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La nascita di 'Unità Popolare' nel 1953 nei ricordi di Giorgio Parri e Bruno Zevi



2 novembre 2008.
BRUNO ZEVI
"La ‘Legge-truffa’ del 1953
«Vi chiedo di ascoltarmi per dieci minuti, non più. Sono venuto qui non per far propaganda a qualche partito, ma semplicemente per spiegarvi il meccanismo liberticida di una legge elettorale votata a sorpresa qualche settimana fa, e subito applicata in modo che i cittadini non avessero il tempo di capirne il significato. Neanch’io l'avevo capito, ma quando alcuni amici me lo hanno spiegato, ho deciso di abbandonare ogni altra occupazione per girare disperatamente l’Italia al solo scopo di illustrarvi di che si tratta.
Dunque, attenzione!
a) Stabilire un premio di maggioranza è, in sé, perfettamente legittimo. Se un partito ottiene il 50 per cento più uno dei voti, perché non dargli un premio, in modo che la sua prevalenza parlamentare, già acquisita, sia un po' rafforzata ? Le regole democratiche non risultano inficiate da un dispositivo del genere, come si constata in molti paesi stranieri. Ma - ecco il primo punto - in Italia, oggi, nel 1953, nessun partito è in grado di ottenere il 50 per cento più uno dei voti.
Allora, cosa hanno escogitato ?
b) Una coalizione di partiti: DC, PSDI, PRI, PLI messi insieme. È male? In linea di principio, no. Se i quattro partiti avessero elaborato un programma comune, valido per l’intera legislatura e s’impegnassero a governare unitariamente per realizzarlo, la coalizione potrebbe essere interpretata come equivalente a un solo partito, sia pure di varie sfumature, e il premio di maggioranza sarebbe ammissibile. Ma questo non è affatto il caso. Perciò l'imbroglio, la truffa!
c) La coalizione non ha un programma comune e non implica l’impegno dei quattro partiti a restare solidali per un quinquennio.

La legge maggioritaria è un mero espediente per carpire il premio e poi dividerselo in quattro fette. Con quale criterio se lo vogliono dividere ? La proporzionale, cioè percentuali rapportate al numero di voti ottenuti da ciascun partito.
Attenzione! Qui sta lo scandalo!
Perché, se la DC raccoglie il 38 per cento dei suffragi e la coalizione il 50 per cento più uno (con il 12 per cento più uno dato al PSDI, al FRI e al PLI), scatta il premio, e la fetta assegnata alla DC porta i suoi deputati dal 38 al 51 per cento. A questo punto, la DC non ha più bisogno dei suoi alleati, li ha strumentalizzati per le elezioni, può prenderli a calci o liquidarli cortesemente, ma comunque può seguitare a comandare senza remore e controlli, a spadroneggiare per altri cinque anni!».

