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Carlo Gambuzzi, Sulla tomba di Giuseppe Fanelli. Napoli, 6 gennaio 1877.

Giuseppe Fanelli, addio ! Addio per sempre ! Noi non udiremo più la tua severa parola per stigmatizzare i tempi che volgono a fiacchezza e contraddizione. Noi non vedremo più la tua cara persona accorrere dovunque havvi un diritto da rivendicare.

Tu hai pagato il tuo tributo alla natura, e un altro più crudele alla causa della libertà e della giustizia, a cui sacrasti la tua esistenza.

Amici convenuti qui a compiere un pietoso dovere, piangete la perdita dello intemerato concittadino spento anzi ora, vittima di sacrifici, di fatiche e di dolori per la patria e per l’umanità.

Giuseppe Fanelli nacque nel 1828 da genitori agiati. Il padre Lelio, di cui ricordiamo ancora lo specchiato patriottismo e l’opera solerte spesa a favore della istruzione popolare, lo iniziò di buon’ora alla scuola dell’emancipazione.

Eccolo quindi, infiammato di idee generose, appena ventenne, pugnare gagliardo nel 1849 sotto le bandiere della Repubblica Romana.

Patisce eroicamente lo esilio nei migliori suoi anni.

Associando l’opera propria al partito nazionale, ritorna in patria celatamente a preparare i fatti fortunosi di Sapri.

Prende parte a quelli ben avventurati del 1860 sbarcando a Marsala fra i mille con Garibaldi.

Colonnella garibaldino negli Abruzzi, tiene fronte allo esercito borbonico e alla reazione.

Quando molti colgono i frutti del lavoro di tutti, ritorna povero e senza onori nella vita privata, fiero solo di avere cooperato alla restituzione della patria, per la unificazione della quale riprende le armi nell’ultima guerra contro l’Austria, e guerreggia fra gli scoscendimenti delle alpi tirolesi.

Deputato al parlamento e consigliere comunale parecchie fiate, vive sempre nel popolo e pel popolo.

Soddisfatto uno dei voti del suo animo, quando col corpo la sua mente avrebbe potuto riposare, egli si emancipa dalla scuola repubblicana meramente politica, alla quale aveva appartenuto sino allora; segue gl’impulsi di un grande, la cui tomba si chiuse, appena pochi mesi, in Berna, Michele Bakunine, e abbraccia i principi della rivoluzione sociale.

La rompe col suo maestro Mazzini, e con quanti intolleranti trova sul cammino; affronta il grande problema del benessere sociale con le armi che gli sono proprie: acuto discernimento, attività indomabile, onestà incomparabile.

Profondamente convinto che la forma politica non è che l’ambiente entro cui possa più o meno svolgersi quel problema, egli si afferma repubblicano socialista.

Coopera con efficacia in Italia e all’estera alla organizzazione dell’associazione internazionale degli operai, viaggiando in lontane contrade, non con gli agi dei rappresentanti dello Stato, ma con le privazioni dei propugnatori dei diritti dei diseredati di terra e libertà.

In Spagna getta le basi della grande opera comune a tutti i popoli, a tutte le razze, e che progredirà tanto più celermente quanto maggiori saranno le resistenze dei deliranti propugnatori di una politica, che ormai ha avuto l’ostracismo delle ultime conclusioni della scienza.

E così in tempi in cui le evoluzioni dei repubblicani e rivoluzionarii dell’ieri costituiscono le apostasie dell’oggi, in tempi in cui l’avidità delle subite fortune travolge in molti e mente e cuore, Fanelli resta repubblicano socialista, senz’altri onori che quelli della sua povertà e della sua modestia.

Se non che sfiduciato dalla ignoranza delle maggioranze nullabbienti, e dal pervertimento delle minoranze privilegiate, spesso nei suoi discorsi, usando meco come con fratello, ripeteva essere stanco di vivere; egli che aveva ancora tanta vita !

Alla stanchezza si aggiunge una profonda malinconia, allorché alle penultime elezioni rimane escluso dal parlamento, dove aveva tenuto sempre alta la bandiera della moralità.

Povero Fanelli ! Affranto dalle fatiche, dalle privazioni e dai dolori, è colpito da lipemania, e poco dopo da emorragia cerebrale è tratto al sepolcro.

Amici, io vi ho invitato a piangere su questo feretro. La morte di tanto cittadino è sventura pubblica.

Sfogate, sì, il vostro cuore. Ma innanzi di dipartirci da questo sito di dolori, esclamiamo da forti con una sola voce: se Giuseppe fanelli è morto, viva la causa della libertà e della giustizia per cui egli consunse la sua generosa esistenza.

6 gennaio 1877 “

P.S. Una copia di questo rarissimo scritto si trova presso la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma.
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