www.liberalsocialisti.org/ news/ Felicio Corvese, Recensione al libro del prof. Giovanni Cerchia "La memoria tradita. La Seconda guerra mondiale nel Mezzogiorno d’Italia" (Edizioni dell’Orso, 2017)

Felicio Corvese, Recensione al libro del prof. Giovanni Cerchia "La memoria tradita. La Seconda guerra mondiale nel Mezzogiorno d’Italia" (Edizioni dell’Orso, 2017)

4 novembre 2017.
Tradimenti della memoria
La fine della Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra, in un’Italia distrutta e lacerata, coincise con l’avvio di una rimozione collettiva delle responsabilità degli italiani per l’appoggio dato al fascismo e, anche e soprattutto, per quanto era avvenuto durante l’occupazione tedesca e la lenta e difficoltosa riconquista alleata della Penisola.

All’interno di un ampio processo di insabbiamento che espungeva dalla memoria le responsabilità dirette di tanti italiani – classe dirigente fascista e quadri subalterni – nel disastro della guerra e nei suoi crimini, vi fu pure la rimozione della memoria delle distruzioni e delle stragi, in particolare di quelle compiute soprattutto in Italia meridionale dalle forze armate regolari tedesche, la Wehrmacht, a torto ritenute “corrette” e rispettose delle regole.

In tutto questo il Mezzogiorno veniva semplicemente depennato dal processo di liberazione nazionale e ridotto a spettatore passivo, un Sud considerato assente. estraneo alla lotta antifascista e al processo di democratizzazione del Paese.

Della questione si occupa l’ultimo lavoro di Giovanni Cerchia, La memoria tradita. La Seconda guerra mondiale nel Mezzogiorno d’Italia (Edizioni dell’Orso, 2017).

Il tema della rimozione e manipolazione della memoria e della giustizia negata è stato sollevato a più riprese nell’ultimo ventennio, sia per quanto riguarda l’occultamento delle pratiche relative alle stragi naziste perpetrate in Italia, sia per quanto attiene alla rimozione collettiva degli avvenimenti dell’autunno del ’43 in Campania e Terra di Lavoro.

Il libro di Cerchia riprende con forza il discorso di questo vulnus rappresentato dal tradimento della memoria, che è il fil rouge del libro, fornendo un efficace contributo alla conoscenza di aspetti della nostra storia sin qui trascurati o noti solo a un ristretto gruppo di addetti ai lavori.

Uno dei pregi del libro è proprio quello di aver raccolto e organizzato i risultati di un lavoro di ricerca di lunga lena, portato avanti nell’ultimo quindicennio, sia in Campania e nella provincia di Caserta, sia anche nelle altre regioni del Mezzogiorno, da istituti di ricerca storica e singoli studiosi, e che si è avvalso anche delle numerose sollecitazioni venute dalle sempre più frequenti manifestazioni pubbliche e iniziative culturali tese al recupero della memoria che si sono tenute negli ultimi anni in diverse località.
Si tratta di una notevole massa di informazioni, testimonianze, analisi e ricostruzioni di singoli avvenimenti, in particolare episodi di resistenza, crimini di guerra e violenze contro le popolazioni, che hanno fornito nuova materia per ridefinire le caratteristiche delle vicende belliche, delle guerra aerea alleata, dell’occupazione tedesca e soprattutto della lotta partigiana, nella Campania e nel Mezzogiorno.

L’autore, all’interno di quadri di riferimento generali in cui si inseriscono le contrastate scelte politico-strategiche degli alleati e dei tedeschi, costruisce una storia “dal basso” in cui acquistano importanza le sofferenze e le reazioni disperate delle popolazioni e dei gruppi di militanti clandestini antifascisti.
Una storia importante, ignorata, sottovalutata o trattata solo incidentalmente.

Emerge dal libro tutta la sofferenza e la rabbia, ma anche la capacità di reagire, del popolo campano alle angherie perpetrate dagli occupanti tedeschi, già prima dell’8 settembre, insieme con il terrore che a Napoli e in Campania seminano i cosiddetti “bombardamenti di precisione” un vero e proprio “mito” della propaganda americana. Viceversa i bombardamenti diretti a colpire ponti, snodi ferroviari e obiettivi militari, seminarono morte e distruzione nei centri urbani e tra la popolazione civile, come avvenne a Capua con il bombardamento del 9 settembre, attuato per distruggere i ponti sul Volturno e tagliare la strada alla ritirata tedesca. I ponti rimasero intatti (sarebbero stati poi i genieri tedeschi a farli saltare) ma la pioggia di bombe causò la morte di oltre mille civili e la distruzione di gran parte del centro storico della città.

Nel libro sono intrecciati con efficacia i due piani, quello delle vicende generali della guerra al Sud, con i comportamenti collaborazionisti o vili di una parte dei vertici politico-militari italiani (un’altra parte invece si rese protagonista di coraggiose forme di resistenza ai nazisti già subito dopo l’8 settembre), le difficoltà dell’avanzata della Quinta Armata di Clark, non sufficientemente dotata di organici e mezzi per avere ragione della tenace resistenza delle truppe di Kesselring, da una parte, e i diversi aspetti della brutale occupazione tedesca e della resistenza delle popolazioni a livello locale, dall’altra.

