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Adolfo Omodeo, Le Forze Armate. Problemi e proposte. 1945

6 marzo 2006
Adolfo Omodeo nacque a Palermo nel 1889 ed è morto a Napoli nel 1946. Laureatosi a Palermo sotto la guida di G. Gentile con una tesi su ‘Gesù e le origini del cristianesimo’ (1912; pubblicata nel 1913), partecipò come volontario al primo conflitto mondiale; nel 1923 insegnò Storia antica all'Università di Catania; nominato nell'agosto dello stesso anno professore di Storia della Chiesa (e successivamente di Storia del Cristianesimo) nell’Università di Napoli, tenne questa cattedra fino alla morte.

Risoluto antifascista, fu uno dei collaboratori principali della ‘Critica’ di Benedetto Croce; dopo il 25 luglio 1943 venne nominato Rettore dell'Università di Napoli e fu in seguito Ministro della Pubblica Istruzione nel primo ministero di coalizione nazionale (aprile-giugno 1944), distinguendosi come uno dei dirigenti più noti e stimati del Partito d'Azione nel CLN di Napoli.

Omodeo si dedicò inizialmente alla storia del cristianesimo, interessandosi soprattutto all’azione delle grandi personalità religiose e agli aspetti etico-civili della storia religiosa ('Storia delle origini cristiane', 1921-1925; 'La mistica giovannea', 1930); ma, dopo l'avvento del fascismo, separatosi dal Gentile, prese a studiare essenzialmente il Risorgimento, rivendicando la tradizione liberale di quel periodo in polemica contro le deformazioni degli storici monarchici e fascisti (‘L'età del Risorgimento italiano’, 1931; ‘La leggenda di Carlo Alberto’, 1940; ‘V. Gioberti e la sua evoluzione politica’; e, soprattutto, ‘L'opera politica del conte di Cavour. Parte I: 1848-1857’, 1940). Altri notevoli lavori l'Omodeo dedicò al cattolicesimo nel XIX sec. (‘Un reazionario: il conte Joseph de Maistre’, 1939; ‘Aspetti del cattolicesimo della Restaurazione’, 1946) e a Calvino (‘Calvino e la riforma in Ginevra’, 1947). Sono infine da ricordare le raccolte di scritti: ‘Tradizioni morali e disciplina storica’ (1929), ‘Figure e passioni del Risorgimento italiano’ (1932), ‘Il senso della storia’ (postumo, 1948), ‘Difesa del Risorgimento’ (postumo, 1951), e il volume di testimonianze ‘Momenti della vita di guerra’ (1934).

Si ripubblica questo ‘Quaderno del Partito d’Azione” n.17 (vedi l'elenco pubblicato nel sito), non solo come impegno di memoria che ci siamo dati e che portiamo avanti, non solo per far cogliere lo spessore intellettuale, etico-poltiico delle adesioni e delle militanze nelle file del Partito, che vide la discesa in campo di grandi intellettuali, tipo quella di Omodeo, anche Rettore dell’Università di Napoli, anche in dissenso coi loro grandi maestri, come Croce (che fu così ingiustamente severo contro il Partito d’Azione, rendendosi storicamente corresponsabile, insieme al suo Partito Liberale Italiano, di tante pagine negative per il presente e per il futuro della storia repubblicana, come la caduta del Governo Parri e le simpatie filomonarchiche), ma anche perché oggi, 30 giugno 2005, termina il servizio di leva in Italia.

Questo fatto epocale non ha avuto alcuna risonanza di riflessione in termini di memoria, di riflessioni e di prospettive in questo paese smemorato, come è avvenuto già per il bicentenario della nascita di Mazzini del 22 giugno 2005 ed è ulteriore segno di inquietante degrado e declino etico-civile.

Cosa sia stato l’esercito nella storia d’Italia, quale la funzione che ha avuto la leva obbligatoria, quale avrebbe potuto e dovuto essere e non è stata, quali le prospettive di un esercito di volontari e di professionisti, nessun cittadino ha sentito dire e dibattere né in Parlamento, né in paese.