Durante decine di comizi ho fatto simili «conti della serva» in pubblico, e non c'è stata volta in cui non siano suonati una rivelazione sbalorditiva.
Unità Popolare formata da scissionisti socialdemocratici, repubblicani e liberali, guidati da Ferruccio Parri e Piero Calamandrei, ci riciclò nella lotta politica, sei anni dopo la fine del Partito d’Azione.
Nell’agenda del 1953, ritrovo alcune date.
Sabato 16 maggio: comizio all'università di Roma. Pomeriggio: piazza Bologna.
Domenica 17: comizio a Campobasso.
Domenica 24: Foligno.
Giovedì 28: Roma, piazza Santa Maria Liberatrice.
Lunedì 1 giugno: Roma, Madonna dei Monti.
Martedì 2: Trento, sala della Filarmonica.
Mercoledì 3: Venezia, presso il ponte di Rialto.
Giovedì 4: Portogruaro. Pomeriggio: San Daniele del Friuli. Ore 21: Gorizia.
Venerdì 5, pomeriggio: Treviso. Ore 21: Venezia... Appena qualche tappa di quel febbrile itinerario. L’agenda ne registra poche: peregrinavo infatti con un «foglio di marcia» della segreteria di Unità Popolare, compilato evidentemente da qualcuno privo di nozioni geografiche. Non era possibile, invero, tenere un discorso a Nettuno, la mattina alle ore 10 e allo stesso giorno parlare a Montebelluna, senza possedere un aereo privato.
I miei allievi dell’Istituto Universitario di Architettura a Venezia fecero miracoli. Erano socialisti o comunisti, non avrebbero votato per Unità Popolare; tuttavia, galvanizzati dall'entusiasmo del loro professore trentacinquenne, mobilitavano famiglie e amici, annunciavano i miei comizi con megafoni durante tutta la giornata, bloccavano le vie d'uscita delle piazze, o intrattenevano il pubblico in attesa con happening d’ogni genere.
Una riunione di intellettuali ebbe luogo al Ridotto del Teatro Elìseo, Carlo Levi l’aprì con un intervento pacato e avvincente, con parole che sembravano «pietre», Vitaliano Brancati e Alberto Moravia figuravano tra i dieci oratori previsti ma, all’ultimo momento, rifiutarono di salire al tavolo della presidenza. Infuriato, gridai che la paura di perdere un contratto con una casa cinematografica o con un editore americano era chiaro sintomo del terrorismo provocato dalla legge-truffa.

Comizio di chiusura a Venezia. In campo Sant'Angelo, fissato per le ore 21.30. Arrivai con due ore di ritardo perché, improvvisamente, da Roma stabilirono che dovevo concludere la campagna elettorale anche a Padova. Pensavo di non trovare nessuno a Sant'Angelo, tanto più che, nelle settimane precedenti, avevo battuto ogni sestiere della città, da San Polo alla Giudecca.
Viceversa, sedute per terra, vidi centinaia di persone, studenti e amici. Ne fui talmente commosso che approntai un discorso tutto diverso, rievocando Carlo Rosselli, il suo slogan «Oggi in Spagna, domani in Italia»; poi, dissi che saremmo stati sconfitti, i truffatori avrebbero vinto, l’Italia, tornata a essere una nazione irrespirabile, avrebbe di nuovo perduto i suoi figli migliori, costringendoli all’esilio. Fu uno sfogo irrazionale, motivato dalla stanchezza e dall’istinto di esorcizzare gli incubi sul futuro della democrazia italiana. Abbracciai molti cui luccicavano gli occhi.

Qualche giorno dopo, rivisitai la sede del movimento, in piazza Esedra. Stavano scaricando enormi pacchi, provenienti da Firenze, che contenevano complicatissimi manifesti a colori. Non sarebbero mai stati affissi. Ne presi uno, che conservo tra i ricordi più cari di quella paradossale, iinebriante parentesi di vita.
(da Zevi su Zevi, Marsilio Editore, Venezia, 1993, pp.70-71

GIORGIO PARRI
Giorgio Parri, Un ricordo sulla nascita di Unità Popolare (14 ottobre 2008)
Putiferio al Senato: passa la legge-truffa. Il capitano dei carabinieri di servizio propone un immediato raid in aula con logico fermo dei cattivi.
Il generale o colonnello Luca (quello che a suo tempo aveva “spedito” Giuliano) non prende sul serio gli strilli senatoriali, per poi raccontare a tempo debito di aver preso per il colletto il subordinato troppo zelante.

Il genitore (Ferruccio) torna a casa molto perplesso: per fortuna arrivano immediatamente Vindice Cavallera e Bonomi, con in testa quello che diventerà ‘Unità Popolare’. Espongono i calcoli elettorali, la strategia, chi arruolare e chi mollare.
Convincono il genitore, si attaccano al telefono. Logicamente non vi è una lira in cassa. Adriano Olivetti immediatamente avvisato decide di presentarsi per ‘Unità Popolare’ nel collegio di Biella, dove spedisce un suo fedelissimo funzionario della pubblicità aziendale.

