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L'Anticoncilio di Napoli del 1869. Prima parte.

L’Anticoncilio di Napoli del 1869 promosso e descritto da Giuseppe Ricciardi
I edizione: Napoli, Stabilimento Tipografico Strada S. Pietro a Majella, 34, 1870.

PREFAZIONE

II presente lavoro veniva da me affidato al professore Francesco Lattari, anziché ad un libero pensatore, perché mi pareva che uno scrittore affatto estraneo all'Anticoncilio, e abborrente qual'egli, da ogni esagerazione, fosse in tai condizioni di retto criterio e di spassionato giudizio, da dover riuscire ottimo narratore di quanto occorreva in Napoli nel decembre del 1869; ma sfortunatamente, per ragioni indipendenti al tutto dal suo volere, non potendo il Lattari attendere all'opera divisata, ed urgendo pure il farla di pubblica luce, se non altro a ribattere gli assalti, non sempre leali, onde fu segno l'Anticoncilio, vi pongo mano io medesimo.

Ad evitare, per altro, ogni traccia di parzialità, anziché parlar io, farò parlare i fatti e i documenti da me, raccolti, alcuni fra i quali appariranno di non picciol rilievo, quali, per esempio, le adesioni numerosissime a Napoli pervenute dai più lontani paesi, non che alquante lettere degli uomini più chiari d'Europa.

Io stesso, nol celerò, fui oltre modo maravigliato del modo in cui tanta parte del mondo civile rispose alla mia chiamata.

Che a Roma si rechino i vescovi di tutto l'orbe cattolico, al primo invito del loro capo supremo, nessuno debbe stupirne, sì fatto essendo l'ordinamento mirabile della chiesa cattolica, così grandi le sue ricchezze, e l'obbedienza dei suoi proseliti così cieca, da dover essere agevole al papa il conseguire qualsiasi intento più arduo; ma, che alla voce d'un solo, e questo non d'altra autorità rivestito, né d'altra forza munito, oltre quelle che possono conferire l'amore del vero, il culto della ragione, il desiderio del bene, ed una volontà ferma, sia riuscito a chiamare in questo stremo lembo d'Europa una mano sì fletta di liberi pensatori d'ogni contrada, e promovere manifestazioni così generali e solenni contro il papato, maraviglia.

V'aggiungi il quasi nessun aiuto da me rinvenuto nei miei amici politici, i quali anzi, tranne pochissimi, non si vergognarono di avversare l'opera mia, il difetto di coraggio nei più fra coloro stessi, che avrebbero dovuto con maggiore alacrità secondarmi (vo' dire dei professori delle nostre università, di cui solo pochi risposero alla mia voce) l'ostilità manifesta del gran maestro della massoneria italiana, la guerra fattami dai giornali, gli ostacoli d'ogni maniera oppostimi da un governo, che non sa discernere dove gli amici suoi si rinvengano, e dove i nemici, e, da ultimo, le condizioni del luogo stesso, in cui l'Anticoncilio venia convocato, ed il quale, a che gioverebbe dissimularlo? non è fra quelli, dove la superstizione cattolica abbia radici men salde.

Nessuna impresa mai fu ricinta da tante difficoltà, quanto la mia. La quale pure avrei condotta a buon fine, se circostanze fuori del mio volere e potere non vi si fossero opposte.

Ma parlino, voglio ripeterlo, i fatti e i documenti, cui solo farò precedere o tener dietro qua e là osservazioni brevissime.

Non chiuderò questa mia prefazione, senza rivolgere pubbliche grazie a quei pochi che mi aiutarono, ed in inspecie al venerando generale Avezzana, al dottore Geronimo Testa, al professore Bruto Fabricatore ed al conte Luigi Amadei, che sedettero meco nel Comitato provvisorio, ed ai quali si aggiunse una bella schiera di giovani, alla cui attività ed al cui zelo non cesserò mai di professarmi riconoscente.
Posilipo, nella state del 1870.


Non appena veniva bandito il Concilio, balenavami in mente il pensiero d'un Anticoncilio, né guari indugiavo a farlo palese per via del seguente scritto, stampato nel ‘Popolo d'Italia’ dei 24 gennaio del 1869.

“Napoli, ai 21 gennaio, del 1869.

Raccomando alla libera stampa di tutti i paesi civili la proposta qui appresso:

II Papato tenta l'ultime prove contro la civiltà ed il progresso, convocando in Roma, pel dì 8 del prossimo decembre, un concilio ecumenico, coll'intento di rafforzare una potestà mostruosa, e ribadire negli animi i ceppi della superstizione.

Or bene: il dì stesso, i liberi pensatori di tutto il mondo civile riuniscansi in Napoli, coll'intento di opporre alla cieca fede, su cui si fonda il cattolicismo, il gran principio del libero esame e della libera propaganda, in Napoli prima città d'Italia, e la quale, pure nei tempi più scuri del medio evo, lottava contro la Curia romana, e respingeva l'Inquisizione.

Alle voci dell'oscurantismo e della menzogna rispondano quelle della ragione e del vero, ed il credo della libertà e della scienza suoni sul nostro labbro, in opposizione a quello del servaggio e dell'ignoranza, sicché un'era novella incominci, non che per l'Italia, per l'umanità! “

Parendomi assai difficile il poter riuscire in tanta impresa colle sole mie forze, chiamai intorno a me alcuni amici, senonché ben presto mi accorsi, che, se avessi ceduto alla sentenza dei più, massime quanto al tempo ed al luogo della grande assemblea da me divisata, poco o nulla si sarebbe conchiuso, opinando la maggioranza doversi aspettare che il Concilio fosse riunito, e mostrasse le sue vere tendenze, e Napoli esser città per la sua posizione geografica, non bene acconcia a raccoglier persone quivi chiamate dai più remoti paesi.

Il perché tolsi sopra di me il dar fuori l'invito contenuto nel manifesto qui appresso, il quale, stampato per la prima volta, colla data dei 27 gennaio del 1869, nel ‘Popolo d'Italia’ e nell'Italia di Napoli, mentre venia riprodotto in gran numero di giornali d'oltremonte e oltremare, era negletto od irriso dai più fra i diarii italiani, non esclusi quei che si spacciano amici più ardenti di libertà, ed acerbi nemici del papa e d'ogni superstizione.


“AI LIBERI PENSATORI DI TUTTO IL MONDO CIVILE

Un'importanza non lieve, al veder nostro, debb'essere attribuita al Concilio ecumenico, che apprestasi in Roma nel giorno 8 del prossimo decembre.

Crediamo anzi poter risultare da esso qualche pericolo per la gran causa della civiltà, della libertà e del progresso, ove i costoro amici più ardenti non provvedano in tempo.

Ed infatti una impressione profonda dovrà produrre sull'animo di moltitudini ignorantissime, dall'immaginazione guidate, anziché dal ragionamento, e dominate affatto dal clero, massime pervia dell'impero assoluto, che questo esercita sulla donna, la voce del gran Sacerdote di Roma, resa vieppiù potente dalla presenza di più di mille vescovi, accorsi al Vaticano da tutte le parti del mondo, ed i quali, tornando nelle loro diocesi, adopereranno ogni sforzo ad attuare il programma fermato in Roma, programma da non poter riuscire, se non ostilissimo alle più nobili aspirazioni e ai più cari interessi dell'uman genere.

Accresce i nostri timori lo scorger la gioia, che già anima il clero e i suoi numerosi aderenti, esercito immenso, tanto più formidabile, in quanto che ciecamente obbedisce ai cenni, qualunque e' sieno, d'un unico capo!

Ora qual'altro argomento adoperare potremmo contro i novelli sforzi dell'antico ed implacabil nemico d'ogni libertà e d'ogni luce, se non una lega forte, attiva ed estesa quanto la sua, la sacra lega dei liberi pensatori di tutti i popoli, che vedasi opporre alla cieca fede, su cui è fondato il cattolicismo, il gran principio del libero esame e il gran fatto di una vastissima propaganda?

Ma dove e quando dovrà riunirsi questa magnanima lega dei migliori intelletti dell'età nuova contro la vecchia barbarie?

Quanto al luogo di riunione dell'assemblea divisata, la scelta non può cader che su Napoli, la quale è non solo la città più prossima a Roma, la più importante della penisola, e la terza d'Europa, ma altresì quella che s'ebbe la gloria di opporsi in ogni tempo alle pretensioni e alle usurpazioni della Corte romana, dopo di avere, nei giorni più scuri del medio evo, e pur mentre era provincia di Spagna, respinto energicamente quello stesso atrocissimo tribunale dell'Inquisizione, che i suoi dominatori subivano silenziosi durante più di tre secoli!

Quanto all'epoca del solenne convegno, non sapremmo meglio fissarla, che al giorno stesso, in cui sarà aperto in Roma il Concilio convocato quivi dal papa.

Che il dì 8 decembre del 1869, contrapposta si vegga, nelle due città principali d'Italia, la verità e la ragione all'acciecamento ed alla menzogna, il che vuol dire, che, dopo aver rinnovato la nostra dichiarazione di guerra perpetua al Papato, non opporrassi da noi un nuovo credo a quello da esso patrocinato, che sarebbe, diciamolo pur francamente, un opporre una nuova impostura all'antica, ma da una parte il sacro principio della libertà di coscienza e dall'altra gli immutabili dommi della morale, né già di quella che si fa derivare dall'uno o dall'altro sistema teologico, e però calare, per così dire, da cielo, ma della morale fondata esclusivamente sulla ragione e il buon senso d'ogni uomo rimaso libero affatto dalla trista influenza del prete.

Senonché, dobbiam dirlo, una semplice professione di fede morale non basterebbe a renderci forti nella nuova battaglia da sostenersi da noi contro i nostri secolari nemici; ma è d'uopo che alle nostre parole secondino tali fatti, da provare al mondo, e l'altezza delle nostre intenzioni, e la pratica utilità delle nostre idee.

Il perché, nel dì stesso, in cui si aprirà in Roma il concilio, un concilio, il cui scopo evidente si è quello di ribadire negli animi i ceppi della superstizione, e però di far retrocedere il mondo verso l'antica barbarie, noi liberi pensatori, teneri, innanzi ogni altra cosa, del generale benessere, sì fisico, che morale, ci proclameremo costituiti in associazione umanitaria, con questa eloquente divisa:

CARITÀ ED ISTRUZIONE.

Nuova massoneria, operante alla luce, ed estendentesi, al pari di essa, a tutto il mondo, faremo ogni possibile sforzo, onde esercitare la carità in due maniere:
1. procacciando lavoro a chiunque, pure essendo abile a lavorare, a impiegar non trovava l'opera sua;

2. accertando la sussistenza d'ogni persona, che non sia in grado di provvedervi per via del lavoro, non potendosi considerare siccome civile un paese, dove un sol uomo possa patire la fame!

Quanto poi all'istruzione, pane dell'anima, altrettanto necessario, quanto quello del corpo, la nostra associazione dovrà adoperarsi a farvi partecipare l'universale, massime per ciò che spetta all'istruzione primaria.

Tale, a parere nostro, essere dee l'opera, cui siamo per metter mano, opera doppiamente benefica, e che equivarrà certo alla più terribile guerra, che sia possibile fare al papa e al Papato, perocché avremo il diritto di tener loro il seguente linguaggio:

« Noi siamo, e noi soli, i veri discepoli del vostro Gesù, noi che ci studiarne di combattere senza posa la povertà e l'ignoranza, e però distruggere le due principali, se non pur sole ragioni, di tutti i mali e di tutt'i vizii, che affliggono o disonorano il mondo.»

Noi invitiamo a Napoli adunque, pel dì 8 decembre prossimo, tutti coloro, che sieno per accettare in ogni sua parte il presente programma, pregandoli d'inviarci senza ritardo la loro adesione, onde poter loro mandare m tempo una tessera di ammissione.

Preghiamo allo stesso tempo tutti i giornali veramente amici della civiltà, della libertà e del progresso, di riprodur per intero il presente scritto.

Le lettere dovranno essere dirette a Napoli a G. Ricciardi, deputato al parlamento italiano, Riviera di Chiaia n. 57.

Coloro, i quali non potranno recarsi a Napoli personalmente, pel dì 8 decembre prossimo, potranno farsi rappresentare da un lor delegato, o limitarsi ad iscrivere una lettera di adesione , da venir letta all'assemblea nella sua prima seduta.”


Il manifesto infrascritto, da me riprodotto in francese, colla data dei 15 marzo del 1869, era appena diffuso qua e là, che da tutte le parti del mondo cominciavano a giungermi lettere di adesione. Ed io, riserbandomi di trascrivere in calce di questo lavoro quel maggior numero che lo spazio assegnatomi sarà per concedermi, alquante ne verrò registrando fin da questo momento, disponendole in ordine cronologico, e cominciando da una lettera scrittami dal general Garibaldi pur prima che l'edizione italiana del manifesto fosse venuta fuori:

Caprera, 19 gennaio 1869.
Mio Caro Ricciardi.
Riunire in un solo campo tutti i liberali (1) e poi nel decembre prossimo i liberi pensatori del mondo in Napoli, è opera veramente grande, e ve ne auguro la realizzazione. Col primo progetto voi tentate di sanare le piaghe sociali che affliggono questo nostro paese, e col secondo recidere la cancrena sacerdotale che lo appesta.
Dio benedica il santo proposito, e sono
Vostro - Garibaldi.

(1) Allude al mio disegno d'un'Associazione unitaria italiana, che mi sforzai vanamente di attuare in Napoli, nell'era stessa, in cui volgevo in pensiero l'Anticoncilio.


Il professore Schiff mi scrivea da Firenze ai 2 marzo, sì in nome proprio, che in nome del dottor Herzen, figlio di Alessandro, celebre fuoruscito russo, morto l'anno scorso in Parigi.
« Non è quistione se io approvi interagente lo scopo dell'Anticoncilio; ma si potrebbe dimandare se questo scopo possa esser raggiunto per la via da lei proposta. Non sarebbe meglio di fare una specie di Anticoncilio morale, che potrebbe cominciare qui oggi stesso, ed al quale potrebbero prender parte tutti coloro, i quali, come io, sono impediti di fare in dicembre un viaggio a Napoli? »

E, ai 5 marzo, il mio vecchio amico e fratello d'esilio, Michele Amari, scrivevami quanto segue:
« Ho letto il vostro programma. Figuratevi se io applaudisca pienamente a qualunque propaganda, che promova la ragione, e combatta le favole cristiane e le superstizioni cattoliche. Ma non metterò il mio nome fra i tenitori del torneo, perché le mie occupazioni non mi permettono di trovarmi presente, e perché mi mancano quella eloquenza e quella suppellettile di studii speciali, che si richieggono per sostenere, anche da lontano, la battaglia. Capirete benissimo, che chi dà il nome fra i primi, si dee trovar anco nella prima fila.»

II professore Francesco Trincherà, direttore generale degli archivii delle province napoletane, scriveva in data dei 19 marzo 1869:
« Aderisco pienamente alla savia e generosa proposta dell'illustre patriotta e mio amico Giuseppe Ricciardi, e fo voti affinchè essa, nell'interesse della civiltà e dell'umanità, sia pure favorevolmente accolta dai liberi pensatori di tutto il mondo.»

Molte furono le adesioni donnesche, siccome vedrassi più in là. Dirò intanto, che lunga lettera mi scrivea, ai 23 aprile del 1869, da Perugia, la marchesa Florenzi Waddington, non ha guari rapita all'Italia, ed alla filosofia, di cui era illustre cultrice, aggiungendo alla propria adesione quella del marito, sindaco di Perugia, e dei professori Perfetti e Ragnetti.

Federico Campanella, gran maestro della Massoneria italiana di rito scozzese così mi scriveva in data dei 26 aprile:
« Io non posso che altamente encomiare al vostro divisamente di convocare in Napoli un'assemblea di liberi pensatori, per opporla al concilio dei preti, ed accetto di gran cuore il vostro programma formulato nelle parole di Carità ed Istruzione. Io son certo che la Massoneria italiana di rito scozzese sarà largamente rappresentata in quel consesso, e propugnerà i dettami della morale e della ragione contro gli errori e le superstizioni delle religioni rivelate ».

Il professore Girolamo Boccardo aderiva pur egli, scrivendomi queste parole piene di rara modestia:
« Io ho subito applaudito col meglio dell'animo alla sua generosa protesta contro il concilio clericale ed alla convocazione d'un concilio di liberi pensatori: ma non potrò prendervi personalmente parte alcuna, sapendo “quid valeant humeri, quid ferre recusent.»

II Bertani, il Macchi, il Greco (Luigi), l'Abignente, il De Boni, ed altri deputati parecchi (i cui nomi saran registrati in prosieguo, non che le lettere di taluni di essi) mi scrivevano pure lodando ed incoraggiando, mentre non pochi stranieri illustri applaudivano al mio disegno.

Ecco in ordine cronologico e nel loro testo francese le lettere indirittemi da V. Hugo, Michelet di Berlino, Quinet, Enrico Martin, Littré e Michelet di Parigi.

Hauteville Home, le 20 avril 1869.
En face du concile des dogmes, assembler le concile des idées, c'est là, monsieur, une pensée efficace et haute, et j'y adhère. D'un còte l'opiniàtreté théocratique; de l'autre l'esprit humain. Et l'esprit humain, c'est l'esprit divin: le rayon est sur la terre; l'astre est plus haut.

Opposer aux faux principes des religions les principes vrais de la civilisation; confronter le mensonge avec la vérité; combattre l'idolatrie et toutes ses variantes par l'immense unite de la conscience; ce sera beau et grand. J'applaudis d'avance.

Si je ne puis aller a Naples, j'y serai pourtant: mon àme ira.

Je vous crie! courage! et je vous serre la main.

A M. le RICCIARDI.
VICTOR HUGO.
Berlin, le 22 avril 1869.

Monsieur
J'ai recu pour le contre-concile du 8 décembre l'invitation du 15 mars que vous avez bien voulu m'adresser. Je n'ai pas manqué d'en donner communication a la société philosophique de Berlin, dans la séance du 27 mars. Elle me charge de vous exprimer sa pleine adhésion au programme que vous avez arretè.

Nous partageons les craintes que l'inaction des libres penseurs pourraient réveiller. Nous allons méme plus loin. Ce n'est pas la voix seule du grand-prétre de la catholicité, qui, dans ce cas, nous ferait appréhender pour la liberté de penser.

C'est aussi son alliance avec l'épée de celui qui se dit le successeur de Charlemagne, et qui tendant sa main au sacerdoce, comme dans les premiers temps du moyen-àge, espére remettre la chrétienté docile sous le joug pesant de cette doublé autorité liberticide. Mais la science da dixneuvième siècle que nous vantons de cultiver, veille pour chasser les ténèbres.

La conscience des peuples a reconquis assez d'indépendance pour rompre la lisière par laquelle on veut encore les mener. La lumière, la raison et la liberté triompheront, surtout, si comme vous vous le proposez, les paroles énergiques de l'assemblèe qui va se tenir seront suivies d'actes sociaux y correspondant.

Vous ne pouviez choisir de meilleur centre de réunion, pour faire opposition a Rome retrograde, que cette capitale de l'Italie inférieure, qui depuis Pithagore et Parménide jusqu'a nos jours, a continuellement été fertile en libres penseurs.

Au nom de la société philosophique de Berlin,

Le docteur en philosophie et professeur
Charles Louis Michelet, Secretaire de la société philosophique.

Quest'altra lettera mi scriveva il Michelet ricevuta appena la tessera.

Berlin, le 29 novembre 1869.
Monsieur,
J'ai eu l'honneur de recevoir le billet d'admission que vous avez eu la bonté de m'envoyer. Empéché par mes cours a l'Université de me rendre moi-méme a Naples le 8 décembre, je n'ai pas manqué de donner communication de votre lettre a la Société philosophique, dans la séance du 27 de ce mois. Aucun membre cependant n'a puprofiter de la transmission que vous m'avez permis de faire.

Néanmoins je vous prie d'ètre persuade que la Société poursuivra avec le plus vif intérét le succès de votre entreprise. Elle mecharge de confirmer devant l'assemblèe des Libres penseurs les idées et l'adhésion qu'elle a déja enoncées dans le temps par la lettre de son secretaire, qui s'impresse aussi de vous renouveler en particulier l'expression des sentiments de la haute estime avec lesquels il a l'honneur d'étre,
Monsieur, Votre très-devoué

MICHELET, Secretaire de la Société philosophique.

Veytanx, Suisse, le 9 juin 1869.

Monsieur
Recevez, avant tout, mes excuses. Il ne m'a pas été possible de répondre plutòt a l'honneur que vous m'avez fait de m'inviter a me joindre aux amis de la liberté convoqués par vous a la prochaine assemblèe de Naples. Vous avez concu, monsieur, un noble projet; puisse-t-il avoir toutes les heureuses conséquences que vous étes eu droit d'en espérer.

Le Concile de Rome, en poussant tout a l'extreme, provoquera, je le pense, un réveil de l'esprit humain; par là, nos ennemis nous serviront peut-étre autant que nos amis.

Un Bonaparte, déjà cardinal, n'a plus qu'un pas a faire pour occuper le saint-siège. Le monde est-il destiné a voir un Napoléon Bonaparte pape, armé de l'infaillibilité et du syllabus?... Si cela arrive, la papauté sera bien près de son Waterloo. Que l'Italie nous aide a reconquérir le terrain perdu, depuis vingt ans, pour la liberté, la philosophie et la civilisation. Nous savons bien que les grandes causes auront a la fin la victoire.

Mais il s'agit d'épargner a des générations entiéres le supplice de l'inaction ou de l'impuissance. De grands signes de renaissance morale et politique éclatent en ce moment.

A l'oeuvre donc tous les hommes qui tiennent a la dignité de la nature humaine.
Les tén-bres s'effacent, la lumière reparait.

Cette heure, si nous savons-en faire usage, sera bonne pour l'Italie, pour la France et pour l'humanité.

Je fais appel a tout ce qui est jeune, a tout ce qui espére.

Que les générations qui s'élévent ne se laissent plus effacer du livre de vie.

L'Italie est près du mal; elle le voit et le touche; mais aussi elle porte en elle le rèméde.

Votre tout dévoué et sincèrement reconnaissant.

A M.J. Ricciardi, député au Parlement d'Italie, a Naples.
EDGAR QUINET.


Paris, le 30juilletl869.
Cher Monsieur,
II est impossible de ne pas sympathiser avec la pensée d'opposer l'union de tous les hommes de liberté et de progrès, de tous ceuxqui veulent le libre developpement de la personne humaine a l'effort suprème que lente en ce moment le passe pour arrèter la marche du genre humain et pour subordonner toute conscience a l'infaillibilité d'une espèce de Dieu terrestre.

Mais par quelles armes la liberté humaine et l'indépendance des nationalités doivent-elles se défendre? C'est ici qu'il y a lieu d'examiner. S'il y a lieu a une grande assemblèe philosophique, Naples a certainement bien des titres a la recevoir dans son sein; la belle cité de la Grande Grece c'est bien l'intermédiaire entre le monde moderne et la Grece antique, notre mère spirituelle a tant d'égards.