Come umile contributo, offriamo queste riflessioni del grande Adolfo Omodeo, che si riferiscono è vero a ciò che restava dell’esercito monarchico-fascista, ai suoi problemi drammatici, ma le cui osservazioni sulla formazione di ufficiali e soldati, sulle idealità che devono sostenere ogni difensore della Patria Repubblicana Libera e Democratica come soldato, marinaio, pilota, carabiniere, poliziotto, finanziere restano ancora valide e degne di riflessione oggi e per il domani.

PREFAZIONE

“Raccolgo insieme un gruppo di brevi scritti sul problema delle forze armate, su cui è bene si rivolga l'attenzione dei pubblico.

Il primo scritto è un articolo pubblicato in "Domenica" del 10 giugno 1945. Il secondo è la risposta al generale Mancinellì che sulla stessa rivista aveva mosso obbiezioni al mio articolo. Il terzo, il quarto e il quinto sono battute al ministro della guerra conte Jacini circa la creazione di un nuovo esercito e alla liquidazione del vecchio.

Siccome dal contesto risulta complessivamente qual’è la posizione assunta dai contraddittori, per economia di carta ometto la riproduzione dei loro articoli. I problemi emergono chiari.

Può il vecchio esercito asservito alla dinastia inserirsi in un regime libero? Come l'esercito può essere trasformato ?

Le soluzioni da me suggerite possono non essere accettate, ma il problema non può essere evitato e bisogna che in qualche modo sia risolto. E quel che è detto per l’esercito, dev’essere esteso alla marina, e all’aeronautica. Bisogna fermare le questioni nei loro termini.

Si conseguirà in tal modo un’elevazione dello spinto politico del paese.”

LA CRISI DELLE FORZE ARMATE

Ve un punto sensibile per il quale non si raccomanderà mai sufficiente tatto, prudenza e gentilezza a chi tratterà la questione.

Coloro che hanno combattuto questa esecrata guerra nella prima fase recano in cuore l’amarezza di sventure sofferte, di travagli indicibili, di valore profuso, che par debbano restare ignoti, né goder del plauso pubblico, né passare ai posteri; vicende che i reduci stessi non amano narrare: affondamenti di navi, incidenti di volo, fame e sete sopportate all'estremo limite: il gelo sulle montagne d’Albania o nella steppa russa, le estati tremende di Libia.

Di tutto ciò pare che neanche la memoria debba avere pregio, che siano stati gettati ai venti l’entusiasmo, l’abnegazione, il dolore.

Occorre persuaderli della possibilità del recupero dell’opera compiuta: che le sparse memorie, superate le contingenze di questi duri giorni, saranno raccolte e rispettate da chiunque ama il nome italiano: che l’esecrata politica del fascismo non sarà confusa con la fedeltà militare e la generosità che nobilita il soldato.

Oltre questo cruccio che travaglia tanti e tanti ufficiali, un altro ordine di amare considerazioni è sempre presente: naturalmente più agli ufficiali di carriera che a quelli di complemento, più a quelli dell’esercito che a quelli della marina, i quali in complesso, anche se malamente impegnate dal Comitato di Supermarina dirigente da palazzo Venezia le battaglie navali, hanno il convincimento d’aver combattuto bene e d’aver tenuto testa per più anni alla prima flotta del mondo: li travaglia l’esperienza di aver fatto parte di organismi guasti profondamente, in cui la corruzione, la slealtà, gli egoismi più sudici hanno tradito il soldato e la patria.

E’ indicibile la diffidenza verso i comandi, il sospetto che nessuno di essi si attenga alla lealtà militare, a quello spirito di corpo per cui il superiore deve, sempre che è possibile, difendere il suo dipendente e la verità dei fatti dev’essere fatta valere contro il vile andazzo « di legare l’asino dove vuole il padrone».

