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Nicola Terracciano, Memorie risorgimentali dell'area del Golfo di Gaeta

Convegno per il 150° dell’Unità d’Italia tenutosi il 10 dicembre 2010 a Gaeta presso l’Aula Magna dell’Istituto Tecnico Nautico, organizzato dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli e dall’Associazione Culturale ‘Grido Libero’ di Formia sulla figura di Enrico Cosenz (Gaeta, 1820 - Roma, 1898), protagonista del Risorgimento e primo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e sul generale Giuseppe Aloia (Castelforte,1905 – Roma, 1980), Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal 1962 al 1966, della Difesa dal 1966 al 1968, autore di un ricordo del suo predecessore, Cosenz, nativo dell’area del Golfo di Gaeta

Nicola Terracciano, Memorie risorgimentali dell’area del Golfo di Gaeta

“Al processo epocale risorgimentale, alla nascita dell’Italia unita su basi liberali e costituzionali, hanno dato il loro prezioso contributo anche personalità nate nell’area del Golfo di Gaeta, ora più note, ora meno note, o spesso oggi ancora ignote, che hanno operato fuori di essa o in essa hanno testimoniato valori di Libertà, di Democrazia, di Nazionalità, configurando quello che giustamente il prof. Angelo De Santis, uno dei maggiori storici dell’area del Golfo di Gaeta, ha definito in suo saggio del 1970 “Risorgimento aurunco” (saggio che è una delle fonti delle presenti ‘Memorie’) (1).

Si tratta di esigue minoranze, ma sono esse che, come conferma la storia nelle sue vicende complesse, dure, tragiche, anche spesso sanguinose, hanno dato, con sacrifici fino alla morte, un loro prezioso contributo per mutare il corso degli eventi e far nascere il nuovo.

L’area del Golfo di Gaeta ha dato tre Martiri della memorabile Repubblica liberaldemocratica del 1799 (devotamente e criticamente indagata soprattutto da Benedetto Croce) (2): Vincenzo d’Ischia di Gaeta, tenente di fanteria, ufficiale capitano della Guardia Nazionale, Luigi Vernau di Ponza, militare, presidente della Municipalità dell’isola (studiato dal collega prof. Lamonica) (3), Clino Roselli dell’attuale Esperia (allora Roccaguglielma e S.Pietro in Curulis), che storicamente è stata collegata con l’area gaetana.
Clino Roselli fu una delle principali personalità della Repubblica, alla quale diede un contributo prezioso con tutta la sua famiglia, ingegnere, docente all’Accademia militare di Napoli, membro della Municipalità di Napoli, tra i più valorosi difensori militari della Repubblica.

Ma non conosciamo ancora i nomi di altri assassinati repubblicani a Gaeta della disumana vendetta borbonico- sanfedista, richiamata ad es. dallo storico fondano Bruto Amante (4).

Altra importante personalità repubblicana fu Giovanni Bausan di Gaeta, amico e collaboratore del martire ammiraglio Francesco Caracciolo e con lui vero fondatore della marina militare meridionale, che fu poi costretto all’esilio in Francia ed ebbe un ruolo successivo importante nel periodo di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat (1806-1815) e aderì poi alla rivoluzione del 1820.
A Bausan è giustamente intestata la caserma qui a Gaeta della Scuola Nautica della Guardia di Finanza.(5)

Municipalità repubblicane furono costituite in tutti i Comuni dell’area del Golfo di Gaeta, di cui poco si conosce e si può conoscere, perché tutti i documenti del periodo repubblicano furono fatti distruggere (non a caso, perché avrebbero lasciato testimonianze importanti, preziose) per ordine di Ferdinando IV di Borbone (azione infame, che aggiunge un ulteriore elemento per dare un giudizio storico negativo sul personaggio).

Sappiamo solo per qualche riferimento indiretto o per ritrovamenti fortuiti di documenti i nomi di alcuni di questi rappresentanti repubblicani locali.

Sulle municipalità repubblicane di Gaeta, di Minturno, di Castelforte, di Itri, di Fondi e di altri comuni, che operarono giorno dopo giorno e che danno un’idea del consenso locale che ebbe comunque la Repubblica, pur nello spazio ristretto di appena cinque mesi di vita, si ripete, non esiste quindi ancora una ricerca scientifica precisa (tranne riferimenti importanti dati dal prof. Aldo Di Biasio nel saggio del 1999 “Rivoluzione e controrivoluzione nell’Alta Terra di Lavoro. La Repubblica del 1799”) (6) ed è questa, secondo il mio parere, una delle direzioni della ricerca, anche trovando qualche filone documentario nuovo.

