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Nicola Terracciano, Recensione del libro"La favola dell'uomo senza amici" di Petruccelli

Il prof. Alessandro Petruccelli, è nato a Santi Cosma e Damiano (Latina), e si trasferito poi nella vicina Formia (dove ha studiato nell’adolescenza, come tantissimi professionisti della zona) per motivi di lavoro, avendo insegnato lettere negli istituti superiori fino alla pensione. Egli è legatissimo nel profondo alla terra, al mondo natìi, dove ha trascorso infanzia e giovinezza, e a Formia, entrambe sempre presenti, anche con espressi riferimenti topografici, nelle sue opere, come emerge dal nuovo romanzo ’La favola dell’uomo senza amici’ (Robin Edizioni, Roma, pp.201), che lodevolmente (e doverosamente, trattandosi di un concittadino che ha onorato e onora il suo paese natale) la Pro Loco di Santi Cosma e Damiano, diretta da Vincenzo Petruccelli, ha presentato il 9 settembre 2006 presso l’Auditorium Comunale, con grande concorso di pubblico. Hanno preso la parola, oltre il presidente della Pro Loco, il sindaco Taddeo, che ha fatto un intervento non formale, ma coinvolto e puntuale sul libro, ed ha comunicato sia la concessione della cittadinanza onoraria da parte del Comune, sia la decisione dell’Amministrazione Provinciale di Latina, di cui fa parte, di distribuire il romanzo di Petruccelli a tutte le biblioteche comunali e degli istituti superiori della Provincia. Hanno presentato poi criticamente il testo, con precise relazioni, il prof. Sabino Vona e il prof. Pietro Vitelli, di Latina, amici anche di vecchia data dell’autore.

Alessandro Petruccelli celebra degnamente con la nuova opera anche il suo trentennale impegno narrativo, iniziato con il noto e ristampato romanzo ’Un giovane di campagna’ del 1976.

Scorrendo i titoli degli altri suoi romanzi (es. ‘Il pensionando’ del 1999), si nota che essi non sono occasionali, non nascono cioè sotto l’urgenza di essere nuovamente presenti in libreria come scritti di un autore di un certo successo editoriale (i libri di Petruccelli hanno avuto tanti riconoscimenti nazionali e traduzioni anche in russo), ma scandiscono momenti nodali della vicenda esistenziale, che l’autore ha vissuto intensamente e che ritiene carichi di una serie di riflessioni e di insegnamenti, degni di essere umilmente comunicati, capaci di lievitare nel lettore attento approfondimenti esistenziali.”Ogni libro che si legge è un’esperienza in più che si acquista.”(dice efficacemente il Petruccelli a pagina 190).

Il libro sembra presentarsi semplice, leggero, una ‘favola’, che racchiude, quasi alla Giambattista Basile di ‘Lo cunto de li cunti’, tante altre favole; in realtà è molto complesso, molto stratificato, quasi una summa esistenziale di una vicenda umana lunga, che tante ne ha viste, su tante ha riflettuto, con un sogno ed un segreto appello finali per una città nuova, anche analiticamente, urbanisticamente descritta nella ”valle dei pioppi’ (p.197), dove si possa vivere con più serenità, più umanità, meno solitudine.

La scrittura è piana, realistica, sincera, autentica, come il mondo contadino, da cui nel profondo trae origine, come già aveva sottolineato Geno Pampaloni ad introduzione del romanzo’Una cartella piena di fogli’ del 1990, espressione di un cuore buono e che cerca solo un mondo di pace, di serenità, di accordo, di amicizia. Dice di Marco (di sé): ”Hai il miele negli occhi.”

Ma dietro quella scrittura piana e realistica sta un lavoro di lima sapiente e accorto, che sa utilizzare vari registri espressivi, a seconda dei personaggi e delle situazioni, con un ritmo interno, spesso poetico.

Accanto ad altri temi che saranno indicati, il fondamentale è quello della solitudine dei tempi d’oggi, che pur sembrano così ricchi di occasioni di incontro. In realtà essi sono episodici, frettolosi e impediscono di far nascere e di coltivare quel grande valore, quel grande conforto, che è l’amicizia.

Quando si è in età lavorativa, l’affanno, la fretta spesso impediscono di alimentarla; quando si è in pensione, spesso si perdono a poco a poco gli amici che si avevano, perché ognuno viene risucchiato da impegni di padre, di nonno, o da nuovi assorbenti interessi (es. internet).