Mais c'est sur l'efflcacité d'une assemblèe generale que j'ai des doutes. La pensée libre est dans un état de transition. Deux grands courants la divisent; l'un, négatif de toute théologie et de toute métaphysique; l'autre, aspirant a renouveler l'idèe religieuse et a transformer la traditiondu genre humain au lieu de chercher a la détruire. Il serait impossible aujourd'hui de dégager d'une assemblèe generale un ensemble d'idées. Cela n'est pas dans les conditions du temps. Sur les points où l'on est en différend, cette grande assemblèe mettrait les oppositions d'autant plus en relief; sur un autre point capitai, au contraire, l'accord n'est pas a faire; il est tout fait. Ce point c'est la liberté.

Je pense, comme vous, qu'il faut entrer essentiellement dans la pratique: mais, la, je crois que les moyens d'action doivent se diversifier suivant la situation de chaque peuple. Chez nous le parti de la liberté est tout préparé a ce qu'il y a faire.

Répondre a la déclaration de l'infaillibilité du pape par la réclamation de la rupture immediate de tout lien entre l'État et l'Église romaine et l'établissement du regime américain en matière de culte; c'est a dire du regime où la religion devient affaire purement individuelle et entièremenl en dehors de la politique. Toute l'Europe doil en venir là, mais on y peut marcher avec des formes et par des transitions diverses. Vous verrez ce que vous aurez a faire en Italie.

Chez nous, je suis convaincu que le vrai mouvement des esprits et le commencement des temps nouveaux n'apparaitront qu'après l'entière séparation de l’Eglise et de l'État; c'est la vraie préface.

Nous avons toujours été d'accord sur ces principes de liberté politique et de droit national auxquels vous avez dévoué votre vie; nous ne sommes pas moin d’accord sur la liberlé religieuse. Il va sans dire que, si je n'ai pas la méme foi que vous dans le resultat d'une grande assemblèe en ce moment, je n'applaudis moins d'avance a quiconque affirmera, ici ou ailleurs, l'inaliénable souveraineté de la conscience.
La ‘Siécle’ qui a déjà, depuis longtemps, annoncé votre projet, reproduira, je n’en doute pas, votre programme.
Ie ne suis pas membre des franc-macons; mais je ne doute pas qu'ils n'interviennent sérieusement dans les grands débats prochains. Je ne suis que communiquer a quelqu'un de ceux que je connais le désir que vous avez d'entrer en rapport avec eux.

Agréez, je vous prie, mes sentiments les plus distingués et dévoués.

HENRI MARTIN.

Roscoff, le 7 septembre 1869.

Monsieur,
Je vous réponds d'un coin de la Bretagne, où je suis alle passer quelque temps sur le bord de la mer, après avoir été malade pendant le mois de juillet.

Le second envoi de votre ‘Appel aux libres penseurs’ me montre que vous ignorez ce que j'ai fait lors du premier envoi.

J'ai inséré votre ‘Appel’ tout entier, sans en rien retrancher, dans la ‘Philosophie positive’, revue que je dirige avec M. Wyruoboff (numero de mai-juin). Malheureusement pour nous, notre Revue ne va pas a Naples, et cette publication a passe inapercue de vous.

J'aurais le plus vif désir de visiter votre beau pays et votre ville célèbre; mais ma situation ne m'a jamais permis et ne me permei pas davantage présentement le luxe d'un voyage d'Italie.

Du moins recevez mon adhésion a votre réunion de libres penseurs, et pubbliez cette adhésion, si vous jugez que ce soit de quelque utilité.
Agréez, monsieur, etc.
E. LITTRÉ.

Paris, le 25 septembre 1869.

L'admirable projet! monsieur, et que je vous remercie de' m'y avoir associe! Je ne pourrai aller a Naples: mais j'y serai de coeur. Il est fort important que le public soit averti le plus tòt possible. J'ai adressé votre beau programme au ‘Rappel’. Trouvez bon que j'y joigne ma réponse, où j'ai exprimé tous mes sentiments pour la grande et chère Italie. Je vous serre la main cordialement.

L'appel de la libre Italie, de Naples contre Rome, me touche fort, monsieur. Je serais trop heureux de siéger avec vous au vrai concile qui va juger le faux. Votre glorieuse ville, qui si obstinément a repoussé l'Inquisition, avait le plus beau titre pour recevoir le haut jury du droit, de la libre pensée.

Je suis votre dés ma jeunesse. Mon seul maitre fut le grand Vico, l'emancipateur de l'histoire, le jurisconsulte profond. Le premier il m'initia a l'idèe de ce juge suprème, la ‘Justice’, dont relevent les dieux aussi bien que les hommes, dont les églises comme les trònes, attendent, subissent le jugement.

Le coupable qu'on vous amène, le faux concile de Rome, est condamné d'avance par le fond de son dogme, l'arbitraire, l’’antidroit’. Il l'est par l'histoire et les actes de cette église, son persévérant adultere avec le ‘tyran’.

Qui l'accuse ? ou plutòt qui ne l'accuse pas ? L'enorme amphithéàtre de Naples et du Vésuve serait insuffisant pour tant d'accusateurs. Toutes les nations pourraient venir dénoncer cette ligue qui perpètue les maux, éternise la servitude, le tyran-prétre étouffant l'homme, et le livrant au tyran-roi.

Innombrable assemblèe! Les morts mémes y viendraient, tous les ressuscités. Jean Huss a reparu cette année méme, hier, plus vivant que jamais, immense entre deux mondes, le Slave et l'Allemand, acclamé par cent millions d'hommes... Un fauteuil a Jean Huss dans notre concile, je vous prie, un a Luther, un autre a Galilée, un au défenseur des Calas.

A eux la présidence et aux dignes jurisconsultes qui, devant le triomphe si long de l'arbitraire, sont restés immuables sur le roc éternel du Droit.

Quand tant de questions si graves nous attendent, ce serait pitie de les suivre, ces vieux enfants, dans leurs vains radotages. La chose est sérieuse — Accusés, répondez. L'humanité vous somme. Laissez là vos Immaculées, le sacre coeur, le sacre sang... le sang dont il s'agit, c'est celui qu'à chaque àge vous versaiez par torrents. C'est cette mer sanglante qui monte vers le ciel, et qui crie toujours contre vous.
A M.J. Ricciardi,

Deputé au parlement d'Italie.
J. MICHELET

Le due seguenti lettere mi venivano scritte dall'Achille dei liberi pensatori francesi, da quel Morin (più conosciuto forse sotto il nome di Miron) il quale pubblicava parecchie opere insigni, intese tutte a combattere la superstizione.

Paris, le 22 décembre 1869.

Cher monsieur,

J'avais beaucoup entendu parler de vous, comme d'un des plus vaillants champions de la démocratie et du rationalisme, comme d'un adversaire redoutable de toutes les tyrannies. Aussi suis-je charmé de l'occasion que vous me fournissez, par votre aimable lettre du 18 de ce mois, d'entrer en relation avec vous.

Notre but et nos principes sont les mèmes, et je dois vous déclarer que j'ai applaudi de tout coeur a votre congrès philosophique de Naples. Je suis persuade qu'il rendra les plus grands services a notre cause qui est celle de la vérité et de la liberté. Je serais heureuxde pouvoiry prendre part. Je regrette bien l'ètre dans l'impossibilité de faire ce voyage. Veuillez du moins me considerar comme adhérant. Je ferai tous mes efforts pour amener des souscriptions.

J'ai entendu dire que plusieurs libres penseur de Paris comptaient se cotiser pour payer les frais de voyage des délégués qu'ils y enverraient.

Je vais maintenant vous exposer franchement les points sur le quel je diffère d'opinion avec vous, tout en étant d'accord sur l'idèe fondamentale.

1.° Je lis dans le prospectus, première redaction:
«C'est nous qui sommes les vrais disciples de votre Jesus-Christ et les vrais inlerprétes de l'Evangile.»
Ce langage convieni mieux a des protestants qu'à des libres penseurs.
Je repousse et J.C. et l'Evangile qui contient une morale détestable, comme je l'ai prouvé dans mon ‘Jésus reduit a sa juste valeur’. Peut-étre il n'est pas opportun, en Italie, de dire tout haut ce que vant le christianisme: mais alors j'aurais préféré qu'on n'en dit rien, plutòl que de donner ainsi une marque de condescendance aux livres prétendus saints et révélés.

2° Mon article de l' ‘Excommunié’ est bien loin d'étre défavorable au congrès. Seulement, je ne partage pas vos craintes sur les dangers venant du Concile.
C'est une question d'apprécialion, par voire de conjecture. Je crois pouvoir predire ce que fera le concile dont les actes n'exciteront que la risée des hommes de bonsens. Ils rabàcheront l'encyclique, décerneront au Pape un brevet d'infaillibilité, et décideront que la Vierge Marie est au ciel en corps et en àme. Il n'y a là rien de bien redoutable. Au contraire, plus ces gens-la se rendront ridicules, mieux ils feront nos affaires.
3.° Il y a encore un point dont je n'ai rien dit dans mon article, et sur lequel je tiens a vous exprimer ma manière de voir. Vous posez la question sociale, et nul n'est en état de la résoudre, nul n'a encore fait connaìtre des moyens sérieux et acceptables, pour rèaliser le droit au travail et le droit a l'assistance. Il est a craindre que vous n'ayez, a ce sujet, des débats irritants, et qui n'aboutiront a aucune solution.
Nos ennemis nous accuseront d'impuissance. J'aurai préféré qu'on restàt sur le terrain philosophique et religieux.

J’espere que vous ne prendrez pas en mauvaise part ces observations amicales, qui ne m'empèchent pas d'étre de coeur avec vous. Autant que vous, je déteste la papauté, aussi bien temporelle que spirituelle.

Agréez, cher Monsieur, l'assurance de haute estime et de cordiale sympathie.

MORIN.

Paris, le 15 novembre, 1869.

Cher Monsieur

II s'est tenu, comme vous savez, a Paris, plusieurs séances ayant pour but d'envoyer des délégués au congrès de Naples.

Je n'ai été appelé qu'à la dernière qui s'est tenu samedi dernier. La besogue était faite, puisqu'on avait précedemment nommé les délégués et arrèté le manifeste. Sans critiquer en rien ce qui s'était fait, j'ai cru devoir prendre la parole pour proclamer le principe de la liberté religieuse, J'ai été beaucoup applaudì; mais ceux qui ont soutenu la thèse contraire, l'ont été également, de sorte que je n'ai pu connaìtre les intentions de l'assemblèe sur cette question. Si j'avais assistè aux séances précedentes, je m'y serais pris de manière que la réunion se prononcàt en connaissance de cause; mais il était trop tard. Vous connaissez Ics noms des délégués. Ce sont MM. Regnard, Casse et Verlet.

Ce sont des hommes de talent et de coeur que j'estime et que j'aime depuis long-temps; mais nous sommes en complet désaccord sur le point dont je viens de vous parler. Je demande liberté complète et ègale pour tous, liberté de discussion, de réunion, de presse, de culte. Ces MM. au contraire, professent, comme les catholiques, cette maxime que la liberté n'appartieni qu'à la vérité, que l'erreur n'a aucun droit. Or, la vérité, c'est nous.

En d'autres lermes, ils veulent que l'athéisme succède a l'orthodoxie calholique, ils veulenl prohiber l’exercice de toutes les religions el les écraser par la force révolutionnaire. Il est probable qu'ils poseroni devant le congrès ces théories conlre lesquelles je n'ai cesse de protester de toutes mes forces. Je crains que leur tentative n'ait, entre autres dangers, celui de l'inopportunité et qu'il n'en résulte des divisions regrettables.

Il serait préférable de s'unir contre l'ennemi commun, en réservant les questions qui nous divisent.

Ce sera a votre sagesse a diriger les débals pour le mieux de la cause.

Désirant vous faire connaìtre a fond mes idées sur la liberté, j’ai l’honneur de vous adresser deux exemplaires de mon ouvrage intitulé: ‘De la separation du spirituel et du temporel’. Je vous prie d'en accepter un comme témoignage de sympathie et de confraternite, et d'offrir l'autre au congrès comme marque d'adhésion de la part d'un athlète qui a consacré toute sa vie a la guerre contre la superstition.

Je fais des veux pour le succès de votre entreprise. Je désire que vos réunions exercent une influence salutaire sur l'opinion publique, et hàtent le jour heureux où l'infame papauté cesserà de souiller la noble terre d'Italie.

Agréez, cher monsieur, l'assurance de mes sentiments d'estime et de sympathie.

A.S. Morin (Miron).
Rue Bellechasse, 50.

Serbando all'appendice altre non poche lettere di simil foggia, trascriverò la seguente del celebre Moleschott, il cui esempio non fu purtroppo imitato dai più fra i professori delle nostre numerose università!

Signore.
Voglia accogliere in primo luogo l'espressione del mio rincrescimento di non potere intervenire al congresso di liberi pensatori, che, mercé la di lei iniziativa, sta per riunirsi in Napoli. Doveri, cui non mi è lecito venir meno, me lo impediscono. Mi corre, ciò non pertanto, l'obbligo di provarle quanto mi stia a cuore la sacra causa da lei propugnata.

Dichiaro io quindi in iscritto, far non potendo a viva voce, uno dei primi punti da stabilirsi dai liberi pensatori dover essere quello di non ammettere veruna specie di religion rivelata, il che implica la fede da noi nutrita nella ragione e nella sua perfettibilità indefinita. La ragione poi rendendoci affatto imparziali, ci farà riconoscere, che, fra tutti i sistemi, i quali s'impongono come rivelazioni divine, finora il cristianesimo ci ha porto la morale più pura e sublime.

Che se il papato ha in ogni tempo adulterato una sì fatta morale, ne siegue che i liberi pensatori, non solo debbansi opporre alla potestà temporale, ma pure alla potestà spirituale del papa e della chiesa romana; senonché, francamente glielo confesso, non credo che un congresso, per nobile e ben diretto che sia, possa propagare efficacemente le nostre idee.

Il congresso di Napoli sarà un ottimo mezzo per far valutare le nostre forze e conoscere le nostre tendenze. Ora appunto per questo io l'applaudo, e terrommi onorato di parteciparvi almeno con questa mia lettera, di cui la prego di dar lettura.

Accolga, o signore, gli attestati dell'alta considerazione, colla quale mi pregio di essere suo devotissimo

MOLESCHOTT.
Torino, ai 30 novembre del 1869.


Mentre le adesioni individuali affluivano in Napoli da ogni parte del mondo, in parecchi paesi, ma segnatamente in Germania ed in Ungheria, e nelle due Americhe, avevano luogo numerose assemblee popolari, le quali, discusso e approvato il programma da me diffuso per ogni dove, eleggevano i lor delegati all’'Anticoncilio.

Così il Ludeking era mandato a Napoli da molte società e da molti paesi degli Stati Uniti, Matteo Oraziani dal Perù, il dottor Zimmermann da Graz, Ovary, Nagy, Krasser e Maurer Bela da Ungheria e Transilvania, Ronge e Ulhich da gran numero di libere associazioni o congregazioni della Germania. Né la Svizzera, il Belgio, l'Olanda, e la Spagna stessa, per più di tre secoli schiava del S. Uffizio, rimanevano indifferenti, e così neppure i paesi dell'estremo settentrione. Della Francia non parlo, da cui numerosissime venivano a Napoli le adesioni, mentre nelle città principali, ma segnatamente a Parigi, a Lione e a Marsiglia, a migliaia adunavansi i liberi pensatori, e nel loro seno eleggevano i lor delegati all'Anticoncilio.

L’Inghilterra sol'essa, tranne poche adesioni individuali, rimanea muta, il qual fatto, stranissimo in un paese, che meritatamente si annovera fra i primi del mondo civile per progresso di scienza e di civiltà, va attribuito, al veder mio, al fanatismo dei protestanti, vivissimo fra gl'inglesi, più che in qualunque altra nazione cattolica, e il quale non è certo più logico di quello dei credenti nel papa, perocché questi, unicamente guidati, quai sono, dalla cieca fede, ogni assurdità più evidente sono tenuti a considerare siccome verità sacrosante, sol perché tali bandite dalla chiesa romana, dove i protestanti, che diconsi pure sì teneri del libero esame, e deridono la credulità dei cattolici, sì malamente della ragione si avvalgono, da tenere per vere le maggiori sciocchezze del cattolicismo.

Grande fu in tutta Italia l'agitarsi dei giovani, e soprattutto degli studenti, al sapersi dell'Anticoncilio di Napoli, né mancarono le assemblee giovanili e l'ordinamento dei comitati nelle varie città universitarie, ma segnatamente in Napoli, in Bologna e in Pavia, nell'ultima delle quali era eletto a rappresentare la gioventù studiosa l'egregio professor Lazzarini. Il comitato giovanile bolognese venia preseduto da Domenico Rossi, e quello di Napoli da Tommaso Senisi.

E il general Garibaldi, cui i nostri giovani spedivano lettere, nelle quali richiedevanlo di consiglio, a tutti con lettere brevi, ma pure caldissime, replicava, e in ispecie allo studente Alessandro Reina, di Padova, a cui scriveva così:

Caro Reina.
Nell'anniversario del 5 maggio mi sarà caro sapere, che tutti gli studenti d'Italia hanno dichiarato guerra al Papato, e contribuito a rovesciare nel fango quel nuovo consesso diabolico, che si chiama concilio ecumenico.
Intendetevi per ciò cogli studenti di Bologna e col Deputato Ricciardi.

Vostro Garibaldi.

Lunga lettera scriveva poi Giuseppe Ferrari, in risposta a quella inviatagli da un centinaio circa degli studenti di Napoli. I quali poi, adunatisi in assemblea, elesser fra loro i seguenti, quai delegati ali'Anticoncilio: Imbriani Giorgio, Gatti Pietro, Senisi Tommaso, Pace Michele, Fazio Eugenio, Laboccetta Giuseppe, Casini Agostino, Chevrier Mario, Mollica Domenico, Carusi Francesco, Greco Giulio e Carucci Paolo.

Il general Garibaldi, che fino dal primo momento si era mostrato sì favorevole all'Anticoncilio, e ne avea scritto a moltissimi in modo sì lusinghiero per me, la seguente lettera dirigeva, ai 12 ottobre del 1869, alla Massoneria italiana, qual gran maestro onorario del Grande Oriente di Firenze
« Io con tutta l'anima fò un appello a tutte le società italiane che mi onorarono col titolo di F... di socio o di presidente onorario; a tutti quanti in Italia hanno cara la dignità del nostro popolo, nella certezza — che più la parte culta, liberale e razionale della Nazione, sarà rappresentata nell'Anticoncilio — di più lustro risplenderà la nostra patria, fra le sorelle Nazioni del mondo.
Io spero di più: che nelle cento città italiane, per l'8 dicembre, si riuniranno numerosissimi meetings, ad acclamare i principii del vero, ed a maledire le turpi menzogne, e la cabala infernale ordita nel Vaticano. »
G. Garibaldi.
Il gran maestro effettivo del Grande Oriente di Firenze invece, in data dei 17 ottobre, diramava questa circolare, che venne anco riprodotta da varii giornali:

Ai presidenti delle officine massoniche in Italia.

Carissimi fratelli.
il bando, a generale Concilio, dei capi della Chiesa cristiana cattolica per parte del pontefice di Roma, è un fatto reso notorio da tutta la stampa periodica.

Noi avremmo giudicato che il miglior contegno a tenersi, per parte dei liberi pensatori, rimpetto a simile antiquata rappresentazione, si fosse di non darsene neppure per intesi. Tale condotta a seguirsi ne additava il buon senso delle popolazioni profondamente indifferenti, le quali sembrano dirci: “Lasciateli cuocere nella lor broda.»

Però, dal momento che un cittadino di buona volontà ha preso l'iniziativa di un assembramento in altra città d'Italia, in opposizione a quello di Roma, noi crediamo che coloro fra i nostri Fratelli, ai quali piacesse d'intervenirvi particolarmente, farebbero cosa buona, sopra tutto allo scopo d'impedire che la riunione non degeneri in un malvaceo amplesso di mistificazione, quale ce la fanno temere le frasi seguenti, che trascriviamo da una circolare a stampa degli ordinatori del così detto Anticoncilio di Napoli:
« Nous ecarterons toute discussion théologique, en nous contentant de presenter la formule suivante aux hommes droits et raissonables de tous les pays e de toutes le religions:

S'abstenir du mal —faire le bien — s'aimer les uns les autres, dans l'intérét commun.

Naples, 22 septembre 1869. »

Quanto alla Massoneria, come corporazione, superiore alle vertenze religiose, fallirebbe completamente alla propria missione e si farebbe partigiana, se venisse a preoccuparsi di ciò che un Capo-setta qualsiasi dispone co' suoi fedeli.

La Massoneria d'altronde è associazione mondiale; essa in una quistione, che è per sua natura internazionale, non può né deve, a nostro avviso, agire per gruppi isolati.

Quando poi una generale convenzione dei Delegati della Massoneria mondiale venisse ritenuta utile, essa saprà riunirsi in casa propria; — e la casa massonica è bastantemente vasta per capire tutte le idee di progresso, e dare loro ogni sviluppo.

Con altra nostra circolare noi inviteremo prossimamente i Liberi Muratori d'Italia ad un'azione positiva e seria; vorrete intanto, Venerabili Fratelli, nel comunicare ai singoli membri delle Officine queste nostre parole, far comprendere alle Logge la posizione piena di riserbo che loro è imposta dalla stessa loro forza, per il bene dell'Ordine — e mantenerla rimpetto al Concilio papale in un motto: guai a chi ci tocca!

In attesa di un cenno di riscontro, vi prego di gradire, carissimi fratelli, il cordiale Massonico saluto

Firenze, 17 ottobre 1869.
dell'aff.mo F. vostro L. FRAPOLLI, Gran Maestro.


All'infrascritta circolare io rispondevo il dì 26 ottobre del 1869, ma prima di me in assai bel modo il professore di Modena Pietro Sbarbaro, antico Venerabile di una loggia all'obbedienza del Gr.-. Or.-, di Firenze:

AL DEPUTATO LUDOVICO FRAPOLLI.
Illustre Signore. Sento la necessità e il dovere di scriverle due righe, così come il cuore mi detta, per manifestarle, con tutta franchezza e lealtà, la dolorosa impressione che ha fatto il documento emanato da codesto G.O., e da Lei sottoscritto, circa l’Anti-Concilio.

Quando uomini come Michelet, Quinet, Littrè, Garibaldi, Ausonio Franchi, C. Giani ec. ec. hanno fatta propria l'idea — recata innanzi da un cittadino onorando come G. Ricciardi, — quando tutti i più grandi nemici di Roma, smesse le parziali divergenze di dottrina, si sono raccolti in un pensiero di protesta contro il concilio di Roma, — quando una gran parte della Democrazia d'America e d'Europa ha fatto plauso all'Anti-Concilio, — quando i fogli della Sacristia la deridono e la sfatano, a me pare non sia bene scelto il momento di gettare una parola di scherno sull'opera derisa e maledetta dalla Chiesa — e gettarla in nome dei Liberi Muratori!

Io pure feci compiuta, aperta e solenne adesione alla proposta del deputato Ricciardi, il cui nome si aggiunse, come argomento poderoso di più, alle ragioni intrinseche, le quali mi consigliavano di aderire a un disegno eccellente e generoso di protestazione anti-papale; — imperocché il nome di Giuseppe Ricciardi non mi ricordasse soltanto un uomo di buona volontà, ma una della anime più degne di questa nostra terra italiana, un patriotta senza macchie e senza rimorsi, che cogli scritti, coi sacrificii, in patria e nell'esilio, ha reso rispettabile anche agli occhi dei suoi nemici la causa del Risorgimento Italiano. E il nome di Giuseppe Ricciardi mi è oggi particolarmente caro per la sua esemplarissima sincerità, virtù tanto rara oggi, che la viltà delle utili reticenze e l'infamia delle prudenti dissimulazioni sembra divenuto il primo articolo del codice dell'umana condotta, anche presso certi partiti che non discendono dai Padri Gesuiti.

