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In memoria di Carlo Gambuzzi, Napoli 1902

Carlo Gambuzzi nacque a Napoli il 26 agosto 1837 da Pasquale e Maria Carolina Landolfi. Il padre, direttore delle dogane, lo fece educare dai Gesuiti, ma già giovane entrò nel cerchio dei cospiratori antiborbonici (che non fu estranea alla preparazione dell’impresa di Pisacane).

Si laureò in giurisprudenza nel 1858.

Arrestato nel marzo 1860 per la stampa di un giornale clandestino ‘Il Piccolo Corriere’, fu trattenuto in carcere per tre mesi.

Dopo la liberazione del Mezzogiorno, l’attività politica fu più intensa. Fu membro della commissione amministrativa e della redazione del mazziniano ‘Popolo d’Italia’, poi segretario di un comitato di provvedimento per Roma e Venezia.

Fu con Garibaldi ad Aspromonte nel 1862.

Si dedicò intensamente alle lotte amministrative del Comune di Napoli.

Nel 1864 partecipò a Napoli al IX congresso delle società operaie affratellate, promotore di un indirizzo a Mazzini. Nel giugno del 1865 conobbe Bakunin, di cui fu amico intimo e collaboratore.

Massone e garibaldino, accorse nel 1866 con gli amici Fanelli e Mileti a combattere nel Tirolo come volontario garibaldino.

Nelle sue posizioni teoriche era vicino a Cattaneo, Pisacane, Proudhon. Su quelle coordinate nacque l’esperienza di ‘Libertà e Giustizia’, di cui fu delegato e oratore al primo congresso della Lega per la Pace e la Libertà, alla quale furono presenti anche Bakunin e Garibaldi.

Partecipò al moto garibaldino di Mentana.

Vicino alle posizioni di Mazzini e soprattutto a quelle di Garibaldi e Bakunin, fu presente a Berna nel 1868 al II Congresso della Lega per la Pace e la Libertà.

Aderì all’Alleanza Democratica Socialista, di cui fu uno dei membri più attivi.

Con l’attività sua e di Fanelli il gruppo internazionalista napoletano, costituitosi formalmente nel 1869, conobbe un notevole sviluppo e con i suoi 3000 aderenti si collocò tra i principali centri della penisola.

Nel 1872 collaborò al nuovo periodico internazionalista ‘La Campana’.

In seguito fu a Londra per affari e, dopo la morte di Bakunin, avvenuta nel 1876, ne sposò la vedova Antossa Kwiatowska, polacca, ospitando nella sua casa i figli Carlo, Sonia, Marussia, che amò e curò come suoi figli. Marussia Bakunin-Ogliarolo divenne docente universitaria a Napoli. Il figlio di Sonia Bakunin-Caccioppoli fu il grande matematico napoletano Renato Caccioppoli, nato nel 1904, professore di analisi algebrica all’Università di Padova, nel 1934 passò all’Università di Napoli. Dal 1948 fu membro dell’Accademia dei Lincei. Morì a Napoli nel 1959.). Da Antossa Gambuzzi ebbe Tatiana, che andò sposa ad un polacco.

Si dedicò ai suoi affari finanziari (suscitando il velenoso, tipicamente marxista, giudizio di Antonio Labriola ’uno dei principali agenti di corte in fatto di banche e di borse’).

Fu direttore della ‘Gazzetta di Napoli’ portando avanti una coraggiosa azione di risanamento morale, contro la camorra che si era istallata nella pubblica amministrazione, per cui dovette subire processi.

Morì a Napoli il 30 aprile 1902.

Scritti editi di Carlo Gambuzzi
- Sulla tomba di Giuseppe Fanelli,s.n.t.(ma Napoli, 1877)
- Per la verità. Origine e fine del processo Casale-Gazzetta di Napoli, Napoli, 1901.

Bibliografia
- AA. VV., In memoria di Carlo Gambuzzi nel trigesimo della morte, Napoli, Priore, 31 maggio 1902, numero unico (che si può leggere nella versione integrale, curata dall’autore di questo libro, sul sito internet www.liberalsocialisti.org, sezione’Biblioteca Liberalsocialista’).
- T. Detti, Carlo Gambuzzi, voce del ‘Dizionario Biografico del Movimento Operaio Italiano’, Vol.II, Editori Riuniti, Roma, 1976, pp. 426-429
-G. Brancaccio, Carlo Gambuzzi, voce del ’Dizionario Biografico degli Italiani’, Treccani, Roma, Vol. LII, 1999, pp.126-129.

Manca, come si vede una raccolta dignitosa, organica degli scritti di Gambuzzi, che potrebbero essere facilmente raccolti, a testimoniare la rimozione possente, quasi secolare che grava sulla sua figura, sulla sua opera, sul suo pensiero, portata avanti specialmente dalla storiografia socialcomunista marxista, che ha particolarmente infierito su colui che aveva non solo seguito Bakunin, il gigantesco avversario di Marx e del suo comunismo autoritario, ma aveva ospitato i Bakunin a casa sua e ne aveva sposato dopo la morte la moglie.


(Omaggio della famiglia Bakunin-Gambuzzi-Oglialoro) – Napoli -31 Magio 1901

In memoria di CARLO GAMBUZZI nel trigesimo della morte

GIOVANNI BOVIO
Conobbi da 35 anni Carlo Gambuzzi, uomo, che sotto le apparenze agili e talvolta spensierate, chiudeva tre affetti costanti : la patria, la famiglia, l'amicizia. Il suo riso spesso nascondeva una commozione, il suo silenzio comprimeva o un entusiasmo a cui mancava la parola o un dolore che sdegnava compianto. Benefico lo vidi più volte, senza ostentazione. Ebbe per la vecchia madre il culto, che è proprio delle anime buone.
Sarebbe lieto se di là ascoltasse questa parola libera del suo vecchio amico.
Giovanni Bovio


PASQUALE PENSA
Carlo Gambuzzi
Come un ramo ancor vigoroso, divelto improvvisamente dal tronco, da una raffica violenta e breve, così Carlo Gambuzzi fu strappato alla vita da un male fulmineo, contro cui fu vana la lotta. Ed era stata tutta una accelerazione di moto la sua vita — dall' adolescenza riscaldata già dal sacro fuoco della libertà e resa balda dai sacrifizi con voluttà compiuti e dalle affrontate pene onde l'ira borbonica percoteva i rei di patriottismo; dalla maturità già provata sui campi di battaglia, e, appena trionfante nell'epopea garibaldina , già vòlta verso nuovo e più largo ideale umano che i più aspri cimami richiedeva, e che, immaturo ai fiori, di nuove spine era fecondo; fin giù al declinar dell' età, quando in un'attività prodigiosamente molteplice, nuove e più varie lotte politiche e sociali assorbivano di lui ogni anno, ogni giorno, ogni ora , nella marcia affaticata verso miraggi rinnovellati e fulgenti.
E più ancora che una lotta , la sua vita fu un succederai tumultuoso di ansie e di battaglie, un accavallarsi di fatiche, un irrompere di speranze e di palpiti, una febbre e un tormento sempre più cocente, che neppur nello stato preagonico gli concesse una ora di tregua e di riposo.
A chi molto opera e molto spera, inevitabili delusioni sono serbate: e Carlo Gambuzzi ebbe d'infinite amarezze cosparso il cammino della vita. Chi molto ardisce, conoscerà l'insuccesso ; e Carlo Gambuzzi subì i capricci della fortuna. Chi è facile al benefizio e alla fiducia conoscerà l'ingratitudine degli uomini - e il povero Gambuzzi seppe quanto varia e complessa sia la perfidia umana.
Ma non indugiando nello sconforto , sdegnoso di rimpianti, da dolori e da sconfitte non abbattuto né prostrato mai, fra tormenti non evidenti né confessi, ei procedeva sempre più celermente per la sua via, dal dolore e dalle ingiurie della sorte traendo nuova lena per altre imprese, la cui molteplicità nocque al successo , se non l'impeto stesso con cui venivan condotte.
E appunto la molteplicità delle imprese e degli ardimenti rese per lui meno valutabil; quelle che pur furono sue vittorie, giacché nell'anelante cammino, rimanevan sempre nuove e più lontane mete da raggiungere.
E questo crescente anelito per sempre nuove sognate conquiste , questo tumultuoso succedersi di desideri doveva determinare per lui un tormento, un cilicio, ch'egli aveva cura di nascondere, talvolta anche a sé stesso, per una innata fierezza, che fu sua spiccata caratteristica anche sul letto di morte.
Fu tutta una corsa vertiginosa la sua vita: dai primi fervori negli studi , alle cospirazioni contro il governo della negazione di Dio; dal carcere politico di S. Maria Apparente alle pugne per 1'unità della patria; dai trionfi della camicia rossa al grido di speranza e di riscossa dell'Internazionale; dall' affaticante problema della redenzione economica all'aspra ed impari lotta contro l'idra camorristica. E non colse i frutti della vittoria: la nuova Italia, per cui aveva cospirato e combattuto, non ebbe per lui un compenso; il socialismo, la cui pianta qui egli coltivò e inaffiò al primo innesto , non ebbe per lui un fiore quando venne alla maturità del germoglio; e neppur nel peàna per la debellata camorra, che primo aveva affrontata e combattuta, egli potè gustare la gioia del trionfo.
Fu la sorte del pioniere la sua. Ad ogni lotta ei corse troppo presto; e nell'ora del trionfo, era già lontano.
E d'altronde, spesso, non apprezzando né utilizzando i risultati conseguiti, da nuovo sopraggiunto desiderio sospinto e assorto, non pago della vittoria ottenuta, ei correva a nuovo cimento, sedotto e attratto da nuovo ideale fuggente.
La sua vita fu una corsa precipitosa e tormentosa, come quella del cavallo di Mazzeppa, percorrente rupi e valli, alture e precipizi, lasciando tra i sassi e tra i rovi gocce di sangue e brandelli di carne, senza né fermarsi né volgersi indietro mai; ma correndo, correndo, correndo, eccitato dalla febbre , sospinto e spronato dal pungolo del destino.

