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Filippo Caria (1925): un protagonista, un testimone importante del Partito d'Azione Giustizia e Libertà e del Socialismo Democratico

30 dicembre 2014
Ciro Raia, Filippo Caria dal Partito d'Azione alla Seconda Repubblica, presentazione di Gerardo Bianco, Luca Torre Editore, Napoli, maggio 2014, pp.111
Filippo Caria, di famiglia calabrese antifascista, socialista e libertaria, ha frequentato giurisprudenza all'Università di Napoli, sua città adottiva, nella quale si sono svolte poi tutta la sua vita professionale di avvocato e la sua intensa esperienza politica, di militante, prima nel Partito d'Azione poi nel PSDI, di dirigente, di consigliere e di assessore comunale di Napoli (1962-1970), di consigliere e di assessore regionale della Campania (1970-1983), di deputato per due legislature (1983-1992).

A Napoli Caria è legatissimo (anche se le radici calabresi sono profonde) e vive i suoi giorni, che si augurano ancora lunghi, nella luminosa, silente casa a Posillipo, con gli inevitabili problemi di salute, nel caldo conforto dei sensibili familiari, nel dialogo sempre intenso con gli amici di fede politica, nella partecipazione sempre vibrante alle vicende della città, del Mezzogiorno, del Paese e nella speranza dei destini di una forza politica di sinistra nettamente qualificata in senso socialista e democratico, sempre congiunta al Partito Socialista Europeo e all'Internazionale Socialista, che riprenda un ruolo più forte nella società, nel dibattito culturale, nella vita politica, come avviene in tanti paesi europei ed extraeuropei, e come merita, essendo risultata vincitrice nella storia del Novecento nei confronti della tradizione comunista, pur con le doverose autocritiche, specialmente sul terreno della gestione del potere locale (comunale, provinciale, regionale) e nazionale, con gravi cadute nel clientelismo e nella corruzione.

Filippo Caria continua, con rara fedeltà ideale, ad operare discretamente col suo gruppo di "Democrazia Socialista", denominazione dell'associazione e del relativo periodico, consultabile anche su internet, diretto dal suo sensibile ed operoso amico e collaboratore dott. Giovanni Oranges.

Ad un protagonista e testimone così importante il preside prof. Ciro Raia, suo amico di fede socialista, autore di studi benemeriti sulla Repubblica Napoletana del 1799, su socialisti napoletani, e in particolare su Gaetano Arfè, suo concittadino di Somma Vesuviana, partigiano di Giustizia e Libertà, docente universitario di storia a Firenze e a Napoli, socialista democratico liberale di rigoroso stampo rosselliano, intimo amico dalla gioventù con Caria, ha dedicato un prezioso volume dal titolo "Filippo Caria dal Partito d'Azione alla Seconda Repubblica", Luca Torre Editore, Napoli, maggio 2014, di 111 pagine comprensive di 16 opportune pagine di illustrazioni e foto.

Il libro ha una benevola, affettuosa, rispettosa presentazione del già democristiano avellinese onorevole e ministro Gerardo Bianco, che, pur dalla diversa sponda ideale e politica, esprime sinceri apprezzamenti sullo stile morale e politico dell'amico socialista democratico Caria. Ne mette in luce "la complessa e rocciosa personalità" (p.9) e il contributo prezioso dato con tanti altri deputati di varie tradizioni ideali progressiste e antifasciste per "la paziente tessitura, pur tra cadute e pesanti ombre, di una grande democrazia repubblicana". (p.10)

Il libro ha avuto una lunga gestazione, dato anche l'arco lungo e complesso della vicenda biografico-politica di Caria.
Esso è fondato su interviste del 2007 con dialoghi successivi con Caria, pur con gli intervalli delle sue condizioni di salute, di testimonianze di suoi amici (Franco Picardi, Mario Del Vecchio, Ferdinando Facchiano, la più lunga e ricca di notazioni, anche per la comune esperienza giovanile azionista), su documenti parlamentari.