Ciò che più mi ha sorpreso nella lettera da Lei sottoscritta alle Officine Massoniche del Regno si è l'aver veduto che vi si segnala ai Liberi Muratori come indizio del pericolo che la libera adunanza di Napoli si risolva in un atto di ‘malvacea’ conciliazione — la formula scelta a disegno dall'esimio promotore precisamente per escludere ogni pericolo di malintesi, di equivoci e di assurde conciliazioni. Quella formula, chi bene la consideri collo spirito interamente sgombro di puerili e ingenerose preoccupazioni — comparisce la più larga, sì, la più comprensiva e conciliante, che ideare si potesse: ma ad un tempo, mentre afferma la compiuta sovranità della Coscienza Umana, in faccia ad una Chiesa che grida all'Umanità: fuori di me, fuori di questi dommi e di questo simbolo non vi è salute, la formula ricciardiana presenta al gran concilio della libere intelligenze, a tutte le menti, che, sciolte della servitù della cieca fede, si muovono nella pienezza della loro indipendenza per l'infinito spazio del Vero, presenta, io dico, il vincolo più augusto che le collega: l'ideale del bene: la legge del dovere e dell'universale fratellanza.

In altri termini: mentre il principio supremo e il fondamento più saldo di tutta la superstizione, che ha il capo in Roma, consiste nel subordinare il destino morale della specie umana alla credenza in certi dommi e alla pratica di certi riti, volendo fare una imponente dimostrazione antichiesastica, io trovo logico, che il congresso della libera ragione reassuma nell'affermazione esplicita di un principio contrario, vale a dire nella dichiarazione della perfetta indipendenza de' principii morali, che stanno scritti nella coscienza del genere umano, da ogni particolare manifestazione e da tutte le forme del sentimento e del pensiero religioso.

Su questo punto, in questa formula quale specie di conciliazione potrà seguire?

Non quella malvacea e bastarda, che sola i Liberi Muratori avrebbero diritto di deplorare e combattere, tra gli schiavi inconseguenti della dittatura spirituale di Roma e i liberi seguaci della ragione: ma la conciliazione sincera, edificante, fruttifera, e bene augurata fra tutte le varie famiglie di spiriti indipendenti, che si agitano liberamente alla ricerca del Vero e del Bene; tra Garibaldi, pogniamo, che, con esempio memorabile di sincera religiosità, battezzava il figlio del popolano «In nome di Dio e di Cristo Legislatore» tra Garibaldi, che confessa agli operai genovesi la sua fede nella religione di Dio e del Vero— nel supremo Artefice del creato — e il professore Moleschott, tra il compianto Giani, che protestava in nome dell'assoluto, del bene e della dignità e fratellanza umana, contro la dottrina delle mutevoli specie e delle scimmiane origini della nostra progenie, e il mio collega ed amico Giov. Canestrini; tra la marchesa Florenzi e Ausonio Franchi, tra F. Trincherà e M. Macchi.

Di questo accordo determinato e preciso sull'unico punto, che tutti gli separa da Roma e li costituisce suoi irreconciliabili nemici, fra uomini diversi di pensamento, d'ingegno e di studii, chi ha ragione di scandalizzarsi?

Io lo domando al suo cuore retto e al suo ingegno limpido; chi, logicamente, potrebbe pigliarne argomento di riso e di dileggio?

Non i Liberi Muratori, i quali offrono la medesima varietà, e la stessa concordia nel tempo stesso, d'intenti, di affetti e di opere.

Solo i satelliti di Roma hanno ragione di scandalizzarsi; perché essi soli rinfacciano alla ragione umana e cercano di confonderla e di umiliarla additandole lo spettacolo dell'immensa varietà di dottrine e delle lotte continue, che si svolgono in seno alla grande famiglia dei filosofi e delle intelligenze emancipate dal prete.

A noi questa varietà e queste lotte di sistemi e di opinioni sono argomento di gioia e di conforto: per noi questo è il fecondo disordine della Vita, che preferiamo all'immobile uniformità, e al silenzio di sepolcreto, che contrassegna l'impero della cieca fede e la morte dell'anima, che abdica nelle mani di una Chiesa, di un Concilio e di un Papa le immortali prerogative della ragione individuale.

Di guisa che, se io non mi maravigliai punto all'udire che i giornali avversi all'Anti-Concilio si compiacessero nel presagio gentile che sarebbe stato una Babele, e avrebbero i liberi pensatori rinnovato in Napoli la confusione biblica delle lingue, le confesso che mi meraviglio altamente nel trovare nelle sue lettere l'espressione di un augurio o di un timore diametralmente opposto.

Ella dice che nel cospetto del Concilio Ecumenico il migliore consiglio per i nemici di Roma sarebbe stato la noncuranza e il dispregio. Mi permetta un'osservazione. Sarebbe di certo ottimo partito quello del silenzio e del non ragioniam di lor, ma guarda e passa, ma ad una semplice condizione; che ci si provi prima come col tacere e col passare oltre si riesca a far tacere e passare oltre, quasi nuvole davanti al soffio del vento, i problemi sociali, politici, morali e religiosi, che il Concilio Romano agiterà e risolverà a modo suo d'innanzi a milioni d'Italiani e di uomini, che vedono e sentono in quei problemi agitarsi il destino della loro anima, della loro casa, del loro onore, della loro felicità.

I problemi che in Roma si discuteranno, voi non potete sopprimerli; perché stanno all'ordine del giorno in ogni famiglia, in ogni città, in ogni villaggio, in ogni animo, in ogni parlamento, in ogni coscienza. Né voi potete del pari impedire che la voce di Roma; — poderosa di tutta la forza che viene a lei dall'armonia stupenda di un organismo formato co' secoli, d'un sistema conosciuto in ogni sua parte e glorioso di tradizioni antichissime, efficacissimo per infiniti e ingegnosissimi mezzi d'influenza e di azione — penetri e risuoni negl'intimi meandri della società e della vita italiana.

E voi credete, voi rappresentanti della più vasta associazione che sia mai sorta a disputare al Genio del male e allo spirito delle tenebre l'impero del mondo, rispondere alla solenne e ascoltata e temuta voce del Vaticano colla muta maestà del dispregio!

Io trovo più savio, provvido, opportuno e degno della libera Ragione, educatrice del popolo all'odio della menzogna e al culto del Vero, il disegno di Giuseppe Ricciardi.

Vero è che voi altri promettete un'azione seria e positiva contro la superstizione; ed ella sa, signor deputato, quanto i miei voti l'aspettino. Ben venga questo nuovo piano di campagna contro i nemici della Ragione, della Luce, del Diritto, ma, intanto, perché non volgere tutti gli sforzi dei generosi al fine di rendere la dimostrazione deil'Anti-Condlio tanto importante, solenne, unanime, decorosa, autorevole, e grata alle popolazioni, quanto nella misura delle facoltà nostre possiamo?

Perché dare alla setta clericale e ai dottrinarii, soliti a deridere ogni moto, ogni segno di spontaneità popolare, ogni azione magnanima e disinteressata per la rigenerazione religiosa del mondo, lo spettacolo delle nostre discordie e degli scambievoli nostri dispetti?

Lasciamo agli Scribi della Civiltà Cattolica i sarcasmi di cattivo gusto e le ignobili scede invereconde contro l'Anti-Concilio; e apriamo l'animo alla speranza ch'esso risulti, non ridicolo, come i Farisei redivivi si compiacciono di prevedere, ma grave e istruttivo e decoroso, come ogni Libero Pensatore e tutti i Liberi Muratori, — non foss'altro per rispetto della loro bandiera e di sé medesimi, per il rispetto dovuto da tutti gli onesti al nome del promotore e de' suoi illustri compagni, — debbono desiderare e sperare che riuscirà.

Per parte mia dichiaro di sentir crescere in me lo zelo e di raddoppiare gli sforzi e la sollecitudine per la buona riuscita dell'Anti-Condlio: che riuscirà bene a dispetto di tutti gli Scribi e Farisei, che lo insultano e lo combattono senza posa e senza riguardi.

Ancona, ai 21 ottobre del 1869.
Dev. Suo P. SBARBARO.

La seguente veniva da me indirizzata al direttore del giornale ‘La Libertà’, in cui la circolare del Frapolli era stata stampata.

Napoli, ai 26 ottobre del 1869.

Pregiatissimo Signore.

Nel di lei foglio dei 22 ella pubblicava una circolare massonica del Frapolli, la quale mi ha empito di maraviglia, e dirò anche di dispiacere, pensando che autore di essa era un mio collega ed amico, un antico mio fratello d'esilio... Il chiarissimo professore di Modena, Pietro Sbarbaro, avendo sì ben ribattuto i sofismi dell'onorevole Frapolli, da non esservi quasi nulla da aggiungere, io dirò solo questo, che il mio collega ed amico non avrebbe parlato di amplessi malvacci né di mistificazioni, se avesse ben letto il programma dell' Anticoncilio, il quale suona guerra implacabile al papa, al papato ed alle superstizioni di ogni maniera, ch'è appunto uno dei fini della massoneria, la quale però chiamiamo in aiuto dell'opera nostra, confortandola solo ad ismettere certe forme, che non affannosi più ai nostri tempi, col rinunziare per sempre ai simboli, ai riti, alle prove, e soprattutto al mistero, di cui si è circondata finora, il bene fare dovendosi, non già nelle tenebre, bensì alla luce del sole. Gradisca ecc.
G. RICCIARDI.

II Frapolli non seppe vedere l'alta importanza del fatto da me promosso, il quale poi avrebbe assunto mirabili proporzioni, se tutta quanta la Massoneria lo avesse assecondato, cogliendo quella preziosa occasione a trasformarsi radicalmente, col rinunziare ai simboli, ai riti, alle prove, ridicoli avanzi del medio evo, ma soprattutto al mistero, di cui s'è circondata finora, ed il quale, utilissimo, indispensabile in tempi, in cui il dispotismo predominava per ogni dove, è affatto inutile di presente, che anzi, la principal forza morale oggigiorno stando nell'opinione pubblica, potentissimo aiuto fra tutti è quello della pubblicità.

Pessima fu l'impressione prodotta dalla lettera del Frapolli, e non che fra le logge stesse, da lui dipendenti, aderirono all' Anticoncilio, mentre le dissidenti affrettaronsi a mandare la loro adesione e ad eleggere i lor delegati. Fra italiane e francesi, meglio di sessanta furon le logge, da cui ebbi lettere approbative, siccome vedrassi dai documenti che saran registrati nell'appendice, i quali dimostreranno, che, oltre le innumerevoli adesioni individuali, le collettive, cioè di associazioni d’ogni maniera, ovver di drappelli di liberi pensatori, sommarono a dugentrentacinque.

Non poche obiezioni essendo state fatte al programma dei 15 marzo, sì in Italia, che fuori, e in ispecie dai giornali razionalisti ‘Il Libero Pensiero’ di Parma, diretto dallo Stefanoni, e ‘Il Libero Pensatore di Milano, diretto dal Demora, e dal ‘Excommunié’ di Lione, stimai utile il ristampar quello scritto, aggiungendovi alcuni schiarimenti, colla data dei 22 settembre del 1869.

AUX LIBRES PENSEURS DE TOUTES LES NATIONS.
Post tenebras lux!

Une importance plus considérable, que l'on ne croit généralement, doit étre attribuée, selon nous, au concile oecuménique que l'on prépare a Rome pour le 8 décembre prochain. Nous croyons méme qu'il pourrait en résulter quelque danger pour la grande cause de la civilisation, de la liberté et du progrès, si leurs amis les plus ardents ne s'empressaient d'aviser. En effet, des masses profondément ignorantes, guidèes par l’imagmation plutót que par le jugement, et que la caste sacerdotale domine entièrement, surtout par l'empire qu'elle exerce sur la femme, ne pourront pas manquer d'ètre impressionnées vivement par la voix du grand-prétre de Rome, rendue encore plus puissante par la présence d'un millier d'évéques accourus au Vatican de toutes parts, et qui, en rentrant dans leurs diocèses, s'efforceront d'y réaliser en tous point le programme arrété a Rome, programme qui ne pourra étre qu'hostile aux aspirations les plus nobles et aux intéréts les plus chers de l'humanité. Nous sommes confirmés dans ces craintes, en voyant la joie qui anime déjà le clergé et ses nombreaux adhérents, armée immense, d'autant plus formidable qu'elle suit aveuglément les ordres. d'un seul chef.
Or, quel autre moyen pourrions-nous employer contre ces nouveaux efforts de l'ancien et implacable ennemi de toute liberté, sinon une ligue aussi compacte, aussi vaste, aussi active, que celle qu'il s'agit de combattre, a savoir la sainte ligue des libres penseurs de tous les peuples, opposant a la foi aveugle, sur laquelle le catholicisme est fondé, le grand principe du livre examen, et le grand fait d'une propagande sans entraves?
Mais où et quand devra se réunir cette ligue généreuse de l'esprit moderne contre la vieille barbarie?
Quant au lieu de la réunion, c'est Naples qu'il faut choisir, Naples qui n'est pas seulement la ville la plus rapprochée de Rome, la plus importante de la Péninsule, et la troisième de l'Europe, mais encore celle qui eut la gioire de s'opposer sans cesse aux prétentions et aux empiétements de la Cour de Rome, après avoir, dans les jours les plus sombres du moyen àge, et alors méme qu'elle etait une province de l'Espagne, repoussé constamment et énergiquement cet infame tribunal de l'Inquisition, que ses dominateurs subirent en silence pendant plus de trois siècles!
Quant a l'époque, on ne saurait mieux la fixer qu'au jour méme, où doit se réunir a Rome le concile convoqué par Pie IX.

Que l'on voie, le 8 décembre 1869, dans les deux villes principales de l'Italie, autel dressé contre autel, l'autel de raison et de la vérité contre celui de l'aveuglement et du mensonge, ce qui veut dire que nous n'opposerons pas un nouveau crédo a celui que Rome patronne, car on pourrait nous accuser de vouloir substituer une nouvelle imposture a l'ancienne, mais, tout en affirmant notre respect du principe de la liberté de conscience, nous invoquerons uniquement les dogmes immuables de la morale, de cette morale que l'on ne fait pas découler de tel ou tel système de théologie, mais qui est fondée exclusivement sur la raison et le bon sens de tout homme reste libre de l'influence délétère du clergé. Nous devons dire toutefois qu'une simple profession de foi morale ne nous paraitrait pas suffisante dans notre nouvelle lutte contre nos ennemis séculaires. Il faut que nos paroles soient suivies d'actes tels, qu'ils prouvent a la fois la noblesse de nos intentions et l'utilité pratique des nos idées.
Ainsi, le jour méme, où, dans la ville éternelle, on ouvrira ce concile, dont le but évident est de resserrer les chaìnes de la superstition, et de nous faire reculer vers la barbarie, nous, libres penseurs, désireux surtout du bienétre general tant physique que moral, nous nous déclarerons constitués en association humanitaire, avec cette devise eloquente:

CHARITÉ-INSTRUCTION! (1)

Nouvelle Francmaconnerie, agissant a la lumière du sol, et embrassant, comme elle, le monde entier, nous tàcherons autant que possible d'exercer la charité de deux manières:

1.° En procurant du travail a toute personne valide, qui en aura cherché inutilement;

2.° En assurant l'existence de quiconque ne pourrait pas y pourvoir en travaillant, car, a nostre avis, on ne saurait considérer comme civilisé un pays, où un seul homme est exposé a mourir de faim!

En ce qui concerne l'instruction, et particulièrement l'instruction primaire, pain de l'àme tout aussi nécessaire que celui du corps, l'association devra s'efforcer d'y faire participer tout le monde.

1) Nous attribuons au mot ‘Charité’ une signification bien differente de celle que lui attribuent les prètres, car, pour nous, charité e' est justice, et si nous n'employons pas cette der-
nière expression, c'est parceque l'autre est mieux comprise par les masses.

Telle est, a nostre sens, l'oeuvre a laquelle nous devons mettre la main, oeuvre doublement bienfaisante, et qui équivaudra a coup sua la plus terrible guerre qu'il soit pos'sible de faire au pape et a la papauté, car nous aurons le droit de leur dire:
«C'est nous qui sommes les vrais disciples de votre Jésus Christ, nous qui travaillons sans relàche a combattre la misere et l'ignorance, et partant a detruire ces deux causes principales, sinon seules, de toutes les maux et de tous les vices qui affligent ou déshonorent l'humanité et dont depuis près de deux mille ans vous avez été impuissant a la délivrer. »

Nous convions donc a Naples, pour le 8 décembre prochain, tous ceux qui approuveront ce programme, en les priant de nous envoyer sans retard leur adhésion, pour que un billet d'admission leur soit délivré en temps utile.
Nous prions en méme temps tous les journaux véritablement dévoués a la civilisation, a la liberté et au progrès de reproduire en entier cet écrit.
Les lettres devront étre adressés au soussigné, Riviera di Chiaia n. 57.
Ceux qui ne seront pas a méme de se rendre a Naples personnellement, pour le 8 décembre prochain, pourront se faire représenter par un délégué, ou se borner a envoyer leur lettre d'adhésion, dont il sera donné lecture a l'assemblèe dans la séance d'ouverture.
Naples, le 15 mars 1869.
Pour le Comité provisoire,
J. RICCIARDI, Député au Parlament d'Italie

Si de très-nombreuses adhésions ont suivi notre appel du 15 mars, les observations, et méme les critiques de quelques libres penseurs ne nous ont fait défaut. Aussi, il ne sera pas inutile, pour répondre aux différentes objections, et pour dissiper tous les doutes, de bien préciser, des a présent, la question principale qui devra étre débattue et résolue dans l'assemblèe du 8 decembre prochain.
Le grand principe du libre examen étant cause du fractionemment a l’infini des croyances religieuses, et rendant, par cela méme, impossible, tout ‘credo’ collectif,
Etant avéré, en outre, que, de temps immémorial, on s'est toujours efforcé inutilement de s'entendre sur les grandes questions de la divinile, de la vie future, des causes finales etc. etc., et qu'il faut, par conséquent, se borner a etablir de telles règles de morale, que tout le monde puisse les reconnaitre et accepter, dans le but d'assurer le bonheur de la société en generai, et celui des individus en particulier;
Nous écarterons toute discussion théologique, en nous contentant de présenter la formule suivante aux hommes droits et raisonnables de tous les pays et de toutes les religions:
S'ABSTENIR DU MAL - FAIRE LE BIEN - S'AIMER LES UNS LES AUTRES DANS L'INTÉRÈT COMMUN.
Et, a cet effet, nous proposerons l'organisation d'une association internationale, ayant pour but general une guerre incessante aux deux causes principales de tous les maux du genre humain, la misere et l'ignorance, et pour but special la destruction de la papauté, soutien dans le monde de tout ce qu'il renferme de suranné et d'anti-social.
Voici maintenant l'ordre du jour de la séance d'ouverture:
1. Discours d'inauguration;
2. Compte-rendu du Comité provisoire, et lecture des principales lettres l'adhésion;
3. Appel nominal, et enregistrement des membres présents;
4. Election du Comité central définitif.
Dans les séances successives, indépendamment de la discussion relative a la question capitale que nous venons de poser, et surtout aux moyens pratiques d’en assurer l'heureuse solution, nous suivrons pas a pas le concile de Rome, en opposant aux décisions de la foi aveugle et de l'obscurantisme les conseils de la raison et les affirmations de la science.

Le billets d'admission a l'assemblèe de Naples seront délivrés dans les premiers jours de novembre. Aussi l'on prie instamment ceux qui voudront assister d’en faire la demande sans délai.
Napoli, le 22 septembre 1869.

Nello accennar della lettera scrittami da Perugia, dalla Marchesa Florenzi Waddington, ho detto delle molte adesioni donnesche da me ricevute, fra cui non debbo dimenticare quelle della contessa Sartori, propugnatrice assidua, mediante le sue letture pubbliche in tutta Italia, della libertà del pensiero e dell'odio contro il papato e la superstizione cattolica, di Maria Serafini, che strenuamente combatte in Genova l’oscurantismo, delle sorelle Serravalle, di Fossano, della signora Pelagia Fabricatore, e della di lei nipote, amendue russe, non che d'una lor conterranea, per nome Nadina Tallquist, di Giuseppina Rivoir, della signora Cesari, di nazione Irlandese, e delle sue tre nipoti, delle sorelle Cleonice e Leonida Fimiani, che furonmi aiutatrici ardenti, instancabili, nell'ardua impresa, di Enrichetta Caracciolo in Gruther, che, prima fra tutte, seppe, di monaca, farsi libera pensatrice, e della di lei sorella, contessa Cigala, la quale mandavami una lista non breve di firme, che leggerassi nell'appendice. Fra le donne d'oltralpe, mi basterà nominare tre sole, la signora Legros, di Lione, più nota sotto il suo nome di guerra di Sorgel, autrice di parecchi bellissimi scritti, uno fra i quali intitolato: La libre pensée, Clemenza Royer, la cui penna e la cui parola servirono e servono sì bellamente le nuove dottrine, ed Enrichetta Loreau, in cui non so veramente che cosa sia più da lodare, cioè il nobile ingegno ovvero l'altissimo cuore. Se molto da valutarsi son le adesioni del sesso forte, d'assai più preziose vanno tenute per certo quelle del sesso gentile, vano essendo sperare il trionfo della verità e della ragione, finché la metà del genere umano continui ad essere affatto ligia di quelli, che diconsi ministri di Dio, mentre non son che impostori e naturali alleati di tutte le tirannie.

Non poco, da qualche tempo, si parla nel mondo dell'emancipazion della donna, alla quale si voglion concessi gli stessi diritti che ha l'uomo, e sta bene; ma in che le sue condizioni morali sarebbero migliorate dall'acquisto di tali diritti se prima un ben altro giogo la donna non si facesse ad iscuotere, vale a dir quello della superstizione e del prete? Il qual ultimo poi sarà padrone della società tutta quanta, finché avrà l'anima della donna, anima ella stessa della famiglia.

Di grande importanza essendo l'assicurare all'Anticoncilio una sede bene adatta, fin dalla state del 1869, si attese alacremente da me a rinvenire un locale da poter rispondere all'uopo; ma, chi il crederebbe?... vani riuscirono durante tre o quattro mesi tutti i miei sforzi e quelli di alcuni amici, massime a causa del mal volere, sì del governo, che del municipio, il primo dei quali, per mezzo del Bargoni, allora ministro della pubblica istruzione, cui avevo telegrafato, rispondeva con un rifiuto volendo rimanere, siccome diceva, affatto neutrale fra il Concilio e l'Anticoncilio.

Ma si dirà: come mai non trovaste un locale presso un particolare, in una metropoli come Napoli?... Risponderò in primo luogo, non esserci in case private fra noi una sala sì vasta, da poter contener tanta gente, quanta l'Anticoncilio dovea radunarne, ed invano avere picchiato a più d'una porta, la mano segreta del clero, assai più potente di quel che si crede, predominando per ogni dove, talché mi fu forza rivolgermi agl'impresarii dei varii teatri; ma pur quivi incontrai gravi difficoltà, per modo che alla fin fine dovetti rimanere contento ad avere il teatro di S. Ferdinando, cui ottener non potetti neppure pel dì 8 decembre, ma solo a cominciare dal giorno 9.