* * *
Carlo Gambuzzi nacque in Napoli il 26 agosto 1837, da Pasquale e Maria Carolina Landolfi. Suo padre, che era Direttore delle dogane, nella sua qualità di alto impiegato del governo borbonico, volle educare suo figlio “nel santo timer di Dio” e nel rispetto alle istituzioni allora vigenti, e perciò lo affidò ad un collegio di gesuiti.
Ma il giovanotto Carlo, nella lettura dei classici italiani che gli venivan permessi, come in quelli che potè leggere di nascosto, trovò la prima favilla che doveva accendere in lui il fuoco d'amore per la patria divisa ed oppressa.
Tuttavia i giovanili per quanto ardenti sogni di libertà non lo distrassero dagli studi, a cui attese assiduamente, e nei quali, per la vivacità del suo ingegno, ebbe rilevanti successi, tanto che a soli sedici anni, nel 1853, conseguiva il diploma di belle lettere, e nel 1858 il diploma di laurea in giurisprudenza.
Ma già in quel tempo egli aveva subito l'influsso della propaganda rivoluzionaria, che aveva per centro Genova nella parola calda e potente di Giuseppe Mazzini, e che veniva accentuata nelle province meridionali coll'ardimentosa spedizione di Sapri, la quale doveva avere un epilogo così tragico.
I superstiti delle cospirazioni e dei moti del 1848 lavoravano in segreto, ma forse con soverchia prudenza; ma ben presto un audace manipolo di giovani, ad iniziativa di Hudson che ebbe cooperatore efficace il giovane professore Errico Pessina, e il valido e segreto aiuto di Liborio Romano, entrò con più ardimento nel campo della lotta, dando nuovo e più efficace impulso alla propaganda rivoluzionaria. Tra questi giovani era Carlo Gambuzzi , insieme ad Odoardo Pangrazy, Aristide Fabbricatore, Antonio Rizzo, Pasquale Rosai, Giuseppe Lazzaro, Camillo Caracciolo, Giovanni Brombeis, i fratelli de Siervo, Ernesto Diaz, Pietro Lacava, Giuseppe Rosiello, Francesco Pepere, Giuseppe Lombardi, Raffaele Ghio, Alfredo Prestreau, Giacinto Albini, Gaetano Grassi, Giovanni Guglielmi, Domenico Ferrante, Francesco Colletta ed altri ancora, e ciascuno di questi aveva dietro a sé amici, che formavano tanti altri gruppi e tante diramazioni in città e nelle provincee. Fu questo il famoso Comitato dell'ordine, variamente giudicato riguardo al suo programma politico, ma che la storia riconosce come centro e propulsore del movimento rivoluzionario in Napoli , che doveva condurre alla liberazione del reame delle due Sicilie.
Molti fra i giovani di questo comitato diffondevano in segreto il Corriere mercantile di Genova, che recava articoli di energica propaganda contro i Borboni, e compilavano essi stessi un giornale clandestino, che eccitava il popolo ad insorgere. Questo giornale, dal titolo ‘Il Piccolo Corriere’, veniva stampato or qua or là da Giovanni Brombeis, si spediva anche ai magistrati, ai capi dell'amministrazione ed una mattina fu fatto trovare perfino sulla scrivania del re. La polizia fremeva dal desiderio di poter scoprire come e da chi si stampasse quel giornaletto, che recava come il grido della insurrezione imminente, ed il commissario Morbillo reputò sua gran ventura poter acciuffar due dei compilatori e diffonditori de! Piccolo Corriere, credendo poter così scovrire le file della trama ed appurare 1'organizzazione segreta del giornale rivoluzionario. Il 26 marzo 1860 veniva infatti arrestato Carlo Gambuzzi presso il quale si rinvennero le bozze di stampa del giornale divenuto ormai famoso, alcuni nastri tricolori ed una copia del Corriere Mercantile con un articolo contro la persona del re. Poco dopo veniva tratto in arresto anche Carmine Antonio Forte, che insieme al Gambuzzi fa rinchiuso in orridi criminali. Ma, malgrado i metodi inquisitori adottati, non si ebbe l'aspettata rivelazione, e, come dice il Nisco nel suo ‘Ferdinando II’ a proposito dell'arresto del Gambizzi,"la costanza indomabile dei tormentati vinse la ostinatezza del tormentatore. Nulla si seppe dei compilatori e della stamperia, ed il Piccolo Corriere, a dileggio della polizia, fa pubblicato in più ampio formato.”
Rinchiuso nelle carceri della Concordia e poi in quelle di S. M, Apparente, il Gambuzzi veniva liberato il 3 giugno 1860, ed accompagnato con foglio di via con l'obbligo di recarsi a Caserta, al domicilio paterno, e presentarsi a quel r. intendente.
A Caserta il Gambuzzi rimase come a domicilio coatto, sorvegliato continuamente dalla polizia. Ciò non per tanto continuò, per quanto le circostanze permettevano, a consacrare la sua opera alla propaganda rivoluzionaria, finché, poco dopo, la cospirazione si mutò in esultanza, per l'entrata di Garibaldi in Napoli.
Dal primo sindaco di Napoli sotto il nuovo regime, il Gambuzzi fu chiamato a far parte del consiglio di ricognizione; e nello anno successivo 1862 fu nominato sottoluogotenente della guardia nazionale e membro della grande accademia nazionale di scherma.
Troppo giovane ancora per poter essere candidato politico, il Gambuzzi partecipò non pertanto vivamente alla grande lotta elettorale dopo la demolizione della potenza borbonica, e che doveva completare l'opera della rivoluzione. Alla convocazione nel 1861 dei comizi da cui doveva uscire il parlamento italiano, il Gambuzzi insieme a Raffaele Fioretti, a Lorenzo Zuccaro, a Gaspare Marsico, a Giuseppe Lazzaro, a Giuseppe Marchianò ed altri, sottoscrisse il ‘Programma del comitato elettorale del circolo popolare nazionale — programma che, dopo aver delineato il compito del parlamento che doveva convocarsi sotto gli sguardi dell'attonita Europa, e che doveva comprendere e svolgere la grande opera iniziata dal valore sui campi di battaglia sostenuta, dal senno pratico dei popoli negli ardui cimenti della diplomazia, terminava col dire: "Quei soli deputati faranno l'Italia una, libera e indipendente, che all’intelligenza ed alla probità morale e politica accoppieranno abnegazione e personale indipendenza.”
Ma Carlo Gambuzzi non si assise al banchetto imbandito dal nuovo regime, né si tenne pago del notevole risultato conseguito dal partito rivoluzionario italiano. Nel 1862 entrava a far parte della commissione di amministrazione del “Popolo d'Italia”, giornale mazziniano propugnante la repubblica, e nel 1863 entrava in segreta relazione col ‘Comitato d'azione veneto Verità e libertà’, costituito per la liberazione della Venezia, e intanto raccoglieva adesioni e promoveva sottoscrizioni, il cui frutto inviava a Benedetto Cairoli a Torino.
E il Cairoli nel gennaio 1864 gli comunicava che s'era costituito il comitato centrale unitario, annunziato dal proclamo di Garibaldi, e che esso chiedeva la cooperazione dei migliori patrioti, specie per raccogliere danari per un milione di fucili, da doversi inviare ad Adriano Lemmi banchiere a Torino. A nome del comitato, con susseguente lettera, il Cairoli lasciava al pieno arbitrio del Gambuzzi la scelta ed il numero delle persone ch'ei credeva aggregarsi, perché la concordia dei nomi avesse potuto rendere più facile ed evidente 1'associazione delle frazioni liberali nella concordia del sacrifizio e del lavoro.
E il Gambuzzi si pose energicamente al1'opera, formando il comitato napoletano e poi quello di Torre Annunziata, raccogliendo fondi e inviandoli al comitato centrale, a nome del quale gl'inviava ricevute e ringraziamenti il cassiere Adriano Lemmi.
Questo ‘Comitato di provvedimento per Roma e per Venezia’, come è noto, era presieduto da Garibaldi, il quale, da Caprera, mandava caldi incitamenti"pel totale affrancamento ed integrità d'Italia, a promuovere con energica insistenza la sottoscrizione alla protesta contro 1'usurpazione francese in Roma e di eccitare i municipii a dare offerte pel fondo sacro al riscatto di Venezia e di Roma. „
Durante tutto 1'anno 1865 il Gambuzzi si dedicò alla propaganda per promuovere sempre più viva nel Mezzogiorno l'agitazione a favore dell'unità d'Italia, pel riscatto delle province ancor calpeste da truppe straniere; e nel 1866, già sentendo l'imporsi del problema economico, mentre promoveva 1a costituzione di associazioni operaie, tra cui la società cooperatrice di popolani napoletani “Libertà pane e giustizia”, il cui titolo era tutto un programma, correva a Salò, raggiungendo il comandante di quella zona militare, il generale Avezzana, al quale si rivolgeva con lettera dell'11 luglio, domandando di essere accettato in qualità di semplice volontario, rinunziando a qualsiasi competenza, desiderando di concorrere disinteressatamente alle guerre per l'indipendenza d'Italia. Il 12 luglio 1'Avezzana accettava l'offerta, nominando il nuovo volontario suo aiutante, ed aggregandolo allo stato maggiore. Nello stesso giorno il Gambuzzi partiva da Salò, per recarsi in missione presso Garibaldi. Il 22 luglio, sempre in missione andava a Brescia a requisire carri pel trasporto delle cartucce, il 26 veniva mandato al quartiere generale di Storo ed il 7 agosto a Firenze.
Con lettera del 17 luglio da Storo egli rese lungamente conto ai suoi amici della sua azione politica inerente alla campagna del Tirolo, e delle condizioni militari nelle quali la campagna stessa si svolse. Narrato come fosse ricevuto dal generale Avezzana, e come vide in Salò Cairoli, Calvino, Miceli, Guastalla, Bertani, Pianciani, Mario, riferì che egli, messosi d' accordo con Bertani e con Mario, partì per Rocca d' Anfo , e di là a Darzo, ove era il quartiere generale. Ivi trovò Garibaldi sofferente, meno per una recente ferita ricevuta giorni prima combattendo, che per i suoi antichi dolori articolari che lo tormentavano; ed ebbe l'impressione che Garibaldi si preoccupasse essenzialmente della quistione militare, e che volesse agire d'accordo col governo, personificato allora nel ministro Ricasoli, che pochi giorni prima era stato a visitarlo. Il Gambuzzi riferì pure che la campagna si svolgeva in condizioni disastrose: che le forze austriache erano soverchianti, e che quelle. popolazioni erano ostili, giacché esse , diverse forse da quelle di Trento, erano poco tenere dell'unità d'Italia, preoccupate soltanto delle loro campagne, che venivano devastate dai garibaldini prima e dagli austriaci dopo.
Da questa lettera traspare un sentimento di grande tristezza e la viva preoccupazione che agitava in quel tempo i patrioti. Essi erano raccolti nel Tirolo, ma il loro pensiero era a Roma- Roma ch’era ancora del Papa.
E nell’anno successivo, due mesi prima che si tentasse, duce Garibaldi, la liberazione della città dei sette colli, il Gambuzzi, quasi a gittare un grido di allarme in Europa ed a preparare moralmente l’avvenimento, osava porre la quistione ed alzare la voce contro il papato, nel congresso Internazionale per la pace, tenuto a Ginevra.
Infatti in quel congresso, nel settembre 1867 delegato dalla società Libertà e Giustizia di Napoli, il Gambuzzi pronunziò un notevole discorso, nel quale portò il saluto dell’Italia, con l’adesione piena e completa a tutti i principi che avevan suggerito l’idea del congresso della pace. Ma si affrettava ad aggiungere che la società da lui rappresentata aveva la convinzione che la più grande garanzia della pace è la libertà completa—libertà politica, libertà religiosa e libertà economica.
E sosteneva che non vi è mezzo per arrivare alla libertà vera, finché esisteranno stati centralizzatori, militari, democratici, che il governo meglio appropriato alla società umana è il governo federalista, giacché nel federalismo s'annientano per sempre gl'interessi delle dinastie, che si son sostituiti fin qui agl’interessi dei popoli. E soltanto con la coesistenza e la garanzia reciproca della libertà individuale, della libertà di coscienza, della libertà del Comune e della libertà della nazione che diverrà possibile alle leghe dei popoli di far sparire per sempre gli odi nazionali.
Proseguendo poi il discorso , il Gambuzzi suscitò un vespaio , affermando che esiste un pericolo, il quale più d'ogni altro minaccia, la Pace del mondo-pericolo che per ragioni ragioni geografiche appartiene all'Italia, ma che per ragioni politiche e religiose appartiene al mondo. Questo pericolo, esclamò Gambuzzi, è il papato.
Il discorso fu violentemente interrotto. Nell'Assemblea le grida s'incrociavano, tumultuosamente , e ben presto due correnti ei stabilirono: una a favore e l'altra contro 1'oratore. Ottenuta nuovamente la parola, egli tornò ad affermare che uno dei più grandi pericoli contro la pace del mondo è il papato. Un nuovo tumulto successe, un nuovo fremito agitò l'assemblea, e quando, rifattasi la calma, l'oratore riebbe per la terza volta la parola, affermò nuovamente, fermo, impassibile, che un grande pericolo contro la pace risiede nel papato.
Due mesi dopo il Gambuzzi suggellava con le armi la parola, unito a quei manipolo di prodi che, duce Garibaldi, tentava la generosa e temeraria impresa della liberazione di Roma, nella sventurata battaglia di Mentana.
E qui finisce il primo periodo dell'agitata sua esistenza; giacché in quello stesso anno 1867 un nuovo ideale si sovrappose all' ideale dell'Italia libera ed una a cui aveva dato tutte le energie della giovinezza. La voce poderosa del grande proscritto russo Michele Bakunin bandiva il verbo dell' Internazionale, e Garlo Gambuzzi si volgeva, fidente e affascinato verso il nuovo sole, che faceva intravedere l'universale redenzione umana, ma attraverso un lungo, tribolato, tormentoso calvario.
Con nuova lena e baldanza il Gambuzzi cominciò la nuova tappa del suo cammino, seguendo le orme del Bakunin; e dopo aver cooperato alla fondazione in Napoli della sezione dell’Internazionale, fu chiamato, a nome di questa, assieme a Caporosso, Diotaiuto e Tucci, a costituire il comitato di redazione del periodico Libertà e Giustizia, che fece sentire i primi vibranti squilli del socialismo in Italia.
E d'allora si dedicò tutto, per alcuni anni alla propaganda delle nuove idee, con l’organizzazione, con la parola e con la stampa.
E mentre scriveva e diffondeva il giornale a Napoli, collaborava al giornale La democratie, diretto a a Parigi , da L. Cianci, e nel 1869 anche al giornale Le Progres di Ginevra., organo della democrazia socialista, per invito di Jean Guillaume.
Già nel 1868, Jean Zagorki, segretario del Bureau central de l’alliance de la democrazie socialiste lo aveva invitato a costituire il comitato e l’ufficio nazionale italiano; ed egli, pur mantenendosi ancora in istretti rapporti cogli amici repubblicani, tra cui Giorgio Imbriani col quale ebbe attiva corrispondenza, entrava ufficialmente in relazione con i principali agitatori socialisti d’Europa; ed il 16 aprile 1868 riceveva dal comitato centrale di Berna, latore Fanelli, una lettera di Vogr, con cui gli si conferiva il mandato espresso di lavorare a Napoli per l’incremento dell’associazione Internazionale, e lo si metteva in rapporto con i comitati di Torino, di Milano, di Lodi.
E ben rispondeva alla fiducia in lui riposta dai capi del socialismo europeo, i quali contavano sulla sua attività per la fondazione di diverse sezioni dell’Internazionale in Italia, come gli scriveva nel maggio del 1869 Eugenio Dupont da Londra, nel rimettergli un appello dell'associazione per i fratelli belgi massacrati dalle truppe del governo.
Invaso dalla nuova febbre, tutto quell’anno consacrò ad attiva propaganda per cercare tra gli operai numerosi proseliti alla Internazionale, e perchè l'Italia avesse mandato considerevoli delegazioni al congresso di Basilea, da cui i capi del movimento sociale si aspettavano forte impulso alle nuove ide. Egli contribuì anche a che Bakunin stesso fosse nominato delegato della sezione di Napoli a quel congresso
Fino al luglio ’70 Gambuzzi partecipò, tra ansie e trepidazioni, a quelle lotte asprissime, di cui unico propulsore era la speranza pel lontano trionfo della giustizia e certo compenso l'amarezza, nella diffidenza dell’ambiente, nella persecuzione del governo, nella rovina della privata economia, nelle dilanianti guerre intestine, tra violenze d inconsci e perfidie di spie, tra sottili insinuazioni e bisbigliate accuse.
Il grande conflitto tra Marx e Bakunin valse a cementare le idee e a delineare i programmi; ma dovea condurre ineluttabilmente alla generazione di due avverse correnti, da cui l'internazionale fu scissa e quasi annientata, sicché dovette limitarsi alla parte di commossa spettatrice di fronte al bagno di sangue in cui ne ‘71 fu affogata la Comune di Parigi. Dopo le fucilazioni in massa dei federati alle fosse di Satoury, l'Internazionale, ufficialmente, prese il lutto; ma un lutto in cui era il presagio dell'imminente morte. L'Internazionale era finita. Dalle sue rovine però si riedificavano più determinati i programmi e più omogeneamente aggruppati i partiti, costituenti la gradazione delle forze concomitanti al rinnovamento sociale.
In Italia si volle serbare la reminiscenza del nome della grande associazione, e fu costituita la commissione di statistica dell'Internazionale, di cui fu operoso componente il Gambuzzi, al quale nel 1872 scriveva Andrea Costa, invitandolo a comunicare cogli altri membri della commissione: Malatesta, Verdi, Ceretti e Terzaghi. Quest'ultimo in quello stesso anno diè luogo a sospetti di spionaggio, ed il Gambuzzi veniva invitato da Verdi, da Mantova, a far parte della giuria che doveva giudicare l'accusato.
Al periodo eroico dell'Internazionale, finito colla grande scissione tra marxisti e bakunisti, successe un periodo di raccoglimento , di preparazione , di studi che ebbe poche esplicazioni in fatti determinati e palpabili , e si estrinsecò più specialmente nell'elaborazione di programmi e in lotte polemiche.
E il Gambuzzi partecipò alle nuove vicende, senza accentuate intransigenze o sdegnose intolleranze che spesso si traducono in un quietismo musulmano, ma prestando sempre la sua opera ad ogni generoso tentativo che gli sembrasse atto a contribuire alla rigenerazione economica e sociale.
Così nel 1876, rappresentando la Commissione di corrispondenza di Palermo al congresso delle società operaie affratellate a Genova, egli incitava, forse primo in Italia, all'unione delle forzo popolari, invitando il congresso a studiare il quesito: uguaglianza di educazione e d'istruzione e vita garantita, per dare "una prova di solidarietà nel fine ultimo comune della emancipazione operaia.”
E mentre nel 1877 e ‘78 si manteneva in attiva corrispondenza con Osvaldo Gnocchi Viani , per mantenere accesa in Italia una face della stampa socialista con ‘La Plebe’ che aiutava a diffondere ed a cui mandava scritti e danari; costituitasi in Roma in quello stesso anno ‘78 l'associazione repubblicana dei diritti dell' uomo, il Gambuzzi, invitato a farne parte, mandava la sua adesione con queste parole: "socialista convinto a voi noto, come tale sono doppiamente lieto dell' onore da voi fattomi, e aderisco al vostro programma che comprende le verità accertate dalla scienza economica, tanto più che io credo che tutte le frazioni della democrazia sociale debbano serrarsi in una falange, contro il triplice privilegio economico, politico e religioso, la cui abolizione costituisce 1'obbietto dell' attuale lotta sociale.”
In queste parole, sintesi di un vasto complesso programma, il Gambuzzi precorreva l'unione dei partiti popolari, già fin d'allora fusi idealmente nelle sue speranze - unione che oltre venti anni dopo doveva avere un' attuazione pratica, per segnare un elevamento del proletariato italiano e fare avanzare d'un grado la lancetta sul quadrante della storia.
Il sogno dell' affratellamento di tutte le nazioni non valse a soffocare in lui il sentimento patriottico, continuamente ravvivato dai ricordi delle cospirazioni e delle battaglie per la liberazione d'Italia; e partecipò sempre ad ogni avvenimento: alle feste di sana italianità, alle manifestazioni del libero pensiero, alle affermazioni della solidarietà umana.
Così nel 1878, per invito di Luigi Castellazzo , avanzo del martirologio di Belfiore, il Gambuzzi si cooperò al successo delle feste romane per le onoranze a Voltaire, contribuendo alla organizzazione della memorabile recita della ‘Zaira’ data il 30 maggio di quell’anno all’Apollo, con Tommaso Salvini e Virginia Marini; così nel 1884, nei tristi giorni dell' epidemia da cui Napoli fu colpita, Carlo Gambuzzi si trovò al posto del combattimento e del pericolo. Insieme al generale Coppola, a della Torre, Dovara, D'Alesaandro, Oliteti e Bisceglie, formarono il comitato d'aiuto dell'associazione dei superstiti delle patrie battaglie - primo a costituirsi, e non secondo ad altro nell'apprestare aiuto.
E dopo la battaglia contro il flagello epidemico, nuovamente e sempre, alle battaglie politiche- battaglie elettorali in cui sperimentò la forza delle coalizioni e 1' efficacia delle calunnie e dei tradimenti; battaglie giornalistiche, affaticate e senza sorrisi; battaglie contro le spavalde e mostruose forze associate della delinquenza, onde triste e turpe esempio in Napoli è la camorra, dagli ultimi strati sociali salita ad assidersi nelle pubbliche amministrazioni.
II povero Gambuzzi fu primo è quasi unico ad affrontare la spaventosa piovra dai mille tentacoli. Fu il primo che, invocando il risanamento morale di Napoli, affrontò il Casale onnipotente e spadroneggiante, con una nudrita campagna nella sua Gazzetta di Napoli. Fu processato. La magistratura condannò. E qualcuno che poi doveva atteggiarsi a vindice della moralità pubblica, fece da tirapiede.
Come sempre, il Gambuzzi ebbe la sorte del pioniere; cadde per spianare ad altri la via.
Né le amarezze derivate da quella campagna furon le ultime della sua vita. Ei non doveva arrestarsi nell' oprare e nel combattere e non poteva veder disseccata la sorgente del disinganno e del dolore.
Solo nella famiglia trovò un raggio di vivido sole. La vedova di Michele Bakunin, Antossia Kwiatkowski, ch'egli sposò, fiore di gentilezza e di beltà esotica, gli recò il profumo dell'infinita tenerezza onde vibrava la sua anima, attraverso la mesta poesia dei ricordi della sua Polonia oppressa e divisa. E l'immatura fine dell' affettuosa adorata compagna fu la più dolorosa trafittura al cuore del povero Gambuzzi, che però in quattro esseri vide rivivere la bontà e 1'affetto della lacrimata estinta: i figli di Bakunin, Carlo, Sofia e Marussia — le quali coi mirabili successi negli studi dovevano allietarlo e farlo orgoglioso — e la figlia sua Tatiana, fonte per lui delle più care e benedette gioie,