Esso si distingue da tanti altri volumi usciti nel tempo, e sempre di più recentemente, di protagonisti della storia politica italiana repubblicana e in particolare della divisione della sinistra e della crisi delle formazioni socialiste con Tangentopoli, per il coraggio di verità che lo pervade, capace insieme di rivendicare per spirito di giustizia i sacrifici fatti, i rischi corsi, dal fascismo, ai primi giorni della vita democratica, ai tempi del terrorismo, le immense conquiste civili, sociali, democratiche raggiunte, le fedeltà ideali mantenute, l'integrità di una vita sempre saldamente e rigorosamente tenuta ferma, e insieme la libera e coraggiosa valutazione degli uomini e di eventi, senza nascondere i limiti, gli errori, le occasioni tragicamente mancate, che hanno condotto la sinistra e il Paese con essa nello stato confuso, smarrito, quindi pericoloso di oggi.

E quando si parla di coraggio libero di critica si parla di Croce e di Saragat, dei comunisti e del PSI di Nenni e di De Martino, di Craxi, oltre che del suo stesso Partito il PSDI, coinvolto in scandali e scarsa vigilanza a livello locale e nella scelta di candidati.

Questo rende il libro vivo e sincero, utile dal punto di vista dell'etica civile e di un serio discorso politico, non pateticamente e inaccettabilmente assolutorio e deformante, quale si riscontra in tante autobiografie di protagonisti politici direttamente e colpevolmente coinvolti nella crisi della repubblica e della democrazia, nella quale siamo immersi.