Due riunioni preparatorie ebbero luogo prima in mia casa, nelle sere dei 13 e 20 novembre, alle quali intervennero, oltre i membri del Comitato provvisorio, di cui accennai nella prefazione, i deputati generale d'Ayala e Giuseppe Romano, il professore Gennaro Barbarisi, di cui Napoli ha non ha guari patito l'amara perdita, il Cav. Vincenzo Grosso, i signori Pasquale Favale, Carlo Gambuzzi, Achille Maglione, Niccola Lepiane, Giuseppe Antinoro e Vincenzo Vasquez, ad una coi segretarii Giorgio Imbriani e Tommaso Senisi.

In queste due riunioni fermaronsi i modi da doversi tenere pel buon andamento dell'Anticoncilio, non che l'ordine del giorno diffinitivo della sua prima seduta, il quale veniva diffuso a migliaia di copie, con allato la traduzione in francese.

ANTICONCILIO.
ovvero Assemblea dei liberi pensatori, da riunirsi in Napoli il dì 9 dicembre del 1869, in opposizione al Concilio convocato in Roma da Papa Pio.

POST TENEBRAS LUX.

Ordine del giorno della prima seduta.
1. Discorso inaugurale;
2. Contoreso del Comitato provvisorio, e lettura delle principali lettere di adesione;
3. Appello nominale ed iscrizione degl'intervenuti.
Nelle susseguenti tornate saranno sottoposte all'assemblea le seguenti quistioni:
1. Della libertà religiosa e dei modi più acconci a renderla piena e sicura;
2. Della separazione compiuta fra la Chiesa e lo Stato;
3. Della necessità d'una morale indipendente dalle credenze religiose;
4. Dell'ordinamento d'un'associazione internazionale intesa a promovere il generale benessere, sì economico, che morale.
A quest'ultima discussione terrà dietro l'elezione d'un Comitato centrale diffinitivo.
Le discussioni teologiche saranno severamente bandite, essendo ferma intenzione dei promotori dell’ Anticoncilio il prefiggergli, oltre un altissimo scopo morale, uno scopo d'utilità pratica e positiva.
Pel Comitato provvisorio, G. RICCIARDI.
Napoli, ai 3 decembre del 1869,

Frattanto i delegati, così italiani, come stranieri, cominciavano a giungere in Napoli, primo fra i quali il generale Giuseppe Mata, delegato di due società di liberi pensatori del Messico, al quale si aggiunsero i suoi conterranei Luigi Maneyro e Lorenzo Ceballos. Poco stante sopraggiungevano il dottor Ludeking, tedesco dimorante ab antico negli Stati Uniti d'America, e con esso lui il Daniel ed il Peebles, il primo corrispondente d'uno dei primarii giornali di Nuova York, (il New-York Herald) l'altro console americano a Trebisonda. Il Graziani, delegato della numerosa colonia italiana del Perù, mi scriveva da Genova essere quivi giunto ammalato, e non potere però continuare il suo viaggio, mentre l'Andreis, di Roma, rappresentante i liberi pensatori di Buenos-Ayres, eleggeva in sua vece il suo conterraneo Alessandro Castellani. Arrivavano pure l'Obary e Giorgio Nagy, delegati ungheresi, Maurer Bela e Federico Krasser, delegati di Transilvania, Luigi Ulhich e Giovanni Ronge, rappresentanti le comunità libere di Germania, il dottor Zimmermann, delegato di Stiria, il deputato spagnuolo Suner y Capdevila, Vittorio Arnould, delegato belga, Lecherbonnier, rappresentante la loggia massonica d'Issoudun, detta la Gaulotse, ed ultimi i delegati di Parigi, Marsiglia e Lione, che anzi il Regnard, di Parigi, e il Leballeur-Villiers, di Marsiglia, non giunsero che durante la prima seduta dell'Anticoncilio, e quei di Lione, per nome Crozat e Andrieux, dopo lo scioglimento dell'assemblea. Dei delegati italiani sarà fatta menzione speciale nell'appendice.

Il dì 8 decembre avevano luogo in molte città d'Italia grandi assemblee popolari, promosse dal fiore dei patriotti, a ciò da me stimolati, siccome vedrassi dalla seguente lettera, pubblicata nel ‘Roma’, e riprodotta in molti giornali italiani.

Napoli, ai 19 novembre del 1869.
Pregiatissimo sig. Direttore.
Le sarei grato oltremodo, se procacciasse per via del ‘Roma’ la maggiore possibile pubblicità ai seguenti fatti e concetti.

Dietro energico impulso di parecchi patriotti, fra cui non fui ultimo, in molte città d'Italia apparecchiansi pel dì 8 del mese prossimo dimostrazioni solenni contro il Concilio ecumenico e la prepotenza straniera che lo protegge. Dalle non poche lettere, scrittemi a tale proposito in questi giorni, rilevo che grandi assemblee popolari avranno luogo a Palermo, Catania, Salerno, Aquila, Foggia, Ancona, Parma, Venezia, Verona, Brescia, Treviso. A me sembra altamente desiderabile (e Garibaldi è affatto del mio parere) che in ogni cantuccio d'Italia il popolo si mostri più che mai vivo in quel giorno, cogliendo il destro, che gli offrono i suoi stessi nemici, ad un plebiscito novello in favore dell'unità nazionale e del sacro principio di libertà.

Quanto alla risoluzione da venire volata nelle cento assemblee popolari della Penisola, io credo che accennare dovrebbe a queste tre idee:
1.° Guerra implacabile al Papa;
2.° Protesta contro la prepotenza napoleonica;
3.° Affermazione del gran principio della libertà di coscienza, e però della necessità di veder cancellato il primo articolo dello Statuto.

Nessuno è che non vegga di quanta mole m faccia al mondo sarebbe una manifestazione di cotal genere fatta simultaneamente in tutta quanta l'Italia, ed il come potesse riuscire assai buona risposta a chi accusa di profonda apatia gl'italiani, e degni li chiama delle condizioni infelici in cui trovansi, ad onta della stupenda rivoluzione del 1860.
Gradisca ecc.
G. RICCIARDI.

L'annunzio delle tante e così solenni riunioni, tenute in sì gran parte d'Italia, rendeva mille volte più acerbo il mio rincrescimento di non aver potuto inaugurare l’Anticoncilio prima del nono dì di decembre. Nel qual giorno e nel susseguente mi giunsero più di trenta telegrammi, di cui feci dare lettura all'Anticoncilio, ed i quali si troveran registrati nell'appendice.

Una delle più importanti fra tali riunioni fu quella ch'ebbe luogo in Loreto, cioè là dove sorge uno dei più celebri monumenti della superstizione cattolica.

Ed ecco le deliberazioni approvate all'unanimità dall'adunanza, la quale sarebbe stata più numerosa senza il cattivo tempo, ed incui nondimeno trovaronsi, oltre molti cittadini di Loreto e la Società Operaia in corpo, circa trecento cittadini, rappresentanti le Associazioni liberali delle Marche. Si dichiarò, in nome della Ragione e della Democrazia:
1.° L'incompatibilità della Chiesa colla società moderna.
2.° Primo dovere del partito liberale la propaganda continua ed aperta contro la superstizione cattolica.
3."Indegna dell'uomo libero la dottrina dell''indifferenza in faccia alle conseguenze perniciose della superstizione volgare.
4.° Indegna dell'uomo e del cittadino la dottrina dell'utilità delle superstizioni come strumento d'ordine e di sicurezza sociale.
5.° Indegni dell'uomo libero ed educato i pregiudizi religiosi contro gl'Israeliti.
6." La legge morale e la religione naturale della coscienza indipendenti da ogni forma transitoria e caduca del pensiero religioso.
7'." Benemerito dell'educazione popolare Giuseppe Garibaldi per il suo apostolato religioso.
8.° Degno di gratitudine il deputato Ricciardi per la sua iniziativa di queste dimostrazioni anti-papali.
9." Unica soluzione del problema delle relazioni giuridiche tra lo Stato e la Chiesa la libertà come agli Stati Uniti d'America.
10.° L'associazione cosmopolita dei Liberi Muratori istituto eccellente di Filantropia e Solidarietà sociale per combattere la superstizione.
11.° Lettera morta, senza valore giuridico, e semplice testimonio dei pregiudizii del tempo, il 1° articolo dello Statuto.
12.° Conforme alla libertà ed alla dignità della coscienza umana l'abolizione del giuramento politico.
13." Doversi escludere l'insegnamento cattolico dalle scuole pubbliche, facendo plauso all'esempio dato in proposito dal. Municipio di Bologna.
14.° Costituito in Loreto il primo Comitato della Lega contro la superstizione, da estendersi a tutte le provincie d'Italia.

Anche le risoluzioni votate in Verona erano, siccome vedrassi da ciò che riferiremo nell'appendice, di non leggiera importanza; ma quello che sembrami degno di maggior nota, a proposito di così fatte manifestazioni, si è la loro simultaneità ed il loro numero.

Ma eccoci all'apertura dell'Anticoncilio, il nono dì di decembre del 1869.

E prima di tutto dirò della sala, gremita fino all'ultima fila, e del palcoscenico (su cui stava il seggio, coi delegati, ed alcuni fra i direttori dei giornali di Napoli, quali Carlo Mileti, del ‘Popolo d'Italia’, Pasquale Billi, del ‘Roma’, e Michele Torraca, della ‘Libertà’) bellamente illuminato ed ornato, con in fondo un gran quadro, in cui si leggevano i nomi di tutti i popoli, con a capo l'Italia, sopra il cui nome splendeva quello di Roma. E da tale spettacolo, che una grande impressione produsse nell'assemblea, io tolsi occasione all'esordio del mio discorso inaugurale, il quale suonò come segue.

“L'idea ispiratrice della nostra adunanza, chiarissima, o cittadini, apparire vi debbe nell'iscrizione che avete sott'occhio, iscrizione la quale rappresenta allo sguardo i nomi dei popoli tutti del mondo affratellati nel libero pensiero.

Se il re-sacerdote, nella gran Roma, contaminata da lui e dalla sua setta, inaugurava ieri il suo conciliabolo in nome del padre, del figlio e dello spirito santo, noi, scomunicati da lui, sol perché amiamo la patria ed il viver libero, ed alle tenebre anteponiamo la luce, in nome della parte più eletta, non solo della nostra nazione, ma di tutto il mondo civile, inauguriamo oggi questo veramente sacro concilio, siccome quello ch'è consacrato alla scienza ed al bene, invocando noi pure e adorando una trinità, ma tutt'altra da quella in cui credono gli ortodossi, vale a dire la Libertà, la Verità, la Ragione, ma specialmente la Libertà, senza cui la Verità e la Ragione, non possono farsi strada, senza cui non avremmo l'ineffabile gioia di vedere fra noi i liberi pensatori dei più lontani paesi, nobile schiera di spiriti eletti, alla quale mandiamo non senza profonda emozione il più cordiale saluto, ringraziandola a un tempo in nome di Napoli dell'onore arrecatele colla loro presenza, onore che ben si addiceva, per altro, alla prima città d'Italia, che ab antico, cioè fino dai tempi del secondo Federico di Svevia e di Pier delle Vigne, resistea bellamente alle stranissime pretensioni del grande e perpetuo nemico del liber pensiero, il pontefice!

Un'ultima sfida insensata indiritta veniva da Roma papale alla Libertà, alla Scienza, alla Civiltà, e noi, teneri soprammodo di questi preziosissimi beni, l'abbiamo lietamente raccolta, ed ora alle voci della menzogna e della superstizione quelle verremo opponendo della verità e del sapere.

Né dicasi che numerosi non siamo, massime se si consideri il numero sterminato di quelli che si dicon credenti, perocché, prescindendo dalle difficoltà materiali, che ai più fra i nostri impedirono di qui recarsi, per la natura stessa del nostro invito, non i più, ma sol pochi convenire potevano in questa assemblea, i più fra i nemici di Roma cattolica non essendo nemici, al pari di noi, di qualsivoglia superstizione.

Una moltitudine immensa sarebbe qui convenuta, se a tutte le sette, in cui si divide il protestantesimo, avessimo detto: venite! Ma noi, che, dalla sola ragione guidati, rigettare dobbiamo ogni domma che alla ragione ripugni, non potevamo, senza renderci rei di quella impostura ed ipocrisia, che sì giustamente rimproveriamo alla casta sacerdotale, invitare fra noi chi non fa professione di razionalismo, chi non è pronto a combattere qualsiasi credo superstizioso, chi non rimane contento alla predicazione della morale, la quale essere non debbe di quelle che si fanno calare, per così dire, da cielo, ma tale, che unicamente si fondi nella ragione, e più ancora nel cuore, il quale queste nobili voci fé' udire all'uomo in ogni tempo ed in ogni contrada: « astienti dal male — fa il bene — non fare altrui ciò che non vuoi per te stesso — fa altrui tutto il bene che brameresti per te medesimo. » Che se queste massime fossero da tutti osservate, non leggi si richiederebbero, non tribunali, non carceri, né patiboli, sicché l'umano consorzio vivrebbe una vita simile a quella del beato Eliso dagli antichi poeti favoleggiato.

Ora di tale dottrina, così semplice e piana, da riuscire accessibile anche ai volgari intelletti, noi dobbiamo farci banditori nel mondo, opponendo alla lega nemica, il cui fine è la perpetuazione fra i popoli dell'ignoranza, e però degli errori più grossolani, cagione di ogni danno maggiore all'umanità, la lega delle libere menti, fervide amiche del vero, ma soprattutto la lega dei cuori onesti veramente vogliosi del bene.

Gli è questo l'unico modo di combattere, anzi di vincere la gran prova. Pur troppo divisi finora ci vide il mondo in faccia a un nemico unitissimo. E però noi quest'ultimo sol nell'unione imitando, all'assalto della gran rocca papale moviamo in istretta falange, certissimi, che, una tal rocca espugnata, agevole fia il diradare le tenebre che copron tuttora così gran parte del mondo!

Espostovi l'alto scopo della nostra riunione, mi rimane a invitarvi a discutere i modi più idonei a far sì che per noi si raggiunga. E bello, anzi stupendo spettacolo sarà certo il vedere nell'ora stessa, in cui gli avversarii implacabili d'ogni progresso durano gli ultimi sforzi a far retrocedere l'uman genere, a ribadire negli animi l'ignoranza e la superstizione, a propugnare la cieca fede, e però la servitù del pensiero, il vedere, io dico, noi miscredenti, noi scomunicati dal papa, studiare con cura attentissima il come venir migliorando al possibile le condizioni, sì morali, che materiali, della civil comunanza.

E sì che dire potremo al pontefice-re e alla sua setta: voi, che per tanto volger di secoli, in nome di una religione, che vantavate e vantate tuttora di pace e di carità, di nobile fratellanza e di misericordia infinita, la terra empivate di sì fatali discordie, e di sì orribili stragi, ed in questo stesso momento vorreste, per via del sillabo, far rivivere tutta l'orrenda barbarie del medio evo, in noi detestando lo spirito redivivo di quanti oppugnarono in ogni tempo la vostra crudele impostura, avrete il dolore di scorgerci fra i cooperatori più ardenti del bene dell'uman genere, e udirci predicatori instancabili d'ogni virtù, sola risposta degna di noi alle vostre maledizioni, le quali assai più giustamente avventare potremmo sul vostro capo, in nome della giustizia, della ragione e del vero!

Ma noi non malediciamo a nessuno, neppure al papa; ma noi, adoratori della libertà fino agli ultimi limiti del possibile, tollerantissimi siamo delle credenze altrui, armi non altre lecite reputando contro l'errore, che il ragionamento e la persuasione.

E questi, e non altri argomenti userete, o generosi stranieri convenuti fra noi da ogni luogo, nel predicare, tornati appena nei vostri paesi, il nostro nobile credo, fondato, non sopra chimeriche idee, ma sull'amore scambievole, sulla carità continuamente ed efficacemente operosa, sul desiderio ardente del maggior bene dei nostri simili. E certo sarà codesto il miglior modo di conseguire piena vittoria sui nostri avversarii, e di far sì che le moltitudini, ch'ora lor tengono dietro, noi finalmente si facciano a seguitare, noi, in cui vedranno alla fine i lor veri amici, massime se sapremo convincerle, coll'esempio del nostro vivere intemerato, l'onestà nostra essere di gran lunga maggiore di quella degli uomini che dicansi religiosi.

Dopo avere discorso del nostro tema in termini generali, mi sia lecito discorrerne alquanto per ciò che spetta all'Italia, per cui la quistion religiosa riesce forse più grave della politica, impossibile essendo il fondare su basi durature, incrollabili, la libertà in un paese, in cui gli animi sieno schiavi della superstizione, in un paese, in cui il libero esame non venga ammesso in tutta la sua pienezza.
V'aggiungi l'alta quistione di Roma, la cui riunione all'Italia è tal fatto, da poter porre in pericolo, se troppo a lungo procrastinata, la sacra unità nazionale, che sacrifizii sì grandi, che tanto sangue ci costa!

Il papato, posto, qual è, proprio nel cuore d'Italia, è simile a cancro, che spegner dobbiamo, se non vogliam che ci spegna! Ah! sì, Roma non potrà veramente esser nostra, finché il papa abbiavi sede, ancorché spoglio della potestà temporale, finché gl'Italiani non l'abbiano affatto bandito dal loro intelletto, rinunziando per sempre alla cieca fede, e alla vergognosa superstizione, su cui il papato unicamente si fonda.

Alla qual opera altissima dobbiamo noi metter mano, e non aver posa, finché il gran fine non sia raggiunto.

Ed allor sì, che Roma sarà veramente italiana, e dopo essere stata dei Re, poi d'una Repubblica, in cui la libertà era nome senza soggetto, tra per la presenza tollerata da lei degli schiavi, e pel coesistervi d'un aristocrazia prepotente, poscia sede dei Cesari, e, da ultimo, dei pontefici, sarà la gran Roma dei popoli e della Libertà vera!

Fatto d'immensa mole codesto, cui denno contribuire coi loro instancabili sforzi gli amici tutti dell'umanità, ai cui progressi è stata ostacol perenne questa Roma papale, che io v'invito a combattere, e che oggidì stesso, ove il braccio secolare le venisse in aiuto, noi, d'ogni progresso sì teneri, condannerebbe alle fiamme!

Ma qui odo farmisi un'obiezione: Alle false credenze patrocinate dal papa, quali nuove credenze abbiamo noi divisato di opporre? Ed i più non han forse bisogno d'una fede, d'un simbolo qualsivoglia, che appaghi la fantasia, che soddisfi a certi bisogni del cuore, e risponda alle aspirazioni del maggior numero verso l'invisibile e l'infinito? E puossi distruggere un credo, senza surrogargliene un altro? E sarà mai possibile, mercé l'istruzione larghissimamente diffusa, il mutar le nazioni intere in società di filosofi?...

Ah! certo, non sarà questo possibile forse mai, e l'errore converrà tollerare, chi sa quanti altri secoli sulla terra; ma fìa ragione codesta per trattenere chi pensa e ragiona dal predicare la verità e dal combattere la menzogna? E però noi, pur rispettando gli altri convincimenti, e tenendo quale primissima libertà la libertà di coscienza, instancabilmente la verità a predicar ci faremo, e ai dommi tutti, più o meno assurdi, in cui credono i più fra gli uomini, opponendo le massime eterne ed inoppugnabili della morale, da riassumersi in questa formola, che tutti al certo possono di leggieri capire e debbono senza esitanza alcuna accettare: Astenersi dal male — Fare il bene — Amarsi scambievolmente pel comun benefizio.

Da che son uomini al mondo, si è disputato mai sempre vanissimamente su certi capi, cui copre impenetrabile velo, quai, per esempio, sarebbero quelli della causa prima di tutte le cose, degli attributi di questa causa, dell'immortalità o caducità della parte pensante dell'esser nostro, delle cause finali ecc. ecc., il perché tai quistioni ponendo da banda, siccome insolubili, e però oziose, ci limiteremo, ripeto, a predicar la morale, ristretta alle massime sopranotate, le quali non abbiam d'uopo di attingere nel vangelo, o in altro libro qualunque, che dicasi religioso, ma trovansi nel buon senso di ogni uomo, e però da uomo nessuno possono venir rifiutate. E questo sarà l'unico credo, che siavi da noi sottoposto, qual bella e solida base dell'associazione mondiale che abbiamo in animo di fondare.

Non chiuderò il mio discorso, senza inviare in vostro nome un evviva a quelli fra i nostri fratelli, che ieri, nelle nostre cento città, in solenni assemblee popolari levavan la voce contro il papato e la prepotenza straniera che lo soffolce.

La quale unanimità del fior fiore della nazione in tal congiuntura è per noi chiaro indizio di sorti più liete e gloriose, di quelle che s'ebbe finora l'Italia, le quali non potransi da lei conseguire, se non mediante il conseguimento della Roma, di Roma da lei conquistata sul papa e la superstizione cattolica!

Cessati gli applausi, che tennero dietro alle mie parole, feci dare lettura dai segretari dei ventinove telegrammi giuntimi la vigilia, ovver la mattina stessa dei 9, da città, così italiane, come straniere, sia di saluto all'Anticoncilio, sia annunzianti le risoluzioni votate il dì 8, in opposizione al Concilio romano, nelle varie assemblee popolari, delle quali ho accennato.

Diedi poscia contezza di quanto dal Comitato operavasi, ad accertare il buon esito dell'Anticoncilio, e delle adesioni infinite, non solo individuali, ma collettive, giuntemi da tutte le parti del mondo, e delle quali il segretario Imbriani leggeva l'elenco, interrotto più volte da alcuni fra i delegati, e in ispecie da Leopoldo Ovary, che un discorso pieno di nobili sensi facevasi a profferire in nome delle molte migliala d'Ungheresi, che lo avean mandato fra noi, ad una con Giorgio Nagy, il qual'ultimo si presentava da me all'assemblea, non che Maurer Bela, venuto col dottor Krasser a rappresentare in Napoli molte migliaia di Transilvani. Ed il dottor Ludeking, delegato dell'immensa falange dei liberi pensatori degli Stati Uniti di America, brevemente parlava in inglese, e così pure il Peebles, le cui parole, tradotte da me all'assemblea, venivano freneticamente applaudite al pari di quelle dell'Ovary, e dell'altre, profferite in seguito, dal cav. Baldassarre Galletti, presidente della società dei liberi pensatori di Palermo, che diè lettura d'una protesta dei razionalisti palermitani contro il Concilio ecumenico e l'occupazione francese del territorio romano.

All'enumerazione delle adesioni collettive feci succedere la lettura di alcune fra le innumerevoli lettere da me ricevute, incominciando da questa qui appresso di Garibaldi, al cui solo nome l'assemblea tutta s'era altamente commossa, con applausi frenetici salutandolo.

Caprera, 7 ottobre 1869.
Caro Ricciardi.-
1.° Rovesciare il mostro papale — causa prima della ignoranza e delle discordie nella famiglia umana;

2.° Edificare sulle sue ruine la ragione ed il vero — basi naturali dell'unità morale delle Nazioni —:

Ecco, mi sembra, la meta a cui può pretendere l'Anticoncilio di Napoli.

Io sono della Religione del Vero!

Io sono della Religione di Dio!

Sono queste due formole identiche — che, universalizzate, possono condurre all'Unità morale mondiale.