Questa è la condizione iniziale rappresentata nel romanzo (che spiega anche il titolo del libro), descritta dal suo principale protagonista, Marco, ex professore in pensione (dietro il quale, senza troppa difficoltà, si coglie l’autore, per cui il libro è anche una sostanziale autobiografia spirituale).
Marco ha perduto man mano gli amici, ma non l’abitudine di uscire la mattina, per non stare sempre in casa e si trova a fare il solito percorso, da solo, sperando nell’intimo di incontrare qualcuno con cui scambiare qualche parola. “Da quando sono andato in pensione e più ancora da quando per vari motivi ho perduto tutti gli amici, nei rapporti coi miei simili mi sono dovuto abituare a non andare oltre il buon giorno e la buona sera, il si e il no, il chiedere e il rispondere. Talvolta ci scappa pure qualche conversazione normale, ma è occasionale e rara.”(pp.138-139)

La situazione è divenuta così drammatica che il bisogno umanissimo di dialogo può trovare il suo sbocco solo in un surrogato surrealista: non essendovi uomini o donne con cui conversare, l’unica via di fuga, di condanna, o di salvezza è quella di dialogare con le cose, con le piante, con gli animali.

Il libro ha un doppio registro profondo, sia quello dell’amarezza, dello sconforto, della sempre più dilagante solitudine, sia quello salvifico del richiamo al millenario dialogo con cose, piante, animali, col loro fascino poetico e di memoria, capaci di confortare e risanare, tipico del mondo contadino, di cui si è fatta esperienza negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Così, come in una moderna opera favolistica, diventano protagonisti del romanzo:
1) una bottiglia, già riempita di vino rosso di Montalcino;
2) una trombetta di plastica appartenuta a un bambino di nome Arturo;
3) un anello di Francesca, innamorata di Genesio (“Ogni giorno con me al dito e con Genesio nel cuore”, dice Francesca a pag. 40), che è uno degli episodi che più attira, dove incomincia a traboccare la memoria dell’adolescenza petruccelliana, sancosimese e studentesca a Formia;
4) una pipa di terracotta, appartenuta a Camillo, che faceva il carrettiere;
5) un asino di nome Giacchino, che cambia padrone e rischia di finire macellato, con un dialogo che da solo è un racconto malinconico, triste, nostalgico sulla natura e sul tragico destino di questo fondamentale animale della civiltà contadina (che dovrebbe essere salvaguardato).”I tempi moderni non solo non ci amano, ma ci ritengono inutili e di peso.”p.56). Il racconto è intensamente evocativo dell’ambiente e dell’epoca sancosimese dell’infanzia petruccelliana;
6) una penna appartenuta a Matteo, che è spunto per descrivere in una pagina indimenticabile la condizione interiore e sociale del giovane disoccupato;
7) una cravatta, di color bordò (rosso scuro) e con palline verdi e blu, appartenuta a Giuseppe, un giovane geometra, che alla fine, come per ogni dialogo, che si conclude con una ovidiana metamorfosi, si trasforma in rondine;
8) una sedia, il cui racconto in prima persona fa raggiungere al romanzo alcuni dei momenti surrealistici più efficaci, sorridenti, ricchi di sapienza;
9) una formica, poetessa e avventurosa;
10) un gettone telefonico;
11) una catenina d’oro di Giovanni, prima allevatore di maiali in campagna, poi vincitore di concorso come finanziere, che apre scorci sulla condizione contadina e le sue trasformazioni;
12) una coppola grigia di Raimondo, che era stato ricoverato in manicomio per le sue stranezze e che poi ritornò al paese, quando fu chiuso;
13) il diario di Rosina contadinella, scoperto da Luigino studente cittadino, che conosce attraverso la cronaca dei giorni e dei mesi il mondo incantato, commovente, misero della civiltà contadina. Si tratta di una delle parti più belle e intense del libro, con momenti narrativi indimenticabili nella loro elementare, ma autentica umanità (vedi ‘novembre’, p.124, ‘dicembre’, p.125, ‘aprile’, p.130), di uno dei dialoghi più lunghi, che può stare anche da solo, come un autonomo racconto;
14) un passerotto, anche lui deluso, come l’autore, dal non trovare interlocutori umani, per affidare loro un messaggio, che comunica invece a Marco la deliberazione dell’assemblea degli uccelli riuniti sul monte Redentore, che vogliono fare la pace con gli uomini, specialmente dopo la nascita del parco e lo sviluppo delle associazioni ambientalistiche, ma che chiedono una città diversa, dove vi siano alberi e aiuole per poter ospitare il mondo dei volatili;
15) un foulard regalato da Erasmo a Roberta;
16) un foglio di carta bianco e rettangolare, che faceva parte di un blocco di fogli acquistato da Antonio impiegato, che aveva deciso di scrivere i suoi pensieri;
17) una tavoletta di legno, che racconta la vicenda di Alfredo, che Marco scrive sul foglio di carta trovato;
18) una foglia, con un dialogo ricco di reminiscenze personali del mondo dell’infanzia e letterarie (da Mimnerno a Pascoli della ’Quercia caduta’), di passaggi poetici (’”Perché i grilli amano la solitudine ?” le chiedo subito. “Sono i poeti della notte.”, p.164);
19) un bastoncino di ferro, “stavo fissato nella parte alta di un armadio e sostenevo stampelle cui erano appesi i vestiti della festa.”(p.168);
20) un martello con regolare manico di legno, del calzolaio Erasmo, chiamato anche ‘il favolatore di via Lavanga’ (forse realmente esistito ?), che offre lo spunto per indicare una particolare rivoluzione ”Esse (le scarpe) faranno sanguinare i piedi a coloro che si accingeranno a calpestare l’opera dei buoni e faranno venire la podagra a coloro che cammineranno contro la giustizia e l’innocenza.”(p.177);
21) una cintura di pelle, nata in ambiente di lavoro nero, e comprata da Gerardo, che morì giovane all’improvviso sulla via che porta al Poggio di Mola ”La sola distinzione che egli ammirava negli uomini era quella basata sulla generosità, sul sacrificio, sulla creatività. Quando veniva a conoscenza che qualcuno portava la croce più grande degli altri, ne parlava come di un eroe; quando veniva a conoscenza che qualcuno compiva atti di altruismo superiori a quelli comuni, ne diffondeva il nome con ardore.”(p.181);
22) una pietruzza, con un dialogo abbastanza lungo, che ha una sua autonomia di racconto, sul mondo delle cave di pietra, della vita contadina, che amplia nei particolari l’atmosfera dell’epoca dell’infanzia. Essa, nella metamorfosi finale, diventa un venticello ”Ti porterò la brezza, quando sentirai caldo; verrò a trovarti nel silenzio della notte, con echi di armonie lontane alla finestra.” (echi degiacominiani ?);
23) una rosa, che Marco porta come un trofeo, camminando da via Ferrucci a piazza Risorgimento, suscitando qualche battuta salace”A una certa età innamorarsi è pericoloso”, ma che trova in Marco una risposta sapiente ”L’amore cancella rughe e acciacchi.”;