Ad un osservatore spassionato, sopra tutto se è vissuto nell’esercito dell’altra guerra, vecchiotto d’istituzioni, non privo di magagne, ma dotato di certe qualità morali, di un vivace senso d’onore e che fu in grado di inquadrare tutta la nazione in armi, appare di colpo l’immensa rovina prodotta dal fascismo nelle nostre forze armate: il fascismo si presenta come qualcosa che va oltre un regime politico: è una tabe che ha corroso a fondo tutte le strutture sociali. E lo spirito di corpo delle forze armate, le regole secondo cui questi corpi si reggevano sono forse irrimediabilmente compromesse.

Durante il militaresco regime fascista i Comandi avevano assunto l'aspetto di immense furerie dalle quali mal s'intravedeva la vita e lo spirito dell'esercito.

I generali si livellavano alla mentalità e alla moralità dei marescialli d’alloggio negli: uffici. Furti e marachelle che un tempo non venivano tollerati in un furiere erano saliti sino agli altissimi Comandi.

Si speculava fin sul rancio dei soldati, e ancora adesso i soldati che hanno fatto sette e più anni di servizio militare, anche in reparti riorganizzati e ben amministrati, non dissimulano la loro diffidenza verso i Comandi per questo rispetto.

I soldati richiamati venivano lasciati nelle condizioni di « parchi uomini », sia per trascuranza dei doveri da parte di chi comandava, sia per calcolata speculazione sul disordine.

Su questa Babele sovrastava un'unica divinità: la Carriera, vecchio male che già sorprendeva nell’altra guerra mondiale noi ufficiali di complemento, chiamati a esporre la vita senza compensi mondani.

La facilità di legiferare per mezzo di decreti leggi favoriva i provvedimenti ad personam, per i figli di questo o quel generale o gerarca. Nulla di più arbitrario, pur con ipocrisie giuridiche, della distribuzione dei gradi.

Altro guaio: il sistema di mettere nella riserva con avanzamento di grado gli ufficiali che non si volevano più tra le forze attive.

A guerra dichiarata tutta una turba di questi generali e ammiragli venne fuori a corrompere ancora più il già corrotto ambiente: uomini che nulla più speravano dall’esercito, dalla marina, dall’aviazione, e cercavano solo quei guadagni illeciti, che poi esagerati anche dalle dicerie e dai rancori delle vittime del sistema degli avanzamenti, contribuirono ad aumentare la demoralizzazione delle forze armate.

Le quali assumevano un aspetto sud americano. Sembra che si sia arrivati ad avere in servizio centocinquanta ammiragli: sul numero dei generali c’è maggiore incertezza, fra il numero di un paio di migliaia calcolato dopo il 25 luglio e quello ufficialmente asserito, che si approssima di novecento.

Naturalmente per impiegare questa moltitudine di alto-gallonati bisognava porre un ammiraglio o un generale in uffici dove di solito i Comandi alleati pongono, con molto successo, un capitano o un maggiore.

Oltre il dispendio immenso, oltre la cattiva utilizzazione degli uomini, si aveva la continua interferenza d’innumeri Comandi che in guerra è rovinosa.

II fascismo aveva diffuso e consolidato un sistema rovinoso di governo d’uomini. Il senso d’iniziativa e di responsabilità non mai troppo forte nelle nostre forze amate era stato completamente ucciso: su tutti aleggiava la possibilità di “grane” per non avere interpretato un. riposto pensiero, spesso tale da non dover essere apertamente espresso, l’intrigo aveva maggiore importanza del successo e del dovere militare.

La casta dello Stato Maggiore aveva volto a proprio vantaggio tutto il sistema degli avanzamenti, e ancora adesso, dopo la soppressione dello S. M., la casta vige sempre.

Ad esempio fra i troupiers circola un notevole malcontento, perché con una recente disposizione, abbreviando i limiti d’età per il collocamento a riposo, si favoriscono gli ufficiali di S. M. che hanno avuto avanzamenti anticipati e si colpiranno non pochi ufficiali, che hanno tenuto insieme i loro reparti nella difficile crisi dell’8 settembre.