La prima è più conforme all'indole ed all'alta intelligenza del libero pensatore, giacché interamente scevra da ogni involucro mistico.

La seconda, più conforme alle masse, educate all'adorazione di un Dio, — la credo più attuabile.
E veramente: dal Greco allo Scandinavo — dall'Americano all'Asiatico — ogni popolo ha il culto di Dio — Spogliamo quel culto dal mistico e dal rivelato, e ci resterà la pura Religione di Dio e del Vero, attorno a cui deve naturalmente rannodarsi l'umanità.

Conclusione: Eliminare il prete — bugiardo e sacrilego insegnatore di Dio — ed ostacolo primo all'unità morale delle Nazioni — Istituire l'unità morale delle Nazioni colla formola: Io sono della Religione di Dio!

Accenno — non insegno — e lascio alla sagacia dell'Anticoncilio il decidere.

G. GARIBALDI.

Feci leggere poscia le lettere degli stranieri illustri da me trascritte di sopra, ed altre, che leggeransi nell'appendice, due delle quali in lingua spagnuola, di cui commisi la lettura al generai Mata, accolto dall'assemblea con un tuono di applausi, misto alle grida, più volte ripetute, di ‘Viva il libero Messico’. Furono letti, da ultimo, alcuni documenti venuti dai più lontani paesi, fra cui questa bellissima lettera, inviatami dai liberi pensatori dell'isola della Riunione.

Les bommes libres de l'ile de la Réunion aux libres penseurs d'Italie réunis en concile oecuménique liberal a Naples, salut et fraternité.

Ile de la Réunion, I. septembre 1869.
Les soussignés s'associent de coeur et d'intention a l'idèe sociale et humanitaire des hommes libres d'Italie; ils adhérent aux mesures que prendra le Concile oecuménique liberal, qui se tiendra a Naples le 8 décembre 1869, dans le but de faire progresser l'humanité dans la voie de son salut en détruisant la superstition par l'instruction et en affranchissant le travailleur de la misère par tous les moyens légitimes que la science économique et l'expérience auront démontrés efficaces.

Les soussignés applaudissent a l'organisation d'une nouvelle franc-masonnerie federale et libre, agissant en plein jour et dégagée de rites et de cérémonies inutiles, plus propres a faire germer la superstition qu'à la détruire.

Les soussignés entendent s'associer pour concourir a la propagation et au triomphe des idées de justice et de liberté qui peuvent seules rendre a l'homme sa dignité perdue, et faire régner l'harmonie sur la terre, pour instruire et moraliser les populations, pour anéantir la superstition et jaire disparaìtre la misere.

Mais ils protestent contre toute organisation unitaire qui paralyserait l'action des groupes, en les inféodant a une Loge ou a une Venie centrale autoritaire qui ne se bornerait pas a étre la gardienne du pacte federai, le centre de relation, le trait d'union de tous les groupes fédérés.

Le Secretaire du Comile de la Réunion V. TROLLÉ, Médecin.

Pria che si procedesse all'appello nominale, riferii le scuse dei deputati non pochi, cui non era stato concesso il venire all'Anticoncilio, poi dissi a coloro, che, qualunque ne fossero le ragioni, non volessero partecipare ai lavori dell'assemblea, ma esserne semplici spettatori, potere significare questa loro intenzione coll'astenersi dal rispondere alla chiamata del loro nome.

Ed ecco incominciare l'appello nominale, al quale risposero quattrocentosessantuno liberi pensatori, e fra i primi il generale Avezzana, il quale, chiesta facoltà di parlare, pronunziò un molto acconcio discorso, accolto con grandi applausi.(1)
1) Vedi il n. 331 del ‘Popolo d'Italia’.

Anche Vittorio Arnould, delegato belga, profferì breve discorso, e così pure Ferdinando Swift, in nome dei liberi pensatori di Venezia, e, da ultimo, il dottor Ulhich, di Magdeburgo, che a esporre si fece all'Anticoncilio di come fosse riuscito a fondare in Germania un gran numero di comunità religiose, libere da ogni ingerenza o influenza del clero, e nelle quali i cittadini tutti sono, per dir così, sacerdoti, cioè predicatori della vera morale, indipendente affatto da qualsiasi idea superstiziosa.

Giuntisi alla lettera T, s'udì il nome di Tognetti, fratello della vittima immolata in Roma dal papa Pio, il dì 24 novembre del 1868, il perché un immenso applauso scoppiò nella sala, commisto ad un immenso grido di esecrazione contro il re-sacerdote.

Finiva l'appello nominale colla chiamata del dottor Zimmermann, il quale, per altro, non arrivava che la dimane.

Non debbo dimenticare aver fatto in quel giorno, finito appena l'appello nominale, le debite lodi del chiaro incisor torinese Giuseppe Giani, il quale, anziché tenere l'invito, fattogli dai partigiani del papa, di coniare una medaglia commemorativa del Concilio romano, una bellissima ne coniava in onore dell'Anticoncilio.(1)( 1 La medaglia del Giani rappresenta, da un lato la mole Adriana, dall'altra il Vesuvio, irradiati da immensa luce, che move da un occhio racchiuso in un triangolo, con sopravi il motto: posi tenebrai lux. Al di sotto si legge: G. Ricciardipromotore, Napoli, 8 de-cembre 1869.
Sul rovescio poi sono incise le seguenti parole:
A Roma Pio IX coi vescovi a sancire il sillabo, l'infallibilità del papa, il potere temporale, a Napoli i liberi pensatori contro il fanatismo, l'intolleranza, l'Inquisizioni, convenivano.)

Ma qui nacque una discussione, oziosa affatto, appunto sull'ordine del giorno, alcuni opinando doversi trattar subito ad uno ad uno i varii argomenti, e in ispecie quello relativo alla libertà religiosa.

Ed ecco in mezzo a tal discussione uscire un Egildo Romanelli, ch'era uno dei quattro delegati della città di Salerno, in parole, che, ad usargli indulgenza, chiamerò vane e inconsulte, ma che, raccolte dalla questura, quivi occultamente presente, non contribuirono di leggieri allo scioglimento dell'Anticoncilio, siccome quelle che suonavano ostili alla monarchia.

E fu allora, che il dottor Testa, chiesta la parola per una mozione d'ordine, propose il differimento d'ogni discussione alla dimane, il quale partito essendo stato approvato, dichiarai sciolta la riunione.

Questi particolari della prima seduta all'Anticoncilio sono stati da me ricavati dal processo verbale dettatene da uno dei segretarii, e firmato da tutti e sei i segretarii, cioè da Tommaso Senisi, Francesco Carusi, Pietro Gatti, Giorgio Imbriani, Benedetto Bordone e Michele Pace.

La seconda seduta dell'Anticoncilio avea luogo la sera dei 10 decembre, alle 8, colla stessa affluenza del giorno prima.

Letto e approvato il processo verbale della prima seduta, feci legger la lista dell'opere e degli opuscoli inviati in omaggio all'Anticoncilio(vedi l'appendice), poi diedi contezza d'altri telegrammi testé pervenuti alla presidenza, e di varie lettere molto importanti, una delle quali scritta dagl'Italiani di Montevideo (America del Sud), un'altra dall'isola di Giava, e una terza da due Israeliti di Mantova, cioè dai fratelli Edoardo e Adolfo Colorni, il primo dei quali diceva non aver voluto far circoncidere un bambinello natogli allora allora. I quali annunzii venivano accolti con entusiastici applausi.

Dichiarai quindi essere stato delegato a rappresentare nell'Anticoncilio non meno di settanta liberi pensatori, fra i quali non poche donne, di cui alcune mi avean fatto premura di non trascurare di far conoscere i loro nomi in occasione dell'appello nominale.

Ed a questo, essendosi chiesto un appello speciale delle donne intervenute all'Anticoncilio, uno dei segretarii prese a leggerne l'elenco non breve, e ad ogni risposta delle signore presenti, indescrivibili acclamazioni scoppiavano nella sala.

Si leggeva quindi una lettera di Lecherbonnier, in cui esprimevasi il desiderio di vedere ammessi nell'assemblea quanti operai ne facessero la richiesta, senza essere tenuti a contribuzione alcuna, per sovvenire alle spese dell'Anticoncilio, la quale proposta, dopo breve discussione, veniva approvata.

Passavasi quindi alla discussione interrotta il dì precedente, a quella, cioè, del programma dato fuori dal Comitato provvisorio, ch'io invitai di nuovo l'assemblea a votare in massima, per indi porne ad esame le singole parti; ma qui surse il professore Del Vecchio, il quale disse, in sostanza:

Nel programma del Comitato non si è ben difinito che cosa sia quest'Anticoncilio surto in opposizione al Concilio romano; ma il tempo, sì dei Concilii, che degli Anticoncilii, è finito. Io vorrei che l'assemblea chiaramente affermasse se stessa, affermando, lo scopo precipuo dell'Anticoncilio consistere nel bandire gli acquisti della scienza, contrarii affatto alla cieca fede e ad ogni superstizione. Nuovi nella storia non sono gli Anticoncilii, che ad ogni domma videsi tener dietro la sua negazione, e ciò dal secolo terzo al decimoquinto. Dal decimosesto secolo in poi non vi furono più Anticoncilii, ma cominciò invece a predominare la scienza, se pure un vero Anticoncilio non vogliamo vedere nell'89, in cui si affermarono i diritti dell'uomo. Or che affermeremo noi mai, se non l'uomo? La scienza ha negato il soprannaturale e la metafisica; ma negando ha pure affermato, e la sua affermazione è l'uomo. E noi dobbiamo affermarlo contro il soprannaturale, e quale la scienza lo ha definito; e però libero nel triplice ordine religioso, politico ed economico, dal che conseguono, e l'abolizione d'ogni culto officiale, e l'emancipazione dell'uomo dall'uomo, e la cessazione delle disuguaglianze sociali. Io mi fo quindi a proporre un emendamento al programma del Comitato, massime quanto al modo in cui le quistioni religiose sono state enunciate. Nel programma del Comitato si afferma la libertà religiosa. Or'io, a questa formola sostituisco quella di libertà di coscienza, in primo luogo perché essendo la coscienza quella che crea le religioni e le forme politiche e sociali, coll'affermare la libertà di coscienza si affermano l'altre tutte.

Riflettasi inoltre che oggi non trattasi della separazione fra la Chiesa e lo Stato, quest'ultimo avendo invaso la prima, in prova di che basterammi citare il fatto dell'incameramento dei beni ecclesiastici. Ma allora si potrà proclamare la divisione assoluta della Chiesa dallo Stato, quando la prima sia entrata nel diritto comune, essendo ella nell'obbligo di rifarsi cittadina ed umana, prima di potere aspirare ai diritti che da la libertà, e all'emancipazione dallo Stato.

II mio emendamento è il seguente:
I. Il Concilio prende a principio la fede, l'Anticoncilio gli contrappone la scienza, ed afferma:
IL L'Uomo—come
III. Libera coscienza, a cui si rannoda la quistione:
1.° Abolizione dei culti officiali.
(A) Libero in politica, a cui si rannodano:
1.° Suffragio universale;
2." Esercizio dei diritti pubblici.
(B) Libero nel lavoro.
IV. Istruzione ed educazione obbligatorie.
V. Mezzi per attuare il programma dell'Anticoncilio.
1.° Associazione dei liberi pensatori;
2.° Diffusione di scritti popolari;
3.° Insegnamento gratuito popolare.

Dopo brevi parole del sig. Sarno, il quale facevasi a chiedere uno schiarimento intorno alla distinzione da farsi fra la libertà religiosa e la libertà di coscienza, io dimostrai brevemente il come la prima, anziché la seconda, si dovesse bandire e propugnar senza posa; la libertà di coscienza essere così fatta, da non temere pericolo alcuno per parte di qualsiasi tirannide, nessuna forza potendosi fare al pensiero e alle aspirazioni dell'anima, mentre altamente premeva lo assicurarla nelle sue manifestazioni estrinseche, cioè in ordine ai varii culti, da dover essere liberissimi.

Proposi quindi che ogni oratore non potesse parlare più d'un quarto d'ora, il che essendo stato approvato dall'assemblea, concessi la parola all'avvocato Mora, delegato di parecchie società operaie del Parmigiano, ed il quale si fece a trattare la parte politica della quistione. Dopo un'esposizione sommaria dei suoi principii, ei dicea sottosopra: la sovranità popolare essere l'esplicazione prima e suprema della libertà politica, base dell'ordinamento sociale, ed esercitarsi per via del suffragio universale e dell'eguaglianza giuridica.

Sottentrava all'avvocato Mora l'avvocato Gambuzzi, il quale trattava la parte economica della quistione. Ad emancipar l'uomo, ei diceva, non basta l'esercizio dei diritti civili e politici, ma gli fa d'uopo il libero esercizio dei diritti economici. Rivolto lo sguardo alla società, pur dei paesi più liberi e più civili, ei dimostrava l'operaio soggiacere alla schiavitù del lavoro ed alla tirannia del capitale, e però opera inutile farsi dall'Anticoncilio, ove colla libertà religiosa e politica non proclamasse la libertà economica.

Surto quindi a parlare Giovanni Pantaleo, opinava non esservi gran divario fra il programma proposto dal Comitato e quello del professore Del Vecchio, solo preferirsi da lui la formola libertà di coscienza a quella di libertà religiosa, perché più comprensiva, secondo lui, sia giuridicamente, sia politicamente, sia moralmente. Dato bando solenne a tutte le religioni, quali aberrazioni del nostro spirito, veniva a parlare del prete, chiamato da lui proscritto per antonomasia, e le cui catene, se stavan per essere ribadite dal Concilio romano, sarebbero state spezzate dall'Anticoncilio, per modo da vedersi restituito alle dolcezze della famiglia, all'amor della patria e al progresso. Chiamato poi il papa re degl'inganni, finiva con un saluto a quei preti, che, gittata via la turpe divisa della menzogna e dell'impostura, seppero tramutarsi in liberi cittadini.

Cessati gli applausi destati da queste parole, sorgeva a parlare il professor Montalbano, di Palermo, approvando il programma del Comitato, esplicando l'intento dell'Anticoncilio, e dimostrando la preferenza da doversi dare alla formola libertà religiosa, siccome quella che implica la libertà di coscienza.

Volea quindi passare a combattere l'assurdità delle teorie soprannaturali, allorché l'assemblea cominciò a chiedere la chiusura, la quale, posta ai voti, veniva approvata quasi unanimemente.

Feci allora dar nuova lettura, sì del programma del Comitato, che dell'emendamento del professore Del Vecchio, e proponevo che si passasse alla votazione di questi, allorché Andrea Crispo, delegato di parecchie logge massoniche di Sicilia, chiedea che i varii articoli votati venissero ad uno ad uno.

E qui sorgeva quistione sul modo da doversi tener nel votare, cioè se per appello nominale o per alzati e seduti.

Nel quale frattempo ero avvertito dell'arrivo di due fra i delegati francesi, Regnard, di Parigi, e Leballeur-Villiers, di Marsiglia, il primo dei quali avendo chiesto facoltà di parlare, pronunziò, salutato da vivissimi applausi, breve, ma molto acconcio discorso, in cui, dopo avere toccato del suo mandato di combattere cogli altri delegati stranieri e cogl'Italiani ogni superstizione, ma in modo speciale il Cattolicismo, che schiaccia, ei diceva, non che l'Italia, così gran parte del mondo civile, accennava all'occupazione di Roma per parte dei Francesi, esecrandola in nome del suo paese.

Alle quali parole essendosi unanimemente gridato ‘Viva la Francia!’, ei rispose col grido di ‘Viva l'Italia!’

Fu allora, che un'unica voce, di tale, di cui non si è mai potuto conoscere il nome, gridò ‘Viva la Francia repubblicana!’. Al qual grido l'ispettore Lupi, che si era introdotto nella sala in modo affatto illegale, poiché non entrandosi in essa, che mercé tessera personale, la riunione dovea ritenersi siccome privata, e non pubblica, ricintosi della sciarpa dai tre colori, leggeva le seguenti parole: «Essendosi dal campo filosofico entrato in quello delle quistioni socialistiche (sic), facendo voti per la distruzione del presente ordine di cose, siccome apparve ieri per parte di Romanelli, emigrato romano, in nome della legge dichiaro sciolta l'assemblea.»

Udite le quali parole, fu grande il rumore, sicché mi fu forza aspettare più d'un minuto, a poter fare udir la mia voce.

« Sarei — io dissi — nel pieno diritto di non obbedire ad un'ingiunzione, qual si è questa, affatto illegale e incostituzionale; ma, ad evitare ogni più lieve pericolo di disordine, invito l'assemblea ad isciogliersi. »

Ma ecco nuovo rumore e grida più fiere contro il Lupi ed i poliziotti, che, ad una coi carabinieri, s'erano in questa introdotti in gran numero nella sala, mentre i più fra gli astanti, ed i giovani specialmente, non parevano alieni dal voler menare le mani, talché un qualche lacrimevole fatto sarebbe forse accaduto, se, cogliendo un momento, in cui fu possibile il farsi udire, non avessi detto:

«Cittadini, ottenemmo in gran parte l'intento nostro, col protestare contro il concilio di Roma, e la prepotenza napoleonica. Del rimanente lasciate la cura al Comitato, e scioglietevi tranquillamente. »

Ed infatti, pochi minuti dopo, la sala veniva sgombrata, senonché trentasette cittadini, fra cui parecchie signore, firmavano la sera stessa la seguente protesta, pubblicata nel ‘Popolo d'Italia’ del dì 11 decembre 1869

Napoli, 10 decembre 1869.
Ieri, nell'Anticoncilio uno gridò contro le Monarchie—oggì, un altro, in occasione del discorso del signor Regnard, gridò: viva la Francia repubblicana.

Questi due soli fatti individuali non costituendo ragione legale per lo scioglimento dell'Assemblea, i sottoscritti protestano per sé e per le associazioni che rappresentano, contro l'inqualificabile atto, e invitano il Comitato direttivo a far rispettare la legge col riconvocare l'Anticoncilio.
Giovanni Pantaleo - Andrea Crispo - Luigi Pepe - Antonio Fini - Leopoldo Stanislao Rameri - Carlo Cianconi - Giovanni Moscato - Raffaele Basile -Carlo Gambuzzi - Giuseppe Scarlata - Contessa Giulia Cigala, nata Caracciolo - Contessa Carolina Sartori-Toscani - Corrado Rizzone Tedeschi - Trotta Giuseppe - Benedetto Bordone - Enrichetta Caracciolo - Cristina Pantaleo -Luisa Haab - Filippa Pantaleo - Ettore Serani - Giovanni Bovio - Egildo Romanelli - Niccola Sorgente - Luigi Bramante - Gaetano Sorgente - Avv. Camillo Fazio - Avv. Rocco Mercuro - Francesco Plantulli - Caddi Ercolani -Giovenale Cravero - Avv. Francesco De Filippi - Eugenio Avitabile - Pio Lazzarini - Prof. Montalbano - Cav. Galletti - Francesco Carusi - Avv. Antonio Ielpo.

La dimane, il generale Avezzana ed io pubblicavamo la seguente dichiarazione nel ‘Popolo d'Italia’, nel ‘Roma’ e nella ‘Libertà’.

COMITATO PER L'ANTICONCILIO.
Sciolti illegalmente iersera, protestiamo altamente contro un fatto tanto più enorme, in quanto che può riuscire di grave disdoro al nome italiano, siccome quello, che aveva luogo al cospetto di molti egregi stranieri accorsi fra noi collo scopo di partecipare all'opera nobilissima da noi divisata.

Risoluti a rivendicare per tutte le vie, che ci offrono lo Statuto e le leggi, il diritto di libera riunione sì evidentemente violato, dichiariamo voler mantenere l'Anticoncilio, riserbandoci di dar pubblico avviso del giorno e del luogo della prossima riunione.
Napoli, 11 decembre 1869.
G. RICCIARDI. G. AVEZZANA.

Certo la nostra ferma risoluzione era di perdurar nella via in cui ci eravam messi, continuando l'Anticoncilio; ma la mattina degli 11 decembre, il questore, con illegalità manifesta, faceva intimare all'impresario di S. Ferdinando il divieto di riaprire le porte all'Anticoncilio, poi maneggiavasi in modo con quanti paresser disposti a dischiuderci le loro sale, da far sì che rifiutata venisse ogni nostra offerta.

Il perché a grandissimo stento potemmo, dopo due riunioni in casa mia, nelle sere degli 11 e 13 decembre, ottenere l'ingresso, nella sera dei 15, nell'albergo di Nuova York, e nella sera dei 15, in quello degli Stati Uniti.

Nella riunione tenuta in mia casa la sera degli 11 decembre, eran presenti tutti i delegati stranieri e non pochi italiani, fra cui il professore Giulio Lazzarini, rappresentante la gioventù universitaria di Pavia, giunto allora allora fra noi.

Agitati i modi più acconci a poter continuare le sedute dell'Anticoncilio, si discusse il programma, senza potersi venire a conclusione alcuna, massime a causa dei delegati francesi, i quali avrebbero voluto far prevalere le loro idee, non accettate dai più. La tornata fu sciolta verso le 10 1/2.

Dopo la seconda riunione, tenuta in mia casa due giorni dopo, senza maggiore effetto, la sera dei 15, una nuova riunione ebbe luogo, sotto la presidenza del generai Mata, nell'albergo di Nuova York, della quale darò contezza, trascrivendo letteralmente il processo verbale dettatene dall'avvocato Luigi Mora, che, ad una coll'Ovary, esercitò quella sera l'uffizio di segretario.

SEDUTA DEI DELEGATI ALL'ANTICONCILIO
dei 15 decembre dei 1869.

In una sala dell'Hotel New-York, questa sera 15 decembre 1869, ore 8 di sera, si sono radunati in adunanza preparatoria i rappresentanti dell'Anticoncilio, signori: Mata, Zimmermann, Nagy, Krasser, Del Vecchio, Ulhich, Mora, Mileti, Ceballos, Testa, Vitamore, Ovary, Maneyro, Swift, Ronge, Ludeking, Pantaleo, Regnard, Leballeur, Montalbano, Galletti, Gambuzzi, Gatti, e così in numero di 23 (ventitré).
Il signor Testa da lettura di una lettera del Presidente Ricciardi, colla quale dice che è dolente di non poter intervenire alla seduta per indisposizione di salute.

Preso atto della lettera, l'adunanza nomina per acclamazione a Presidente di questa seduta il generale Mata.

Questi, nell'assumere l'onorevole incarico, ringrazia i rappresentanti di questo attestato di simpatia e di stima; parla in seguito degli ostacoli che s'incontrano per potere riprendere le adunanze definitive, e conclude esprimendo la certezza che in questa seduta si delibererà qualche cosa di veramente pratico. Ed intanto dice che gli parrebbe conveniente che si nominasse tosto una commissione composta di tre o di cinque membri, la quale, dopo avere esaminati i programmi già conosciuti, presentasse ella stessa un progetto di programma, da sottoporsi alla discussione e votazione della prima adunanza generale; e dà a questa sua proposta un ampio svolgimento.

Su questa proposta si apre discussione, e molti oratori parlano in senso diverso, quindi vien fatta una proposta, formulata dal rappresentante Andrieux in questi termini: « Nominare un Comitato di tre persone, che si rechi tosto dal Presidente Ricciardi, ad ottenere da lui la nota di tutti i rappresentanti. Il Comitato sarà incaricato di spedire gl'inviti ai delegati per la prima seduta. La nomina del Comitato sarà fatta dal Presidente, seduta stante ».