Sul consenso che comunque la Repubblica ebbe a livello locale, abbiamo uno scheletrico, ma significativo documento dei repubblicani del 1799 condannati, perseguitati, o finiti esuli in Francia dell’area di Gaeta e che sono riportati nell’appendice di un prezioso lavoro del 1990 del prof. Angelo Nicosia sui Roselli e sul Lazio Meridionale, in ordine alfabetico (7) (ripreso e ampliato con nuovi documenti nel citato lavoro del prof. Di Biasio, che riprende anche riferimenti di uno studio (8) della prof.ssa Anna Maria Rao): ad es. oltre il citato Giovanni Bausan, il fratello Pietro, Biagio Fedele, suddiacono sempre di Traetto, prima condannato a morte, poi all’ergastolo nel carcere dell’isola Marittimo, Erasmo Antonio Iannitti del Borgo di Gaeta, condannato a 7 anni di esilio, di anni 43, Giuseppe Iannitti, canonico della Città di Gaeta, condannato all’esilio a vita, Giovanni Battista Lanna di Castellone di Gaeta, condannato a 12 anni di esilio, di anni 23, Marta Maria Pasciuto del Borgo di Gaeta (una delle pochissime donne trovate, che apre un’altra linea di ricerca possibile sul consenso femminile sia in età repubblicana che dopo), di anni 60, condannata a tre anni di esilio, Nicola Rosati del Borgo di Gaeta, di anni 33, condannato a tre anni di esilio, Francesco Trotta di Gaeta, di anni 62, condannato a 4 anni di esilio, poi quasi tutti i congiunti, maschi e femmine, del martire Clino Roselli. Una indagine analitica andrebbe fatta sull’ultimo vescovo di Fondi Vincenzo Tortora, segnalato dallo storico Bruto Amante come vicino alle idee liberali.

Una benemerita iniziativa fu la mostra di immagini e documenti ‘Il 1799 nel Lazio Meridionale’ tenutasi a Formia ed aperta tra il 16 novembre e il 31 dicembre 1996, presso il Palazzo Comunale, col patrocinio del Comune, dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano’, con pubblicazione di un catalogo di essa in appendice alla ristampa di quello classico dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. (9)

Si tratta di minimi spiragli, che devono essere colmati, si ripete, con nuove ricerche sull’opposizione antiborbonica locale negli anni 1800-1806, quando con la venuta di Giuseppe Bonaparte si aprì una stagione nuova nella storia del Mezzogiorno.

Il decennio 1806-1815 è fondamentale nel processo risorgimentale, giacchè si posero le basi nel Mezzogiorno (e in tutta Italia) dello Stato moderno, con l’abolizione del regime feudale con la memorabile legge del 6 agosto 1806, con l’avvento del principio dell’eguaglianza di tutti di fronte alla legge, con la fine dell’arbitrio e della confusione secolari, con la nascita dei tribunali pubblici, ad es. quello di S.Maria C.V., che fu per un certo periodo la capitale di Terra di Lavoro e si trovò quindi (e si trova tuttora) ad essere la sede dei tribunali provinciali.
Nacque il nuovo ordinamento degli enti locali, con il nuovo Comune, con l’attribuzione dei compiti caratteristici ancora oggi, come ad es. i servizi demografici, fino ad allora delegati alle parrocchie, la figura stessa del sindaco, l’istituzione di Consigli Distrettuali (tra i quali quello di Gaeta), dei Consigli Provinciali, delle Intendenze provinciali (corrispondenti alle odierne Prefetture e Questure).
Fu esteso anche al Mezzogiorno l’organico e avanzato codice civile francese, che prevedeva ad es, anche il divorzio (e sulle tantissime novità civili e sui loro effetti sul costume, sulla vita quotidiana del decennio ad es. non si ritrova alcuno studio specifico a livello locale).
Nella monarchia nuova, che si appoggiava nella quasi totalità su personale meridionale, dall’amministrazione al nuovo esercito, si ebbe una società più aperta, che permise l’affermarsi di nuovi ceti di proprietari, di mercanti, di militari, di intellettuali, di ecclesiastici, che saranno poi le colonne portanti dell’opposizione antiborbonica, quando, dopo la tragica fine di re Gioacchino Murat, si ebbe il ritorno di Ferdinando nel 1815, che tentò di restaurare la vecchia società autoritaria e chiusa.