Per questa anarchia, l’autorità dei Comandi superiori restò gravissimamente scossa, né credo sarà possibile restaurarla finché dureranno gli uomini che hanno avuto, anche lontanamente, parte col regime fascista (che incominciò a imperversare nell’esercito col Baistrocchi); finché dureranno gli uomini responsabili della condotta di guerra.

Non c'è si può dire generale che non sia sospettato di colpe, di défaillance, quando non anche di ruberie.

In molti casi i sospetti e le accuse potrebbero essere ingiuste; resta però il fatto che la fiducia necessaria per la compagine delle forze armate è irrimediabilmente compromessa.

Che le forze armate cosi scosse, così guaste, che i Comandi così dimentichi di ciò che è lo spirito militare, dopo una guerra disorganica, — in contrasto col sentimento nazionale, che logorava senza esaltare, e in cui l’impreparazione e l’incapacità si rivelarono fin dai primi scontri — dovessero in gran parte vergognosamente fallire l'otto settembre, che la grande maggioranza dei Comandi non trovasse in sé una reazione, sia pure disperata, di decoro militare, non può sorprendere.

Ora ci sono i tentativi di tali organismi di risollevarsi e ricostituirsi.

La marina, danneggiata, ma ancora meglio compatta, persevera nel vecchio indirizzo sotto l'oligarchia degli ammiragli e nasconde meglio, nelle navi isolate dai mare, le sue piaghe.

Nell'esercito la crisi è più evidente e la si può meglio seguire. E’ come abbiamo veduto, un corpo che ha perduto la fiducia in sé e nei propri capi.

Pur nella forma della disciplina che si cerca di restaurare in taluni corpi, si ha la guerra sorda di tutti contro tutti.

Da parte di molti s’invoca un nuovo esercito che sorga libero dalle colpe e dalle vergogne del passato, ma il come farlo risorgere, a quali uomini affidarsi, quali metodi siano da seguire, sono argomenti difficilissimi e ognuno si propone la soluzione che meglio si accorda con gli interessi e le consuetudini sue.

Vecchi soldati, che videro l'esercito in giorni migliori, che combatterono sul Carso e sul Piave, sono in istato di disperazione. Vorrebbero una restaurazione in pristinum, un ritorno a prassi cancellate nel ventennio: ma poi non s’accorgono come con l’esigenza di un rinnovamento essi confondano bisogni nuovi con costumi superati, e invochino per esempio una netta separazione tra soldati e ufficiali fondata su una concezione di casta, invece che su di un divario di mansioni e di competenze; e curino il formalismo della disciplina fondato sul convincimento che la base prima dell’esercito si disfa, se un soldato va con la giubba sbottonata, o senza uose.

Il problema della restaurazione delle forze armate è veramente grave, perché tale ricostruzione inevitabilmente deve muovere da un ideale e da una fede. L'esercito deve avere un'anima. E l'anima del nostro esercito che lo resse dalle battaglie del Risorgimento a Vittorio Veneto, l'anima forse sentimentale, ma umanissima di chi serviva la Patria Liberale nei quadri della Costituzione, l’esercito che noi ragazzi imparammo a conoscere nelle novelle militari del De Amicis tanto derise dai grandi spregiudicati, l’esercito educatore del popolo, congiunto alla vita civile del paese, all’unisono con tutta la Nazione, l'esercito che ci inquadrò nella nostra giovinezza sul Carso, non esistono più.

Il fascismo cercò di trasformarlo in mero esercito tecnico, nel pugnale con cui si doveva colpire alle spalle la Francia nel 1940, ed esso è ora nei suoi resti, disorientato ed incapace d'intendere la nuova situazione.

Tecnicamente i giovani ufficiali uscivano ben preparati dalle accademie militari, per nulla inferiori agli ufficiali alleati.

Il difetto — come del resta per tutta la gioventù italiana — era nella completa assenza di cultura storico-civile, umana, per l’odio intrinseco che le tirannidi hanno per le scienze umane.

