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Nicola Terracciano, Il mio percorso etico-politico

20 luglio 2010.
Nei destini personali e nelle scelte profonde esistenziali credo che esistano eventi, che incidono decisivamente, a partire dai contesti storici, dalle caratteristiche degli ambienti nei quali si aprono gli occhi, dalle prime esperienze di vita.

Nella linea profonda del risveglio, della consapevolezza, del dovere del mio impegno etico-politico si pone e si porrà sempre la scoperta che mi turbò e mi ha turbato e mi turberà fin che vivrò della nota accanto alla registrazione comunale della mia nascita: ’Nicola Terracciano, nato a Parete, provincia di Caserta, il 19 gennaio 1944, suddito (non ‘cittadino’), di razza ariana, figlio di Pasquale, di razza ariana e di Ferraro Anna, di razza ariana’.

Sono nato sotto un regime monarchico ancora sostanzialmente impregnato di fascismo e di antisemitismo (col complice storico di Mussolini, re sabaudo, Vittorio Emanuele III), pur formalmente liberato dalle truppe alleate (americani, inglesi), il cosiddetto ’Regno del Sud, col Centro - Nord ancora ferocemente fascista e filonazista, con la famigerata Repubblica di Salò, e con Mussolini e Hitler ancora vivi e vegeti, in uno degli anni più tragici della storia umana, quando la II guerra mondiale era ancora nel suo pieno svolgimento e non era chiaro ancora il suo esito, ancora il nazismo imperversava in tanti territori europei e i camini dei campi di sterminio, di Auschwitz in particolare, fumavano, consumando la più demoniaca esperienza della storia dell’umanità, con lo sterminio in particolare di 6 milioni di ebrei, di cui la Germania nazista, l’Italia fascista, il Giappone nazionalista, i loro alleati, e tutti quelli che l’hanno culturalmente preparato nei secoli (in primis i cristiani cattolici, luterani, ortodossi col loro martellante antisemitismo) o sono stati spettatori passivi e quindi complici per la loro parte di responsabilità (NESSUNO E’ INNOCENTE nella storia degli uomini, giacchè essa, la storia, nel bene e nel male, la facciamo tutti, uno per uno, nessuno escluso) devono, dovranno per sempre rendere conto di fronte alla storia, all’umanità, senza irrazionali, assurdi, disumani rimozioni o ‘perdoni’ (che solo le vittime, che non ci sono più, potrebbero dare).

Ho riassunto le ragioni di quotidiana, personale responsabilità etico-storico-politica in un volantino che preparai da consigliere comunale liberalsocialista di sinistra per una manifestazione di ricordo della Shoa a Parete, riprendendo alcuni passi di alcuni sopravvissuti dell’Olocausto:

“27 gennaio 1945 - liberazione del campo di Auschwitz -27 gennaio 2003 - giornata della Memoria
Su una lapide vicino all'ingresso del campo di concentramento e di sterminio per donne di Ravensbruck sono incise le parole dettate da Anna Sighers per le giovani generazioni, che sarebbero venute in pellegrinaggio:
"Sono le madri e le sorelle di tutti noi. Voi oggi non potreste studiare e giocare in libertà, e forse non sareste neppure nati, se queste donne, con i loro corpi teneri e fragili, non vi avessero protetto, voi e il vostro avvenire, come uno scudo d'acciaio. "

Primo Levi, ebreo torinese, uno dei pochi sopravvissuti di Auschwitz, testimone della tragedia più grande della storia umana, autore di 'Se questo è un uomo', 'Se non ora, quando?', che si è
suicidato vedendo come tanti uomini, troppi, anche dopo Auschwitz, hanno continuato a non capire, a non vedere, a non impegnarsi disperatamente e sono giunti finanche a negare in modo delittuoso la realtà dello sterminio, ha scritto nella prefazione del suo libro più famoso:
(recitare come una laica preghiera, per chi se la sente, liberamente)
" Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi. "