Messa ai voti questa proposta, è accettata ad unanimità.

Il presidente nomina il Comitato nelle persone dei signori Testa, Senisi e Maneyro.

Questo esaurito, si ritorna alla discussione della prima proposta del presidente, cioè della nomina di una commissione per la redazione del programma.

Prendono la parola i rappresentanti Rongc e Ludeking, appoggiando calorosamente la proposta del presidente: parlano in seguito brevemente altri oratori, e si mette ai voti la seguente proposta:
« Si procederà alla nomina d'una commissione, composta di cinque membri, che sarà incaricata di presentare nella seduta di domani un progetto di programma dei principii dell'Assemblea dei liberi pensatori ».

La proposta è accettata all'unanimità.

Il presidente, d'accordo col delegato Ludeking, propone che la commissione sia composta di cinque delegati di nazionalità diversa.

Anche questa proposta è accettata ad unanimità.

Si passa alla nomina per ischede segrete del Comitato, e riescono eletti a primo scrutinio i delegati Mata, Ludeking, Regnard e Ovary.

L'assemblea nomina per acclamazione Ricciardi a quinto membro della commissione e a presidente della medesima.

Si propone di nominare un sesto membro, da sostituirsi al conte Ricciardi, nel caso in cui continuasse ad essere indisposto, e non potesse prender parte ai lavori della commissione.

Si accetta la proposta, e a schede segrete viene nominato il delegato Mora.

Il presidente invita gli adunati per domani alle 8, e la seduta è sciolta alle 10 1/2.

In sul principio della seduta vennero incaricati dell'uffizio di segretarii i delegati Mora ed Ovary.
Il Seg. incaricato L. MORA.

La mattina del giorno 16, la commissione essendosi riunita, alle 11, in casa mia, venne redatto il programma (firmato il dì 17, dalla maggior parte dei delegati stranieri) solo dissenziente il Regnard, cui poscia si aggiunse il Leballeur-Villiers, delegato di Marsiglia e d'altre città di Provenza.

Registrerò ben presto, così il programma in discorso, come quello presentato all'Anticoncilio, in nome dei liberi pensatori di Parigi, dal loro delegato Regnard, programma, nel quale bandivasi: 1° l'ateismo; 2" l'educazione materialista; 3° l'uso della forza rivoluzionaria a prò del Razionalismo.

Ecco ora l'esposizione sommaria dell'ultima riunione, la quale ebbe luogo, siccome accennai, la sera dei. 16 decembre, nella principal sala dell'Albergo degli Stati Uniti, ottenuta a grandissimo stento dal sig. Nobili.

La seduta era aperta alle 8 e 1/2.

Ovary deponeva nelle mie mani una nuova adesione collettiva proveniente da Budapest, con 813 firme.

Letto il processo verbale della tornata dei 10 decembre, era approvato dopo alcune osservazioni di Mollica, Carusi, Del Vecchio, Pantaleo e Regnard.

Silhianu, delegato rumeno, leggeva un discorso pieno di nobili sensi, salutando l'Italia in nome della Rumenia, i cui liberi pensatori lo delegavano a rappresentarli nell'Anticoncilio.

Scarlata, di Caltanisetta, avendo parlato della necessità d'una solenne protesta contro lo scioglimento illegale dell'Anticoncilio, io risposi, precipuo scopo della riunione essere appunto una tale protesta, già da me preparata, e che feci conoscere all'assemblea, ed insieme l'esame del programma dettato dalla commissione eletta il dì innanzi, programma di cui feci dare lettura.

Finita appena la quale, parecchi fra i delegati chiesero facoltà di parlare.

Andrieux, delegato di Lione, diceva accordarsi col delegato di Parigi, quanto alla necessità di proclamar l'ateismo, e chiedeva la nomina d'un nuovo Comitato, collo speciale mandato di formulare un programma, in cui, fra gli altri capi, venisse indicata la separazione fra la Chiesa e lo Stato. Quanto all'impiego della forza rivoluzionaria, lo combattea vivacemente, dicendo di non volere che la morale predicata dai materialisti fosse macchiata dalla più lieve ingiustizia, e però protestava contro i patiboli e tutto quanto potesse assimilare i liberi pensatori ai nemici della libertà di coscienza.

Regnard rispondeva maravigliandosi dell'opposizione mossa dal delegato di Lione contro l'uso della forza rivoluzionaria. Non trattarsi, ei diceva né di patiboli, né d'ingiustizie, ma della necessità d'un periodo di energica lotta a prò della ragione e del diritto, salvocché non si volesse vederli soccomber di nuovo. E qui citava parecchi esempii dell'intervento della forza da lui invocata, fra cui quello dell'istruzione obbligatoria, riconosciuta indispensabile a distrugger l'errore. La società, soggiungea, avere, al pari, dell'individuo, innanzi ogni cosa il diritto di vivere, e quello di distruggere tutto che possa distruggerla.

Tre punti, ei diceva, aversi a considerare: il libero pensiero in genere, l'ateismo e la rivoluzione. Non parlare del primo, siccome di quello, intorno a cui non può esistere disaccordo. Quanto al secondo, cioè la proclamazione dell'ateismo, essere indispensabile, siccome espressione del vero, e perché, riconosciuta la scienza quale unica base d'ogni credenza, ne siegue la negazione di Dio, né potersi essere rivoluzionari davvero senza essere atei, e solo per aver rinnegato una tal verità tre rivoluzioni in Francia aver fatto prova infelice. Vano essere poi il timore di spaventare le moltitudini col bandire altamente il vero, ma stare invece in ciò solo il mezzo di renderlo trionfante. E qui citava l'esempio del Congresso di Liegi, il quale, considerato dapprima siccome assemblea d'energumeni, non tardava ad essere salutato in Francia siccome la vera espressione di quanti son quivi davvero liberi pensatori. Quanto al terzo punto, cioè all'uso della forza rivoluzionaria, dicea l'oratore non aver d'uopo d'insistere intorno ad esso in un paese, quale l'Italia, in cui la rivoluzione fu vista sì spesso esercitare sì splendidamente la propria azione. E, citata la frase del Michelet: La vie du Catholicisme est la morte de la Republique, aggiungeva: noi, che vogliam la Repubblica, dobbiamo assalire, atterrare il Cattolicismo con tutti i mezzi conciliabili colla giustizia, fra i quali primissimo è la rivoluzione! L'oratore conchiudea il suo discorso esprimendo la sua maraviglia del dovere difendere la rivoluzione nel paese di Garibaldi, e vantar l'ateismo nella terra ove nacquero Claudio Vanini e Giordano Bruno.

Sottentrava al Regnard il general Mata, il quale prendea a propugnare il programma approvato della commissione, programma che limitavasi proclamare l'emancipazione dell'umano intelletto e la sovranità della ragione, astenendosi dal mettere innanzi qualsiasi sistema filosofico. Anziché dar fuori vane teorie, ei diceva, facciamola da uomini pratici e positivi, non urtiamo le moltitudini, così ignoranti tuttora, col bandire principii, che male accettare potrebbero di presente, e ricordiamoci, questa divisa aversi ad iscrivere sulla bandiera della nostra associazione - Libertà e Giustizia!

Qui il professor montalbano chiedea la parola , dicendo avere a parlare, egli Italiano, dopo che aveano più volte parlato i delegati stranieri, al che FerdinandoSwift, delegato di Venezia, sclamava non esservi distinzione da farsi nell'Anticoncilio fra Stranieri e Italiani, i delegati tutti dovendosi considerare siccome fratelli! Alle quali parole tenevano dietro unanimi applausi.

Ovary, cui spettava parlare, diceva approvare in massima le idee di Regnard, ma non poterne accettare la pratica attuazione. Aggiungeva i punti cardinali consistere nell'abolizione d'ogni culto officiale e d'ogni insegnamento religioso nelle pubbliche scuole, siccome si praticò in Ungheria, e però su questi due punti richiamansi da lui l'attenzione dell'assemblea, lo Stato dovendo mirare a crear cittadini, e non seguaci di questo o quel culto. Dichiarava associarsi, pel rimanente, alle dottrine esposte dal generai Mata.

Dopo alcune parole d'Andrieux, il professore Montalbano si faceva a parlare in favore del programma presentato da Regnard, dicendo esser tempo di proclamar l'ateismo, se non altro per questo, che, ammesso il concetto d'un Dio, bisogna ammettere il culto, e aggiungeva la negazione d'un Dio personale e dell'immortalità dell'anima dover essere le basi del programma dell'Anticoncilio, e la morale sociale indipendente affatto da ogni idea religiosa.

Al Montalbano sottentrava il delegato ungherese Giorgio Nagy, che leggeva un discorso dettato in francese, in cui si faceva a trattar, più che altro, la parte politica della quistione, insistendo in modo speciale sulla necessità di predicar più che mai, e la fratellanza dei popoli, ad onta delle differenze di razza, e l'abolizione degli eserciti permanenti, principale, se pure non unico mezzo di assicurare la felicità del genere umano, coll'allontanare il flagello orribile della guerra.

Leballeur-Villiers sorgeva a difendere il programma di Regnard, in nome dei liberi pensatori di Marsiglia,e chiedeva poi che la discussione continuasse fino a che un programma qualunque venisse adottato dalla maggioranza dei delegati, i quali ei diceva non esser venuti in Napoli dai più lontani paesi per doverne poi ripartire senza alcun frutto a prò della causa da loro patrocinata.

Qui Regnard chiedea facoltà di parlare per una mozione d'ordine, e subito dopo di lui Leballeur-Villiers, al che Ludeking ed Ulhich sclamavano con isdegno, avere i delegati francesi già parlato abbastanza, e movevasi per uscir dalla sala, alla quale davano infatti le spalle indi a poco, ad onta delle mie vivissime istanze, a fine di trattenerveli.

Proposta essendosi la chiusura della discussione, venia rigettata, quindi varii fra i delegati parlavano, cioè Pantaleo, Gambuzzi e Regnard, ad onta dell'impazienza vie sempre crescente dell'assemblea, della quale rendevasi principale interprete Giovanni Ronge, che profferiva in inglese parole molto severe, (attenuate da me nel tradurle in francese agli altri delegati) dicendo doversi dall'Anticoncilio, anziché discutere se fosse da preferirsi il materialismo allo spiritualismo, o questo a quello, venire ad atti pratici e d'utile vero per l'umanità, e riuscire bastante per allora il combattere qualsiasi religion rivelata. Aggiungea poi non esser venuto a Napoli per ascoltar le lezioni dei delegati francesi.

Dopo alcune parole del professor Bovio, il quale lagnavasi di non aver potuto parlare, sorgeva il professore Del Vecchio, che faceva udire parole conciliative, e diceva l'Anticoncilio non avere a pronunziarsi a prò di verun sistema, dovendosi lasciar libera affatto la coscienza d'ognuno, ed aversi a cercare una formola così fatta, da potere contentar tutti, e la quale racchiudesse implicitamente la quistione così politica, come sociale.

Finito ch'ebbe il Del Vecchio, rilessi il programma proposto dalla commissione, dimostrandolo tale, da doversi accettare da tutti, in quella ch'era sì fatto, da non urtare le moltitudini, ed in ispecie le donne, e confortai caldamente l'assemblea ad approvarlo, richiamando al tempo stesso la sua attenzione sulla parte pratica e veramente utile dell'Anticoncilio, cioè quella dell'ordinamento d'un'associazione mondiale, intesa al duplice scopo di combattere l'ignoranza e la miseria, ch'era pure il principale argomento, su cui si aggirava l'invito diffuso fra i liberi pensatori di tutto il mondo civile dal Comitato provvisorio di Napoli da me preseduto.

Dopo alquante parole dei delegati di Marsiglia e Parigi, e del general Mata, il quale instava ei pure vivacemente affinchè si venisse subito ai voti, il professor Bovio chiedeva che la discussione fosse differita alla dimane, male trattare potendosi in un'assemblea già stanca argomenti di tanta mole, quali erano quelli sottoposti all'esame dell'Anticoncilio, nella quale sentenza conveniva altresì Pantaleo,mentre in vece il professore Del Vecchio, secondato da Andrea Crispo, volea che si discutesse e votasse immediatamente il programma della commissione, modificandone i varii articoli secondo meglio paresse alla maggioranza.

Fra tai dispareri, credetti dover fare un ultimo sforzo a ravvicinar gli animi, e ad ottenere che si venisse a una conclusione, dicendo, fra l'altre cose: «badate, o signori, che i nostri nemici si faran beffe di noi, se ci separeremo senza avere adottato alcuna importante risoluzione,ma soprattutto senza aver posto le basi della gran lega dei liberi pensatori a prò della ragione e del vero, che fu il principal fine del vostro convenire in Napoli da sì diversi e sì lontani paesi.»

Ho detto del ritrarsi sdegnoso dell'Ulhich e del Ludeking, il cui esempio veniva ben presto imitato da altri parecchi, talché, dopo alcune parole di Leballeur-Villiers e di Ovary, sulla proposta del delegato Regnard, ogni discussione veniva sospesa, e la seduta era sciolta in sullo scoccar delle 11.

La dimane, 17 decembre, i più fra i delegati stranieri si riunivano in casa mia, e firmavano il programma redatto dalla maggioranza della commissione, cui apposero quindi le loro firme Eugenio Solferini, di Trieste, Ferdinando Swift, di Venezia, Lacherbonnier, d'Issoudun, ed il cav. Nunes Vais, delegato della colonia europea di Tunisi.

Nel tempo stesso una solenne protesta veniva fuori, in nome del Comitato provvisorio.

I quai documenti, non che il programma dei liberi pensatori di Parigi, propugnato dal delegato Regnard, riproduciamo qui per intero.

Entravés dans nous paisables discussions par un acte contraire a toute loi, et surtout a l'article 32 de la Costitution du Royaume d'Italie, nous ajournons l'accomplissement de notre oeuvre au mois de septembre de l'anné prochaine, époque a laquelle doit se réunir en Suisse le congrès de libres-penseurs propose, dès le commencement de cette année, par la rédaction du ‘Rationaliste’ de Genève. En attendant le moment de faire entendre de nouveau notre voix sur un sol entièrement libre, nous protestons nouvellement contre la violation de nos droits, en laissant comme document dell’Anticoncile la déclaration de principes presentée a l'Assemblèe du 16 decembre par la commission de cinq membres nommée a cet effet, et adoptèe par quatre sur cinq, ainsi que la déclaration proposée par le membre dissident.

Pour le comile provisoire de l'Anticoncile, Le Président J. RICCIARDI.
Naples, le 18 decembre 1869.





DÉCLARATION DE PRINCIPES.

Les soussignés, délégués de différentes nations du monde civilisé, réunis a Naples pour prendre pari a l'Anti-Concile, affirment les principes suivants:

Ils proclament la libre raison en face de l'autorité religieuse; l'indépendance de l'homme en face du despotisme de l'église et de l'État; la solidarité des peuples en face de l'alliance des princes et des prètres: l'école libre en face de l'enseignement du clergé; le droit en face du privilège.

Ne reconnaissant d'autre base que la science et le droit, ils proclament l'homme libre et souverain dans l'État libre, et la nécessité de l'abolition de toute Église officielle.

La femme doit étre affranchie des entraves que l'Église et la legislation opposent a son entier développement.

Ils affirment la nécessité de l'instruction en dehors de toute intervention religieuse, la morale devant étre complétement indépendante de cette intervention.

Naples, le 17 decembre 1869.
J.M. MATA, représentant de la société Lancastrienne et de la Junta Patriotique du Mexique.
L.R. ZIMMERMANN, représentant des libres penseurs d'Autriche.
GEORGES DE NAGY, délégué des libres penseurs hongrois.
JOHANNES RONGE, représentant des libres penseurs et des Commu-nautés libres d'Allemagne.
L. UHLICH, représentant des Communautés libres et des libres penseurs de la Sociedad Latino-Americana de Paris.
Dr. FRIEDERICKKRASSER, représentant des libres penseurs de Transylvanie.
LEOPOLDO OVARY, représentant des libres penseurs de Hongrie.
CARL LUDEKING, représentant des villes de Saint-Louis, Chicago, Philadelphie, New-York et de plusieurs autres asscciations et communautés des États-Unis d'Amérique.
STEFANO SIHLIANU, représentant des libres penseurs de la Roumanie.
FERDINANDO SWIFT, représentant de la Société des libres penseurs de Venise.
EUGÉNE SOLFERINI, délégué de la societé du Progrés de Trieste.
NUNES VAIS, délégué de la colonie européenne de Tunis.
LECHERBONNIER, délégué de la loge mafonnique d'Jssoudun.

PROGRAMME DES LIBRES PENSEURS PARISIENS.

Les Libres Penseurs de Paris reconnaissent et proclament la liberté de con-science, la liberté d'examen, la dignité humaine.

Ils considérent la Science comme base unique de toute croyance et repoussent, par conséquent, tout dogme fonde sur une révélation quelconque.

Ils reconnaissent que l'Egalité sociale et la Liberté ne peuvent exister que lorsque l'individu est instruit — Ils réclament, en conséquence, l'instruction gratuite a tous les degrés, obligatoire, exclusivement laìque et materialiste: le devoir de la societé est de mettre l'individu a méme de la donner aux enfants.

En ce qui concerne la questione philosophique et religieuse;
Considérant que l'idèe de Dieu est la source et le soutien de tout despotisme et de la plus terrible de cette idèe: que l'ensemble de ses dogmes est la négation méme de la societé;
Les Libres Penseurs de Paris s'engagent a travailler a l'abolition prompte et radicale du catholicisme, et a poursuivre son anéantissement par tous les moyens compatibles avec la justice, en comprenant au nombre de ces moyens la force révolutionnaire qui n'est que l'application a la Société du droit de légitime défence.

REGNARD.


Ecco ora la dichiarazione del Leballeur-Villiers, indiritta al direttore del ‘Popolo d'Italia’:

Citoyen.

Le programme que vous insérez a la suite du manifeste de la majorité de la Commission n'est pas seulement celui des Libres Penseurs de Paris; il a été presente comme la déclaration de priricipes de la minorité de cette méme Commission dont le citoyen Regnard est le membre dissident.

J'ajoute que ce programme, discutè et accepté a Paris, a été également pròpose et approuvé a Marseille comme le manifeste le plus ferme et le plus logique de l'idèe qui amenait de toutes les parties du monde les représentants de l'ère nouvelle dans laquelle est entré l'esprit révolutionnaire.
Représentant des Libres Pemeurs de Marseille, je dois affirmer mon adhésion au programme parisien.

Nous avions lieu d'éspérer qu'une discussion plus approfondie, et dont la continuation avait été votée par la majorité des délégués, eùt rallié a ce manifeste un grand nombre d'entre eux.

J'ai voulu rétablir l'entière exactitude des faits, et je compie sur votre impartialité pour donner a ma réclamation la publicité dont dispose votre journal.

Salut fraternel.
Ch. D. Leballeur-Villiers, Délégué de Marseille.

Il delegato belga mi scrivea da Firenze nella seguente sentenza:
Florence, le 23 dicembre 1869.
A l'honorable Mr. Ricciardi, président de l'Anticoncile de Naples.

Cher Monsieur.
Les journaux italiens d'hier publient des déclarations de principes faites a Naples comme suite a l'Anticoncile, et signés par les délégués d'un grand nombre de pays.

Comme je représentais a votre congrès les principales sociétés de libres penseurs de Belgique, je crois devoir expliquer pourquoi mon nom ne figure pas au bas de ces pièces, et je vous serai vraiment reconnaissant de donner a ma déclaration la pubblicité qu'ont eue celles de mes honorables collègues.

Je n'ai pas assistè aux délibérations d'où ces programmes sont sortis, ayant quitte Naples dès le 16 decembre, parceque je n'y trouvais plus les garanties de liberté publique en dehors des quelle je considére les débats internationaux comme incomplets.

La dissolution illegale du 10 decembre a clos l'Anticoncile. Nous avons eu tous un moment l'illusion de pouvoir le continuer; mais bientót il devint certain que nous ne pourrions plus nous concerter qu'à titre prive, et quels que fussent le talent et la science des délégués, dès ce moment le caractère méme de nos réunions était changé.

Peut-étre y avait il encore possibilité pour nous de procèder a l'examen pratique d'une organisation future; mais, a mon avis, toute discussion generale de principes devait étre abandonnée. J'exprimai cet-te opinion, qui ne fut pas partagée par la majorité.

Je ne la conserve pas moins, et regrette, aussi long-temps qu'il est au monde des pays libres, que tant d'hommes éminents se soient soumis aux convenances d'un pauvoir timore.

Il y avait a essayer si l'Italie, qui voit impunèment se constituer le Concile de Rome, pourrait supporter les délibérations d'un Anticoncile. Aussitòt que l'autorité intervenait contre nous, l'épreuve était faite, et nous n'avions plus qu'à nous séparer pour nous retrouver sur un sol plus hospitalier.

Il ne existe encore, et a còte de la Suisse et de l'Angleterre, dont les noms manquent également au bas des déclarations de l'Anticoncile, la Belgique, qui a vu tant de congrès, ignore jusqu'ici quelles sont les entraves a la discussion publique.

Pardonnez-moi d'avoir tenu a garder intacte cette tradition de mon pays.

Agréez, monsieur le président, avec mes nouveaux remercìments pour votre cordial accueil, l'assurance de mes sentiments de profond respect.

V. ARNOULD,
Délégué des sociétés de la Libre Pensée de Bruxelles, d'Anvers, de Liège, et de la société de ‘L'Affranchissement’ de Bruxelles.

Lo stesso Arnould, tornato a Brusselle, dava fuori indi a non molto una relazione minuta di quanto era occorso in Napoli, in occasione dell'Anticoncilio, relazione da lui indiritta alle varie associazioni, che lo aveano mandato in Italia, cioè quelle del ‘Libero Pensiero’ di Brusselle, Liegi ed Anversa, e quella dell' ‘Emancipazione’, la cui principal sede sta nella capitale del Belgio.

Giovi trascrivere alcuni brani della relazione in discorso:
« C'est a la mollesse qu'un trop grand nombre de libres penseurs ont apportée dans la réalisation de l'idèe de l'Anticoncile qu'il faut attribuer l'échec qu'il a subi.

Pendant que les sociétés de libres penseurs belges prenaient fermement en main la cause de la science, lorsque l'Allemagne, les États-Unis, et jusqu-au Mexique, envoyaient des délégués a Naples, la plupart des journauxqui, par la nature de leur politique et de leur philosophie auraient dù accorder le benèfice de leur autorité morale a l'assemblèe de Naples, affectèrent une indifférence qui, pour ètre réelle, aurait dù se montrer sous des formes moins hostiles. Plus d'ensemble dans les efforts eùt impose au gouvernement italien le respect du droit.

Ecco ora la conclusione dello scritto giudiziosissimo dell'Arnould:
« II est vraiment malheureux qu'un aussi long voyage et la présence a Naples de tant d'hommes émments aient produit de si pauvres résultats.

L'Eglise a encore une fois retrouvé le bras séculier a son service, et le gouvernement italien, qui était l'espérance d'un peuple contre l'oppression seculaire, est retombé dans le vasselage de l'ennemi qu'il était appelé a combattre. Le dévouement, les idèes, le nombre des adhérents n'ont pas manqué all'Anticoncile; mais la force a disperse ce que la science et la liberté avaient réuni.