Non si tratta dell’apoliticità necessaria alle forze armate, ma della capacità di discernere i problemi della vita civile necessaria per le funzioni militari, perché il consorzio militare si svolge su uomini che hanno una vita civile ed ha per conto suo i problemi di ogni convivenza umana.

Questa povertà d'educazione ha anche un’altra conseguenza grave: l'impossibilità d'integrare l'opera degli ufficiali con pensieri e meditazioni che assicurino un ampio sviluppo di vita necessari a chi domani sarà chiamato a gravi compiti di comando.

Finora, e non in Italia soltanto, gli Stati Maggiori hanno cercato di accentrare in sé tutta la politica interna ed estera dei loro paesi con risultati disastrasi non solo perché hanno confiscato funzioni a cui non erano adeguati, ma perché erano inferiori ai compiti tecnici specificatamente loro.

Bisognerebbe che dalla vita del mondo che si svolge fuori delle caserme e dei comandi gli ufficiali imparassero a conoscere quel tanto necessario per persuadersi che un paese, per vincere anche le guerre, deve aver una vita politica, un movimento culturale.

Tali orizzonti di solito rimangono chiusi a troppi ufficiali di S. M. Spesso del mondo essi hanno l'esperienza che potrebbero avere le monache di stretta clausura.

Mi è capitato per esempio di sentirmi domandare del perché si fosse scatenata tanta ira contro il generale Roatta. Non era forse un fedele esecutore d'ordini?

Nella vita del nostro ufficiale prevale il concetto della casta, che è stato irrobustito dal lungo contatto che il nostro esercito ha avuto coi Tedeschi.

L'ufficiale, quando è inquadrato in un reparto buono, vive ossessionato dal servizio dalla sveglia all’ora in cui va a letto: il servizio è un incubo.

Quando l’ufficiale è in un reparto in disordine, si abbandona a far nulla e s’abbrutisce. Un eccellente capitano ha cosi, per disseccamento interno, il 90% di probabilità di diventare un mediocre colonnello e un cattivo generale.

Presso altre nazioni una più ricca vita sociale, una comunicativa continua col mondo (quella comunicativa che il fascismo aveva distrutto) rinfrancano gli ufficiali e li salvano dall’inaridimento.

Basta aver veduto gli ufficiali alleati nel loro « raccoglimento interiore », nei loro circoli, le letture di cui si nutrono, gli interessamenti — oltre il servizio e le donne — per infinite cose e che vengono favoriti da tutte le forme immaginabili d’assistenza.

Ben lungi dal fuorviare l’ufficiale dal servizio, queste forme d’evasione liberano dall’ossessione nevrastenica della « naja » e gli uomini riacquistano il senso delle proporzioni e dell’opportunità.

Tra questi ufficiali rovinati da una educazione meramente tecnica ora c’è crisi, e lo studiarla è relativamente facile, perché ormai gli ufficiali di carriera sono confluiti in massa in pochi reparti. La mentalità e le storture dei quadri del nostro esercito appaiono evidentissime.

Non pochi degli ufficiali giovani e più intelligenti sono svagati e disgustati: pensano di lasciare l’esercito e di cercare una sistemazione nella vita civile (di solito potrebbero farli parere disertori dalla confraternita delle forze armate).
Costoro capiscono che i loro sogni guerrieri giovanili sono crollati più ancora che per la disfatta per la rivelazione degli oscuri retroscena, che hanno fatto putrefare le forze armate italiane. Tuttavia stentano pur essi a intendere che tanto guasto è avvenuto per lo spegnersi di un ideale civile ed umano (di cui ha bisogno anche l’esercito) per la trasformazione delle forze armate in strumenti ciechi d’occhiuta rapina. Quindi le reazioni di sdegno, il moto degli animi verso un meglio non si manifesta.

Molti altri ufficiali restano perplessi: sanno di non essere capaci di altra attività, attendono che un qualche miracolo riattivi l'esercito, e l'esercito lo concepiscono com'era prima, con dodici corpi d'armata, con un gran numero di comandi e di servizi.