Ha detto Emanuele Ringelbum nel diario trovato sotto le macerie del ghetto di Varsavia: "Bisogna resistere...La cosa non deve ripetersi mai più. "

Nel testamento di una giovane ebrea polacca leggiamo:
" Maledetto l'uomo, il quale dopo aver letto questo, sospirerà e tornerà alla sua occupazione quotidiana...Ricordate e agite. Questa è la nostra preghiera e il vostro dovere. "

Nascevo in una paesello contadino meridionale di millenaria vita precaria, pur mai caratterizzato da fenomeni di emigrazione, per la fertilità del suo territorio di pianura vulcanica e per la sua vicinanza ai mercati di Aversa e di Napoli, immerso in un sostanziale analfabetismo, impregnato e modellato culturalmente dal monolitismo dogmatico del cattolicesimo antisemita, con vistosi fenomeni di disuguaglianza sociale, con la spaccatura di una massa enorme di braccianti, che vivevano in condizioni miserevoli nelle abitazioni, nei vestiti, nell’alimentazione, una fascia di piccoli contadini affittuari che, pur con qualche possibilità di sopravvivenza economica maggiore, condividevano sostanzialmente le stesse condizioni di vita dei braccianti, pochi artigiani al limite delle condizioni di vita di braccianti e piccoli contadini, e un ceto minoritario di professionisti e di padroni di terre, che tendeva a separarsi culturalmente dal maggioritario mondo bracciantile-contadino-artigiano, per affermare e imporre una pretesa superiorità sociale e culturale, con fenomeni rilevati sempre più (e divenuti nel tempo ingiustificabili e insopportabili) di arroganza, di presunzione, mai supportati da vera cultura, da vero merito, da vere iniziative di crescita e sviluppo civile, politico, culturale, economico, se non episodicamente nei comportamenti più rispettabili e umani di qualche suo esponente.

Da questa rilevata, possente, millenaria, ingiusta disuguaglianza sociale, vissuta in prima persona, ma osservata con occhio più consapevole, in quanto figlio di un artigiano (mio padre sarto prima e infermiere capo all’Ospedale Psichiatrico di Napoli dopo, orfano di guerra, che era riuscito a fare con il recentemente scomparso fratello Nicola le scuole fino alle professionali, evento scolastico comunque di rilievo in quel mondo) e di una sarta-contadina (mia madre, figlia di una famiglia di affittuari di terre, comunque capace di leggere e scrivere) è nata in profondità (e continuerà fino alla morte) la mia scelta ’liberalsocialista’, che si è andata nel tempo sempre più precisando, affinando, rafforzando, anche perchè contiene nella sua radice e nelle sue versioni storiche, oltre l’istanza egualitaria e quella repubblicana liberaldemocratica, quella antitotalitaria, antifascista, antinazista, anticomunista, che è una delle sorgenti originarie, come si è detto, del mio indefettibile impegno etico-politico.

Ma il percorso della individuazione delle più persuasive ed incisive vie di impegno etico-politico è stato ed è complesso, tortuoso, sia perché nessuno, come si dice, ‘nasce imparato’ e quindi solo attraverso le insostituibili, personali esperienze, ora sbagliando, ora imboccando strade più giuste, ora fortunosamente facendo incontri personali e di chiarificazioni storiche più decisive, si conquistano livelli più alti di consapevolezza e di incisività delle proprie azioni, sia perché si è nati in un paese, l’Italia, dove la mancanza di coraggio civile, la pratica della simulazione e dell’inganno (questo è il paese delle ‘maschere’), la complicità diretta di alcune delle pagine più vergognose della storia umana (dai crimini cattolici contro le minoranze religiose e il libero pensiero al fascismo, all’arroganza sociale, alla complicità col comunismo stalinista, alla corruzione democristiana e socialista) hanno prodotto (e continuano a produrre) un clima culturale collettivo intossicato e intossicante, per cui, mai come in Italia, è difficilissimo per una nuova generazione avere una certa consapevolezza agevolata degli aspetti almeno fondamentali della complessità e della gravità della situazione storica e delle linee possibili di soluzione di alcuni nodi della storia nazionale, per non parlare di quella europea.