La rosa “misteriosa e fiera”, che viene da una città che ”sta al di là dei monti e al di là del mare”(p.194), racconta la storia della sua nascita, per l’idea di un costruttore miliardario senza figli, che decise di affidare all’architetto Guido il creativo progetto di una nuova città ’nella valle dei pioppi’.

“Aveva cinquanta palazzi, da dieci appartamenti ciascuno, disposti in forma circolare. Tra un palazzo e l’altro c’era un'ampia strada, fiancheggiata da oleandri e magnolie. Ogni palazzo riceveva il sole e ogni appartamento univa l’intimità di un nido alle comodità di una reggia. Nello spazio centrale, su cui si aprivano gli ingressi dai palazzi, si estendeva un giardino, anch’esso di forma circolare, con begli alberi di varia foggia, tra cui alcuni pioppi, e aiuole multicolori; lo percorrevano, poi, viali che si allargavano in piazzuole con panchine e altalene. Al centro del giardino sorgeva una chiesa che aveva una facciata di stile composito e un interno che anche nei più distratti suscitava raccoglimento e slancio. Lungo la circonferenza del giardino c’erano quattro case comuni di un piano solo, a uguale distanza l’una dall’altra come i canti di un quadrato. Nella prima, grandi e piccoli potevano trovare ogni sorta di giochi e passatempi; la seconda conteneva una biblioteca fornitissima, con comode sale di lettura; la terza offriva tutto ciò che occorre per conferenze, riunioni, spettacoli teatrali e concerti; la quarta era una palestra con attrezzature ginniche modernissime. Inoltre, intramezzati da piccoli giardini, facevano da corona esterna ai palazzi un campo di calcio, un campo da tennis, un maneggio e un campo per il gioco delle bocce. Oltre i campi di gioco, si estendevano vigneti, frutteti e orti di verdure; e il piccolo fiume che già scorreva ai piedi del colle delle ginestre fu sormontato da tre ponti con ringhiere rifinite e belle, ma fu lasciato selvaggio riguardo alla vegetazione delle sue sponde.”(pp.197-198)

In quel contesto chi era solo trovò tanti amici, i bimbi vivevano e giocavano senza timore.”Lì si vive in armonia… i valori umani eterni che altrove crescono rachitici lì sono alti come i pioppi del giardino.”(p.200)

Marco, invitato dalla rosa, trasformatasi in zattera con ali e cabina, dopo un pò di esitazione e di stordimento sale su e parte, dicendo addio a queste città di ”soliti palazzi e palazzoni, di soliti negozi alla moda e grandi supermercati, le solite strade di macchine,…con disoccupazione, inquinamento, solitudine, paura, cinismo, droga.”(p.194).

Per lo scrittore umanissimo, oltre la constatazione amara e pessimistica, le salvezze ci sono: un nuovo modo di vivere e di guardarsi attorno, una nuova creatività civile, una nuova politica.

Formia, 10 settembre 2006

Prof. Nicola Terracciano
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