Alcuni elementi di modernità della seconda età borbonica 1815-1860 si devono alle tante novità del periodo di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat ed ai loro effetti.

L’abbondante documentazione relativa al periodo 1806-1815 potrebbe permettere di approfondire e di sciogliere più scientificamente le vicende dell’Antirisorgimento avvenute nell’area del Golfo di Gaeta nel 1799 e negli anni successivi ad es., essendo trascorsi appena 7 anni e quindi la memoria di esse era vivissima e i protagonisti di esse erano quasi tutti presenti.

Ma sul decennio, di cui ricorre tra l’altro il bicentenario, oltre lodevoli convegni già tenuti, non si riscontra un fervore di studi a livello locale, quale sarebbe doveroso e auspicabile, giacchè si tratta di lunghi dieci anni di vita storica, che sicuramente potranno riservare sorprese di conoscenza inimmaginabili, quando si saprà Comune per Comune dell’area del Golfo di Gaeta, come cambiò la vita quotidiana, quali furono le iniziative, quale volto e nome ebbero i ceti amministrativi, economici, intellettuali, ecclesiastici.

Uno spiraglio significativo si ha in qualche documento riportato ad es. da un ricercatore locale gaetano Antonio Cervone, autore sulla ’Gazzetta di Gaeta’ del 25 maggio 1991 di un articolo dal titolo ”L’occupazione francese del 1806 a Gaeta” (10).
Sulla base di documenti d’archivio conservati presso la curia arcivescovile di Gaeta, si informa che essendo scappato a Palermo coi sovrani il vescovo Michele Sanseverino, il governo della diocesi passò di fatto nelle mani del canonico della cattedrale Martino Buongiovanni in qualità di provicario generale. I pieni poteri furono conferiti poi da Roma come vicario apostolico fino al 1815 al già citato canonico Don Giuseppe Iannitti. Per il suo carattere ardente e le sue convinzioni liberali, lo Iannitti, filosofo e letterato, è da richiamare (e meriterebbe studi specifici), perché conobbe dopo il 1815 l’esilio in Francia, dove insegnò privatamente per vivere onorevolmente. Ritornato in patria, fu tra gli ardenti sostenitori del moto del 1820, e fu proscritto nel 1821, ma per il suo valore personale ed intellettuale ripigliò il suo posto nella chiesa gaetana come docente e fu elevato all’arcidiaconato; morì a Gaeta nel 1836.

Il clima assolutista e repressivo della restaurazione borbonica tra il 1815 e il 1820 produsse una opposizione diffusa, che vide in primo piano militari, possidenti, anche diversi ecclesiastici, che avevano vissuto l’esperienza più liberante e moderna del decennio 1806-1815.
Lo strumento dell’opposizione furono i circoli prima segreti della Carboneria, la società che, su basi realistiche, cercava di conciliare i principi della monarchia e della religione con quelli della libertà e del costituzionalismo.

Con la rivoluzione napoletana del 1820, che ebbe il suo inizio proprio in Terra di Lavoro, a Nola (che allora ne faceva parte), con a capo Morelli e Silvati e poi Guglielmo Pepe, che spinse Ferdinando II a concedere, a giurare la Costituzione, la Carboneria divenne pubblica.

Per la Diocesi di Gaeta si ebbero diverse vendite, dove vi erano militari, civili ed ecclesiastici. Ad esempio a quella di Traetto (oggi Minturno), secondo una documentazione esistente presso l’Archivio Vescovile di Gaeta, riportata in uno studio di Marcantonio Tibaldi ”Ecclesiastici carbonari nella diocesi di Gaeta’ del 1994 aderirono o parteciparono sacerdoti e parroci.(11)

La Vendita carbonara di Gaeta si chiamava ’Il baluardo della Costituzione’.
Altre vendite carbonare sono segnalata per Castellone, che si chiamava” L’Antica Formia”, Fondi, Pastena.