Nella memoria politica più antica si collocano anche gli ascolti attenti di ragazzo dei comizi nella pubblica piazza del paesello e dello scontro fortissimo tra DC e PSI-PCI, con personalità che sapevano attrarre l’uditorio con la loro retorica e il loro ideologismo (più tardi, nella deriva della corruzione democristiana e nel disvelamento della menzogna comunista sono venuti giudizi retrospettivi di possenti complicità e di storici tradimenti).
Mio padre era seriamente democristiano e divenne anche consigliere comunale e assessore, esponendosi ed esponendo anche noi in famiglia ad un sottile odio, anche personale, dei fanatici e ignoranti aderenti social comunisti stalinisti, rimasti tali fino alla fine quasi del PCI in relazione alla rivoluzione del 1989..
Mio padre aveva una riverenza profonda verso De Gasperi e lo vidi piangere (cosa rara nella sua vita difficile e dura) alla morte del grande statista ed era grato a lui perché gli aveva fatto capire il vero significato della libertà, lui che era vissuto nel fascismo dentro un paesello, senza capire nulla e confondeva la libertà come possibilità di muoversi fisicamente da un paese all’altro, ad Aversa o Napoli, che non era vietata.
A livello emozionale sentivo e condividevo le ragioni della sinistra, ma non mi convincevano la violenza verbale, la durezza delle persone, la semplificazione ideologica, che cozzavano contro le più pacate e razionali posizioni di mio padre che faceva notare ad. esempio l’aiuto dato dagli americano con il Piano Marschall.
Nel centro del paese, uno dei ritrovi più noti e preziosi, anche perché fu messa a disposizione poi la televisione, era la sezione DC e lì trovavo spesso mio padre, quando dovevo trovarlo per qualche problema.
Una certa tendenza democristiana in famiglia, come in tantissime altre famiglie, era poi rinforzata dal possente schierarsi della chiesa cattolica locale, dell’azione cattolica locale con la DC, alle quali ero vicinissimo, essendo poi i soli altri luoghi di socializzazione nel piccolo mondo paesano.
Mai ho frequentato e conosciuto la sezione del PCI, sia per un obiettivo clima duro in esso, sia per la contrapposizione ideologica, sia per un fanatismo che ha portato a tenere i quadri di Stalin fino ad anni recenti ed ancora oggi campeggia nella ormai sede dei DS la foto di Togliatti.

L’assorbimento intenso nell’esperienza scolastica sia ad Aversa che a Napoli poi e nello sport che ho coltivato con una passione fortissima e costante (fino ai 30 anni e più) mi hanno fatto vivere la politica come un mondo lontano, sfocato, le cui dinamiche mi erano ignote.
Le prime precisazioni sullo schieramento politico italiano sono state conquistate con l’ascolto delle tribune elettorali televisive, abbastanza vivaci, con i giornalisti che sottoponevano ai vari segretari di partito domande precise e così, accanto alle due forze maggioritarie, presenti nell’immaginario collettivo, quella democristiana e quella comunista incominciarono a delinearsi quelle dei liberali (ricordo Malagodi), dei repubblicani (ricordo Ugo La Malfa), dei socialisti (ricordo Nenni), del movimento sociale, nel suo nostalgico riferirsi al fascismo (ricordo Almirante).

