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Macaluso e Teodori sulla Rosa nel Pugno
Emanale Macaluso, ‘Il Riformista’, 30 gennaio 2006
“Comincio il mio ragionamento, ricordando che la crisi esistenziale del Psi, consumatasi nei primi anni Novanta, ha condizionato negativamente l'evoluzione della sinistra ex comunista e la stessa vicenda politica italiana dell'ultimo decennio.
La caduta del muro di Berlino e il crollo del socialismo reale, in Italia non furono colti come occasione per avviare un processo di unificazione della sinistra sul terreno del socialismo democratico, che aveva vinto la storica competizione con il comunismo.
Craxi, nel 1989, anziché sfidare su questo terreno il Pci di Occhetto, preferì continuare la vecchia politica governativa accompagnando la Dc sino al disastro conclusivo di Tangentopoli.
Occhetto, in quell'anno, fece la svolta della Bolognina senza indicare approdi, galleggiando, diffidando della socialdemocrazia europea e incoraggiando la campagna distruttiva del Psi di Craxi. Un disastro. La diaspora socialista, infatti, non ha certo rafforzato i Ds, li ha, anzi, indeboliti politicamente ed elettoralmente.
Il Psi, nel lungo e duro duello col Pci, aveva esercitato un ruolo importante nel processo evolutivo del partito, da Togliatti a Berlinguer, e costituiva una sponda per la componente riformista di quel partito. Il suo dissolvimento infatti coincide con la crisi di quella componente. E coincide con il fallimento del tentativo fatto dai riformisti del Pci insieme a un folto gruppo di socialisti, all'inizio degli anni Novanta, col ”Movimento per la sinistra di governo", di avviare un processo di unificazione a sinistra su basi socialdemocratiche.
Cosa è avvenuto dopo è abbastanza noto: i tentativi abortiti del Pds di convogliare nelle sue file la cosiddetta sinistra sommersa, il fallimento della Cosa 2 che inglobò nei Ds (senza più la P) un gruppo di socialisti, l'approdo nell'Ulivo, e le oscillazioni del partito di D'Alema e Fassino tra il socialismo democratico e l'ulivismo sino al progetto prodiano del partito democratico.
Non credo che questi transiti e gli approdi progettati aiutino la sinistra a qualificarsi come forza coerentemente riformista, liberalsocialista, laica e garantista, sulla scia che ha caratterizzato il revisionismo socialdemocratico europeo, da Blair a Zapatero.
Temo che il cosiddetto partito democratico con l'ambizione di essere una sintesi di ciò che oggi è il centrosinistra sarà invece, ancora una volta, un soggetto senza un profilo politico netto, cioè né carne né pesce.
A questo punto del mio ragionamento debbo ricordare il ruolo che il partito radicale ha esercitato nell'ambito della sinistra italiana. Giustamente gli attuali dirigenti dello Sdi ricordano i momenti in cui i socialisti condussero con i radicali battaglie civili comuni: il divorzio con Loris Fortuna, l'aborto, le liste comuni al Senato nel 1987. Ricordano cioè i momenti in cui l'anima laica, libertaria e garantista del Psi è emersa rispetto a momenti in cui prevaleva invece il rapporto, costi quel che costi, con la Dc.
Ma i radicali sono stati anche una spina e un riferimento per il Pci, da Togliatti a Berlinguer, con momenti di aspra conflittualità, ma anche attraverso un confronto soprattutto sul terreno dei diritti individuali e civili che, a mio avviso, ha costituito nel tempo uno stimolo per la crescita politica e culturale di tanti militanti comunisti. Dopo la svolta occhettiana le cose su questo terreno non sono sostanzialmente cambiate e il rapporto tra Ds e radicali è stato sempre segnato da momenti di conflittualità e momenti di convergenza, senza mai trovare una sintesi comune. Anzi è prevalsa sempre la reciproca diffidenza.
Lo Sdi e il suo ristretto gruppo dirigente in questi anni hanno atteso da una parte a mantenere il filo della continuità con la storia e la tradizione socialista (collocandosi sempre nettamente a sinistra), dall'altra, anche a causa della sua debolezza, ha fatto diverse alleanze elettorali e ha mantenuto una forte propensione a un rapporto privilegiato con Prodi, anche nella prospettiva del partito democratico.
Intanto, faccio notare che proprio i radicali rivendicano, a ragione, la primogenitura nell'indicazione di un partito democratico all'americana come sbocco di una unità di forze laiche e socialiste. Il che è cosa diversa del partito prodiano, che ha nella componente cattolica della Margherita uno dei riferimenti essenziali. Voglio dire che anche sulla prospettiva socialisti e radicali convergono sul partito democratico, ma con una qualità e sostanza politico-culturale molto, ma molto diversa.
Insomma, la “Rosa nel pugno" ha raggiunto oggi una unità politico-elettorale sul terreno della laicità, ma c'è da chiedersi se può costituire un punto di riferimento per una battaglia laico-socialista dentro la grande famiglia del socialismo europeo. Questo è il nodo che i leader della ”Rosa" dovrebbero sciogliere, per delineare un futuro. Ed è una scelta che può influire sul processo più complessivo di unità della sinistra e del centrosinistra.
A mio avviso la ”Rosa" può svolgere nella sinistra un ruolo, se avrà un'anima liberalsocialista forte in grado di costituire uno stimolo sui processi di ricomposizione della sinistra. Qualche dubbio sorge se pensiamo al distacco dal centrodestra del gruppo dei socialisti che fanno capo a Bobo Craxi, il quale non si è unificato con lo Sdi rivelando così un limite politico della “Rosa" come forza aggregante della stessa area socialista.