La casa napoletana di Filippo Caria "è una sorta di archivio, biblioteca, emeroteca, museo, il cui pezzo più pregiato - me lo mostra con gli occhi lucidi (osserva Raia) - è una vecchia bandiera rossa di 'Giustizia e Libertà' "(p.11).
Il padre Enrico fu in gioventù sindaco socialista di Francavilla Angitola, comune calabrese di circa 2000 abitanti in provincia di Vibo Valentia, poi fu magistrato prima a Napoli, poi a Roma presso il Ministero di Grazia e Giustizia (perciò Filippo nacque nella capitale).
Nel 1935 fu trasferito a Salerno e poi di nuovo a Napoli.
Il fratello della madre, Antonio Pietropaolo, fu un libertario, trasferitosi a Milano, seguace del samaritano Errico Malatesta, fu in carcere durante il fascismo e partecipò alla Resistenza nelle brigate Bruzzi-Malatesta. Morì a Milano nel 1965.
"Nella mia famiglia (afferma con orgoglio e spirito di verità l'on. Caria), quindi, c'era una predisposizione alla lotta politica, un gene comune per la difesa della libertà." (p.16)
Perciò non ha mai avuto le due qualità negative diffuse nel mondo politico "un grande cinismo e l'elevazione a sistema dell'arte del compromesso" (stessa pagina).
Già nel 1942, a circa 18 anni, Filippo con amici universitari a Napoli, quasi tutti figli di vecchi socialisti, distribuisce volantini antifascisti.
Il gruppo conobbe una retata poliziesca nel marzo 1943.
Nei giorni della caduta del fascismo e dei bombardamenti, la famiglia Caria fu sfollata in Calabria, a Pizzo Calabro, e coi primi tempi di vita politica e civile più libera si schierò col nuovo Partito d'Azione Giustizia e Libertà, che ebbe un grande sviluppo in Calabria (in particolare a Cosenza), che si presentava con novità di teoria e visione politica (dalla decisa posizione repubblicana al liberalsocialismo) e col rigore etico-politico nell'organizzazione, a differenza di altri partiti, anche di sinistra, come il PSI, che vide il trasformismo di fascisti, che si impadronirono di sezioni a livello locale.
Nel novembre 1943 il giovane Filippo tornò a Napoli sia per motivi pratici (controllare lo stato del l'abitazione abbandonata per i bombardamenti) sia per riferire sulla situazione dell'Azionismo calabrese al segretario organizzativo del partito per il Mezzogiorno, Pasquale Schiano, al quale fu poi legatissimo. Egli confessa "Devo molto della mia formazione politica a Pasquale Schiano...Fui accolto con grande cordialità, anche perchè Schiano era grande amico di mio padre, che con Antonio Arminio ed Adriano Reale nel '42 ave costituito un'associazione antifascista "L'Italia Libera". Schiano - che mi affidò l'incarico di costituire la Federazione Giovanile, facendomi diventare, sul piano operativo, uno dei suoi più stretti collaboratori - era un uomo che credeva fermamente negli ideali per i quali combatteva, di un'onestà assoluta...Confesso che devo molto a Pasquale Schiano, di cui ho assimilato la concezione calvinista della politica, la fedeltà assoluta agli ideali che essa rappresenta, la necessità di combattere per la loro affermazione, senza farsi trascinare da dubbi o incertezze...credo che Napoli ed il Mezzogiorno debbano a lui specialmente la spinta alla lotta condotta contro il fascismo e le durissime battaglie sostenute in difesa della Repubblica e della democrazia".(pp. 21-22).
Il Partito d'Azione aveva a Napoli tre sedi: lo studio professionale di Schiano in Via Mezzocannone n.53, la sede di Piazza Dante, n.52, la seconda sede di Piazzetta Matilde Serao, dove c'era la redazione del periodico del Partito "L'Azione". La Federazione Giovanile, coordinata da Caria, aveva tra gli aderenti il beneventano Facchiano, Carlo Fermariello, Pietro Valenza, i fratelli Dario e Leonida Santamaria, Geppino De Marco, Vittorio De Caprariis, Renato Giordano, Franco Picardi (poi sindaco socialista di Napoli nel 1984 e del quale è riportata una intervista del 23 gennaio 2008, pp.24-28).
L'organizzazione e il finanziamento erano spartani e rigorosi, con responsabilità dirette di Schiano, di Reale, di Omodeo, di Della Morte ed un solo impiegato "il cavaliere Minutillo, un pensionato dello Stato, che si preoccupava solertemente di aprire e chiudere la sede." (p.23)
Molto importanti e analiticamente descritte sono le vicende relative alla battaglia per l'avvento della Repubblica e per il radicamento del partito, coi monarchici che bruciarono la sezione di S.Pietro a Patierno e tentarono l'assalto alla redazione del periodico azionista, ricacciati anche con l'aiuto di marinai sardi presenti a Napoli, che erano aderenti del Partito Sardo d'Azione.
Schiano decise una difesa armata delle sedi ed incaricò Caria in tal senso. Le armi furono fatte sparire da Caria, quando poi non furono più necessarie.
Caria fu mandato sempre da Schiano nel 1946, a 21 anni, in Egitto per accompagnare i soldati prigionieri, che tornavano in patria e capire i loro sentimenti politici e riferire.
Con la fine del Partito d'Azione, indebolito già anche dalla negativa scissione di La Malfa e di Parri del febbraio 1945, il gruppo napoletano azionista legato a Schiano avviò, dopo vari altri tentativi di tenere in piedi l'iniziativa azionista, un discorso di adesione con il nuovo partito socialdemocratico, il PSLI, nato dalla giusta scissione di Palazzo Barberini compiuta da Saragat l'11 gennaio 1947 nei confronti del PSI di Nenni unito ai comunisti stalinisti del PCI di Togliatti.
Il riconoscimento verso la scelta coraggiosa memorabile di Saragat è costantemente riconosciuta e richiamata da Caria."La scissione di Palazzo Barberini fu una scelta di civiltà, tra il comunismo e l'Occidente preferimmo la democrazia e la libertà...Il vincitore del 18 aprile del 1948 in uno con la DC fu Saragat. La DC ottenne il 48% dei voti, il 7% dei socialdemocratici consentì la maggioranza assoluta. La scissione fu un grande, ma necessario atto di coraggio. Il PSI era legato al PCI dal patto di unità d'azione che si calava dal centro in tutte le realtà periferiche. Spesso le sezioni erano in comune, i due partiti si erano presentati anche insieme alle elezioni. Il PSI era sulle posizioni del PC sovietico." (p.38)

Ma Caria non nasconde tuttavia i limiti personali, le scelte sbagliate e le occasioni politiche mancate legate al personaggio Saragat. Ricorda ad esempio che, mentre era segretario della Federazione napoletana, che aveva tante presenze azioniste rigorose, Saragat impose l'iscrizione di un deputato proveniente dai monarchici e dal qualunquismo, Bruno Romano, anche se chiuse poi giustamente e decisamente le porte a richieste di adesione di Lauro, capace di portargli tanti consensi.