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Se i programmi possono essere simbolizzati nei nomi, in quelli di due giganti era la fede di Carlo Gambuzzi: - Garibaldi e Bakunin.
Dell'uno e dell'altro ebbe l'affetto; per 1' uno e per 1' altro serbò riverente il culto.
Nel 1882, attraverso il viaggio di Garibaldi nelle province meridionali e nella Sicilia, Carlo Gambuzzi e Federico Salomone erano a capo della scorta d'onore dell'eroe. E i telegrammi che specialmente da Messina e da Palermo le società patriottiche e gli uomini politici inviavano come saluto a Garibaldi, e affin di prendere i necessari accordi perché il viaggio avesse avuto quella solennità che il nome del duce dei mille richiedeva, erano indirizzati a Gambuzzi—Salomone: scorta Garibaldi.
E per Michele Bakunin conservò sempre 1' entusiasmo e difese la memoria. E quando nel 1892 Quirico Filopanti suscitò una spinosa polemica, facendo delle insinuazioni contro Bakunin a proposito del tentativo insurrezionale socialista del 7 agosto 1874 a Bologna, il Gambuzzi levò alto la voce, ed inviò una lettera aperta al Filopanti, nella quale mise a posto i fatti: ricordò come il Bakunin seppe strappare al mazzinianismo molti tra i più ardenti segnaci - ed oppose all'opinione del Filopanti su Bakunin quella di Garibaldi e di Saffi.
I ricordi di Garibaldi e di Bakunin destavano il suo entusiasmo ed erano il suo orgoglio.
Ed è morto nella fede di quei due - fede che si differenzia al giudizio degli osservatori superficiali; ma che si fonde in un medesimo sogno generoso e grande di redenzione umana - fede in quell'internazionale di lavoro e di pace, per cui l’uno diede l’impuloso e l’altro il solenne vaticinio di sole dell’avvenire.