Il ressort du congrès des libres penseurs un grand enseignement. Si d'un còte il est démontré que sans une puissante organisation nous ne pouvons rien entreprendre, de l'autre, il y a ici une preuve evidente de l'impossibilité de séparer la philosophie pure de la politique et de l'economie sociale.

La monarchie italienne, placée entre le pouvoir des papes qu'elle doit combattre, et les idées religieuses et conservatrices sur les quelles elle doit s'appuyer, est restée fidèle a la logiquc de son principe et a son instinct gouvernementale, plutót que de les sacrifier a ses intéréts du jour. Ce qui s'est fait devait se faire. L'Italie porte la peine de scs fautes.

Après la dissolution de l'Anticoncile, le Concile de Rome, qui n'étaii qu'une tentative vaine au point de vue speculatif, est devenu un grand fait politique.

L'alliance entre l'église et la Monarchie italienne est consommée. Les Italiens savent désormais de quel còte ils doivent diriger leurs efforts, s'ils veulent étre libres.

Après tout il y a gain pour tous, puisqu'un masque est tombe; il y a un enseignement meilleur que celui des discours, c'est l'enseignement des faits.

Désormais nous savons a quelles conditions il est possible d'ètre libre penseur et de le montrer. Il n'y a qu'une réforme politique et sociale qui sache garantir a nos principes méme de pure philosophie l'existence et la sécuritc.

On prévoit que le Concile de Rome sera une affirmation pure du despotismc. Le Concile a raison; il sait quel est son allié le plus sur.

De notre còte affirmons la liberté, mais revendiquons - la entière dans tous les ordres de la pensée et de la vie. »

Ho trascritto questa parole del delegato belga, siccome quelle che mi parvero savie molto, oltre di che la sua relazione fu tra le poche veramente imparziali, che pubblicate venissero intorno ai fatti dell'Anticoncilio.

Frattanto non mancavano in tutta Italia le più solenni proteste contro lo scioglimento illegale dell'Anticoncilio. Essendo impossibile il solo enumerarle, ne darò, quasi mostra, questa qui appresso, inviatami dal professore Sbarbaro.

“I sottoscritti, componenti l'uffizio presidenziale dell'Assemblea dei Liberi pensatori delle Marche, tenuta in Loreto, il giorno 8 decembre 1869, protestano solennemente contro l'arbitraria e ingiustificabile dissoluzione dell'Anticoncilio avvenuta in Napoli per opera di quella polizia: protestano m nome del naturale diritto di riunione, anteriore e superiore a qualsiasi formola di politica costituzione, in nome dell'art. 32 dello Statuto, che quel diritto riconosce e sancisce, in nome dell'eguaglianza di tutti i cittadini in cospetto della Legge, in nome della solidarietà che unisce i liberi cittadini di tutte le province italiane nella custodia e nella rivendicazione del Diritto calpestato nell'ultimo di essi, in nome finalmente della dignità nazionale. Ancona, ai 17 decembre del 1869.
Il Presidente Avv. Prof. P. Sbarbaro.
Il Vice-Presidente Conte Giovanni Piccolomini, ex-Deputato al Parlamento Nazionale.
Per il Comitato Promotore, Dottore Pietro Men-gozzi, ex-Deputato della Costituente Romana, Ferdinando Pignatti, Oreste Gentili, Ubaldo Pasquali, Ingegnere Luigi Guardabassi.

Quasi allo stesso tempo i deputati Macchi e Miceli movevano vivaci querele nella Camera contro l'atto arbitrario dei 9 decembre, a proposito del quale avevano in animo di fare un'interpellanza formale, allorché al ministero preseduto dal general Menabrea succedea quello costituito dal Lanza.

Il quale, dir lo si debbe a suo onore, disapprovava il fatto, che anzi non avrebbe opposto veruno ostacolo alla continuazione dell'Anticoncilio, se questa avesse potuto aver luogo dopo i gravi dissidii nati nel di lui seno.

Il general Garibaldi scrivea come segue al signor Ciottolini, a Firenze.

Caro Ciottolini.

Caprera, ai 21 decembre del 1869.

Il contegno dei consorti che governano l'Italia, e che tanta perizia mostrano nel perseguitare gli onesti, mentre coprono gli assassini col loro grandissimo manto, non vi ricorda esso i neri inquisitori che incatenarono Colombo in Ispagna e torturarono in Italia la coscienza del grande scopritore del moto della terra?

Sotto il pretesto di un grido repubblicano vociferato nell'Anticoncilio di Napoli, forse da uno dei loro agenti, quel consesso illustre, somma delle mondiali intelligenze, fu sciolto. La luce e la verità abbarbagliano l'occhio del ladro e dell'impostore. Avanti, però; ed ogni protezione sia concessa ai pingui apostoli della menzogna.

E che vogliono questi magri rappresentanti del lavoro e dell'intelletto, che sparuti si presentano in un freddo teatro, sprovveduti d'ogni cosa necessaria alla vita, in una rigidissima stagione? A che, dico, hanno essi la temerità di opporsi ai rubicondi Eminentissimi, con accanto uno splendidissimo cenacolo, riccamente provvisto dalla pietà delle vecchie impaurite dall'inferno?

Savonarola!.. Ma Savonarola turba il chilo di questi cointeressati protettori della bugia e del furto. Savonarola, colla sua eloquente parola e col suo rogo, Galileo colla sua negazione del movimento del sole intorno alla terra, colla sua legge della caduta dei gravi, che sono accanto al Sillabo, e all'infallibilità di quel tale che tutti conoscete?

Io non so se sia maggiore l'insolenza di chi calpesta, o la longanimità di chi è calpestato.

Io nella mia vita, a chi m'ha percosso sulla spalla ho sempre procurato di rispondere con una percossa sul viso; epperò dico con Vittorio Alfièri: « Chi sel soffre sel merta. »

Vostro G. GARIBALDI.

Poco stante pubblicavo nel ‘Popolo d'Italia’ la lettera seguente:

Napoli, ai 23 decembre del 1869.

Pregiatissimo sig. Direttore.

Alle ingiurie e calunnie recrudescenti, di cui mi fanno bersaglio i giornali clericali, risponderò fra non molto, col pubblicare una breve storia dell'Anticoncilio, ma segnatamente l'elenco delle adesioni infinite pervenutemi da sei mesi da tutti i paesi del mondo.

Qual maraviglia, che, a un cenno del papa, si riuniscano in Roma sei o sette centinaia di vescovi di tutto l'orbe cattolico, pronti a sancire quasi verità sacrosante le assurdità più mostruose?... Un tal fatto render dovevano facilissimo, e l'ordinamento mirabile d'una istituzione ch'esiste da secoli, e le ricchezze, che la semplicità di sì gran numero di fedeli pone a disposizione del papa e dei suoi satelliti.

Stupendo spettacolo invece debbe sembrare al filosofo quello della risposta data da tante migliaia d'uomini indipendenti ed intelligenti alla chiamata di un solo, di non altra potenza fornito, oltre quella che possono dare il buon volere, la sincerità, la verità, la ragione.

E bello al certo fu il veder movere verso Napoli dalle più lontane regioni i delegati di quelle migliaia, da non altro sospinti, che dall'amore del Vero e del Bene.

V'aggiungi gli ostacoli d'ogni maniera, i quali si opposero al gran disegno, fra i quali principalissimo l'ostilità tacita o aperta di non picciola parte dei nostri amici, i quali non videro l'importanza del tentativo da me operato, e, sebbene desiderosi anch'eglino del compimento dell'impresa italiana mediante il conseguimento di Roma, non voller capire che in Roma non si entra davvero, che dopo avere spento negli animi l'opinione, che papa, papato e superstizione cattolica rende tuttora potenti.

Gradite i più cordiali saluti del sempre vostro
G. RICCIARDI.

Alle lettere testé trascritte aggiungerò quella indirittami dal generai Garibaldi nei primi giorni del 1870.

Mio caro Ricciardi.

Caprera, 6 gennaio 1870.

Il motivo per la chiusura dell'Anticoncilio furono alcune grida. Non si gridi, e si continui a riunire periodicamente il nobile consesso dei liberi pensatori del mondo. L'impresa è troppo sublime per essere abbandonata.
Sempre vostro
G. GARIBALDI.

Così scrivevasi poscia da me al presidente della Società dei Razionalisti di Ginevra.
Naples, le 4 févrìer 1870.

Monsieur
Vous ne devez pas ignorer la dissolution illegale de l'Anticoncile, et la décision adoptée par le Comité que j'ai l'honneur de présider, de continuar son oeuvre en Suisse, en profitant de la grande reunion de libres penseurs proposée pour cette année par votre association.

Dans le but d'avoir des renseignements précis a ce dernier sujet, je viens m'adresser a vous, et j'espére que vous voudrez bien, par le retour du courrier, me dire a quoi vous en étes de votre projet, et s'il y a un Comité directeur.

L'insuccés de l'Anticoncile, dù en grande partie a l'excentricité de la plupart des délégués francais (qui auraient voulu proclamer l'athéisme, la nécessité de l'éducation matérialiste, et l'utilité de l'em-ploi de la force révolutionnaire pour faire triompher les principes du rationalisme!) doit nous servir d'avertissement pour l'avenir.

Nous devrions surtout ne pas nous écarter du but tout pratique de l'Anticoncile, celui de faire le bien, moyennant l'organisation d'une puissante association internationale destinée a combattre l'ignorance et la misere.

Voyez, a ce propos, le programme lancé par moi, le 15 mars 1869, avec le commentaire du 22 septembre de la mème année, programme que les délégués francais ont constamment perdu de vue.

Dans l'attente d'une prompte réponse a cette lettre, je vous prie, monsieur, d'agréer l'assurance de mes sentiments les plus distingués.

J. RICCIARDI, Député au Parlement d'Italie.
A.M. le Président de la Société Rationaliste de Genève.

Alla infrascritta lettera ebbi risposte assai fredde ed incerte, poscia, alcun mese dopo, il seguente avviso leggevasi nei giornali:

La società Razionalista di Ginevra ha risoluto di non riunire in quest'anno il Congresso Razionalista ch'essa avea annunziato.

La ragione che l'ha determinata a far ciò, si è la probabile proroga del Concilio, la critica del quale era primo scopo del Congresso. Ella aspetterà dunque, per fissare l'epoca della prima assemblea generale de' Razionalisti, che quello de' Cattolici abbia detto la sua ultima parola.

Ella spera che questo aggiornamento non iscoraggerà gli uomini ch'erano decisi d'intervenire al Congresso in quest'anno, ma, al contrario, confermerà la loro risoluzione di prendervi parte, mostrando loro il carattere serio che la Società Razionalista di Ginevra vuol dare a questa impresa importante.

L'Anticoncilio non sarà dunque riconvocato; ma ciò non monta, ché il frutto, ch’e’ doveva produrre, lo ha largamente prodotto, ad onta della sua così breve durata, ad onta delle sue fatali scissure, ad onta degli attacchi villani, di cui fu segno.

E, dicendo avere l'Anticoncilio fruttato quel che doveva fruttare, volli parlar dell'unione in un solo pensiero di tanti spiriti eletti di tutto il mondo civile, parati a combattere con tutte le forze contro la superstizione in genere, ed il papato in ispecie.

Il qual'ultimo poi aiutava non poco l'opera nostra, col far bandire dal Concilio ecumenico l'infallibilità del pontefice: atto insensato, che nuovi e più terribili scismi sarà per crear fra i cattolici, in quella che le sette sì varie e molteplici, in cui si divide il protestantesimo, unirà tutte contro la Chiesa romana, siccome già lo dimostra il Congresso, da dovere aver luogo in New-York, dei rappresentanti di tutte le chiese acattoliche degli Stati Uniti di America.

E poi non si è consumato da noi un grandissimo fatto, cioè quello dell'occupazione di Roma, in nome della nazione italiana, quindi la distruzione della potestà temporale del papa?

E Roma sottratta al dominio del re-sacerdote, che altro potrà bandire nel mondo, se non il contrario di quel che ha bandito finora, cioè il regno glorioso della Ragione, e però il libero esame, in cambio della fede cieca, antica ed unica base del Cattolicismo?

Ai 20 ottobre del 1870.

ADESIONI
AVVERTENZA
Non basterebbero più volumi a contenere le innumerevoli lettere e i documenti d'ogni maniera giuntimi da tutto il mondo civile, in occasione dell'Anticoncilio, il perché limiterommi a far conoscere, non dirò i più importanti, che un'importanza, se non assoluta, almen relativa, hanno tutti, ma quelli che meglio possano riuscire qual mostra, per così dire, di quanto fu scritto e operato in simile congiuntura.

Delle molte centinaia di lettere scrittemi da Italiani, darò fuori sol poche, dando la preferenza a quelle scrittemi da signore. E così farò pure delle francesi.

Dell'altre tutte, pochissime escluse, o darò un sunto, o noterò solo i nomi di coloro che le dettavano, ed il paese onde vennero, ordinandole, al pari dei documenti, giusta il principio etnografico, e facendo risaltare il carattere di mondialità (se mi è lecito usare tale parola) inerente alL'Anticoncilio.

Non chiuderò la presente avvertenza senza avere invocato l'indulgenza del leggitore, per ciò che spetta alla forma delle più fra le lettere che sono per registrare, dovendo venirne considerato unicamente il pensiero che le ispirava.


ITALIA

Caprera, 22 giugno 1869.

Mio Caro Ricciardi

Dite a Montenegro che risposi alle sue lettere.
Tenete fermo, mio caro Apostolo del Vero, sull'attuazione del sublime vostro Anticoncilio. In questi tempi di vergogna politica proviamo almeno di martellare il negromantismo.

Sono per la vita vostro
G. GARIBALDI.


Genova, ai 16 ottobre del 1869.

Caro Ricciardi.
Facendo adesione alla vostra proposta per un Concilio di liberi pensatori, da contrapporsi in Napoli all'Ecumenico di Roma, vi prego di serbarmi un biglietto di ammissione all'assemblea, che spero grave, numerosa e decisiva pel vantaggio dell'umanità.
Vostro affez. collega ed amico
A. BERTANI.

( laro Ricciardi.
Firenze, ai 20 ottobre del 1869.

Caro Ricciardi
Mentre la reazione cosmopolita si raccoglie per mandare l'estremo suo rantolo, voi bene avvisaste di fare appello alle libere coscienze, adoperandovi perché quel rantolo sia veramente di uomo che muore, e la tresca cattolica finisca una volta per sempre. Tanto fra noi, quanto fra tutte le genti latine, da anni ed anni si osserva il brutto fenomeno di chi non crede alle imposture del prete e ne segue i riti e i consigli.

Quante volte non ci è dato di scorgere uomini, i quali per tutta la loro vita hanno ravvisato e sprezzato coteste imposture cattoliche, eppure al finire dei loro giorni non hanno avuto il coraggio di allontanare dal capezzale il prete, che viene a parlar loro di cosa, a cui e la coscienza ripugna, e la ragione non ha mai consentito. E se chi è presso a morire èinconscio di sé medesimo, i suoi parenti si affrettano a chiamare il prete pel solo motivo che la plebe circostante non gridi allo scandalo.

Cosi il prete raccoglie i primi vagiti dell'uomo, lo assiste negli atti solenni della sua vita, e l'accompagna alla tomba.

Sintanto che noi non ci educhiamo a fare a meno del prete, noi non saremo uomini liberi, poiché la nostra libertà poggerebbe su basi ripugnanti alla nostra ragione.

Più volte si è gridato, ed i nostri governanti ne hanno formato il perno della loro politica, che pel completamento della nostra unità noi dobbiamo privare il papa del suo potere temporale, e lasciarlo in pace nell'esercizio e nello splendore del suo spirituale ministero.

Io credo che noi avremmo dovuto percorrere una via opposta, e i salutari effetti non si sarebbero fatti aspettare nel decennio che abbiamo percorso.

Togliete la legna dal fuoco, ed il fuoco si estinguerà da sé medesimo.

Togliete al papa il prestigio, che finge di mettere le sue radici al Cielo, e Roma, cesserà di essere il covo, in cui trovano ad annidarsi sicuri i gufi, che ivi convengono da tutti i paesi, e tornerà un'altra volta sede della sapienza e della civiltà, e capitale d'Italia

II libero esercizio di tutte le credenze, la niuna protezione accordata, come ora si fa, ai ministri di una sola religione, l'educazione popolare propagata e diffusa, senza che si proibissero le concioni di coloro che dissentono dalle credenze cattoliche, saranno il miglior passaporto da darsi al papato, e quindi all'oppressione del nostro povero paese, ove esso ha sede per nostra jattura.

Proseguite dunque intrepido nel vostro nobile aringo; trovate il modo di proclamare e far mettere in pratica la Religione del Dovere; non temete i sarcasmi dei pusilli, ed avrete gettato il seme di un albero, che non sarà facilmente schiantato, malgrado che l'opera vostra non sia soffolta dai mezzi immensi, di cui dispongono i nemici del nostro paese e dell'umanità intera.

Abbiatevi infine la povera mia adesione al lavoro che avete intraprese al quale io sono impedito di assistere di persona.

Il vostro collega ed amico
ANTONIO GRECO

A GIUSEPPE RICCIARDI.
Carissimo Amico,

È inutile, oramai, l'andar discutendo sulla maggiore o minore opportunità dell'Assemblea da te convocata.

Nella generosa tua impazienza del bene, e nell'instancabile apostolato che da tanti lustri vai esercitando per affrettare il trionfo della verità e della libertà, tu sentisti il dovere di provocare una solenne protesta contro il concilio sacerdotale, che radunerassi m Roma a disperata difesa della superstizione e della menzogna.

Ti parve utile che i sinceri cultori della scienza progressiva ed i liberi pensatori di tutte le nazioni facessero atto di presenza e di protesta, il giorno in cui gli ostinati sacerdoti d'immutabili dogmi si raccoglieranno, per l'ultima volta, a sfidare colle casuistiche loro dispute lo spirito dei tempi.

Al pòstumo omaggio clericalmente reso alle morte dottrine del medio evo, tu volesti opporre una riunione, in cui apparissero in tutto il loro splendore le democratiche conquiste del secol nostro.

Al tuo appello vedo che già risposero molti fra i più illustri campioni di libertà in Italia, e fuori. Non io, dunque, sarò sordo alla tua voce; e se altri doveri m'impediranno d'intervenire personalmente, ti valga questa lettera come atto di adesione al congresso di Napoli, dove, con ispeciale mandato, mi venne affidato l'onorevole incarico di rappresentare molte democratiche associazioni, ed in particolar modo quella dei Liberi Pensatori di Milano, e i due giornali banditori del ‘Libero Pensiero’, che si stampano a Milano ed a Parma.

Faccio voti perché, col concorso di tante e così elette intelligenze, il tuo li congresso valga a fondare qualche stabile intuizione a beneficio delle coscienze e delle famiglie emancipate, o, per lo meno, che riesca a formulare un programma, il quale sia come patto di fratellanza e di solidarietà fra i liberi pensatori di tutta la terra.

Ma, per ciò, bisogna che stiate in guardia contro le insidie violente della polizia, ed anche, lasciamelo dire, contro l'intolleranza di quei solisti, che, a nome della libertà, vorrebbero non proporre, ma imporre, quali dogmi, le loro degenerazioni.
Ama sempre
Il tuo
MAURO MACCHI.


Firenze, 1 novembre 1869.

Onorev. Signore.

La mia condizione di militare vietandomi di poter assistere all'AntiConcilio dei Liberi Pensatori, da V.S.Ill.ma con generosa iniziativa promosso, io mi limito a manifestarle la mia adesione al medesimo, accettando fin d'ora quelle che abbiano per iscopo la conferma dei principii contenuti nel programma da lei pubblicato, e quelle altre, che alla giusta morale ed alla ragione si colleghino.

Mi dichiaro con rispetto
Alessaandria, 17 novembre 1869.
Di V.S.Ill.ma
Devotissimo servo
S. BAGGIORE,
Sergente nel 1° Fanteria.

Pregiatiss. Signore,

Sublime è la sua idea intorno ali'Anticoncilio, che ha inteso attuare in cotesta terza città di Europa, espressa nel suo aureo programma indirizzato ai liberi pensatori di tutto il mondo civile, per abbattere gli strambi e immani desiderii, che il prossimo Concilio ecumenico sulle rive del Tevere intende cacciar fuori, per distruggere quanto la civiltà finora ha saputo riedificare.

Io quindi aderendo a tutte le parti del di Lei sullodato programma, e, benché di scienza mi vegga privo, ma non di volontà, desidero occupare un cantuccio, sol per apprendere nel grande cosmopolita congresso.

Le opposizioni dell'esimio letterato Padre Giacinto, e la noncuranza di tutte le nazioni del mondo istruito, espressa per mezzo della libera stampa, sono arra potente per un sicuro insuccesso degli oscurantisti, falsi ministri della religione.

La riverisco e l'ammiro da questi monti di una terra, che pur conserva qualche gloria.
Ajeta (Calabria Citra) 20 novembre 1869.
Onorevole Sig. Conte Giuseppe Ricciardi,

Deputato al Parlamento Italiano, a Napoli.
Suo devotiss. servitore PIETRO LOMONACO MELAZZ1


Neuchatel, 1 decembre 1869.

Sig. Presidente e signori, Membri dell'Anticoncilio.

Fiducioso nel carattere veramente democratico della vostra Assemblea, il sottoscritto osa sperare che vogliate prendere in considerazione la seguente proposta, ch'egli è dolente di dovervi presentare per iscritto, e la quale avrebbe tanto desiderato sottomettervi a viva voce.

Considerando che, indipendentemente dalle istituzioni già proposte dall'egregio promotore del congresso, e da quelle che altri potrebbero suggerire, urge occuparsi seriamente di quanto valga a estendere e render durevole l'azione dell'Anticoncilio;

Che la diffusione delle opere razionalistiche è uno dei più potenti mezzi d'emancipazione intellettuale e morale;

L'Assemblea decide:

I. Una sezione del Comitato centrale definitivo, l'elezione del quale è preveduta dall'articolo 4° dell'ordine del giorno per la seduta d'inaugurazione, prenderà il titolo di Comitato bibliografico.
II. Le funzioni del Comitato bibliografico saranno le seguenti:
1.° Promovere in tutte le località, a cui potrà estendere la sua influenza, la fondazione di biblioteche stabili o circolanti, destinate a propagare il Razionalismo.
2.° Raccogliere e distribuire alle varie biblioteche razionalistiche le opere che saranno mandate in dono e quelle che il Comitato acquisterà coi fondi a ciò destinati.
3.° Pubblicare un catalogo di libri e giornali razionalisti in lingua italiana.
A) Questo catalogo sarà redatto con ordine cronologico, secondo la data della pubblicazione dei libri e della fondazione dei giornali.
B) II titolo esatto dei libri e dei periodici dev'essere accompagnato dall'indicazione dei luoghi di vendita, e, per quanto si può, dalla tavola analitica e dal prezzo, onde facilitare l'opera di chi fondasse simili biblioteche o volesse semplicemente diffondere alcune di quelle opere.

Tale è la proposta del sottoscritto. L'alinea 3°, sulla pubblicazione d'un catalogo, varrà a fare del Comitato bibliografico l'opposto della Sacra Congregazione dell'Indice.

Il Vaticano proscrive i libri dei Liberi Pensatori; spetta all'Anticoncilio l'indicarli e il raccomandarli.