Le finalità descritte negli interrogatori degli ecclesiastici furono ”avere un Governo Costituzionale unito al Monarchico”,”avendo visto che Sua Maestà aveva giurato la Costituzione e che tutti accorrevano a questa Società, ho creduto di farne parte anche io”.

Sull’opposizione liberale antiborbonica per il periodo 1821-1848 non vi sono studi analitici e approfonditi, e si tratta di un altro importante settore di ricerca da approfondire. Che essa vi fu nelle tradizioni carbonare che si trasmettevano oralmente, lo intuiamo da riferimenti negli studi più ampi relativi al biennio 1848-1849.

Nello studio del prof. Olindo Isernia del 1999 “La rivoluzione liberale del 1848 in Terra di Lavoro’ (12) si danno diverse notizie a livello locale, dopo il nuovo moto del 1848 e la promulgazione della Costituzione del 10 febbraio. Da ogni parte del Regno vennero volontari per andare a combattere in Alta Italia durante la I guerra di indipendenza. Tra essi, oltre il nostro Enrico Cosenz nel corpo di spedizione guidato da Guglielmo Pepe, Vincenzo Viccari di SS.Cosmo e Damiano, che lasciò i libri di diritto e andò a combattere in Lombardia, e soprattutto Enrico Amante di Fondi (1816—Napoli, 1883), giudice, studioso di Vico, amico fraterno di Francesco de Sanctis (che dopo l’Unità fu eletto deputato per il Collegio di Sessa–Minturno-Castelforte- Santi Cosma e Damiano, seguito nel Collegio per più legislature da quel grande onorevole Salvatore Morelli, purissima figura di patriota e di oppositore anti-borbonico, al quale si devono iniziative di grande rilievo a livello generale per l’emancipazione delle donne e a livello locale per la costruzione della linea ferroviaria Sparanise-Gaeta e per l’istituzione del Ginnasio Liceo di Sessa) (13).

Errico Amante partecipò alla battaglia di Curtatone e Montanaro il 29 maggio 1848, dove fu ferito, e difese poi Venezia, perciò diede nome ‘Manin’ al secondo suo figlio (fu poi perseguitato e rientrò in magistratura dopo l’Unità fino a divenire Presidente di Corte d’Appello dal 1867 e senatore del Regno d’Italia nel 1880), che si configura con Bausan, Cosenz, Roselli, come una delle personalità risorgimentali più importanti dell’area del Golfo di Gaeta e che merita richiami di memoria e momenti celebrativi specifici soprattutto a Fondi e a Napoli per il contributo prezioso che diede per il plebiscito e l’annessione del Mezzogiorno all’Unità italiana. Egli è sepolto e onorato nel ‘Quadrato degli uomini illustri’ del Cimitero di Poggioreale di Napoli, accanto al citato De Sanctis, a Luigi Settembrini.
La scomparsa di Errico Amante ebbe echi profondi anche in Romania (come ricorda il figlio prof. Bruto nel volume su Fondi del 1903, anche lui profondo conoscitore della Romania, avendola visitata a lungo e pubblicato un’ampia monografia illustrata del 1888, dopo un suo scritto in rumeno su ‘Ovidio in esilio’ edita a Bucuresti nel 1885) (14), del cui processo risorgimentale Errico Amante fu uno dei più ardenti sostenitori e che amava come nazione di profonde radici romane, che doveva far parte di una confederazione europea latina (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Romania, Belgio), con capitale Roma, che doveva fare da contrappeso ai pericoli del panslavismo e del pangermanesimo (suggestione straordinaria e profetica, se pensiamo ai drammi prodotti nella storia europea dalla Germania e dalla Russia).(15)