Sono ancora, nella maggioranza sotto il fascino dell’insegnamento tedesco. I Tedeschi sono i veri militari, gli uomini che sanno combattere e morire. Tali ufficiali mostrano un certo disprezzo per gli anglo-sassoni, i quali per ogni uomo che combatte « o fa mostra di combattere », hanno dieci uomini nelle retrovie, e non avanzano finché una sola mitragliatrice nemica fa sentire la sua voce, e si spianano la via con tremendi bombardamenti aerei.

Anche nei giorni in cui il crollo tedesco appariva inevitabile, essi col desiderio, non per tedescofilia ma per impuntamento, s’ostinavano a parlare di un ulteriore perdurare della resistenza tedesca almeno fino al margine del prossimo inverno. Si capiva che sognavano qualche sorpresa d’armi nuove.

Hanno sofferto dai tedeschi umiliazioni d’ogni genere in Russia, in Libia, in Tunisia, eppure l’esercito tedesco è rimasto per loro il grande paradigma: l'esempio unico del comando d’uomini e di tecnica militare.

Invano si obbietta loro che gli sbarchi di Algeria e di Normandia passeranno ai posteri come le più geniali mosse strategiche e capolavori incomparabili di organizzazione; che la guerra non dev’essere cieca effusione di sangue e nibelungico sterminio, ma che l’economia di vite impostasi dagli Anglo-Sassoni è stata la condizione del loro successo e della loro capacità ad avere forze non logore nel sesto anno di guerra.

Tentano di ridurre tutto a superiorità di armamenti — quasi che anche i successi tedeschi del '40, non siano derivati da una simile superiorità.

Restano inchiodati nella loro ammirazione per chi ha saputo fare sfoggio di così furibonda violenza.

Per il resto questi ufficiali sono ottime persone: i loro difetti sono prodotti da un’educazione chiusa.

Ora vivono in una specie di limbo d’attesa, si mantengono rigorosamente segregati dal mondo e nulla capiscono di ciò che fermenta nel paese: sono formalmente monarchici: alla messa della domenica fanno recitare la preghiera fascista per il re, compiono il rito del saluto fascista al re: nei loro uffici pongono i ritratti del sorridente Luogotenente.

Che siano fermamente monarchici non saprei dire. Per ora non amano compromettersi visto che da Roma le direttive sono per la conservazione dell’esercito strumento della dinastia e casa Carignano controlla le forze armate.

Gli ufficiali di solito si trincerano dietro il giuramento prestato al re e ai suoi reali successori. Se si obietta che vi è un obbligo di fedeltà alla Patria restano perplessi.

Interrogati perché la loro devozione al re non seppero farla valere, quando il duce avvilì sino all’abbiezione il re e la dinastia, cambiano discorso.

Del resto alcuni intransigenti sul giuramento di fedeltà non sono, se si lasciano sorprendere a scusare i generali che l'8 settembre si arresero senza combattere, perchè era duro per loro volgere le armi contro gli alleati di ieri. Quasi che sia legittimo che i generali facciano una loro politica contro gli ordini del re a cui hanno giurato ubbidienza!

Questa è la psicologia degli ufficiali di mestiere, sopravvissuti al vecchio e generoso esercito italiano.

Indubbiamente molti di essi hanno molto combattuto e sofferto: la materia prima di cui sono costituiti è buona. Il disastro è dipeso sopra tutto da chi credette che un esercito possa esistere senza un’anima e un ideale, come mero strumento tecnico.

Le prime vittime sono questi ufficiali: li ha traditi chi tenne nel ventennio la direzione delle forze armate e li mutilò di una sensibilità umana, senza di cui non si fa bene neanche la guerra.

Fra mezzo a questi resti dell’esercito che, pur con i loro dirizzoni (grossi equivoci), sono in buona fede, si segnalano poi coloro che sono più o meno dissimulatamente gli agenti della dinastia. (A Roma non pochi di costoro sono riconoscibili anche esteriormente per le divise elegantissime, i sontuosi stivaloni e l’atteggiamento snob).

