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Il bicentenario dell'abolizione del feudalesimo nel Regno di Napoli

Il 2 agosto 2006 ricorre il bicentenario della formale abolizione della feudalità nel Regno di Napoli con legge del nuovo sovrano Giuseppe Bonaparte. E’ doveroso ricordarlo, di fronte al silenzio quasi assoluto che si sta avendo verso questa fondamentale ricorrenza.

Tutte le più rigorose ed oneste ricostruzioni storiche fanno iniziare il Mezzogiorno moderno proprio con l’opera decisa e decisiva del decennio francese (1806-1815), prima con Giuseppe (1806-1808), poi con Gioacchino Murat (1808-1815).

Il prof. Piero Bevilacqua, che insegna Storia Contemporanea all’Università ’La Sapienza’ di Roma, nel suo libro ’Breve storia dell’Italia meridionale’, Donzelli editore, Roma, 2005, ad esempio, così inizia: ” Il 2 agosto 1806 il governo di Giuseppe Bonaparte, che si era installato a Napoli al seguito dell’esercito napoleonico, abolì, con una sola legge, la feudalità del Regno di Napoli. D’un colpo, l’intera giurisdizione che per secoli aveva attribuito ai baroni un potere quasi assoluto su uomini, terre, castelli, città, fiumi, strade, mulini venne cancellata. In virtù di essa i feudatari, privati degli antichi diritti speciali sulle popolazioni, furono trasformati in semplici proprietari dei loro possedimenti, mentre tutte le altre realtà territoriali, non più sottoposte a usi o a prerogative particolari, vennero a cadere sotto la legge comune del nuovo stato.
I vari progetti di riforma delle istituzioni feudali, tentati inutilmente nella seconda metà del Settecento dai governi ispirati dagli intellettuali illuministi, ebbero dunque finalmente una concreta realizzazione. Ma ciò era avvenuto, non bisogna dimenticarlo, grazie a un intervento esterno, per la forza e la determinazione di una potenza straniera sorretta da un esercito invasore. “ (p.25)

Altre fondamentali iniziative legislative di quell’anno furono ad es. quelle relative alla nascita del Ministero dell'Interno, delle Intendenze(le storiche Prefetture), ai Consigli Comunali, Distrettuali, Provinciali, all’istruzione primaria, allo scioglimento di tanti inutili, parassiti ordini religiosi.

Le ragioni di queste fondamentali memorie storiche rimosse sono legate, secondo il nostro laico parere, anzitutto alla permanenza di dimensioni feudali specialmente nel Mezzogiorno d’Italia a livello locale, come forme di legami personali di vassallaggio e di servilismo, anche volontario, familiare, economico, sociale, politico, amministrativo, per cui gli aspetti pur rivoluzionari a livello politico, giuridico, economico-sociale, non avendo intaccato a livello concreto quotidiano il feudalesimo, sono considerati non così rilevanti.
Si aggiunga la lotta continua che la Chiesa cattolica, militarmente organizzata e mobilitata quotidianamente, conduce contro i principi della Rivoluzione francese ancora oggi, 2 agosto 2006, in forme volpine, machiavelliche di cui è esperta e di cui quasi nessuno ormai sa cogliere le movenze, le linee storiche di tendenza, con un dominio ormai quasi assoluto conquistato e consolidato ogni giorno di più dell’immaginario collettivo, nel silenzio e nel servilismo supino di quasi tutti, compresi anzitutto i vili, servili, opportunisti, traditori intellettuali.

Nicola Terracciano
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