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Altra Italia. Ernesto Rossi, L'Italia Libera di Firenze (1924) e Dino Vannucci

“Il vero capo dell’ “Italia Libera” fu, a Firenze, Dino Vannucci. Nato nel 1895, lo conobbi all’Associazione mutilati, trovandomi concorde con lui nella campagna per impedire la speculazione che il presidente dell’associazione – Carlo Delcroix – faceva sui valori ideali della nostra guerra. Scanzonato come lo sanno essere soltanto i fiorentini, quando sono di razza buona, Dino era del tutto insensibile alle macabre messe in scena e alla retorica dannunziana del “cieco veggente”. Mi riuscì, per questo, simpatico fin dal primo momento. Alto, dinoccolato, claudicante, Dino aveva un lungo viso da cavallo, che si illuminava tutto nel sorriso. Pronto allo scherzo e alla barzelletta, sembrava non prendesse niente sul serio. Ma era il primo a gettarsi allo sbaraglio, quando c’era da pagar di persona, per qualcosa che ne valesse la pena.

E le cose importanti per lui erano le cose che gli uomini che “san vivere” in generale, considerano sciocchezze: la verità, la libertà, la giustizia.

Interventista contro il militarismo tedesco, non aveva voluto imboscarsi in sanità. Era andato al fronte come soldato semplice, negli alpini, e ne era tornato zoppo per tutta la vita, per una ferita al ginocchio, e senza un dito della mano destra.

Libero docente in anatomia e istologia patologica, gettava buona parte della ingente fortuna, ereditata dal padre, nelle ricerche scientifiche, e la giornata gli sembrava sempre troppo corta in sala anatomica o davanti al microscopio. Ben poco tempo gli restava per la moglie e le due bambine, che pure amava teneramente. La notte, quando discutevamo nel direttivo dell’ “Italia Libera”, mai guardava l’orologio. Ci accomiatavamo alle due o alle tre del mattino, dopo esserci accordati sui più minuti particolari delle iniziative che prendevamo.

Dino voleva essere presente in tutte le nostre manifestazioni, perché pensava di non avere il diritto di chiedere agli altri di correre rischi, se non li correva lui stesso. E mai pensava che un compito fosse inferiore alla sua cultura ed alla sua posizione sociale, se lo riteneva utile alla buona causa.

Quando c’era da fare una scritta sui muri, o da affiggere un manifesto, anche lui usciva, la notte, col suo bravo pentolino. Fu costretto dopo i fatti del 1925 a rifugiarsi a Padova. Minacciato nella vita anche a Padova, emigrò nel Brasile, dove morì nel 1937 per setticemia, contratta in una operazione nell’ospedale italiano di San Paolo, di cui era diventato direttore.

Dino Vannucci, Carlo Rosselli, Nello Rosselli, Enrico Bocci, Gaetano Pilati, Piero Gobetti, Camillo Berneri, Umberto Ceva, Eugenio Colorni, Leone Ginzburg, Mario Damiani, Giannantonio Manci, Gigino Battisti, tutti oggi scomparsi, e i più per mano fascista…Quale significato avrebbe la mia vita, e come potrei avere ancora fiducia negli uomini, se non li avessi, in un certo momento, incontrati sulla mia stessa strada ? Su quale altra strada avrei potuto incontrarli ? Il vero compenso ai nostri atti – dice giusto il Vangelo -. ci viene come un sovrappiù: come qualcosa che non avevamo cercato, che non era dentro l’orizzonte del prevedibile, quando ci siamo decisi all’azione.”

Dall’introduzione alla ristampa del periodico ‘Non Mollare’, Firenze.
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