Quando ci trasferimmo a Napoli con tutta la famiglia intorno al 1960, andando ad abitare in un nuovo rione di case popolari tra il Vomero e Fuorigrotta, facevo la seconda liceale al Liceo Classico Sannazaro presso Piazza Vanvitelli al Vomero, uno dei più esclusivi (anche un po’ classista) della città, frequentato dai figli della migliore borghesia napoletana, quindi per me inizialmente difficile, ma che vissi con profitto per la tenacia che mai mi ha abbandonato.
La presenza politica che più avvertivo, ma in modo sfocato, era quella di gruppi neo-fascisti che gravitavano presso le scuole o nelle piazze. L’esperienza politica di Lauro, mezzo monarchico, mezzo neo-fascista, mezzo se stesso, era visto come un fenomeno tra il politico e il folclorico (anche se poi nei fatti storicamente non fu così e lo capii dopo, nelle colpe imperdonabili dell’arretramento storico napoletano).
Il mio impegno civile nel rione era intensamente sociale e religioso ed ero riuscito a divenire un forte punto di aggregazione e di riferimento, che attrasse sia dirigenti democristiani, sia comunisti della zona. Fui avvicinato, fui fatto avvicinare (mi ricordo il prof. Villari, comunista), che mi promisero carriere di partito e amministrative.
Ero troppo assorbito dalla scuola, dallo sport, dalla mia famiglia, dal mio impegno sociale e religioso, ero istintivamente diffidente del governismo spregiudicato democristiano e dall’estremismo comunista per sentirmi a mio agio in quelle proposte.

Le mie prima problematiche politico-culturali risalgono ai primi anni universitari, iscritto alla facoltà di Filosofia, dopo una oscillazione tra la Facoltà di Chimica, di Scienze Biologiche, di Medicina.

Pur avendo incontrato docenti di assoluto valore come Battaglia per Letteratura Italiana, Arnaldi per Letteratura Latina, Brezzi per Storia del Cristianesimo, Cortese per Storia del Risorgimento, Masullo per filosofia morale (nel secondo anno), che introdusse un autore come Feuerbach e che aveva una suggestiva capacità di esposizione logica, l’atmosfera culturale e didattica sapeva di muffa e di chiusura, pensavo e sognavo di evadere da Napoli, di andare alle Università più stimolanti e moderne di Firenze, o Pavia, o Milano (dove viveva mio zio Nicola).

Lo spirito di libertà che caratterizza nel profondo la mia personalità e la mia storia personale si espresse alla fine del secondo anno universitario, quando decisi di partecipare ad un concorso per educatore negli Istituti dell’Enaoli, che si tenne a Roma. Lo vinsi senza nessuna raccomandazione, felice di potermi emancipare anche economicamente.
Se avessi voluto sistemarmi in modo clientelare, avrei potuto facilmente farlo per il valore che aveva allora il diploma di maturità classica e le conoscenze politiche di mio padre. Ma ho sempre reagito inconsciamente a qualsiasi protezione, a qualsiasi cedimento, pur di tenere gli occhi e la testa alti.

Feci tre mesi di corso memorabile nella sede centrale di Via Cassia Nuova a Roma (che mi si aprì come seconda grande città dopo Napoli, ma più grande e universale di Napoli), con docenti di valore, come ad es. il prof. Scoppola.
Impressionati dalla mia intensa esperienza del corso, qualche dirigente dell’Enaoli voleva inizialmente trattenermi a Roma come animatore nella struttura, poi fu deciso il mio trasferimento prima a Porto Garibaldi (Ferrara), presso un collegio marinaro, successivamente a Napoli, successivamente a Trieste, che è stata la terza grande città (dopo Napoli e Roma) veramente cara, così simile nella configurazione geografica a Napoli e così diversa nella sua vicinanza al mondo ancora chiuso dell’Est comunista (ed allora ebbi una prima informazione sia sul campo di sterminio nazi-fascista di San Saba e sulle foibe comuniste), così ricca di stimoli culturali mitteleuropei.

Ricordo ancora le lacrime di mio padre che mi accompagnava a prendere il treno per Ferrara, nel vedermi allontanare, pur contento con la famiglia dei contributi che mandavo ogni mese per aiutare una famiglia numerosa, che gravava tutta sullo stipendio di mio padre.