Pasquale Pensa

MEDAGLIE E DIPLOMI
Carlo Gambuzzi ebbe i seguenti diplomi e medaglie:
1. Diploma di Belle Lettere a 16 anni - 1853.
2. Diploma di approv. di 1° grado facoltà giurisprudenza 1856.
3. Diploma di laurea in giurisprudenza 1858.
4. La medaglia ai benemeriti della liberazione di Roma 1849-1870 - (La Commissione istituita dalla Giunta Provvisoria di Governo di Roma in virtù del decreto del 28 settembre 1870 dichiara che il signor Gambuzzi Carlo, già volontario, per aver preso parte alla tentata liberazione di questa città nel 1867, ha diritto di fregiarsi della medaglia de' benemeriti della liberazione di Roma — Roma 21 luglio 1871 — Per la commissione il presid. Alessandro Carcano).
5. Diploma medaglia d' argento benemeriti salute pubblica per l'epidemia colerica 1884.
6. Diploma di maestro della loggia mass. della Valle di Roma.
7. Diploma medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia (1848-1870).
8. Tessera d'iscrizione nell' Albo dei Soci dell'Associazione della Stampa Period. in Italia.
9. Diploma di Membro onorario della L. M. C.- Italia Risorta.
10. Diploma Ispettore Scuola commerciale di Napoli.
11. Diploma di Socio Onorario Società Umanitaria dei Salvatori italiani.
12. Diploma di Socio Benemerito Associazione Operai guantai taglitori a cottimo,
13. Diploma di benemerenza del Comitato d'aiuto dei Superstiti delle Patrie Battaglie nell' epidemia colerica 1884.
14. Diploma d'onore del Comitato della Croce Verde per l'aiuto ai colerosi dS84.
15. Diploma dell' Associaz. giovanile di "Napoli (1869) di Socio Onorario.
10. Diploma di Socio Onorario Alto Patrono dell'Associazione di Mutuo Soccorso e Rappresentanza degli Operai esercenti Prestinai e Fornai meridionali - (1885).
17- Diploma di Socio Protettore dell' Associazione Economica e Previdenze Napoletana (1886).
18. Diploma di componente il Consesso di Protettorato della Confederazione operaia di Arti e Mestieri delle Province Meridionali (1886).
19. Attestato di aver fatto la Campagna del 1867 nell' Agro Romano e autorizza a fregiarsi della Medaglia Commemorativa istituita con R. Decreto 4 Marzo 1895.


Pubblichiamo il seguente articolo, che il povero Gambuzzi scriveva per la sua ‘Gazzetta’ alla vigilia del primo maggio, dettandolo dal suo letto di morte, e che può dirsi il suo testamento politico.

I MAGGIO
Un monito di M. Bakunin

La biografIa che da Nettlau è stata fatta parla da sé, e non v' è molto da aggiungere. Bakunin sta dinnanzi a noi come un puro e fervente pensatore, con tutto il ricco e prodigioso lavoro della sua vita, egli non ha avuto ciò che la gente pratica cerca di conseguire, non ha mai tentato di raggiungere lo scopo con raggiri, come gli opportunisti. Egli andò sempre dritto per la sua via, ed esortava, direttamente a raggiungere la personale libertà ed il benessere di tutti nella via più diretta. Ha persuaso centinaia e migliaia di persone, eccitando al più vivo entusiasmo i migliori dei suoi contemporanei e dei suoi posteri; eppure alla fine della sua vita era solo un uomo rassegnato.
Credo che questa rassegnazione e questo dubbio egli 1'aveva conosciuto da parecchi anni, prima che fosse diventato vecchio ed esausto, prima che leggesse quelle scritture di Schopenhauer che allontanano dal mondo, L' uomo che già nel '49 aveva detto: « Tutto perirà tranne la nona sinfonia » non era uno che andava ciecamente, che s' illudeva sulla pigrizia e sulla rassegnazione degli uomini.
Però si deve credere alla realizzazione di ciò per cui si lotta ? E' necessario voler vedere il risultato del proprio operato per operare ? Questo monito dei ricordi di Bakunin deve insegnarci, che, o si ha una spinta superiore o non la si ha. Colui nel quale la spinta di creare una piena ed intera coltura umana è più grande del desiderio del benessere personale, della pigrizia e della comodità, costui lascerà decidere questa spinta sopra tutta la sua vita, checchè la ragione e la osservazione degli altri possano dire Questo significa Bakunin; cioè la teoria sempre antica e sempre nuova di sacrificare la vita ad un' idea.
Questa idea noi la dividiamo con lui; su questa terra debbono esistere degli uomini fieri e liberi che si riuniscono nel lavoro e nella disciplina per ottenere, col lavoro della natura, quel che loro abbisogna per la vita. Qui non è opportuno né luogo, né ora, né tempo di criticare i dettagli sulle sue opinioni mondiali e sui suoi metodi politici ed antipolitici; si tratta di discutere ciò che Bakunin significa come genio e modello, Bakinin che ci ha insegnato ad essere forti nel pensare e nel vivere!
E qui, Gustavo Laudaner aggiunge: “Io amo e venero Michele Bakunin, come il più amabile di tutti i rivoluzionari. Si può comprenderlo, perché ci sono pochi scritti così viventi come i suoi scritti, e per questo amore e per rispetto io non voglio fare delle chiacchiere sulla vita di tale uomo di azione.”
‘Tempesta e vita’ era il motto cui era fedele questo tempestoso vivente. Spinto dal desiderio di creare, ha aiutato a distruggere il vecchio ed il caduco , ma quando si paragona coloro che non creano positivamente, alle teste di legno senza ispirazione e senza forza interna, allora si preferisce di aver vissuto nel tempo che più non ritorna, quando si passava sulle rovine passava sulle rovine d'un edifìcio che erroneamente si credeva di costruire da solo, mentre essi si costruiscono miserabili baracche di cocci e mattonelle, baracche destinate a cadere in rovina, ad essere disprezzate e dimenticate dalle generazioni prossime e future.
Monito abbastanza solenne e severo per i faziosi dell' oggi.
Era un gran piano che Bakunin aveva nell'animo, benché non fosse dell'anarchismo puro: imporre all' umanità la sua volontà a mezzo di una riunione di uomini eletti e senza nomi condurre le masse alla rivoluzione liberatrice.
Ciò che è rimasto oggi è piuttosto un trastullo, e una faccenda misera di cricca ed altre ridicolaggini pericolose.
Bakunin rappresenta un periodo passato, il tempo dell'azione: oggi siamo diventati più scientifici, e pare che spariscano i pochi che vogliono realizzare l'impossibile, spinti dal loro sentimento. Pure, molti piccoli e meschini risultati sono stati ottenuti dallo zelo collettivo che vuol chiamarsi ‘Scienza’, e da una povera caccia alla mosca che è detta politica sociale. Pare d' essere entrati in un periodo d'attività di pochissimo conto, e non ci resta che lasciar crescere ed unire insieme le due spinte fondamentali bakuniane ‘disprezzo degli uomini di nulla, ed ancora degli uomini.’
Ciò che egli ed i suoi neglessero, oggi si fa un poco da tutti: si costruisce.
È necessario di costruire ? Chi saprebbe negarlo ? Però è anche comodo ed innocuo; si costruisce senza il desiderio di creare.....
I moderni non vogliono comprendere che bisogna costruire in grande, e che perciò, i grandi architetti , sono anche grandi distruttori.
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* *
Premesso il salutare ammonimento che dovrebbe bene interessare tutti coloro che di riforme sociali, e di socialismo si occupano, la ‘Gazzetta di Napoli’, vuol ricordare ciò che sempre ha ricordato perché non si deviasse dal retto sentiero delle vere riforme.
In Italia il fenomeno ha assunto una fisionomia più speciale. Gli industriali tormentati dall'aspra guerra della concorrenza intercontinentale, e deficienti di commissioni, provocarono gli scioperi degli operai che alla loro volta scioperarono successivamente, per la maggiore partecipazione al prodotto del lavoro, l'aumento dei salari - Di qui, la maggiore resistenza dei primi alla domanda dei secondi, e le più. gravi difficoltà della situazione - Ora, a nessuno verrà in mente che il problema del lavoro possa risolversi così presto, ma a tutti che esso si complica progredendo. La libertà politica- questa grande forza componitrice delle lotte sociali - la libertà rispettosa della uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini, la libertà ossequente coi principi della giustizia sociale, mentre lascia l'adito alle possibili soluzioni pacifiche, ci avvicinerà al trionfo di quei principi.
Tempo verrà in cui questa data del 1° Maggio, questo giorno che ancora vagamente si festeggia e si maledice, gravido di speranze e di paure, commemorerà il trionfo della giustizia sociale, la Pace e l'Amore.

