Filosofia del Diritto nelle Università di Catania, Parma, Firenze.

Fu, nei suoi ultimi anni, membro dell’Accademia Nazionale dei Licei.

Morì a Firenze nel 1953.

L’Università degli Studi di Firenze istituì dopo la morte il ’Premio Alessandro Levi’. Nel 1958, ad esempio, la Commissione composta da Norberto Bobbio, Eugenio Garin, Pietro Piovani, assegnò il un premio di un milione di lire ad una monografia di Filosofia del Diritto inedita, scegliendo il lavoro del dott. Biagio De Giovanni ”Filosofia e diritto in Francsco D’Andrea. Contributo alla storia del previchismo.”

Nel 1974 la rivista del socialismo riformista italiano, fondata da Turati, ”Critica Sociale’, gli dedicò un numero monografico con questo indice:

-Piero Treves, Alessandro Levi : dal Risorgimento al Socialismo, dal Socialismo al Risorgimento.

-Wery Well (Claudio Treves), II suo « Mazzini ».

-Norberto Bobbio, Il suo « Cattaneo ».

-Renato Treves, La sociologia del diritto.

-Vittorio Enzo Alfieri, Lo studioso del mondo classico.

-Giorgio Sorci, Delitto e pena nel pensiero dei greci.

-Eugenio Artom, Il problema della storia e il socialismo.

-Guido Fassò, Lo storico della filosofia del diritto.

-Pietro Piovani, Le riflessioni sulla giustizia.

-Piero Calamandrei, Un vecchio amico.

-Rodolfo Mondolfo, Il socialista.

-Vittorio Frosini, L'anticrociano.

-Enrico Bassi, L'incontro con un « giovane muratore socialista ».

Pagine di Alessandro Levi su Anna Kuliscioff su Filippo Turati

-Arduino Agnelli, Il « Turati » di Levi.

- Tra le sue opere “Ricordi dei Fratelli Rosselli”, uscito nel 1947, ristampato nel 2002 dal Centro Editoriale Toscano, Firenze, pp.250, con introduzione di Simon Levis Sullam e postfazione di Lea Campos.

Nel numero di dicembre 1953 della rivista ’Il Ponte’ di Firenze, diretta da Piero Calamandrei, pagine 1633- 1634, vi è un ricordo del direttore essenziale e penetrante.

“Non è questa la sede per dire di lui studioso e maestro di scienza filosofica e giuridica. Qui vogliamo soltanto ricordare che, quando lo squadrismo fiorentino cominciò a insanguinare le strade, egli si trovò tra i primissimi, insieme con Carlo e Nello Rosselli, con Salvemini, con Ernesto Rossi, con Nello Traquandi e con molti altri, in quel gruppo di uomini liberi che fondarono il « circolo di cultura », dal quale, dopo che fu distrutto dai fascisti alla fine del 1924, uscì il primo foglio clandestino dell'antifascismo, che fu il « Non Mollare ».

Da allora, serenamente passando attraverso violenze di sicari e persecuzioni di polizia, egli scelse e seguì, tra la via della aperta ribellione e del fuoruscitismo e quella del conformismo acquiescente, il cammino non facile della resistenza in patria: dando agli studenti (tra i quali rimase, ascoltatissimo professore di filosofia del diritto all'Università di Parma, fino a quando nel 1938 il razzismo gli strappò la cattedra), l'esempio di quella dignitosa intransigenza, continuata per venti anni nel giornaliero arduo rifiuto d'ogni patteggiamento colla viltà, che fu tra i giovani, a lunga scadenza, una delle semenze della riscossa.

Mandato al confino nel 1940 e poi, nel 1943, costretto a trovar scampo in Svizzera, mantenne, anche attraverso le prove tragiche di quel periodo, quella stoica pacatezza di giudizio di fronte ai persecutori, di cui sono altissimo documento le pagine, misurate e probe anche nello stile, di quei suoi ‘Ricordi di giorni penosi’, che presto potremo rileggere nella raccolta che si sta preparando dei suoi scritti minori.

Socialista fin dalla prima gioventù (quando, durante la prima guerra mondiale, fu consigliere comunale della sua Venezia) riprese, dopo la liberazione, il suo posto di socialista nella vita politica di Firenze, ove finalmente l'Università fiorentina potè aver l'onore di chiamarlo a insegnare in questa sua patria di elezione.

Ma non fu mai militante di fazioni: era una coscienza troppo limpida per concepir la lotta politica separata dalla libertà di crìtica e dalla coerenza morale.

Il suo marxismo non fu mai grettamente conformista, si temprò al positivismo di Carlo Cattaneo, si riscaldò all'idealismo di Giuseppe Mazzini.

Fu socialista per tradizione familiare (era cognato di Claudio Treves, e congiunto dei Rosselli), ma soprattutto fu socialista per vocazione di coscienza: quel senso di solidarietà verso la miseria e di operoso altruismo, che in certi periodi felici ha dato al socialismo la forza di una religione, fu da lui messo in pratica in quotidiano apostolato di generosità verso chiunque si rivolgesse a lui per consiglio e per aiuto.

La delicata gentilezza con cui sapeva andare incontro ai bisogni altrui, la stessa accogliente spontaneità della sua conversazione ce lo fanno ricordare, ora che non c'è più, quasi come il cittadino esemplare di una società pacifica, quale egli la sognò per l'avvenire di uomini liberi e affratellati nel socialismo.

In un suo pensoso saggio del 1943 scrisse che il senso della giustizia ha la sua radice nella partecipazione al dolore degli altri; e nel 1951 scelse per un discorso universitario un tema che parve fatto per riassumere il credo di tutta la sua vita: « l'elogio della ragione ».

Dolore e ragione; giustizia e libertà: i due termini della sua filosofia.

Per questo egli fu così vicino, e non solo per parentela, ai Rosselli.

Sapeva, nell'ultimo anno, che il suo cuore era incrinato; ma non rallentò, come gli amici gli raccomandavano, la sua attività: sapeva che la vita è fatta per essere spesa, fino all'ultimo respiro, per il bene degli altri.

Il 6 di settembre, reduce da un congresso di filosofia a Bruxelles, interruppe il viaggio di ritorno con una sosta a Berna. Seduto sul letto, si riposava leggendo: anche la lettura, questo colloquio di pensieri, è una forma di altruismo. La signora Sara lo lasciò che leggeva: quando tornò, dopo pochi istanti, egli era ancora fermo così: ma il libro gli era scivolato di mano.

Il volume che gli era più caro, l'unico che riuscì a portare con sé quando espatriò in Svizzera, era (come racconta nei suoi ‘Ricordi’) i ‘Saggi’ di Montaigne. Forse era questo il libro che gli scivolò di mano quando il suo cuore si fermò: aperto a quel capitolo 19 del Lib. 1° che si intitola: «Philosopher, c'est apprendre a mourir ».
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