Essi speculano sulla cautela con cui gli altri ufficiali si astengono dal prendere una posizione qualsiasi. Esagerano i sacrosanti doveri del giuramento, creano i miti della eroica guerra combattuta a fianco ai Tedeschi, non esitano a glorificare il valore delle camicie nere; creano le leggende eroiche anche sul luogotenente (secondo costoro il valoroso principe avrebbe combattuto quattordicenne in una batteria nella prima guerra mondiale), denigrano e intimidiscono gli antimonarchici; mettono in circolazione le più indegne leggende per esempio contro il conte Sforza e suo figlio, che come aviatore avrebbe bombardato le città italiane, oppure si sarebbe vilmente imboscato (dimenticando che spesso essi stessi che parlano sono ufficiali imboscati, che non hanno mai varcato il mare o i monti per andare a combattere).

Tengono saldo alla religione della guerra per la guerra di derivazione tedesca, e per ciò portano la glorificazione dei tedeschi con maggiore audacia al diapason: qualcuno fa sfoggio di osceno antisemitismo sino a non considerare uomini gli ebrei; la denigrazione per gli alleati, che spesso sono stati solleciti a liberar dai campi di prigionia simili agenti monarchici, raggiunge l’impudenza.

Si dichiarano antipolitici, estranei ai partiti, ma vomitano quanto veleno possono sui partiti dei comitati di liberazione che avrebbero tradito gli eserciti combattenti in linea, che seminerebbero l’anarchia in Italia; e perciò riprendono i vecchi temi fascisti sull’immaturità degli Italiani al vivere libero, sulla necessità di una mano forte, e di una dittatura militare, quasi che le forze arenate, così come sono, debbano essere ancora considerate il supremo palladio della patria.

L'arroganza è inverosimile, quando si pensi che il governo dei partiti ha il torto solo d’essere stato fiacco contro gli strumenti del regime fascista, sopra tutto contro coloro che hanno corrotto le forze armate.

Tali agenti sognano di essere impiegati presto in servizio di polizia e di fare a mitragliate e a bombe a mano per le piazze d'Italia. Vorrebbero sfogare nella lotta civile la rabbia della dimostrata incapacità.

Questi agenti mal dissimulati della monarchia e del « carrierismo » in verità non sono molti, ma sono pericolosi.

Svolgono senza impedimento la loro propaganda, anche perché molti dei loro temi altro non sono che l’esasperazione della psicologia dell’esercito meramente tecnico, che il fascismo ci ha lasciato.

Per il momento è difficile che raggiungano i loro fini, cioè un movimento di reazione bianca: troppe discordie e diffidenze lacerano gli alti comandi, perché sorga un ammiraglio o un generale emulatore di Franco.

Ma il problema delle forze armate resta uno dei più preoccupanti, perché il pericolo può sorgere domani.

Bisogna creare nuove forze, scegliere arditamente uomini nuovi; porre le basi su di un sentimento patriottico superiore a tutti i partiti, indipendente dalla dinastia, congiunto alla Libertà d’Italia.

I corpi che per anima hanno solo un gretto spirito di casta devono essere trasformati in capite et membris.”

“…Credo e ripeto che il meglio di tutto sia ricostituire quasi ex novo un piccolo esercito avvalendosi degli ufficiali giovani, che hanno avuto modo d’imparare dagli errori degli anziani in che modo non si deve fare la guerra: che questo esercito non abbia sulle sue spalle il peso spaventoso della disfatta, che possa guardare avanti: che sia al di fuori e al di sopra dei partiti, il monarchico incluso, che sia ligio solo la volere della Nazione legalmente espresso dagli organi della Libertà.
Se sapremo crearlo non passerà tempo che le Nazioni Alleate ci chiederanno di assumere con forze più adeguate il compito che spetta ad un popolo di 45 milioni di abitanti nel servizio della custodia della Pace e della Libertà del mondo.”

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