Vi fu un risveglio di partecipazione alla vita politica, per disputarsi le cariche a livello locale per le elezioni comunali, per la guardia nazionale, per la elezione dei deputati al Parlamento napoletano. Dice Isernia “Riunioni frequenti si tenevano poi nei caffè, spesso gestiti da ‘antichissimi settari’ e ‘repubblicani’, oppure nelle farmacie, dove si leggevano i giornali che giungevano dalla capitale e dagli altri stati della Penisola e commentavano l’andamento delle vicende belliche e i fatti interni…Nel Comune di Itri il padre dell’avv. Raffaele Gigante (poi deputato per il Collegio di Gaeta-Formia dal 1865 al 1874, che ebbe relazioni con Manzoni, Rosmini, Spaventa), don Tobia, era solito leggere ‘in pubblico’ le lettere che gli scriveva il figlio da Napoli “fin dai primordi della data Costituzione”, in cui si esaltavano la libertà e l’Italia”. (16)
Vescovi e vicari capitolari invitarono il clero, in particolare i parroci, a tenere prediche e incontri per spiegare la vera natura del Governo Costituzionale nel giusto accordo tra la monarchia e la libertà e qualche vescovo si impegnò direttamente in tal senso come quello di Gaeta, che legò i dettami costituzionali a quelli del Vangelo.
Don Stefano De Meo, già carbonaro del 1820, predicò dall’altare “Viva la Costituzione” e mandò nel 1860 a Garibaldi il contributo di 200 ducati.(17)

Si costituirono ‘circoli nazionali o costituzionali’, a sostegno del nuovo ordine, contro eventuali, temuti colpi autoritari del sovrano, dati i precedenti.
Importante era il circolo di Gaeta, collegato con quello di Napoli. Un importante circolo fu quello di SS.Cosmo e Damiano, sotto la presidenza di Luigi Leo.

A metà aprile 1848 (e poi a maggio) si tennero le elezione per eleggere i 164 membri del Parlamento e 19 furono quelli di Terra di Lavoro, tra i quali per l’area del Golfo di Gaeta il sacerdote Vincenzo Buonuomo del Borgo di Gaeta, nipote del vescovo Francesco, Angelo Vallin (un liberale moderato che aveva l’appalto della fornitura dell’armata), Carlo Poerio. Don Vincenzo Buonuomo fu tra gli elementi progressisti del Parlamento napoletano e si distinse per aver proposto scuole serali per l’istruzione delle donne e della classe ultima dei cittadini; per le sue profonde idee liberali fu il primo deputato del Collegio Formia-Gaeta dopo l’Unità alle elezioni del 1861, pur per poco tempo.
Un altro ecclesiastico legato ai valori liberali e nazionali (a segnalare ancora di più la forte presenza nel Risorgimento italiano a livello centrale e locale della componente cattolico liberale e nazionale) fu l’arcidiacono della cattedrale di Gaeta don Francesco Orgera di Spigno, che militò nel partito neo-guelfo accanto all’abate di Montecassino Tosti, amico di Gioberti, di D’Azeglio e soprattutto di Rosmini, il grande sacerdote filosofo cattolico liberale, da poco innalzato agli onori degli altari, che ospitò nella sua casa, quando venne qui a Gaeta nel 1849 per spingere Pio IX a mantenere posizioni liberali.(18)
A Napoli operava l’avvocato Gaetano Elia della Croce che ebbe tra l’altro la direzione dell’Albergo dei Poveri, fu poi tra i vigilati prima dell’Unità e fu deputato fino al 1865, quando fu sostituito dal citato collega itrano Gigante e allora dedicò le sue energie alla cara città natìa, dalla direzione dell’Annunziata alla difesa e conservazione delle memorie cittadine (come ricorda la prof.ssa Vera Liguori in un suo saggio del 2007 sulla rivista ‘Annali del Lazio Meridionale’ diretta a Fondi dal collega prof. Di Fazio.(19)

Ma quando venne fuori nuovamente il volto assolutista, fedifrago, poliziesco della dinastia borbonica, già iniziato con la repressione sanguinosa delle barricate di Napoli del 15 maggio 1848, innalzate per difendere la nascita del nuovo regime costituzionale con l’apertura del sognato Parlamento napoletano, vi furono persecuzioni capillari, paese per paese, di tutti i liberali che si erano esposti tra il 1848-1849. Vittima illustre ad es. l’ex deputato Vincenzo Buonuomo, rimosso dall’incarico di ispettore scolastico.