Ha proposto il sottoscritto l'ordine cronologico (paragrafo A) perché gli sembra preferibile all'alfabetico, in ciò che ne risulterebbe un quadro del movimento razionalista in Italia.

Non si potrebbe obiettare che esiste già un catalogo di libri razionalisti pubblicato a Parigi dal sig. Verlière, col titolo: « Guide du Libre Penseur », giacché quell'opuscolo, oltre che fu concepito con uno scopo non abbastanza popolare, è troppo esclusivamente francese, e riesce quindi incompleto, anzi manchevole affatto, per quanto concerne l'Italia; basta il dire che vi si trovano annunciate tre o quattro sole opere italiane, ed anche queste coi nomi e i titoli storpiati.

Volendo poi contribuire secondo le sue forze a iniziare l'istituzione da lui proposta, il sottoscritto mette fin d'ora a disposizione del Comitato bibliografico 6 esemplari del suo libro ‘La Rivelazione e la Ragione’, ch'egli destina alle prime sei biblioteche razionaliste, e che s'impegna a spedire se e appena il Comitato sarà costituito.

Salute e fratellanza.
PIETRO PREDA,
professore all'Accademia di Neucbàtel.



Firenze, ai 5 decembre del 1869.
Carissimo Collega.

Grazie dell'invito e della tessera d'introduzione al congresso.

Ho tardato a rispondervi, sperando sempre potervi dire: sarò de' vostri. Ma la salute non reggerebbe alla prova.

Combattere la Chiesa romana fu ed è proposito della mia vita; onde in questa occasione mi è doloroso restare nell'ortodossa Firenze.

Fate co' vostri amici che dell'opere de' liberi pensatori rimanga un germe fecondo di bene; fate che gl'Italiani sempre più chiaro comprendano, che sul sentiero della verità troveranno la giustizia, che la rivoluzione italiana impone una rivoluzione nella coscienza, e che la libertà religiosa è la madre di tutte le altre.

Non potrei delegare nessuno a rappresentarmi, ignorando ciò che verrà in discussione, e il campo della controversia essendo il più vasto che imaginare si possa.

Debbo manifestarvi però un mio voto. Si mantenga alle vostre deliberazioni quel carattere di universalità, che finora distingue il moto italiano; non predomini veruna chiesa, veruna positiva credenza, onde finalmente surga una vera chiesa universale, superiore a quella di Roma, superiore allo stato e a qualunque argomento sociale, risiedente nel trionfo della ragione.

La ragione, per via della incessante comunione dei pensieri di tutti, svolgendo un concetto comune, che domina tutti i concetti, tutte le volontà individuali; la ragione collettiva, libera, impersonale, incorporea, può sola, senza formale giurisdizione di sorta, costituire una potestà spirituale, una chiesa, che vincerà tutte le altre.

E la chiesa della ragione abbatterà certamente la chiesa de' papi, la chiesa dell'ignoranza e della vendetta.

Amerei che questo mio voto fosse manifestato al congresso.

Amate.

Il tutto vostro.
FILIPPO DE BONI.

All'On. Signore
Dep. G. Ricciardi.



Firenze, ai 5 dicembre del 1869.

Caro Amico e Collega

Sino ad oggi mi son lusingato di poter essere libero per dimani dai doveri parlamentari, e così essere in grado d'intervenire all'apertura dell'Anticoncilio: ma ogni speranza però l'ho perduta, e non posso movermi di qui, se la commissione per gli atti giudiziarii Lobbia, della quale fo parte, non ha dato il suo avviso alla Camera.

Me ne duole assai, specialmente perché agl'ignari potrebbe parere che mi fosse venuto meno, o il coraggio, o la premura.

Prego dunque voi, autore e promotore dell'Anticoncilio, di far le mie scuse coi convenuti, e dar loro per me un fraterno saluto, accompagnato da voti per la causa della civiltà.

Mille augurii ed una buona stretta di mano del

Onor. Conte Giuseppe Ricciardi, Deputato, a Napoli.
Carissimo amico.

Vostro Amico e Collega
FILIPPO ABIGNENTE.

Firenze, 7 decembre 1869.
Jersera stava per mettermi in viaggio, quando un impedimento di forza maggiore mi costrinse a rimanere. Non dispero, per altro, di poter venire prima che il tuo Congresso abbia fine. Intanto debbo avvertirti, ad ogni buon conto, che io sono stato eletto a rappresentare
1.° La Società dei Liberi Pensatori di Milano;
2.° Il Libero Pensiero di Savona;
3." La Società Umanitaria La stella d'Italia, di Savona.
Ti abbraccio con fraterno affetto; faccio voti ardentissimi perché tanta opera tua riesca a buon fine.

Il tuo
MAURO MACCHI.


Onorevole Signore

Non potendo, per circostanze imprevedute, prender parte attivamente, come era mia intenzione all'Assemblea dei Liberi Pensatori, vi partecipo, o Signore, la mia piena adesione per tutto quanto verrà da detta Assemblea deliberato.

Nel congresso per la libera ragione, è la manifestazione dell'indipendenza dei principii morali, della libertà assoluta di coscienza dell'individuo, indipendenza e libertà che porteranno a poco a poco la nostra bella Italia ad essere la prima fra le nazioni del mondo. Possa una tale manifestazione riuscire imponente, e corrispondere a quanto le facoltà nostre permettono.

Ringraziandovi, o Signore, del prezioso volume che m'inviaste delle vostre ‘Opere scelte’, trovando in detto invio, oltre alla squisita gentilezza, incoraggiamento al piccolo lavoro da me fatto, ed essendo in questo appunto trattate le quistioni vitali, per cui il congresso si raduna, oso, o Signore, inviarvene trenta copie per l'Anticoncilio, delle quali disporrete a quel benefizio e scopo che meglio intenderete.

Orgogliosa frattanto che questa occasione mi procuri il mezzo di rassegnarvi i sensi della mia considerazione e del mio rispetto, mi dico
Vostra devotissima serva
MARIA SERAFINI.


Onorevole Signore.
Le sottoscritte si pregiano volgersi alla S.V., onde pregarla di voler loro usare l'atto cortese di annoverarle fra gli aderenti all'Anticattolico Concilio, apertosi in cotesta sua Metropoli.

Esse, penetrate della importanza d'un Consesso d'uomini dotti, il quale dimostri, cogli argomenti offerti in oggi dallo scientifico universale progresso, non solamente la nullità d'un Concilio cattolico, ma l'assoluta negazione di ogni progresso umano dai cattolici principii professata, indirizzano a cotesto Anticattolico Concilio, per mezzo della S.V., i loro vivissimi voti, perché abbia da esso a derivare per l'umanità tutta, e specialmente per la travagliata Italia nostra, quel bene intellettuale, morale e civile, che ogni suo non degenere cittadino è in dovere di procacciarle.

E insiememente accolga la S.V. i loro sentiti ringraziamenti pel ricevuto favore.
Fossano, 28 ottobre 1869.
MARIANNA SERRAVALLE.
FELICITA SERRAVALLE BORRELLI
da Cento, provincia di Ferrara.

Onorevole Sig. Conte
Giuseppe Ricciardi

Voi prendeste una generosa iniziativa, elevando il primo la vostra autorevole voce per protestare contro il Concilio delle tenebre, che il Prete di Roma bandiva ai suoi vili proseliti.

Voi raccoglieste questo guanto di sfida lanciato al progresso ed alla citta de'popoli, e rivolgeste un nobile appello ai liberi pensatori del globo, perché, convenendo nella città di Napoli nel giorno stesso, in cui i satelliti del Papa si riuniscono in Roma, potessero stringersi in un lega compatta ed operosa per combattere a campo aperto contro la clericale falange armata per la distruzione del pensiero e della civiltà.

La vostra felice idea incontrò il plauso generale di tutte le più elevate intelligenze mondiali, e dalle principali città del globo giungono adesioni per l'Anticoncilio.

La donna non deve rimanere estranea a questa nobile lega, perché anch'essa ha un cuore che batte per la civiltà dei popoli e per la libertà del pensiero.

Essa ha bisogno di emanciparsi dal giogo clericale, sotto cui fino ad ora è rimasta oppressa, né potrà mai abbattersi il mostruoso colosso del Papato, finché il clero imporrassi alla coscienza della donna e la terrà sua schiava.

Luisa Lolli di Anastasio, dimorante in Avezzano, informata a questi principii, ed obbedendo ai moti del suo cuore, aderisce anch'essa all'Anticoncilio di Napoli, e fa voti pel trionfo della civiltà e d'ella libertà, e per l'emancipazione razionale della donna.

Gradisca, Sig. Conte, i sensi di stima della
Sua Devotissima
LUISA LOLLI.
Avezzano, 16 Novembre 1869.


Napoli, 20 Novembre J 869.

Signor Conte

Dividendo i sentimenti de' miei germani Emanuele e Carlo, mi fo un dovere di fare atto di adesione al programma da Lei emanato per l'Anticoncilio, che dovrà dare un alto impulso per liberarci dai pregiudizii clericali, e fare educare (specialmente noi donne) lungi da quelle massime, che ci han rese finora ciechi strumenti del dispotismo e dei preti.

Gradisca i sensi della mia ammirazione, per questo novello bene che reca alla società e mi tenga di
Lei devotissima
ANGELINA MOLA.

Tricarico, 27 Novembre 1869.
Onorevole signor Conte.

Il giorno 8 dell'entrante mese le belve porporate, che si radunano nel Vaticano, e i rappresentanti, non delle Nazioni ma dei Governi d'Europa, formeranno un Concilio — uno spettro di Santa Alleanza evocato dall'irrevocabile passato — per opporsi in pieno secolo XIX alla civiltà, che si avanza maestosa sul suo sentiero di gloria, e per ricacciare nelle tenebre un mondo, che da ogni parte viene irradiato dalla luce di quel Dio che la corte di Roma ha rinnegato!

Gridiamo dunque a Pio IX, che noi ci ridiamo delle sue scomuniche, siccome disprezziamo le sue indulgenze, e che mentre accettiamo le prime come altrettante onorevoli decorazioni, gli diciamo che non sapremmo che fare delle seconde, ad ottenere le quali tanto si danno le plebi e coloro che per bassezza di mente alle plebi somigliano.

Taluni, forse molti, faranno le maraviglie che una donna, vocabolo che fra noi significa una schiava, e precisamente una schiava dei preti, osi affermare, non pure di sentirsi Italiana nel pieno valore della parola, Italiana che non ha bisogno di un astuto mediatore per elevare la sua mente al Supremo Vero.

E questi taluni grideranno alla stranezza, all'esagerazione, forse allo scandalo, udendo la mia parola così libera, così scevra da pregiudizi e da timori, così inaspettata.

Ma che mónta? Signor conte pregiatissimo, io sono preparata a tutto ciò, perché l'ho preveduto, e, prevedendolo, mi son pure disposta a fare la mia dichiarazione a costoro, somigliante a quella che vo' fare ai Reverendissimi di Roma.

Io mi son'una, che ama la singolarità, quando la generalità è tale, che non va secondo il suo modo di vedere; son una, che non può, né vuoi menomamente transigere colle sue intime convinzioni per un mal'inteso rispetto a quella che dicesi maggioranza.

Sono infine una, che rivela i suoi sentimenti, e non può fare ammeno di rivelarli sinceramente, perché non nacque ipocrita, ma espansiva; non timida ma franca; non vigliacca e debole, ma sicura, e, per quanto si addice a donna, ardimentosa e forte: I have told the truth. I will tell it still: no one shall prevent me from telling it.

Questo è il mio programma, che abbraccia il mio passato ed il mio avvenire, e che giustifica il presente allo sguardo di coloro, pei quali forse sono una visionaria, un'atea e peggio ancora...

Mi si perdoni la vanità di parlar di me; i preti mi hanno a ciò spinta.

La donna, compagna dell'uomo, ha pur essa un'anima, un sentimento, una fede nell'avvenire, una coscienza che non può restarsi muta dinnanzi allo scandalo, per non lasciar supporre che in segreto ne sia complice.

Io sento al vivo il dovere di levar su la voce siccome un essere pensante, che reclama la sua parte di dignità.

Spero che meco lo sentano molte altre donne, per conforto di questa grama Italia, che i preti bistrattarono tanto, ed il cui nome ora vorrebbero cancellare dal libro della vita.

In ogni modo, onorevole signor conte, io mi pregio di significarvi che tutte le mie amiche la pensano in questo proposito al pari di me, nulla importando che le medesime non sieno native di Basilicata, mia patria, ma dell'Italia superiore.

Per esse e per me ho vergate e trasmesse a voi queste linee; per esse e per me sento il bisogno di dire a Pio IX, che il suo regno è crollato, ad onta di tutti i Concilii, e di ripetergli un'ultima fiata coll'Aleardi:

Ritirati, Levita,
Perché con la tua livida figura
Ci nascondi il Signore.

LAURA BATTISTA.

Aderisco all'Anticoncilio. Vorrei con tutto il cuore che tutte le donne italiane fossero dell'istesso mio pensare, ed inculcassero bene nella mente dei loro figli, che i preti sono il peggior malanno d'Italia, e che fa d'uopo con ogni mezzo scongiurare la loro malvagia influenza.

MARIA FERRARA,
nata ALBERGANTE,
Torinese.


29 Novembre 1869.

Onorev. sig. Deputato Ricciardi.

Napoli, 11 decembre 1869.

Ieri, per mancanza, non di volontà, ma impedita per un urgentissimo affare di famiglia, mancai di venire all'assemblea dei liberi pensatori.

Più tardi intesi quanto le libertà in Italia sieno manomesse. Se per disgrazia nostra non si possa proseguire la tornata per impedimento della sciabola all'uso croato, io intendo di unirmi a qualsiasi protesta contro un abuso così brutale alla santità della libera legge, e già, fino da iersera, diedi la mia firma per protestare in una dichiarazione che possedea Pantaleo.

Anche i miei amici dividono le stesse opinioni.

Mi creda con istima.

Devotissima C. TOSCANI SARTORI.

DOCUMENTI VARI

COMITATO DI NAPOLI PER L'EMANCIPAZIONE DELLE DONNE ITALIANE.
Strada Costuntinopoli, n. 84.

Onorevole Sig. Conte.

Troverà qui unita una copia della circolare fatta girare dalla Presidente del nostro Comitato centrale di emancipazione delle donne italiane, Contessa Giulia Caracciolo Cigala, ai vari centri di Alessandria, Milano, Genova, Venezia, Verona, Pisa, Taurasi, Parma, dai quali si sono avute varie adesioni di donne, ed altre molte se ne aspettano.

Però essendo vicino il giorno della riunione per 1'Anticoncilio, la suaccennata presidente ha incaricato me di rimetterle la lista dei nomi delle donne che hanno fatto adesione, rimanendo nei nostro archivio le lettere ricevute, in tutto 185 firmatarie.

Le fo noto altresì, che, per decisione della riunione tenuta il 20 novembre ultimo, il Comitato di emancipazione ha delegato a rappresentarlo il giorno 8, oltre la Presidente Contessa Caracciolo Cigala, la Vice-Presidente signora Carmela Bray in Caruso, la signora Enrichetta Caracciolo, e me, qual segretaria di questo centro del Napoletano.

Accolga, sig. Conte, le proteste di mia stima. l decembre 1869.
Devotissima ANGELINA MOLA DI TITO.

All'Onorevole deputato
Conte Ricciardi, Promotore dell'Anticoncilio,
Napoli.

Segue una circolare, indiritta dalla Contessa Cigala alle seguenti signore:
Gualberta Alaide Beccari - Venezia
Elvira Ostacchini - Parma
Anna Maria Mozzoni - Milano
Giovannina Gargea - Reggio
Domitilla Tondo - Verona
Elena Ballio - Alessandria
Eleonora Burelli - Genova
Luigia de Michelis - Pisa
Emilia Maffei - Taurasi
ADESIONI.

Teresa Franco,
Irene Massarini,
Teresa Massarini,
Angiola Brusoni,
Clelia Olinei Marchesa Paolucci,
Angiola Brusoni,
Adelina Alberti,
Amalia Fantini,
Elena Rossi,
Carlotta Avalle,
Marianna Aronella,
Angiola Flore,
Nanetta Carchelli,
Angiola Amelotti,
Angela Ponzano,
G. Colletti,
Angela Perracino,
Carolina Gozzi,
Ernesta Jacquemoud,
Amalia Jacquemond,
Carolina Bove,
Felicita Tagliaferri,
Giovannina Toni-Giannetti,
Arpina Delfina,
Felicita Cannetta,
Bonina Pugliese,
Fortunata Pugliese,
Carolina Pugliese,
Giulia Crema,
Antonietta Ottino,
Ernestina Bini,
Giuseppina Bini,
Carolina Testore,
Luisa Cacciandra,
Camilla Bruno,
Ernesta Balio,
Maria Croce,
Marianna Colombi,
Angiola Lombardi,
Isabella Mucchini,
Giuseppa Sordelli,
Luigia Clerice,
Maria Vergo,
Sofia Vergari,
Sofia Lombardi,
Francesca Lucchini,
Ernesta Lucchini,
Antonia Balli,
Giulia Balli,
Gigia Barbasina,
Ghita Valli,
Gma Valli,
Ilda Bollo,
Angiola Arrigoni,
Giovanna Arrigoni,
Angiola Grippa,
Isoletta Borgomanero,
Caterina Borgomanero,
Teresa Parati,
Marianna Caronos,
Camilla Franchi,
Resina Grossi,
Cecilia Grossi,
Eugenia Imeraldi,
Celestina Pugliese,
Vittoria Bignami,
Angelina Brambilla,
Carolina Brambilla,
Giuseppina Brambilla,
Luigia Pandiani,
Angelina Bentivoglio,
Giuseppina Bentivoglio,
Teresa Brun,
C. Negri,
Anna Varetta,
Ildegarda Tringero,
Francesca, Giovanna,
Adelaide, Giulia e Teresa Belinzanghi,
Maria Clerice,
Angelina Clerice,
Giuseppina Clerice,
Maria Lago,
Giuseppa Lago,
Teresa Vunzione,
Elena Namere,
Giuseppina Beltrani,
Amalia Cantoni,
Rosalia Cantoni,
Marietta Beinoci,
Maria de' Giorgi,
Rosalia Cucchia,
Peppina Boggi,
Angelina del Monte,
Giulia Bosca,
Giuseppa Riaria,
Giuseppa Joria,
Teresma D'Angelo,
Giovanna Gomez,
Carolina Pattasi,
Giulia Sterni,
Sofia Benzis,
Resina Frattas,
Michela del Monde,
Angiolina Forni,
Angelina Deluca,
Maria Ricci,
Elisa Mecchi,
Antonia Quarti,
Matilde Boccabone,
Stella Palmieri,
Rosa Maiello,
Giuseppa Bonalone,
Carolina Amari,
Maria Curti,
Maddalena Zanni,
Luigia Cioffi,
Vincenza Essilo,
Antonietta Potenza,
Rosalba Picardi,
Giuseppa Sanni,
Giovanna Zanni,
Filomena Antonomasi,
Francesca dei marchesi Cecer,
Giovannina Menaldo,
Michela Bonaldi,
Vincenza Potenza,
Paolina Sicardi,
Francesca Livardiola,
Giùseppa Cantorsi,
Giuseppa Deo,
Luisa Massea,
Rosa Galliano,
Clementina de Marzio,
Angiolina Lallo,
Concetta Lallo,
Gaetana Vial,
Adelaide Farn,
Clementina Corradino,
Filomena Alessi,
Laura Beitele,
Carolina Colombani,
Clementina Cappabianca,
Mariannina Clese,
Erminia Semola,
Checchina Coratino,
Gaetana Fumo,
Ernestina Besta,
Maria d'Amico,
Amelia Zappati,
Stella Bovp,
Antonia Terrone,
Angiolina Moscado,
Anna Daddio,
Giuseppa Pucci,
Filomena Maetta,
Mariannina Lucci,
Grazia. Puccivallo,
Peppina Rotoli,
Carlotta Catalano,
Angiola Torconi,
Flora Mazzarelli,
Erminia De Falco,
Domenica Salzana,
Chiara Lebord,
Elisa Angiola Maria,
Settimia Rucco,
Filomena Sigismondo,
Clementina Darsi,
Santina Bennati.


Presidente Onoraria Teresita Garibaldi-Canzio.

COMITATO
Presidente — Giulia Caracciolo Contessa Cigala.
Vice-Presidente — Carmela Bray Caruso. Segretaria — Angelina Mola.
Enrichetta Caracciolo, Michela Cicalese, Nunzia Silvestre, Maria Alfieri, Gaetana Corsi Pagani, Agrippina Carfora.


NUOVE ADESIONI

pervenute il giorno 6 dicembre del 1869.
Laura Spina,
Clelia Bruno,
Leonilda Scipione,
Giuseppina Grifo,
Rosalia Pergamo,
Ida d'Ambrogio,
Orsola Benincasa,
Matilde De Luisa,
Luisa Mele,
Rosalba Genovese,
Giovannina de Rosario,
Eloisa Memoli,
Elvira Mamiani,
Giulia Aripani,
Angiola Sioli,
Vincenzina Mevoli,
Rosalina Albano,
Giovanna Eloisa,
Maria Arena,
Rosa Spano,
Filomena Morelli,
Geltrude Verande,
Sofia Auria,
Enrichetta Macchi,
Adelina Ariola.

Ai nomi infrascritti aggiungerò quelli delle signore, sì italiane, che forestiere, le quali rnandaronmi direttamente la loro adesione all'Anticoncilio.
Cleonice e Leonilda Firmiani,
Elena Cesari e le sue tre nipoti irlandesi Catterina Bowels, Catterina Wimsy e Maria O' Brien, Checchina Minutillo Affaitati,
Palmira e Carolina Gesualdo Mongiovi,
Giuseppina Colatruglio,
Rachele Bonanno Carraturo,
Amalia Bernago,
Elisabetta Fasci (di Lucca),
Clementina Salvatori,
Maddalena di Lorenzo (di anni 80),
Antonietta Giobbi Bossoli,
Concetta Maranca,
quattro sorelle d'Arminio (di Salerno),
Amalia Gatti, nata Sega (di Salerno) Contessa Amadei,
Ottavia Beccatelli (di Salerno),
Rosa Alvino,
Matilde Silhianu,
Angelina A' Bereron,
Catterina Vacchieri,
Cristina e Filippa Pantaleo,
Giuseppina Rivoir,
Matilde Aprea, nata Cesi,
Rosa de Sanctis,
Gabriella Florenzi,
Clelia Melograni,
Filomena de Cusatis,
Clementina Procaccini,
Maria Ossani (di Roma)
Maria Testa,
Maria Piccolomini,
signora Curiel,
signora Arnault,
Enrichetta Caselli,
Restituta Bordone,
Giuseppina Beldelli ( di Milano).

Delle seguenti ho registrato i nomi, e spesso anche le lettere, sia nel testo, sia nell'appendice:
Marchesa Florenzi Waddington,
Maria Serafini,
Marianna Serravalle,
Felicita Serravalle Borrelli,
Pelagia e Catterina Fabncatore,
Matilde Sellenati, nata Martens (di Graz)
Madama Legros (di Lione)
Enrichetta Lareau,
Celestina Fenez (di Lima)
Nadina Tallquist,
Laura Battista,
Luisa Lolli,
Contessa Toscani-Sartori,
Maria Ferrara, nata Albergante (di Torino)
Luisa Haab.







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