Tra le interviste inserite nel libro spicca quella all'on.le e ministro Ferdinando Facchiano, amico dalla giovinezza di Caria. Nacque a Ceppaloni, in provincia di Benevento, nel 1927 da una distinta famiglia, il padre era avvocato e antifascista. Durante gli studi liceali, a 16 anni, fece conoscenza del Partito d'Azione attraverso uno zio, Valerio Catalano, esponente del Partito. Conobbe Schiano, Gennaro Fermariello (poi sindaco azionista di Napoli), Reale. Fece propaganda repubblicana nella cittadina natale e contribuì a fondare le sezioni del Partito d'Azione a Ceppaloni e a Benevento. Nel 1945 trasferitosi a Napoli per gli studi universitari in giurisprudenza, conobbe Caria "che ricordo, poi, nei giorni della lotta con i monarchici, posizionato dietro una mitragliatrice, pronto a fare fuoco." (p.51), impegnandosi nella Federazione Giovanile. "Caria assunse la carica di segretario nazionale, io quella di segretario nazionale organizzativa. Quegli anni, ricchi di passione e di tensione, furono i veri anni del rinascimento napoletano. Altro che quelli in cui c'è stato Bassolino." (stessa pagina) Precisa che dopo la fine del Partito d'Azione "restammo autonomi e ci chiamammo 'Giustizia e Libertà', il cui esponente di spicco fu Aldo Garosci. Quindi confluimmo nell'USI di Ignazio Silone.Poi nel 1948, dopo le elezioni, Romita uscì dal vecchio PSIUP e a a Firenze costituimmo il PSU, nel quale confluì anche l'USI. Infine ci fu il passaggio nel PSDI."(p.52)
La sua posizione verso l'attuale PD è molto critica "Il PD è l'ultimo tentativo di due oligarchie , che hanno come unico progetto il potere per il potere."(stessa pagina) Riconosce gli errori fatti per il finanziamento ai partiti, prassi diffusa a 360 gradi, ma il cui scandalo si è scaricato sugli anelli più deboli della catena, creando capri espiatori per la pubblica opinione scandalizzata. Conclude "La politica senza etica non è politica. inutile cambiare i termini. Se prima c'era la tangente, ora c'è la consulenza. Se non c'è un rivolgimento morale, non c'è alcuna possibilità che la politica torni a primeggiare."(p.53)