***
Paolo Lafargue , il noto socialista genero di Carlo Marx, ha fatto questa storia della genesi delle dimostrazioni annuali, che avvengono il 1° Maggio “l'Idea di mettere in movimento lo stesso giorno i lavoratori da per tutto, per domandare le otto ore di lavoro è essenzialmente francese.
Raimondo Lavigne, del partito operaio di Bordeaux e segretario generale della Federazione dei Sindacati, è stato quegli che espose un progetto in tal senso.
A questa dimostrazione internazionale il Lavigne fu indotto dalla manifestazione nazionale che aveva avuto luogo nel gennaio del 1889 a Parigi ed in tutte le città francesi ove la federazione contava degli aderenti; manifestazione che aveva per iscopo di far argine alle rivendicazioni formulate dal Congresso sindacale di Bordeaux nel 1888.
La commozione era stata grande nel mondo ufficiale quando si vide, a giorno fisso in quasi cento comuni dei delegati recarsi ai ministeri ed alle mairies perchè i governanti trattassero direttamente coi Chaires del proletario francese.
Quanto più minacciosa per 1'ordine borghese non doveva essere un'intimazione analoga, quando organizzata in ogni paese avesse rivestito un carattere assolutamente internazionale ?
Nondimeno prima di proporre al Congresso internazionale del 1889, ciò che dovea diventare il primo maggio, il Lavigne, d'accordo col Guesde, col Deville e con me, volle sapere 1' opinione del Bebel e del Liebknecht.
I socialisti tedeschi erano in quel tempo sotto il regime delle leggi eccezionali e non poteva pensarsi a chiuderli in questo dilemma; o separarsi dal proletariato universale di cui voleva affermarsi l'unità d'azione, o fornire al signor Bismark il pretesto di nuove repressioni.
La risposta del Bebel e del Liebknecht fu:- Poco importa che si accresca il pericolo; la dimostrazione s'impone e si farà.
La democrazia socialista tedesca saprà compiere i suoi doveri internazionali.
Allora fu presentata la proposta di Lavigne al congresso con questo correttivo: che i lavoratori delle diverse nazioni dovevano compiere la manifestazione nelle condizioni che erano loro imposte dalla situazione speciale di ogni paese. La proposta non fissava data e non diceva che la manifestazione dovesse rinnovarsi ogni anno.
Se fu scelto il primo maggio, ciò avvenne perché nel suo congresso del 1888 la Federazione americana del lavoro aveva designato quel giorno per un movimento, sotto forma dì sciopero, in favore delle otto ore.
Come approvando la manifestazione non si faceva che rendere internazionale il movimento d'azione adottato dal congresso sindacale di Bordeaux, così scegliendo il 1° maggio non si faceva che rendere internazionale una data già adattata da un congresso nazionale degli Stati Uniti.
Quanto al ricorso annuale del 1° maggio esso non devesi al congresso internazionale del 1889. Solo più tardi , dopo la manifestazione del 1890, fu decisa spontaneamente l'annualità del 1° maggio dai congressi nazionali nel partito operaio francese a Lilla, dal partito operaio tedesco a Halle, dal partito operaio spagnuolo a Bilbao, e infine fu argomento di una deliberazione definitiva del congresso socialista di Bruxelles nel 1891.
Carlo Gambuzzi


Le famiglie Gambuzzi – Bakunin - Oglialoro, la figlia lontana Tatiana ringraziano vivamente tutti coloro che hanno voluto partecipare al loro dolore per fa perdita del loro amato Carlo.


L’ULTIMO NUMERO
Sentinella avanzata del dolore, sempre esposto al pericolo, Gambuzzi è caduto sul posto, pensando all’'ultimo numero della sua Gazzetta. "Ultimo numero... “ ci sussurrava vaneggiando nel delirio della morte.
Le parole estreme furono raccolte dalle donne pietose, che col cuore esuberante di affetto filiale, ne raccolsero anche l'ultimo respiro. Le sorelle Bakunin hanno reso all'estinto un tributo tale d'affetto che ha dell'inverosimile. In preda ad un lirismo, che, quando scaturisce dal dolore eccede ogni altra manifestazione dell' amino, esse lo rimpiangono come un eroe.
Lo ricordo come elemento instancabile della cospirazione tra il ‘57 e il ‘60 ed avemmo comunanza di aspirazioni, di voleri, d'intenti: ideali sconfinati della giovinezza nostra. I più noti che componevano la falange sacra erano i fratelli Albini, i Lacava e i Senise della forte Lucania; i fratelli Lazzaro, i De Siervo, Raffaele Ghio, i Fabbricatore, Forte, i Settembrini e Nicola La capra, che poi divenne uno dei baroni del Regno.
Non ho nota nè appunti. Scrivo come la memoria mi detta; se tralascio qualcuno, non ci ho colpa. Il Nardi, il D'Afflitto, il barone Nolli, Caracciolo di Bella, tramavano in disparte, ma la tela era la stessa; ricongiunti con noi da fili ed anelli invisibili,
Il più giovane, il più m intraprendente della falange era Carlo Gambuzzi, - e fu dei primi ad essere arrestato. Più cauti, gli altri seppero sfuggire ad ogni ricerca. I conciliaboli si tenevano in casa di Madama Agresti, ove altre dame cospiravano con noi. Le donne per consueto loquaci, involontarie rivelatrici delle più famose congiure, furono al caso nostro insuperabili nel serbare il segreto. Ma Gambuzzi, irrequieto com'era, fu tradito dalla propria indole, cioè dai suo stesso temperamento e venne ben presto arrestato dalla polizia sospettosa, che brancolava ai buio.
Perdemmo così nel bel meglio la cooperazione d'un giovane audace, che con tanto fervore s'era votato alla causa nazionale.
Venne il '60e come insegna Hegel che “nei trionfo l'idea si scinde” noi ci separammo al trionfo della rivoluzione.
Repubblicano convinto, io era fiero come un gallo. Già ferveva la lotta tra il Partito d'Azione e i Moderati. In quei giorni supremi l'aspra contesa si riacutizzò. Bisognava scegliere tra Mazzmi che ci dava la patria e Cavour che ci dava le istituzioni ; io scelsi Mazzini. Gambuzzi abbracciò con entusiasmo il nuovo ordinamento ed andò a votare il Pbebiscito. Proclamata la formola "né apostati né ribelli” parecchi dei nostri furono ribelli a Mazzmi stesso e Libertini, che invitò con lettera a stampa tutto il partito a votare. Ci separammo così, né ebbi più comunanza d' idee, nè di opere coll’' estinto. Negli ultimi anni, affranto dal cumulo dei ricordi e delle delusioni, ei visse solitario, più pensoso d'altrui che di sé ; e ci stringemmo di bel nuovo in cordiale amicizia.
Si legò con forti vincoli a Luigi Dragone e Fanelli, al quale prodigò cure fraterne. Fondò con P. V. De Luca il giornale: "Libertà e Giustizia”. Prese parte a tutti i movimenti nazionali sia come semplice cittadino sia come, soldato dell' indipendenza. Fu così in relazione coi maggiori uomini politici del Risorgimento.
Egli esercitava sui suoi correligionari vivo prestigio, che sarebbe vano il negare.
Si legò poscia con più forti vincoli al russo Bakunin col quale confuse il proprio nome. Ricordo il Bakunin che fu come il precursore di Tolstoi. Alto e robusto della persona, sguardo aveva benevolo e dolce, come di un fanciullo: anima candida, generosa, soleva intrattenersi in forma ultra democratica nell'ufficio del "Popolo d'Italia”. Talora in maniche di camicia nei giorni e-stivi d'intenso calore ci proverbiava, agitando le braccia, come sognatori di una forma di governo che ebbe il suo massimo sviluppo nella storia e perciò da non potersi più ripetere. Polemizzando con lui, rispondevamo essere assurda ogni altra forma quando non fosse ancora svolto l'intero programma mazziniano, che abbraccia tutta l'enciclopedia: il cittadino, la patria, l'umanità, il riscatto dei diseredati, la redenzione della donna, l'etica, la rivoluzione del dovere, cielo e terra.
Confuso col nome immortale di Bakunin si estese in Italia il nome di Gambuzzi e fuori. Divenne così il più noto dei meridionali dopo Nicotera e Crispi, fino a quando non sorsero le figure di M. R. Imbriani e Bovio che oscurarono tutti gli altri.
L'urna gli fu ingrata. Ma senz'appartenere a nessun corpo elettivo, senza rivestire alcuna carica ufficiale , egli ebbe sempre gran credito.
Egli appartenne alla generosa schiera di quei che veramente fecero l'Italia. I suoi meriti, i servigi resi superano di gran lunga gli errori. Inchiniamoci riverenti innanzi alla sua memoria.
SILVIO VERRATTI