Non avendo trovato nel faticoso ruolo di educatore esperienze veramente formative e gratificanti, giacchè si avevano libere solo le mattinate, quando i ragazzi erano a scuola, mentre si era impegnati per tutto l’altro tempo, compresa la notte che si trascorreva dormendo in una stanza vicina a quella grande dei ragazzi, decisi di anticipare il militare, in modo da non avere il muro di quella esperienza dopo la conclusione dell’Università.
Il mio spirito libertario rifuggiva dal militarismo, dall’autoritarismo ed ebbi momenti angosciosi di fare l’obiezione di coscienza, che nel 1966 non era riconosciuta.
Poi decisi la protesta di non fare né l’ufficiale, né il sottufficiale, che mi sarebbero stati facili per gli studi e la pratica sportiva.
Volli intenzionalmente essere semplice soldato, ultima ruota del carro, e così, con santa pazienza, ho affrontato le durezze del CAR (Centro addestramento reclute) nella nebbiosissima Casale Monferrato a ottobre con le fontane per lavarsi disposte nel cortile e gelate nella mattina ancora oscura, quando suonava la sveglia, ho fatto decine di guardie in garitta e nei cortili gelati, senza protezione, a Torino (nella caserma del VII reggimento artiglieria da campagna in Corso Unione Sovietica), dove ho completato i 15 mesi di militare, ho conosciuto nei camion scoperti nel freddo mattutino quasi tutte le valli intorno Torino per le esercitazioni. Ma nei momenti liberi ho potuto scoprire e amare la quarta grande città conosciuta (dopo Napoli, Roma, Trieste), coi suoi grandi viali alberati e ordinati, le sue piazze, i suoi musei, i suoi giardini pubblici, i suoi porticati, il grande fiume che l’attraversa, la sua vita culturale, le sue fabbriche sparpagliate e gravitanti introno alla grande Fiat, che incombe su tutta Torino.
Al periodo militare torinese si collega la prima essenziale conoscenza della figura di Piero Gobetti, il memorabile giovane editore antifascista e liberale rivoluzionario, amico di Benedetto Croce, di Luigi Einaudi, di Gaetano Salvemini, di Antonio Gramsci. Al periodo militare torinese si collegano la prima messa a fuoco e una simpatia profondissima spontanea di Israele, che fu aggredita proprio in quel periodo e che seppe difendersi e reagire e seguivo con ansia e partecipazione profonda le notizie su ’La Stampa’, mia lettura preferita, anche per la ricca terza pagina culturale.

Comunque l’esperienza militare vissuta con quella dimensione dura e di rigetto interiore provocò un fenomeno di esaurimento, che mi impedì di concentrami negli studi per qualche mese al ritorno e dovetti trascorrere un periodo di distensione presso i parenti a Parete.
Ripresomi, mi concentrai come una furia negli studi, vivendo presso l’Università, dove fittai una stanza e devo sempre esprimere la gratitudine verso i genitori, mio padre in particolare, che mi furono economicamente e psicologicamente vicini, in quell’anno e mezzo, 1968-1969.
Frequentai in modo particolare l’Istituto di Psicologia col prof. Iacono e la cattedra di Filosofia Morale del Prof. Pietro Piovani e feci intanto in quell’anno e mezzo tutti gli esami che mi mancavano(ultimo quello gravosissimo di letteratura latina).

All’Università, negli anni roventi del Sessantotto, fui attratto dal Movimento Studentesco, che si poneva i problemi di un rinnovamento dell’Università nell’organizzazione, nei contenuti, nella didattica, ma allargava l’ottica anche ai problemi della città e dell’Italia, nella direzione di un rinnovamento radicale dell’assetto sociale, economico, politico.
Già allora aprìi gli occhi sulla organizzazione dei disoccupati, che avevano sedi nelle vicinanze dell’Università ed in alcuni casi si avevano raccordi tra essi e il Movimento Studentesco.
Solo successivamente ho intuito che il Movimento Studentesco era anche una ‘longa manus’ delle forze di sinistra comunista, poiché venivano spesso usate categorie interpretative di tipo anzitutto marxista, poi leninista.
Gravitavano poi nei dintorni dell’Università anche altri gruppi estremisti, come i maoisti e gli anarchici.
Contrapposto frontalmente a questo mondo era quello dei gruppi neo-fascisti, che rendevano il clima pesante, con possibili scontri anche fisici, ferimenti, incendi all’Università, qualche morto.