Caria ricorda l'esperienza di consigliere e di assessore del Comune di Napoli, di consigliere e di assessore della Regione Campania "fui praticamente io ad avere le chiavi per andare ad aprire Palazzo S.Lucia, sede della Regione, stabile che avevo preso in consegna dalle Ferrovie dello Stato".(p.55).
Ma sorsero i problemi legati ad un personale non preparato, distaccato per comando da altre amministrazioni."Fu la stagione del clientelismo. Per cui fu macchinoso ogni tentativo di avvio di lavoro: quasi nessuno sapeva cosa fare e da dove cominciare. Così capitò che un ferroviere fosse destinato ad occuparsi di demanio, mentre un veterinario andava a coordinare l'avvocatura."(p.55)
Fu durissimo il periodo del terrorismo delle Brigate Rosse, che portò all'assassinio dell'assessore democristiano Pino Amato, al sequestro dell'assessore Ciro Cirillo, all'assassinio dell'assessore Raffaele Delcogliano con il suo autista Aldo Iermano, all'assassinio dello stesso capo della squadra mobile di Napoli, Antonio Ammaturo. Ma non si cedette e si andò avanti con coraggio e col senso dello Stato e delle Istituzioni, pur nella cautela egli spostamenti (e Caria ricorda con gratitudine il suo autista, Gennaro Esposito, un compagno di Acerra).
Ricorda poi il tragico terremoto del 1980 ed il suo impegno sul campo in Irpinia.
Nel dialogo con Raia Caria si sofferma, pur con una certa ritrosia, a parlare di Croce, del quale non contesta la grandezza intellettuale, ma ne ridimensiona il ruolo politico, mettendone in luce anzi ambiguità e sbandamenti in relazione ai suoi giudizi e al suo rapporto col fascismo, alla difesa della monarchia, alla gestione del partito liberale, all'ingiusta critica verso il Partito d'Azione e al socialismo liberale o liberalsocialismo.
Oltre Croce Caria ricorda Cossiga, criticandone l'azione di picconatore delle istituzioni, De Mita, e tra i socialisti De Martino, Vassalli, Saragat, Craxi.
Di De Martino riconosce la grande personalità, le idee chiare, tra le quali quella dell'unità della sinistra in un unico partito. Ma la politica degli equilibri più avanzati con l'ingresso del PCI al governo provocò una nuova scissione del PSI-PSDI da poco unificatisi ed in critica interna per i risultati elettorali non entusiasmanti. Pur con le sue ragioni, Caria critica a distanza quella scissione, che finì per indebolire la forza e l'insediamento sociale dell'intero socialismo.
Grande stima Caria esprime verso Giuliano Vassalli, protagonista della liberazione di Pertini e Saragat da Regina Coeli, ordinario di diritto penale all'Università di Napoli, che non ebbe riconoscimenti nel PSDI, pur essendo stato tra i promotori della scissione di Palazzo Barberini e segretario del Partito.
Di questo riconoscimento mancato rende responsabile Saragat, coi quali i rapporti erano difficili.
Su Saragat Caria torna più volte, nel pendolo del riconoscimento e della critica, nell'incapacità di rendere il PSDI il grande partito socialdemocratico come quello laburista in Inghilterra e come sono i partiti nel Nord Europa.
Il più grave errore fu un sostanziale ostracismo all'ingresso del Partito d'Azione nel PSDI, costringendo la parte maggioritaria di esso con la sua alta classe dirigente a confluire nel PSI filocomunista e filostalinista, ambiente meno consonante alle idealità azioniste di democrazia, giustizia e libertà. Stesso sostanziale ostracismo ebbero le confluenze della sinistra liberale con Orsello e dei dissidenti comunisti, come Eugenio Reale, Giuseppe Averardi.
Così conclude Caria "Saragat era caparbio...in fondo era un solitario, non aveva amici, ad eccezione di Italo De Feo e di Filippo Lupis, l'avvocato che con Vassalli lo aveva aiutato nell'evasione da Regina Coeli."(p.70) Molto articolato, ma preciso il giudizio su Craxi, facendo notare il suo spregiudicato metodo di aggressione e di annessione verso il PSDI. Nel voler fare del PSI il partito guida della sinistra, usava qualsiasi mezzo e a volte con spavalderia, creando inevitabilmente malumori negli ambienti socialdemocratici e comunisti.
Ricorda opportunamente la sua battaglia per far cogliere il pericolo della criminalità organizzata, della camorra, nel suo insediamento sociale, nella sua forza di inserimento nel mondo politico, nelle scadenze elettorali, inquinando molti partiti, tra i quali lo stesso PSDI, che non ha avuto la energia nello stroncare queste infiltrazioni, queste collusioni in diversi casi.
Per un pò di percentuale di voto si sono fatti entrare in lista personaggi affiliati a clan mafiosi.
Raia riporta diversi interventi parlamentari di Caria, traendoli dai resoconti stenografici, che rivelano la sua lucidità nel cogliere i problemi di Napoli, del Mezzogiorno, dell'immigrazione, sui limiti delle riforme elettorali, che hanno fatto retrocedere la democrazia ad oligarchia,

L'ultima parte del libro di Raia è dedicata ai rapporti di Caria con Gaetano Arfè, personalità cara ad entrambi e che addita i valori autentici del socialismo liberale e democratico di origine rosselliana e azionista, nel quale si è svolta una comune esperienza politica e che rimane la prospettiva ideale più carica di futuro per la ripresa dell'ideale di una società di liberi e di eguali.
Ricorda Caria "L'ho conosciuto da studente all'Università di Napoli, nella primavera del 1943...diventammo subito amici. Nell'Ateneo, poi,con il gruppo di "Italia Libera" ci impegnammo in una vivace attività antifascista." Ricorda l'impegno di Arfè come partigiano al Nord nelle formazioni di Giustizia e Libertà, il ritorno a Napoli e la battaglia per la repubblica, pur da socialista nel solco del padre Raffaele, la sua adesione alla scelta socialdemocratica, il suo ritorno nel PSI per il legame con De Martino e la direzione dell'Avanti, la sua nomina a deputato come Sinistra Indipendente, sempre lottando per l'unità delle sinistre, come dalla fondamentale indicazione demartiniana, nella quale anche Caria credette e che cercò di far passare nel mondo comunista, ottenendo ad. esempio il rifiuto di Bassolino, che vi vedeva dietro una operazione craxiana.
Si rividero più spesso dopo il ritorno di Arfè a Napoli, ragionando sui limiti del PD "Egli infatti considerava il nuovo soggetto politico come un miscuglio di varie ideologie, che andavano dal marxismo all'Opus Dei e che presto sarebbero esplose, creando ulteriori confusioni."(p.87)
Caria definisce Arfè "uomo raro per cultura e moralità...Gaetano Arfè, amico e compagno fraterno, resterà nel ricordo di tutti noi come esempio di politico, di storico e, soprattutto, di militante socialista."(p.88)