Per reazione al nuovo clima nacque a Napoli la società segreta “Grande Società dell’Unione Italiana”, fondata da Silvio Spaventa, Luigi Settembrini, Filippo Agresti, Nicola Nisco.
Essa aveva un’articolazione provinciale, distrettuale, comunale, e collegamenti con altre città italiane. Come dice Isernia ”Il suo intendimento, che prescindeva dall’indicazione di qualsiasi forma politica, era quello di fare dell’Italia una nazione unita, forte e indipendente, liberandolo dalla ’tirannide interna’ e da ogni potenza straniera.” (20)
Con la nuova chiusura della dinastia borbonica ad ogni trasformazione moderna, costituzionale, liberale del regno, per le forze liberali meridionali non si apriva altro orizzonte ormai che quello nazionale.
Ad essa aderì a Napoli anche il citato Errico Amante, che conobbe poi per questo il carcere a Castel dell’Ovo,
I nuclei settari ‘unitari’ più forti furono quelli di Fondi, SS. Cosmo e Damiano, in particolare Castelforte (il centro più vivace con Sessa), Roccaguglielma.
Su di essi si abbattè la repressione borbonica e furono processati tra gli altri Gennaro Mattei, di 32 anni, don Luigi Leo di 47 anni, proprietario, don Gaspare Leo di 36 anni, proprietario, il negoziante Achille Mattei di 30 anni, il caffettiere Enrico (altri Ettore) Mattei di 30 anni, tutti di Castelforte, il fattore Pietro Vezza di 40 anni di SS.Cosmo e Damiano, che aveva combattuto a Napoli il 15 maggio sulle barricate.
Gaspare Leo ed Ettore Mattei furono condannati a due anni di prigione.(21)

L’isola di Ponza è entrata ed è rimasta nell’immaginario collettivo della nazione in relazione alla spedizione di Carlo Pisacane del 1857 con i versi della ’Spigolatrice di Sapri’, del poeta patriottico Luigi Mercantini.
Ponza, Ventotene e l’ergastolario di Santo Stefano, la fortezza di Gaeta con i loro reclusi risorgimentali, dai repubblicani del 1799 agli oppositori antiborbonici successivi come Luigi Settembrini, che scrisse le memorabili ‘Ricordanze”, tenuti in condizioni disumane, resteranno come gli infami luoghi della tirannide e come sacrari dei sacrifici che sono costati l’Unità italiana e la dignità politica del Mezzogiorno.
Relegato nell’isola di Ponza, vi morì nel 1854 il sacerdote di Traetto don Domenico Pianelli (come ricorda il citato De Santis).(22)

La fortezza di Gaeta ha ospitato anche per due mesi (agosto - ottobre1870) il profeta dell’Italia unita, il repubblicano Giuseppe Mazzini (come ricorda una lapide nella città, che ha dedicato poi al grande genovese una scuola e una caserma e sulla cui detenzione ha scritto un saggio il qui presente prof. Monsagrati apparso sulla ‘Rassegna Storica del Rsorgimento’ del 1985).(23)
Mazzini fu detenuto per opera del Regno d’Italia e morì poi nel 1872 sotto falso nome a Pisa in casa Rosselli (oggi monumento nazionale), ad indicare la dialettica profonda, spesso drammatica, interna al Risorgimento italiano (si pensi alle distanze politiche tra Cavour, Garibaldi, Cattaneo, Mazzini, Gioberti, Pisacane).

Un nucleo di garibaldini volontari o simpatizzanti fu presente anche a Gaeta in età post-unitaria, come ricorda il citato Cervone in articoli sulla ’Gazzetta di Gaeta’ del 1982 ‘Notizie e spigolature garibaldine gaetane’, rafforzato dalla presenza nel Cimitero di Gaeta di un settore ad essi dedicato.(24)

Tornando al periodo 1849-1860 tutti quelli che erano indicati come ‘liberali’ furono inseriti in ‘elenchi di attendibili’ e sottoposti a soffocante controllo poliziesco (come il citato avvocato Raffaele Gigante di Itri, il citato Errico Amante in ‘domicilio coatto’ a Fondi dal marzo 1853 al settembre 1860, i farmacisti Luigi Assaiante di Itri, già carbonaro del 1820, e Domenico Vellucci di Gaeta, che sarà il primo sindaco di Gaeta italiana e liberale).(25)

Il regime borbonico restò fino alla fine storicamente assolutista, illiberale, clericale, quindi destinato ad essere fatalmente travolto dal nuovo clima italiano ed europeo, ispirato dagli ideali di libertà, di democrazia, di nazionalità.