Era una placida e soave Sera di primavera, quando, per quella strada del Duomo, tanto monotona di giorno, ma che nelle prime ore dopo il tramonto s'accende di una fervida ed operosa vita, io scorsi il mio amico Carlo Gambuzzi. Camminava lentamente, un pò curvo, ma con aria stanca, che tanto maggiormente mi colpì in lui, quanto più tutti eravamo avvezzi a vederlo dritto e guizzante come una buona spada di Toledo. Mi pareva di scorgere in quella figura dalla taglia elegante quasi un cumulo di dolori, di ansie, di pensieri forti e pungenti, che ne domassero la fibra veramente adamantina, una fibra che non si era spezzata mai nelle lotte belle e fulgide per il risorgimento della patria , per il raggiungimento di quegli ideali che furono il palpito più nobile della sua vita, l'ultimo come il suo primo pensiero; che gli avevano, giovanotto ancora, procurato l'onore del carcere politico e lo dimostrarono strenuo delegato nel Congresso di Ginevra del puro socialismo, come bellamente disse di lui Vincenzo Fontanarosa.
Povero e buon Cario Gambuzzi ! Tutta la intera esistenza egli aveva dedicata agli amici, ai parenti, alla patria, ai lavoratori di ogni specie: un motto pareva che fosse la divisa della sua vita: nulla per sé, tutto per gli altri.' E tutto egli dava veramente agli altri: ingegno, danari, attività, affetto, e ha finito per dare anche quello che di più prezioso egli possedesse, la vita !
Povero e buon Cario !
Oh quanti nobili palpiti, che alati pensieri dovettero condurlo a combattere quelle gloriose battaglie intorno al 1860 e poscia nel Tirolo, ad Aspromonte, a Mentana, che formeranno l'argomento dei poeti avvenire, e nelle quali egli si mostrò sempre non curante di sè , tenero ed amoroso per l'ideale che gli raggiava dinanzi all'anima.
Garibaldi lo ebbe fido amico, consigliere solerte in quei torbidi e felici momenti che segnarono il passaggio di un regno vecchio decrepito alla vita nazionale, piena di tante attività ed energie novelle. Ricordo che quando l'eroe venne qui a Napoli, malato, Carlo Gambuzzi non si mosse un sol minuto dal suo fianco, facendogli assistenza più che da amico, più che da fratello, da amoroso figliuolo addirittura: e nel 1867, anzi nel periodo preparatorio che si svolse prima del generoso fatto di Montana, durante e dopo quella gloriosa battaglia che doveva aprirci la via di Roma, Gambuzzi fu di una attività meravigliosa, seguendo il Duce fino ad Aspromonte, dove parve che la poesia della rinascita italica si fosse per un momento velata.
Se le lotte per la libertà lo ebbero alfiere attivissimo e valoroso, non meno egli si prestò per quelle di ogni più nobile conquista del pensiero umano. E fu socialista. Non socialista alla maniera di coloro che si servono di questi altissimi ideali per formarne scala meschina alle loro ambizioni, ma, per mettersi sempre al servigio dei poveri , dei bisognosi, dei diseredati dalla fortuna, e in prò loro spendere i danari che col suo ingegno guadagnò in larga misura, come in larga misura , da gran signore, spese, non mai per sé.
Conobbe il grande rivoluzionario Michele Bakunin , di cui sposò la vedova, e ne amò i figliuoli Carlo, Sofia e Marussia come la propria figlia Taliana. Ne seguì le idee propugnando l’'Internazionale, che vuole amore e pace tra gli uomini di tutte le nazioni. Alla scuola di lui venne educando le idee generose le quali fino all'ultimo respiro propugnò, prima nel giornale ‘Libertà e Giustizia’ ed indi nella ‘Gazzetta di Napoli’, che parve in questi ultimi tempi di lotte aspre per la conquista non di un ideale, ma di un interesse, la voce di un sognatore o di un aristocratico. Solitario per la ragione medesima che aristocratico, perchè dalle volgarità rifuggiva, perchè nei cimenti quotidiani non osava cacciarsi innanzi facendosi leva del gomito per arrivare ad ogni costo; e perciò rimase solo. Ma che importa ? Forse appunto per questo egli fu più ammirevole e degno di esser ricordato. Di lui resterà il ricordo dell' attività infaticabile, resteranno i benefici reali e duraturi che agli altri fece, resteranno le sue pubblicazioni animate dal soffio imperituro dell'amore per la libertà e per l’umano benessere. Resterà ancora l'amore che seppe ispirare in quanti ne conobbero le doti del cuor generoso e grande, dove ogni dolore e ogni sventura pareva che avessero un posto e trovassero un soccorso.
Gli Uomini sognano e sperano un riposo oltre la tomba, dove posate le ire, smessi i rancori che ne turbarono in questo triste mondo in cui viviamo, essi vivono in una eterna pace, in amore continuo e letificante, Ebbene se questo luminoso mondo esiste, nessuno più degno di lui di viverne e di a-bitarci perocché egli ebbe sopratutto un culto religioso per il bene degli umili, per la pace e la felicità di tutti. A me pare, per questo, che Carlo Gambuzzi non sia morto che col solo suo corpo. E questo spiega le affettuosa imponenti onoranze che vollero farsi alla sua salma, allorché venne privata dell' anima bella che la informava!

Carlo Padiglione
*
II giornale era pronto, l'impaginazione progrediva sotto l'occhio vigile dei tipografo e del compilatore, quando, più rapido, il progredire del male che aveva colpito il direttore della ‘Gazzetta di Napoli’, rese impossibile 1'ulteriore lavoro; e la mano febbrile sostò sospesa e lo schianto del più grande dolore umano arrestò ogni opera.
Carlo Gambuzzi, il lavoratore infaticabile, uno degli l'ultimi apostoli del socialismo puro, di quella fede maravigliosa che invano i perturbatori dell'ordine sociale cercano di appannare oggi che è spenta ogni fede; l'arditissimo uomo che sprezzò camerille e mise il suo ingegno e la sua mano coraggiosa al servizio d'ogni giusta causa , che dal '59 al '70, dalle prigioni politiche ad Aspromonte, al Tirolo, a Mentana aiutò per quanto era in lui, l'Idea che maturava e diveniva azione e che, in moltissimi altri si pensava di sfruttare a solo scopo di lucro, è morto,
L'internazionale lo trovò maturo ad ardue lotte: Bakunin, che in questi ultimi giorni, egli rievocava ad esempio e modello di disciplina e di morale politica nella bassa guerriglia del socialismo bottegaio, che aveva con Fanelli e Cafiero data vita a nuovi principii rigeneratori, lo ebbe compagno e collaboratore in Libertà e Giustizia, strenuo delegalo al congresso di Ginevra, propagandista efficace ed affascinante nei comizi e nel giornale.
Il Parlamento non lo sedusse se non perché egli sperava candidamente di continuarvi l'opera iniziata fuori; due volte fu candidato, e due volte dovette soccombere sopraffatto, oppresso dalla camorra centrale governativa e da quella locale dei partiti e delle fazioncelle di Comune.
Si tenne in disparte: pure,viveva pel pubblico, per interesse di tutti; da quarantenni non un atto solo si compiva in Italia cui egli non aderisse o di cui non fosse parte interessante; poche settimane appena sono scorse, che a Roma, sotto una pioggia torrenziale, sostenne la causa dei ferrovieri , lottando ancora, fino all'ultimo, colla ‘Gazzetta di Napoli’, che egli fece servire ad ogni manifestazione del Vero e del Bene.
Primo, anzi unico, a combattere la Camorra napoletana, ne aveva sostenuta la sfida e ribattuti gli insulti; e non volle transigere, pel Risanamento morale che egli intendeva radicale e sicuro.
Le baruffe delle Sezioni Socialiste lo irritarono e addolorarono oltremodo.
La scissione lo addolorò, ebbe momenti di abbattimento, ma pronunziò ancora una parola di pace
coll' Augurio di Pasqua, e rievocando il Maestro Bakunin consolò sé stesso e quelli che ancora sperano nella sua Fede.
Con Carlo Gambuzzi, in verità, si spegne l'ultimo apostolo leonino del socialismo puro, prisma terso inappannabile; la calunnia non lo raggiunse ; beneficò tutti. Sessantacinque anni di vita battagliera, lo strazio di chi crede ancora in sogno, il vederlo inerte sul letto di morte nel riposo che egli sprezzò sempre dall'adolescenza più tenera, il ricordo delle opere compiute valgano bene ad additarlo ai facili creatori di apoteosi e di fama usurpata.

*****
E la ‘Gazzetta di Napoli’, che fu per tanti anni vita della sua vita, sangue del suo sangue vivo, si spegne con lui. Perché dorrebbe sopravvivere ? L' anno scorso, pur non dividendo per intero le idee politiche del suo direttore, io accettai la compilazione del giornale con entusiasmo ed amore.
La trasformazione del periodico aveva i riempito i nostri cuori di grande dolcezza, si sperò nel ringiovanimento del vecchio diario, ma chi doveva o poteva mai supporre che fossero le lagrime amare tanta vicine a quei sorrisi ? Chi poteva supporre, anche lontanamente, che lo scrittore del 1° maggio 1901 che aveva affidato al foglio lieve di carta tutta la giovanilità instancabile del cuore e dell'intelligenza, dovesse spegnersi proprio dodici mesi dopo ?
La ‘Gazzetta di Napoli’ muore adunque, essa più non serve alla manifestazione del pensiero di chi la sostenne per più lustri consacrandole tempo, danaro e fatiche; essa tradirebbe il proprio mandato il giorno in cui, passando in altre mani, dovesse, non dico mutare d'indirizzo, ma attenuarsi per poco o divergere dalla via battuta per decine di anni.
Perciò muore: iniziata con un 1.° maggio, il piccolo foglio si chiude con un'altra festa del lavoro, che per noi è lutto insanabile; e Dio voglia cha pel bene del Mezzogiorno le parole buone del nostro Carlo fruttifichino rigogliose ed apportatrici di benessere indistruttibile.
VINCENZO FONTANAROSA

Quando, dopo lo strazio delle ultime sofferenze , che non gli hanno dato tregua, noi abbiam visto spegnersi nell'occhio di lui l'ultimo raggio e l'ultimo desiderio, ci siam piegati sul suo corpo come a raccogliere il palpito supremo della sua esistenza preziosa spesa tutta a beneficio di un grande sogno.
E le legioni gloriose dei martiri dell'Unità e dell'Idea, e i suoi commilitoni di Aspromonte, del Tirolo, di Mentana, pareva fossero raccolti tutti intorno a lui, come s'egli, il prode delle campagne nazionali , fosse caduto su di un rampo di battaglia, mentre che la figura di Bakunin, acuita nel bronzo, pareva avesse il fremito d'una parola dall' alto del piedistallo di fronte a lui, quasi a proteggere l'ultimo palpito di un gran cuore, ed a ripigliar la tenuta promessa di fede, tante volte scambiata nel silenzio dell'anima o apertamente, in faccia al popolo, quando il sogno era più tormentoso.
Chi non ha conosciuto Carlo Ganibuzzi, e il cuore mi trema nello scrivere qui il suo nome, non può farsi una idea precisa dello smarrimento che ha colpito noi tutti raccolti intorno al suo letto, quando noi pensavamo che qualche giorno prima era tra noi, ancora vegeto e forte, l'intelletto lucido, la parola facile, il cuore aperto alle più belle manifestazioni di libertà e di giustizia.
Oggi più che mai, la sua figura di socialista puro e sognante, si delinea ben precisa sull’orizzonte brullo della vita pubblica, oggi che gli ultimi venuti, la parola facile e pronta alle promesse, ma il cuore chiuso e l'intelletto stretto in un cerchio di ferro che non fa vedere al dì la del proprio interesse, oggi egli resta maestro di quella interezza di carattere che manca a parecchi, ed è perciò che il suo ideale socialista muore con lui che subì persecuzioni e condanne per sferzare chiesuole e camerille e che nulla chiese agli uomini del suo partito quando lo avrebbe potuto, perché era stato lui che con Bakunin aveva solo gettato a Napoli le prime basi del partito.
Ma noi lo ricordiamo ancora meglio come uomo e come amico: ci eravamo in pochi, pochissimi, stretti intorno a lui con la fiducia e con la tenacia che ispirano queste maschie figure di patriotti e di pensatori, ed io mi sentivo attratto a lui potentemente, a lui che aveva saputo inoculare nel mio sangue, all'affacciarsi della seconda giovinezza, lo sprezzo a tutto ciò che sa di meschino e di opportunistico.
Che montava se io non nutrivo la sua stessa fede e non era della sua scuola? Dall'attrito delle dottrine e dal focolare della discussione venivan fuori delle idee sane, superbe di grandezza morale e civile, che non eran parte del patrimonio scientifico di nessuno ma che appartenevano all'umanità tutta e segnavan la via dell'uomo onesto e del lavoratore.
Così egli, nato in tempi in cui la libertà del pensiero procurava patiboli e catene, vissuto all'ombra di un ideale che s'era affermato col sangue sui campi di battaglia, ritirandosi a vita privata diventava con la parola e con 1' esempio l'educatore assiduo e tenace, sì che nell'equilibrio tra il pensiero e l'azione, nell' accordo tra la parola parlata e la vita vissuta, la gioventù trovasse la interezza del carattere e il segreto dello esplicamento delle proprie energie e della propria individualità.
La sua cattedra, umile, modesta, ma non per questo inefficace, fu il giornale che egli legò alle idee più nobili e generose, fu questa nostra ‘Gazzetta’ che nei suoi tempi più fortunati come negli ultimi di sventura e di decadenza, non venne mai meno al suo programma e sferzò a sangue la camorra coalizata , inseguendola senza darle quartiere, cercando di scinderla e smembrarla, perchè meno potenti ne fossero i tentacoli e più facile l'abbatterla. Ma il mostro resistette ai colpi poderosi; le prove non ancora mature, la coscienza pubblica non commossa e non pronta fecero precipitare gli eventi, si che egli passò per diffamatore, mentre inseguiva il suo sogno.
Poi vennero gli altri, più chiassoni, più spavaldi; vinsero per necessità di cose, e colui che aveva aperta la prima breccia nel muro poderoso fu volutamente dimenticato.
Povero, povero Carlo Gambuzzi! Chi potrebbe seguire e vegliare il tuo sogno se molti , usi a fermarsi alle esteriorità della vita, per abitudine hanno sulle labbra il riso dello scettico, e molti altri sogghignano il più amaro scherno che agghiaccia e che uccide ?
Nella sua fede umana e civile che tante volte lo aveva sorretto nei momenti di stanchezza e di sconforto egli è morto, inseguendo il sogno eterno di pace e di giustizia, quasi sul campo dell'azione, perché l'inizio del male che dovea schiudergli la tomba egli l'ha contratto in una triste ed uggiosa giornata , intento come era a risolvere la questione dei ferrovieri scioperanti, mentre parlava ad essi sotto una fitta e scrosciante pioggia.
L'epilogo è degno di tutta la vita: la causa che lo condusse alla tomba non è dissimile, in fondo, da quella che gli aveva. fatto portar le catene. E parla meglio al cuore e all'intelletto una nuda pagina di storia, una constatazione pura e semplice di fatti, che hanno in sé il segreto e la forza della più toccante eloquenza, che queste povere linee, scritte con mano tremante in un’ora di dolore e di sconforto.
Gaetano Mario Priore