E Raia conclude il suo prezioso volume indicando le nobili memorie, "le storie dei padri", con la speranza che possano illuminare la "notte della Repubblica" e mettere in moto un processo di "rinascita politica, morale e culturale del paese Italia".(stessa pagina)

Commenti dell'amico socialista irpino prof. Luigi Mainolfi, anche alla luce della lettura di un interessante saggio sulla DC in provincia di Avellino:
"Mi sono fatto una bella ripassata. Dei personaggi richiamati, ho avuto l'onore di conoscere Schiano, De Martino, Arfè, Caria, Facchiano e Craxi. Dal 1970, oltre a dirigente provinciale del PSI, ho fatto parte dell'esecutivo regionale del Partito.
Ricordo che di Caria si è sempre detto che era un galantuomo, così di Facchiano. Quest'ultimo aveva rapporti con i socialdemocratici irpini, che, purtroppo, non onoravano la politica, essendo "ruota di scorta " della DC. Le considerazioni politiche, da te riportate, le condivido pienamente. Quando incominciai ad interessarmi di cose politiche simpatizzavo più per la socialdemocrazia e per Giustizia e Libertà che per i "socialcomunisti", tanto da utilizzare "Giustizia e Libertà" nel simbolo della lista civica che organizzai, al mio paese, nel 1964. Ci portò anche fortuna. Spero di essere capace di organizzare dei convegni per parlare della storia, di cui il libro di Raia segue il corso. Ciao. Luigi"

"Il mio primo comizio lo tenni nella primavera del 1963, presentando Costantino Preziosi (Candidato al Senato).
Ricordo i comizi di Sullo e di Amatucci (Fece il compare di cresima di mio cugino-DC. Sono amico del figlio Alberto).
I residui del periodo precedente all'inizo del mio impegno politico mi spinsero a cercare di capire da dove proveniva e cosa influenzava la scelta di questo o di quel partito. Mi convinsi che le innumerevoli sigle presenti nel 1952 erano la conseguenza delle lotte tra famiglie di signorotti, sotto il fascismo, caduto il quale, ognuno cercava di accasarsi. I più furbi e più lesti, scelsero la DC. Gli altri si dovettoro accontentare dei rimasugli. Dopo pochi anni, mi resi conto che le ideologie esistevano, forse, in poche menti. La maggioranza era motivata da simpatie o rancori. Ricordo che durante una campagna elettorale, nella piazza del mio paese, un oratore del PSIUP ebbe moltissimi applausi. Dopo una decina di minuti, dallo stesso balcone, tenne un comizio, il Preside Brevetti - MSI, che fu applaudito dagli stessi e con la stessa intensità. Nel corso degli anni, ho conosciuto quasi tutti i personaggi richiamati nel saggio. Con Sullo, quando fu silurato dalla DC clericale e passò al PSDI, ebbi modo di scambiare qualche battuta, in occasione di un Congresso del PSDI. Ho sempre sostenuto che Sullo è stato l'unico politico irpino riformatore e con capacità governative. Gli altri erano notabili locali, persone perbene, ma inutili. Le cose scritte da Dorso indicano il suo giudizio negativo sulla classe politica.
Ho trovato illuminante il passo, dove si parla degli infiltrati-opportunisti nei partiti e la degenerazione provocata. Ricordo lo stesso fenomeno sotto Craxi. Negli ultimi venti anni, gli infiltrati sono diventati i padroni della politica. Purtroppo, la storia si ripete, anche se ad un livello inferiore. Ciao. Luigi"


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