Era divenuto storicamente un albero secco e vuoto dentro, per cui bastò la spinta della spedizione dei Mille per abbatterlo, senza che vi fosse una difesa popolare, tanto che Garibaldi con pochi uomini (tra cui Cosenz) entrò a Napoli in treno e Francesco II non fu lì a difendere la città, ma arretrò fino a Capua, poi fino a Gaeta, lasciando solo una scia tragicamente inutile, dal punto di vista storico e delle forze in campo, di sangue, di vittime militari e civili (come qui a Gaeta, verso le quali sono doverosi il rispetto e la umana ‘pietas’, come già fece nel 1868 l’Esercito Italiano (26), che qui a Gaeta ha avuto poi una presenza forte, costante, contribuendo ad italianizzare Gaeta, a fare amare Gaeta agli italiani, attraverso gli uomini in divisa, che qui sono passati e vivono tuttora, portando effetti vari positivi, non esclusi quelli economici).

Francesco II con la consorte tedesca fu salvo, incolume, andando comunque in comodo esilio nella Roma papalina, dove, anche in alleanza con ambienti clericali, nemici del Risorgimento, tentò irresponsabilmente di promuovere una ormai impossibile riconquista sanfedista, come quella del 1799 (trovandosi questa volta di fronte l’esercito italiano numeroso e organizzato), di quel Regno di Napoli, che non aveva saputo né riformare, né rendere liberale e costituzionale, né aperto a prospettive federali, né difendere in prima linea sia in Sicilia, sia nella Capitale.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE E NOTE

Per un inquadramento storico-scientifico sul Risorgimento si indicano, nell’immensa bibliografia sull’argomento:
Alfonso Scirocco, In difesa del Risorgimento, Il Mulino, Bologna, 1998, pp.199. L’indimenticabile prof. Scirocco, ordinario di Storia del Risorgimento all’Università di Napoli, autore di studi fondamentali, di carattere generale e provinciale, e di una biografia su Garibaldi di grande successo e profondità, è scomparso quest’anno.
Alberto Maria Banti, Il Risorgimento Italiano, Laterza editore, Bari-Roma, 2004, pp.236. Il prof. Banti è docente di Storia Contemporanea all’Università di Pisa.
Derek Beales-Eugenio Biagini, Il Risorgimento e l’unificazione dell’Italia, Il Mulino, Bologna, 2005, pp. 260. Il prof. Beales è docente emerito di Storia Moderna all’Università di Cambridge; il prof. Biagini è docente di storia moderna inglese ed europea sempre nella citata Università di Cambridge.
Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze, a cura di Lucio Villari, La Repubblica-L’Espresso, Roma, 2007, in più volumi.
Per la storia del Regno di Napoli, vale sempre l’opera di Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza editore, (I ed., 1925), in modo particolare il capitolo quarto dedicato a ’Il periodo delle rivoluzioni e la fine del Regno di Napoli’.