***
In un'epoca di tante lotte meschine, in cui non si bada ai mezzi per conseguire un fine qualunque, in cui ogni atto, ogni puro ideale è calpestato e deriso , emerge radiosa e sublime la figura di Carlo Gambuzzi, del lavoratore instancabile, di colui che ha speso tutta la sua esistenza per il bene per il trionfo d'una Idea alla quale aveva consacrata tutta l'intelligenza della sua mente vasta, tutta la sua vita. A lui, che aveva 1'anima infinitamente buona e il cuore generoso e grande, che non sapeva, non poteva difendere una causa ingiusta e sleale sono state mosse le guerre più atroci, più basse, più volgari. E tutto questo invece di avvilirlo, di abbatterlo, di costringerlo, come si sperava, lo rese più saldo nei suoi principii, più forte e coraggioso nella lotta ch'egli voleva finire in una vittoria: tutti questi sforzi sovrumani per restare sicuro e incrollabile al suo posto gli ritemprarono il cuore e lo resero infinitamente grande. Possedere il suo ingegno, la sua anima, il suo cuore, credo che abbia dovuto essere il sogno idealmente puro di tutti coloro che aspirano all'Alto ed al Bello, di tutti coloro che avrebbero dovuto, almeno in parte, seguirne l'esempio vigoroso, imitarne le doti sublimi e gentili dello spirito delicato e benefico. Ed ora quest'uomo che ha sparso sul suo passaggio tutto il bene di cui era capace la Sua anima, si è spento serenamente addormentandosi nella gran pace del sonno eterno, ancora nella piena vitalità delle sue forze, quando credeva e doveva ancora combattere e vincere.
Povero, povero Carlo ! Conoscerlo, amarlo irresistibilmente per la purezza del suo pensiero alto e profondo, per il fascino potente che emanava dalla sua anima ardente, e perderlo improvvisamente, quando si aveva in lui fede e speranza maggiore, è stato semplicemente e terribilmente atroce.
SYLBANA

Telegrafarono:
Associandomi suo vivo dolore porgo per amarissima perdita lepiù cordiali condoglianze - ZANARDELLI.

Esprimo loro mie sentite condoglianze morte egregio Gambuzzi - GIOLITTI.

Profondamente contristato mi inchino riverente sul feretro del carissimo e vecchio amico Carlo Gambuzzi. Patriota vaioloso e leale, pubblicista illuminato ed onesto costante efficace propugnatore del bene di Napoli - Deputato CAPOZZI.

Addoloratissimo perdita amico affettuoso compagno di armi, dolente non poter rendere ultimo tributo - DELLA TORRE.

Notizia inaspettata morte avv. Gambuzzi addolorato questa cittadinanza cui defunto per sue grandi nobili doti cuore era legato antichi costanti vincoli simpatia affetto - Adempio perciò mesto dovere presentare alte sentite condoglianze cittadinanza unanime, Municipio che sarà rappresentato esequie— PALUMBO.

Vivissime condoglianze morte compianto Carlo. Dolente impossibilitato intervenire—SENISE.

Tristissima notizia inattesa - perdita amico sincero ci unisce dolorosamente comune rimpianto — famiglia PATERAS.

Vivamente colpiti addolorati improvvisa perdita carissimo amico partecipiamo col cuore vostro.

Profondamente addolorati piangiamo con voi perdita povero Gambuzzi vecchio ottimo amico GIOVANNA ARTURO D’AMICO.

Apprendo ora perdita amico carissimo. Profondamente rattristato porgo le vive condoglianze - Presidente VEUDK.

Notizia vostra sventura ci addolora profondamente. Verremo subito abbracciare—IRENE IMBRIANI SCODNIK.

Ricevo in questo momento annunzio doloroso improvvisa morte mio caro Carlo. Ne resto esterrefatto e piango con voi — FUSCO.