Il libro raccoglie molte storie legate ai singoli territori, con il dramma dei bombardamenti, delle devastazioni, deportazioni e stragi dei nazisti, le forme di reazione e di resistenza di nuclei consistenti di militari e civili che si sviluppano in modo capillare e diffuso. Un intreccio importante dal momento che, di solito, le due narrazioni risultano sviluppate in ambiti separati. Vi emerge il peso e l’importanza della resistenza meridionale, non solo quella delle Quattro Giornate di Napoli, di cui si ribadisce tutto il valore politico, ma anche quella che si sviluppa in diverse località del casertano. La consultazione delle schede del Ricompart (Ufficio per il servizio di riconoscimento qualifiche e per le ricompense ai partigiani), un fondo archivistico di straordinario interesse da poco tempo disponibile, e di un’ampia letteratura costituita da una ricca e poco nota pubblicistica – memorie, racconti di singoli episodi, pamphlet – consente all’autore di tracciare un quadro della resistenza meridionale che si concentra sulla difesa del territorio dalle distruzioni e dalle devastazioni tedesche Furono diversi i gruppi armati che si organizzarono sul territorio campano, come la banda Perna-Napolitano, attiva tra Maddaloni e Caserta, e della cui operatività è stato testimone il casertano Paolo Bernardi. Bernardi ha raccontato che, sulla collina di S. Michele, tra Caserta e Maddaloni, un gruppo di partigiani fece fuoco contro una pattuglia tedesca, provocando la morte di un militare, seguita dalle successive rappresaglie di Garzano e di Ruviano, una versione che conferma l’attività della banda partigiana intorno ai Ponti della Valle.

Il libro rafforza la tesi di uno stragismo che è conseguenza anche della resistenza dei meridionali; la reazione popolare e il pullulare di rivolte determinarono tensione e timore nei tedeschi, che non si aspettavano questa reazione, preoccupati dalla prospettiva di dover risalire la penisola sotto l’attacco concentrico dei banditi italiani. Si crea così al Sud il “circolo diabolico” messo in evidenza da Carlo Gentile: l’attuazione delle direttive draconiane, che privano i civili dei mezzi elementari di sussistenza e che proseguono fino alla cattura e deportazione degli uomini, provoca la reazione dei civili alla quale i militari rispondono con una violenza ancora più brutale.

L’interpretazione di Cerchia si inserisce, inoltre, in un filone di studi promosso da diversi decenni a questa parte dagli Istituti per la Storia della Resistenza meridionali, in particolare dall’istituto “Vera Lombardi” e dal Centro Studi “Francesco Daniele”, i quali, attraverso ricerche, convegni e pubblicazioni, hanno sviluppato un’interpretazione della storia del Sud durante la seconda guerra mondiale e, poi, nella successiva fase di “pace dimezzata”, dove il Mezzogiorno non solo è ben presente, ma costituisce l’antefatto e il “laboratorio” del processo di liberazione nazionale e della costruzione della Repubblica democratica e antifascista.

La memoria tradita fa giustizia, inoltre, di alcuni stereotipi e luoghi comuni che una memoria manipolata ha creato e che sono molto diffusi: quello di un comportamento corretto dei militari della Wehrmacht prima dell’8 settembre, una tesi molto presente nella vulgata tedesca della guerra in Italia, (e che implicitamente tende ad addossare alle vittime la responsabilità delle stragi), quello dell’equiparazione degli eccidi compiuti dagli americani in Sicilia con le stragi naziste (i militari americani colpevoli di crimini in Sicilia subirono, a differenza dei militari tedeschi, la Corte marziale), quello degli italiani “brava gente” e quello di un Sud dove la resistenza sarebbe stata del tutto assente, comprese le “Quattro Giornate”, viste come un episodio non ascrivibile alla lotta partigiana, ma come l’ennesima rivolta stracciona dettata dalla fame e dalla disperazione.

Quanto siano diffusi questi stereotipi e come la storia meridionale sia sconosciuta è dimostrato da quanto riportato nel libro a proposito dell’affermazione pubblica di Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi nazionale, che ha ammesso di aver scoperto la strage di Bellona solo nel 2012, dopo aver letto la relazione della Commissione Storica italo-tedesca. L’ultimo capitolo del libro intitolato Epilogo, guerra e pace, riprende il filo del discorso fatto in premessa sui temi dell’autoassoluzione collettiva degli italiani e della cancellazione della memoria.

Nel dopoguerra si creò di fatto una forte convergenza tra l’esigenza politica dei grandi partiti di massa italiani di dare una rappresentazione del processo di liberazione e degli avvenimenti della guerra purgata degli aspetti più scomodi e cruenti, e la ragion di Stato legata sia all’assetto liberal-conservatore interno, sia alla necessità di consolidare il blocco occidentale e di evitare di porre l’accento sui crimini di guerra dell’esercito tedesco, i cui ufficiali riprendevano servizio sotto la bandiera della Repubblica Federale, mentre i peggiori arnesi dei servizi segreti nazisti passavano a collaborare sia con gli americani, sia con i russi nel momento in cui si avviava la guerra fredda. In tutto questo il Sud, soprattutto in seguito al voto referendario a favore della Monarchia, venne visto, ancora una volta, come estraneo agli avvenimenti decisivi della lotta di liberazione e lontano da ciò che avveniva nel resto dell’Italia. In questo quadro si attuò l’operazione di insabbiamento dei crimini tedeschi in Italia, decisa dai vertici politici sia americani (si veda la vicenda di Caiazzo) che italiani, con la creazione del famigerato “armadio della vergogna”, e la rimozione della memoria delle vicende meridionali, attuato anche con il sostegno anche delle classi dirigenti locali, che ebbe la gravissima conseguenza di lasciare all’oscuro di quanto accaduto intere generazioni di italiani, con un danno morale e culturale di cui continuiamo ancora oggi a pagare le conseguenze.


Felicio Corvese
















































































































































































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