Tuttavia io parto dal convincimento che i risultati elettorali (ricordiamoci che si vota con la proporzionale) rimetteranno in discussione tutti i progetti che riguardano i partiti che sono in entrambi gli schieramenti.
Dopo il voto nulla sarà come oggi. A mio avviso si aprirà, comunque vadano le elezioni, una nuova fase per tutti i partiti. Penso che in questo quadro magmatico l'affermazione della ”Rosa nel pugno" può costituire un fatto molto positivo. Anche perché i temi che ha messo al centro della sua campagna elettorale saranno inevitabilmente al centro del rimescolamento politico a cui ho accennato. Soprattutto a sinistra, anzi nel centrosinistra.”
Massimo Teodori , ‘Il Riformista’ 31 gennaio 2006
“Ha ragione Emanuele Macaluso ad interrogarsi se la ‘Rosa nel pugno’ è solo un «espediente elettorale» o invece il «nucleo politico di riferimento per la battaglia laico socialista dentro la famiglia del socialismo europeo». Da parte mia vorrei argomentare non già nella prospettiva di un pieno successo elettorale e politico (che auguro), ma a partire da quel principio della realtà che mi deriva dalla lunga esperienza di chi ha partecipato a numerosi tentativi di partito democratico, laico, liberale e riformatore (definito un tempo "terza forza"), alternativo alle tradizioni comunista e democristiana.
Da quando radicali e socialisti dello Sdi hanno annunciato di volere sperimentare non una lista elettorale (cosa peraltro assai apprezzabile) ma un nuovo soggetto politico, mi sono chiesto se i passi intrapresi portassero effettivamente nella direzione auspicata.
Una premessa: in entrambi i poli oggi è pressoché assente la rappresentanza politica di quell'elettorato laico e riformatore che fino a quindici anni fa, con Psi, Psdi, Pri, Pr e anche liberali, pesava per oltre un quarto della popolazione italiana. In quest'ottica come è possibile che la Rosa nel pugno sia oggi cifrata del 2-3%, soltanto di un decimo del suo potenziale elettorato storico?
Evidentemente deve esserci qualcosa che non funziona, al di là degli handicap della comunicazione scritta e televisione. E' forse in ballo il modo sbagliato di appellarsi all'opinione pubblica? O il limite dato dalla sommatoria dei gruppi dirigenti dei due partiti che, per quanto valenti, sono pur sempre poco rappresentativi? O la vocazione di Marco Pannella che privilegia la propria straordinaria testimonianza personale nonviolenta rispetto al progetto di un rassemblement laico socialista comprensivo, incisivo e concorrente con le grandi forze?
Non voglio dare una risposta a interrogativi che tante volte ho sollevato, ma spero che i carissimi amici della Rosa nel pugno non li lascino cadere affrettatamente. Vorrei perciò invitare Enrico Boselli a meditare sulla legge ferrea di Gaetano Mosca circa l'autoconservazione delle élite di partito. E vorrei ricordare a Marco Pannella che il suo peggiore nemico alberga dentro di lui nei momenti in cui ritiene di poter muovere le montagne da solo.
Gli stessi dilemmi d'oggi si presentarono negli anni settanta quando ci si domandava chi, fra Craxi e Pannella, avrebbe avuto in Italia la funzione di rassembleur che in Francia era stata assolta dal radicale senza partito Francois Mitterrand.
Le vicende di quella stagione, così diversa dall'attuale, non vanno pero trascurate perché il tramonto della cosiddetta prima Repubblica con la fine dei partiti democratici è stato anche il risultato degli errori allora compiuti. Di Bettino Craxi, che abbandonò all'inizio degli ottanta l'idea del rassemblement laico socialista in favore del duopolio di potere con la Dc; di Marco Pannella, che preferi le testimonianze personali nonviolente a scapito della formazione di un grande partito democratico radicale; e degli altri leader laici e socialisti, che continuarono a crogiolarsi nella maledizione italiana dell'individualismo leaderistico.
D'altronde ho molti dubbi che il partito democratico di cui parla oggi Prodi possa effettivamente essere quel grande e nuovo partito democratico di cui c'è tanta necessità. Cosa può nascere dalla congiunzione delle forti tradizioni comunista e democristiana rinverdite dal continuiamo postcomunista e postdemocristiano? Quegli aggettivi - riformista, liberal-socialista, laica, garantista - che opportunamente Macaluso indica come necessari per una forza politica che si muova nel solco del migliore socialismo europeo postWelfare State e neoliberale, difficilmente potranno scaturire dai gruppi dirigenti nati nel clima storico del Pci e della sinistra democristiana.
Oggi, ancor più di ieri, è non solo necessaria ma indispensabile una forza politica con quel Dna laico e liberalsocialista che si intravede nella Rosa nel pugno, ma solo allo stato pre-embrionale.
Noi laici, però, non crediamo come Benedetto XVI che l'embrione sia la stessa cosa della persona umana. Perciò mi pare difficile che i radicali e i socialisti democratici possano oggi rappresentare una nuova forza politica all'altezza della situazione più che un fragile progetto embrionale.
Il paragone con la genetica impone allora di chiedersi con chi, come, e attraverso quali passaggi, si metterà in moto un processo evolutivo che porterà dalla fecondazione con l'unione tra gameti allo zigote, e da questo alla morula, poi all'embrione e infme al sistema nervoso che è il primo segno tangibile della futura persona umana.
Pannella e Bonino con Boselli e Villetti hanno gettato i primi gameti, ma ora c'è da fare tutto il resto. Per arrivare alla persona umana il cammino è lungo: c'è bisogno sia della effettiva volontà dei genitori di fare crescere l'embrione, sia della partecipazione attiva di una grande famiglia allargata di zii e nonni, fratelli e sorelle, cugini e parenti in grande abbondanza.”
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