Parteciparono ai funerali e scrissero per condoglianza:
Professor Diodalo Lioy.
Ing. Michele Pizzuti.
Federigo Giannini.
Prof. Michele Landoli.
Avv. Pietro Prisco.
Cav. Aurelio Tocco.
Avv. Giuseppe Cima.
Erminia Comparetti-Gioia.
Pasquale Pensa.
Professor Luigi Polignani.
Giuseppe Januario.
Antonio Januario.
Amalia Potente.
Ernestoo Trifari.
Guglielmo Santorelli.
Dr. Elia Testa.
Rag.re Giovanni Ritondale.
Guido Manna.
Prof. Vincenzo Pagano.
Alberto Spadaccini.
Mario Montella.
Gennaro Carpentieri.
Prof. Pasquale Del Pezzo.
Francesco Rizzuti,
Antonio Simonelli.
Filippo de Luca.
D.r Giacomo Cicconardi.
V. Carli.
R. Frombeis.
J. Simonelli.
D.r Ottavio Ammendola.
Prof. Enrico Reale.
Michele Blasi.
Michele Barberio.
Francesco Mastrangelo.
Enrico Perrone.
G. Iandolo.
Antonio Cimorelli.
Filippo De Luca.
Giulio Cubeddo.
Prof. Francesco Fabris.
Riccardo Cipriani.
Giulia d' Addosio Zattara.
Antonio Lnnoncelli.
Vedova Limoncelli.
Sig.ra Romano Avezzano.
Comm. Cesare Alaggia.
Cav. Filippo Verde.
Sig.ra Alaggia Verde.
Sig.ra Giuseppina Lanzara.
Signor Max Claass.
D.r Arianna Claass-Papazafiropulo.
Gaet. Mario Priore.
On. Alfredo Baccelli.
Cav. Giovanni Ricci. Ester Fontanella-Foà.
Avv. Mario Capece Tomacelli.
Luca Bucci.
Cav. Uff. Salvatore Minichini.
Prof. Giovanni Rossi.
Prof. Carlo Cucca.
S, E. Urbano Rattazzi.
Achille Cosenza.
Sig.na Maria Pasquale.
Sig.na Maria Lazzaro-Sturmhòfel.
Prof. B. W. Foulques.
Tenente Carlo Poerio.
Chiarina Bussola.
Giulio Migliaccio.
Napodano Luigi.
Dott. G. Concornotti.
Dott. Raffaele Paladino.
Attilio Palma.
M. Chevrier.
Dott. Achille Titomanlio.
Mattia Coppola.
Angelo Pisani.
Lorenzo Gomez y Rodrignez.
Luigi d'Addosio.
Salvatore Bozzelli.
Ferdinando Bozzelli.
Eugenio Sebastiani.
Achille Cosentini.
Carlo Gazzone.
Domenico Montesano.
Rag.re Antorio Picarelli.
Giovanni Pirozzi.
D.r G. Typaldos.
Prof. Giuseppe Fabozzi.
Dr. Giuseppe Pupino Carbonelli.
Luigi Carli.
Gaspare La Porta.
Giuseppe Bozzelli.
Prof. Francesco Montalto.
Francesca Fabris.
Avv. Pasquale Galiero.
Avv. Angelo Mancini.
Vincenzo Arnese.
Vito Palmini.
Francesco Pacilio.
Prof. Vincenzo Fontanarosa.
Prof. Amerigo di Gennaro Ferrigni.
L. Kac.
E. Coppola
Prof. Angelo Zuccarelli.
Cav. G. Mario Priore
Avv. Giuseppe Cinca.
Francesco Rizzati.
Cav Pietro Curatela.
Rag.re Federico Alborghetti.
Dr Giovanni Cacace.
Enrico Campanelli.
Erminia Carunchio-Lemmo.
Cav. Michele Carunchio,
Annibale de Carolis.
Prof. Ferdinando Masseis.
Michele Lanna.
Maria Nicotera Ricco.
On. Pasquale Placido.
Prof. Antonino Virdia.
D.r Ciro Russo.
Cav. Giuseppe de Martinis.
Barone Antonio Amatucci.
Avv. Giacinto Ciamarra.
Prof. Antonio Reale.
Sig.ra Everdina Bassani.
Prof. Francesco Bassani.
Prof. Tommaso Guida.
Avv. Roberto D'Orso.
Avv. Federico de Rosa.
D. A. lacobelli. Pasquale Tedeschi.
Giovannina Criscuolo.
Elvira d' Esposito.
Daniele Dartenois.
Prof. Augusto di Luzenberger.
Giovanni Beltrani.
Calliope Capece Latro Ferrigni.
Giovanni G. Buiani.
Comm. Tommaso Testa.
Comm. Domenico Martuscelli.
Marchese di Terenzano.
D.r Zoè Armenante.
Prof. Francesco Armenante.
Principe di Sirignano.
Generale Tixon di Vidaurres.
D.r Silvio Picella.
Elisa Picella-Neuberg.
Senatore Antonio Cardarelli
Prof. Vincenzo Vitone.
Luigi Schettini.
Tommaso Licari.
Cav. V. A. Berardi.
Prof. O. Rebuffat.
Checchina Rebuffat.
Florio.
Raimondo Pilo.
Professor Arnaldo Piutti
Professor Benedetto Croce.
Avvocato Gustavo Semmola.
E. Coppola.
Dottor Tommaso Blessich.
Cavalier Odoardo Santoro.
Avv. Giuseppe Blasucci.
Professor R. Biamonte.
Prof. Udalrigo Masoni.
Avv. Donato Blasucci.
Prof. Achille Spatuzzi.
Senatore Duca D' Eboli-Doria.
S E. Ernesto di Broglio.
Cesare Mazzone.
Comm. Achille Argentino.
Baronessa d' Hirlig. Comm.
Gaetano Antonelli.
Teodoro Bromberg.
Nicola Prisco.
Prof. Ernesto Linguiti.
Adolfo Barberis.
Avv. Nicola Perrone.
G De Marco.
Ernesto Milone.
Prof. Enrico Rossi.
Cav. Saverio Petrone.
S. E. Francesco Cocco - Ortu.
Baronessa Nicotera Poerio.
Pasquale Fiorenza.
Avv. Ernesto De Giorgio.
D.r Antonio Cannone.
On. Ettore Ciccotti.
Marchese di Salice.
Senatore Prof. Luigi Miraglia.
On. Giovanni Della Rocca.
Senatore Marchese P. Atenolfi.
Cav. Federico Boubée.
Avv. Domenico Ardia.
Cesare Martinelli.
Avv. Ernesto Giordano.
Laura Prisco Gaston.
On. Francesco Girardi.
Maurizio Ceccato.
Onorevole Giustino Fortunato.
Avvocato Pasquale Vittorio Barone.
Dott. Alfredo Beffardi.
Dott. G. B. Mandisi.
On. Guglielmo Cantarano.
Prof. Saturnino Ghiaia.
L. Colucci.
Comm. Carlo Padiglione
Prof. I. Scalese e famiglia.
Senatore Luigi Miceli.
Cav. G. B. d'Addosio.
On. Pietro Pansini.
Francesca D' Addosio Roselli.
Emilia de Nicola di Miglione.
Prof. Simplicio Del Vecchio.
Dott. G. A. Petrone Giuseppe Molino.
Concettina Molino d'Angerio.
Dott. Domenico Palma. Raffaele Fiorentino.
A. e P. Palazzi.
Prof. Adolfo Fasano.
On. Gaspare Colosimo.
M. Guastalla.
Prof. Carlo Parancandolo.
Prof. Eugenio Scacchi.
Sallustio Crispo.
Prof. Aristide Gabella.
Maria Cabella-Avallone.
Prof. Vincenzo d'Addozio.
Cristina Schettino-de Montagna.
On Comm. Mango.
Avv. Giuseppe Merlino.
Donato M.Leone.
Olimpia Leone — de Falco.
Comm. Enrico Galli.
Prof. Francesco Arena.
Arcangelo Manzi.
D.r Salvatore Fabozzi. Comm.
Oronzio De Mita.
Elviro Ciccarese.
Prof. Luigi Conforti.
Prof. Ed. Salvia.
Anna Gaggino— Ragusa.
Prof. Alberto Marghieri.
Comm. Giuseppe Orlando.
Cav. Giovanni Ricci.
Cosmo Riccioli.
Giorgio Cattellani.
Avv. Francesco Panzuti.
Senatore Giannette Cavasola.
Pia Cavasola-Muratori.
Angelina Cavasela.
Prof. Clemente Romano.
Salvatore Morelli.
Pietro Mazzaccuva-Melaerino.
Cav. I. Bruni Prenestino.
G. M. Scalinger. Ù
Prof. R. V. Matteucci.
Umberto Vitale.
D.r Enrico Aurilia.
D.r Alfredo de Santis.
D.r Vittorio Marlinelli.
D.r Antonio Lacava. Marchese di Montemayor.
Annibale de Carolis.
Bar. sa Raffalla Foglia.
Pietro Fuoco.
Carlo Aurilia e fam.
Famiglia Iuliani.
Giuseppe Giordano.
Signora Pazienza.
Vittoria Colonna-d'Acunti.
Famiglia Spagnolo.
Francesco Belsanti.
Professor Quarana.
Contessa Carducci-Miceli.
Signora Fanny Violard.
Cavalier Massimo Levy.
Signor Tricomi.
Professor Guglielmo Santorelli.
Professor Gennaro Petterusi.
Prof. I. Colagrosso.
Comm. Pasquale Aprile.
Max Neltlau.
Comm. Costanze Autossi.
Luigi Pazienza.
Vincenzina Trerotola.
Luigi Iula.
Bice Traversa.
D.r Nappi Eurico.
Gustavo Grasso.
Avv. Luciani.
Madame Juillet Sthager.
Erminia Belsanti-d' Andrea.
Avv. d' Andrea.
Sig.ra Di Scanno.
Domenico Todini.
Edoardo Pignalosa.
Silvio Verratti.
D.r Verratti.
Giuseppe Ricucci.
D.r Elena Ricucci-Schettino.
Elisa Pilo-Crispo.
On. Giovanni Bovio.
On. Roberto Mirabelli.
On, Pietro Rosano.
Suor Canetto.
Concetta Fiorentino.
Prof. Celestino Summonte.
Anna Lietti.
Franceschina Curci-Sofio.
Cristina Giordano Orsini.
D.r Alessandro Tutolo.
D.r Enrico Cutolo.
Avv. Allocca.
A. Imhoff.
Prof. Alfredo Bottazzi.
Bar.sa Emilia Mascitelli.
Carolina Rizzo-Fazio.
On. Giuseppe Lazzaro.
On. Prof. Francesco Fede.
Marchese di Sangineto.
D.r Pasquale Mazzeo.
Cav. Emilio D' Eufemia.
Luisa Lazzaro-Iorio.
Marchese Rodinò di Maglione.
Giulia Fava Masucci.
Prof. R. lanuario.
Milady L. Rae.
Luigi Bartolomeo.
Giovanni Iorio.
D.r Lorenzo Della Corte.
Prof. Michele Galdieri.
Prof. R. M. Rossi.
Prof. Pasquale Malerba.
Celestino Grea e Signora.
Avv. Carlo d' Addosio.
On. Giuseppe Leone.
Iirene Imbriani Poerio-Scodnik.
Maria Vittoria Bassi.
Enrico Laug.
Argia Ferrigni-Laug.
Prof. Ignazio Tambaro.
Pietro Perito.
Barone Luigi De Marinis Stendardo.
Prof. Enrico Cocchia.
Comm. Giovanni de Bury.
Prof. Luciano Armarmi.
On. Enrico Arlotta.
On. Luigi Simeoni.
Prof. Antonio Damieno.
Prof. Rodolfo Stanziale.
Cav. Gaetano Tarantini.
Annita Tarantini – di Lorenzo.
Giovanni Cacace.
Lina Puoti.
D.r Michele Novi.
D.r G. Moyne.
Comm. Pasquale Aprile e Signora.

Il ‘Roma’ del 2 maggio così annunciava la morte di Carlo Gambuzzi:
Con vivo, indicibile, dolore dal fondo dell'animo prorompe questo annunzio della morte del nostro amico avvocato Carlo Gambuzzi, avvenuta la sera del 30 aprile ora scorso. Una fiera e rapida pulmonite ha troncato in pochi giorni una fibra resistente, entro cui si agitava uno spirito intrepido, pronto alla lotta, e colmo anche di mitezza per gli affetti più cari.
Era uno dei superstiti, che nei tempi agitati dalle forti aspirazioni per la indipendenza e la libertà di Italia, avevano dedicata la giovinezza all'ideale, che scaldava i più generosi cuori italiani.
Nato nel 1837, a soli diciotto anni veniva arrestato dalla polizia borbonica e doveva scontare il suo delitto di liberalismo
E dopo aver preso parte, ancor quasi giovanetto alle cospirazioni per un'Italia libera ed una Carlo Gambuzzi partecipò entusiasta
E dopo aver preso parte, ancor quasi giovanetto, alla cospirazioni per un'Italia libera ed una, Carlo Gambuzzi partecipò entusiasta all’ epopea garibaldina; fu ad Aspromonte, e poi dovè esulare a Torino. Fece la campagna del Tirolo - e fu a Mentana
Ma patriota non del lunedì dopo la festa, delle battaglie per l'indipendenza ebbe solo le relative medaglie commemorative. D' altronde, l’Italia unificata, il Gambuzzi ad altro ideale volgeva la mente e il cuore.
Venivano dal nord i primi bagliori di quell' Internazionale che Garibaldi chiamò sole dell'avvenire; ed il patriota di ieri veniva attratto dal nuovo astro.
Soggiogato dalla parola del proscritto russo Michele Bakunin, Carlo Gambuzzi insieme a Giuseppe Fanelli ed a Carlo Cafiero fondavano a Napoli la prima sezione dell' Internazionale, che per i primi affiliati doveva significare amore e pace tra gli uomini di tutte le nazioni.
Il Gambuzzi fondò poi e diresse il periodico Libertà e Giustizia, che fu tra i primi giornali socialisti che vedessero la luce in Italia.
Si appartò poi per qualche tempo dal movimento politico, dedicandosi alla famiglia ed alla professione.
Ma, dotato di forte ingegno e d'infrenabile attività, non poteva contenersi nei confini del Foro, e ridiscese nel campo delle battaglie politiche e del giornalismo.
Fu il primo che attaccò, a viso aperto, durante la battaglia elettorale del 1893, l'onnipotente Casale, propugnando il risanamento morale di Napoli.
La generosità del cuore non gli manteneva sempre amica la fortuna; ma quei che lo conobbero da molti anni, e ne apprezzarono la rettitudine dell'animo, serberanno caro e perenne il suo ricordo.
Mori, può dirsi, sulla breccia, non mentendo neppur negli estremi istanti la prodigiosa attività onde era dotato - e poche ore prima che spirasse, rivedeva un suo articolo sul primo maggio, dettato per la sua ‘Gazzetta di Napoli’.
Ai figli dell'adorata sua moglie, sig. Carlo, Dott. sig.a Sonia Bakunin, sig.ra Marussia Oglialoro-Bakunin,. che egli amò come tenero padre, a sua figlia Tatiana,. che maritata in Polonia riceverà la dolorosa notizia della irreparabile sventura, esprimiamo profonde condoglianze.

Premiato Stab. Tipografico Cav. Gennaro Maria Priore - Vico de S. Filippo e Giacomo , 26 — Napoli
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