1) Angelo De Santis, Risorgimento aurunco, in ‘Economia Pontina’, rivista mensile della Camera di Commercio di Latina, numero di settembre 1970, pp.3-13
2) Benedetto Croce, La Rivoluzione Napoletana del 1799 , I edizione 1948, ristampata dalla casa editrice Bibliopolis, Napoli, 1998, a cura dell’Università degli Studi di Napoli, Celebrazioni del bicentenario del 1799, con nota del prof. Fulvio Tessitore, pp.473.
3) Francesco Schiano, Silverio Lamonica, Luigi Vernau, martire ponzese della Repubblica Partenopea del 1799, Pro Loco-Circolo Culturale ’L.Vernau’, Ponza, La Poligrafic, Gaeta, 1974, pp.59
4) Bruto Amante-Romolo Bianchi, Fondi in Campania, Loescher editore, Roma, 1903, p.213.
5) Diverse sono le indagini su Bausan. Vedi per l’azione storica la voce su di lui del prof. Nino Cortese sul ‘Dizionario Biografico degli Italiani’ della Treccani.
6) Aldo Di Biasio, Rivoluzione e controrivoluzione nell’Alta Terra di Lavoro. La Repubblica del 1799, in AA.VV. Il Mezzogiorno d’Italia e il Mediterraneo nel Triennio rivoluzionario 1796-1799, Atti del colloquio, a cura di F. Barra, Avellino, ‘Annali 1997-1998’, Edizioni del Centro Guido Dorso, 1999, pp. 495-626.
Del prof. Di Biasio, uno dei più costanti, devoti e scientifici indagatori della storia di Terra di Lavoro, in particolare degli aspetti strutturali, materiali, e sull’opera di rinnovamento in tal senso del decennio francese, vedi anche il saggio “Terra di Lavoro. La Repubblica Napoletana del 1799 nelle celebrazioni del Centenario”, in AA.VV., Memoria del Novantanove. Storie e immagini della Rivoluzione tra Ottocento e Novecento, a cura di Luigi Mascilli Migliorini e Almerinda Di Benedetto, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2002, pp.135-197.
7) Angelo Nicola, I Roselli e il Lazio meridionale nel movimento giacobino napoletano, Ciolfi editore, Cassino, 1990, pp. 91, in particolare le pagine 81-89
8) Anna Maria Rao, Esuli.L’emigrazione politica italiana in Francia (1792-1802), Guida editore, Napoli, 1992, pp. 615
9) Ministero per i Beni Culturali e Ambientali - Istituto Italiano per gli Studi Filosofici - Biblioteca Nazionale di Napoli, La Repubblica Napoletana del 1799, Mostra di documenti, manoscritti e libri a stampa (tenutasi a Venezia nel 1989), Catalogo, prefazione di Giovanni Pugliese Carratelli, edizione speciale a cura del Comune di Formia, con un’appendice su “Il 1799 nel Lazio Meridionale’, Caramanica editore, Marina di Minturno (Latina), novembre 1996, pp. 178
10) Antonio Cervone, L’occupazione francese del 1806 a Gaeta, in ‘Gazzetta di Gaeta’, 25 maggio 1991, pp. 8-11
11) Marcantonio Tibaldi, Ecclesiastici carbonari nella Diocesi di Gaeta, Collana ‘Il Golfo’, Scauri, 1994, pp. 92
12) Olindo Isernia, La rivoluzione liberale del 1848 in Terra di lavoro, in AA.VV., Quaderni della Biblioteca del Seminario di Caserta, Caserta, 1999, Vol. V, pp. 227-263
13) Francesco Bevellino, Salvatore Morelli, deputato del Collegio di Sessa Aurunca (1867-1880), Quaderni della rivista ’Civiltà Aurunca’, fondata da Franco Compasso, Caramanica editore, Marina di Minturno (LT), 1990, pp.60. Sull’importante figura di Morelli, vedi anche la fondamentale monografia della prof.ssa Ginevra Conti Odorisio, Salvatore Morelli (1824.1880). Emancipazionismo e democrazia nell’Ottocento europeo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1993, pp. 476.
14) Bruto Amante, La Romania illustrata: ricordi di viaggio, Roma, 1888, pp. VIII-302 e Ovidiu in exil: descriere facuta in urma unei visite la Constanta, antica Tomi, traducere din limba italiana de Clelia Bruzzesi, Bucuresti: Editura librariei Socecu & C., 1885, pp. 95
15) B.Amante- R. Bianchi,, op. cit., pp. 380-381. Per la vita intera di Errico Amante le pagine 343-384.
16) Olindo Isernia, op.cit., p. 230
17) Angelo De Santis, op.cit., p. 12
18) ibidem, p. 12
19) Vera Liguori, Elia della Croce o della passione civile, in ‘Annali del Lazio Meridionale’, Fondi, dicembre 2007, pp. 83-88
20) Olindo Isernia, op.cit, p. 252
21) Angelo De Santis, op.cit., p.11
22) ibidem, p.12
23) Giuseppe Monsagrati, Nuovi documenti sulla detenzione di Mazzini a Gaeta, in ‘Rassegna Storica del Risorgimento’, Roma, aprile-giugno 1985, pp.178-204
24) Antonio Cervone, Notizie e spigolature garibaldine gaetane, in ‘Gazzetta di Gaeta’, luglio 1982, pp.20, settembre 1982, pp.10-19
25) Angelo De Santis, op.cit., p.12
26 ) Vedi la lapide fatta apporre sulla Batteria Philippsthall dal generale Lanzavecchia “Ai Prodi/ che nell’assedio di Gaeta 1860-61/ fra le opposte armi pugnarono/ valorosamente caddero/ questa Memoria/ l’Esercito Italiano/ consacra/ 1868 “.

























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