Ho partecipato a decine e decine di assemblee, ho cercato di portare sempre contributi di concretezza, di far scendere i discorsi e le iniziative sul piano concreto, di concrete e analitiche indicazioni operative, ho fatto parte di cortei di protesta sociale, ma sempre su posizioni di uomo libero e mai indottrinato, mai seguace di alcuno, o trascinato.
In questo orientamento che ha poi caratterizzato in profondità il mio impegno etico-politico-culturale entravano sia dimensioni di carattere, estranee al servilismo, all’essere seguace o obbediente a questo o a quello, anche la predilezione intellettuale per il pensiero e la tradizione libertari, che avevo conosciuto con volantini e libri, tra cui quelli di Bakunin, di Malatesta, che mi avevano immunizzato per sempre da adesioni dogmatiche.

Per me politica e cultura hanno sempre camminato insieme: per usare un’immagine kantiana, la politica senza la cultura è cieca, come la cultura senza la politica è vuota. E per cultura ho inteso e intendo un culto sacro e critico della memoria storica, delle precise fedeltà ideali, delle analitiche indicazioni programmatiche da recuperare negli aspetti ancora validi per l’oggi. Di qui il costante legame che si può notare sia nelle iniziative editoriali (che risentivano e riprendevano anche su altro terreno le esperienze dell’Eda), sia nelle collane curate, sia nei convegni (ultimo quello come segretario del Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Centenario delle Nascite di Carlo e Nello Rosselli), sia nella cura quasi giornaliera del sito del Partito d’Azione Liberalsocialista, con l’impegno politico, con una finalizzazione degli eventuali proventi mai per la tasca personale, ma sempre per le attività delle formazioni politiche nelle quali ero impegnato con un sacrificio personale di tempo e di denaro inimmaginabile e mai legato alla mia persona, ma sempre mettendo avanti gli ideali, i testimoni, la memoria storica

CRONOLOGIA ESSENZIALE SUCCESSIVA

- Parete, metà del 1972, apertura del Circolo Socialista ’Rocco Scotellaro’.

- Impegno militante nel Partito Radicale sia a livello delle battaglie per la fame nel mondo e per la giustizia giusta (caso Tortora), sia con impegni elettorali col simbolo socialista europeo della Rosa nel Pugno, listata a lutto per la fame nel mondo, con i primi deputati radicali in Parlamento, con impegno personale da parte mia nell’affiggere manifesti nel mio paese e nei paesi vicini, a fare decine di tavoli ad Aversa, Caserta e altre cittadine casertane per petizioni, i referendum, partecipazione alle marce a Roma sempre per la fame nel mondo, incarico di responsabile provinciale dell’Associazione Radicale Casertana ‘Ernesto Rossi’.

Poi distacco e ricerca di nuove strade, quando mi sono accorto della natura personalistica,elitistica, di cooptazione romana, di complicità coi socialisti, di manovra professionistica dei congressi nazionali di Pannella e del gruppo dei suoi fedelissimi del momento.

- 1977-1978 - Iniziative di memoria sul Moto Internazionalista del Matese, con Carmine Cimmino, prima a Caserta e poi a Letino, con testo della lapide e trasporto di essa dal marmista di Parete sulla mia macchina Opel Ascona, portata fin lassù col pericolo che ad ogni curva e salita mi cadesse all’indietro o davanti. Pubblicazione del quaderno, a quell’evento legato, come anche si lega la pubblicazione del volume su Malatesta, che testimoniava una consonanza col Movimento Anarchico Italiano e col Circolo Napoletano Libertario, che non a caso fu editore del volumetto.

- 1977 incontro di Clelia Natale ad una rara ‘Festa dell’Avanti’ di Parete, dopo averla vista di sfuggita in casa Cimmino. Mi toccò questa sua curiosità e sensibilità politica, di sinistra, socialista e sull’onda anche di quella emozione politica che si avviò il nostro rapporto.