Il tutto fra la riprovazione generale: come osate essere così cattivi ? State dando una pedata alla zuppiera, rovinate le nostre bellissime posizioni - magari create il giorno prima. Nascono così odi che ogni tanto riemergono. Ci voleva allora quanto meno una faccia di bronzo.

Cavallera passa la voce all’indimenticabile Pierluigi Sagona, che immediatamente arruola gli avvocati Andrea De Gasperis, Marcello Malatesta, Costante Armentano, Marcello Tarasconi, utilissimo perché campione di lotta greco romana, Cesco Nigro, Ozzo, Comandini, Gallo Granchelli, De Luca. Arriva l’architetto Piccinato, nonché l’approvazione e simpatia del professor Cerquetti, propugnatore dell’elettroschok con le inevitabili battute.
Il problema finanziario viene immediatamente risolto da Nellino Santi, il più buono e generoso di tutti: uomo di genio ora dimenticato, tanto generoso quanto brillante e capace.
Mi attacco al telefono e Nellino invia immediatamente un assegno. Esattamente come aveva provveduto qualche anno prima per la creazione della F.I.A.P. e come farà in prosieguo per l’Astrolabio, pubblicazione questa mandata avanti nei primi anni gloriosi dall’amico mai ringraziato.
Tra le figure di spicco occorre annoverare quelle di Franco Lisi, brillante giornalista nonché nipote di Gaspare Ambrosini, di Cossu dirigente dell'ispettorato del lavoro, del calabrese Minniti, cancelliere capo del tribunale di Roma, del musicologo Silvio Pronti, di Stella del ministero esteri, di Panni della filarmonica, di Mario Del Viscovo futuro docente universitario. E inoltre Giovanni Romano dirigente delle ferrovie, ancora dello Stato, seguito da tutta la sua famiglia, nonché da un nutrito gruppo di ferrovieri suoi seguaci. Il regista Roberto Scarsella, gli avvocati Boazzelli padre e figlia, il commercialista Carlo Alberto Carletti.

Tutti insieme per demolire l’avversa congiura del silenzio. Il muro di gomma. Bruno Zevi nel terrore generale dei benpensanti (tutti quanti o quasi) osò proporre e sostenere la ricostituzione del Partito d'Azione: e tanta fu la paura.

Nel frattempo a Milano si muoveva Guido Bersellini, che raduna i dispersi superstiti del Partito d’Azione quali gli avvocati Albasini Scrosati e Canotti, nonché il giornalista Massimo Fabbri, il commercialista Zavanella.

Primissimo tra i primi è Giulio Alonzi, ufficiale nella prima guerra mondiale, collega del genitore al ‘Corriere della Sera’, amico perenne.

Inoltre i due fedelissimi Giovanni Mira e Fernando Santi. Quest’ultimo sindacalista coprì a sinistra l’iniziativa: cosa questa indispensabile in un paese dove il piccolo deve obbligatoriamente farsi mangiare dal grande, al caso ringraziandolo per l’onore. Situazione non del tutto cambiata. Il pesce piccolo è diventato sommamente indigesto, se non inguaribilmente velenosissimo.
Nel trambusto generale la sola F.I.A.P., affidata alle saggissime mani di Marco De Meis, rimase zona libera, unico porto franco nei litigi generali.

Infine mio padre aveva lasciato la scorta autista a Roma: il maresciallo P.S. Guido Cresti. Costui si mette spontaneamente a disposizione di Sagona e soci. Li scorazza avanti e indietro nel Lazio di notte come sotto il solleone. Li trasporta, li scorta, li protegge, sordo alle intimazioni dei superiori, che pervicacemente gli fanno presente quale sarebbe stata in ogni caso la sua fine.
Non fece una piega: gli fecero mille stupidi dispetti. Il bello è che il Cresti proveniva dalla P.A.I. (polizia africa italiana), pupilla dell’occhio del Ministero Interni, agli antipodi di quella partigiana."
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