- Roma, 15 dicembre 1979. I Congresso della LIDU (Lega per il Disarmo Unilaterale), nata dall’accordo tra un gruppo di giovani radicali, tra cui Rutelli, Novelli, Pietrosanti, raccolti intorno alla rivista ’Azione nonviolenta’ e promotori della ‘Lega Socialista per il Disarmo’ e la ‘Lega per il Disarmo dell’Italia’ di Cassola, fondata nel 1977.
Clelia ha seguito e partecipato sia alle iniziative della Lega che a quelle di ‘Giustizia e Libertà’, a partire dalla riunione di Firenze e dai rapporti con Vindice Cavallera, Luciano Bolis, Leone Bortone, ha messo a disposizione il suo nome per ‘Socialismo Liberale Italiano’ a livello di atto notarile con Roberto.

- Dicembre 1981- Pubblicazione del volumetto ’Le ragioni del disarmo unilaterale dell’Italia’.

- Fine 1990 – Fondazione di ‘Socialismo Liberale Italiano’(recapito a Formia) con adesioni di Leone Bortone, Luciano Bolis

- 1992 - Collana di studi e testi ’Socialismo Liberale’ curata con Leone Bortone, col primo volume antologico di Carlo Rosselli ’Liberalismo socialista e socialismo liberale’, con proventi devoluti alle attività di ‘Socialismo Liberale Italiano’ (una copia di esso è presente anche nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, forse la più grande del mondo).

- 29 dicembre 1993 – Costituzione legale in Casa Garosci del Movimento d’Azione Giustizia e Libertà, con sedi di segreteria a Formia e a Roma in Viale Tiziano presso il dott. Cecchetti prima e poi presso la casa del prof. Francesco Gabrieli e della figlia dott.ssa Ada in Via Proba Petronia.

- 28 dicembre 1998 – Costituzione notarile con sede a Piazza Viminale del Partito d’Azione Liberalsocialista, prima legato a Bruno Zevi e che ora gravita tutto sulle mie spalle in termini di tempo e di denaro.

1999- Partecipazione a Mosca al Convegno su ‘Carlo Rosseli e la sinistra in Europa’, organizzato dall’Accademia Russa delle Scienze, in collaborazione con la Università Lomosonov, su invito delle organizzatrici prof.sse Ekaterina Naumova e Nelli Komolova. Pubblicazione del saggio su’Carlo Rosselli ed Alexandr Herzen, due rivoluzionari europei liberalsocialisti’ sulla rivista ‘Polis’ di Mosca.

- Apposizione della lapide in Via delle Convertite a Roma sulla casa dove nacquero Carlo e Nello Rosselli, con la presenza di Rita Levi di Montalcini, Elio Toaff, Vittorio Foa, con l’ultimo discorso di Bruno Zevi.

-2000 - Morte di Garosci e di Zevi. I Congresso del Partito.
Inizio dell’attività del Comitato Nazionale delle Celebrazioni del Centenario delle nascite di Carlo e Nello Rosselli, di cui sono stato segretario-tesoriere per cinque anni, presidente lo scrittore Aldo Rosselli, figlio del martire Nello, con un’attività inimmaginabile di impegno e di sacrificio per la memoria storica, con convegni (di cui uno memorabile al Campidoglio con il Presidente Ciampi) in varie parti d’Italia, pubblicazioni di atti di convegni e di ricerche, tenendo presente che mio padre era ammalato e morì nel 2001.

- 2001 Apertura della sezione’Bruno Zevi’ a Parete ed elezione a consigliere comunale liberalsocialista fino al 2006, con trasferimento della sede legale e fisica a casa mia, messa a disposizione gratuitamente, con gestione degli incontri, del sito www.liberalsocialisti.org, strutturato dal figlio di Cesarina, Alexandru, con costi inimmaginabili, ma che sento doverosi, perché altri hanno conosciuto l’esilio, la miseria, il confino, il lager, il campo di sterminio, l’assassinio ( es. Carlo e Nello Rosselli).



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