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Carlo Rosselli, Ricordo di Claudio Treves (1933)

Claudio Treves, uno dei pi? grandi e nobili protagonisti della storia del socialismo democratico italiano, di ufficiale ispirazione marxista-engelsiana, insieme a Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Giacomo Matteotti, nacque a Torino il 24 marzo 1869 da agiata famiglia ebraica. Fu prima repubblicano e democratico radicale, poi divenne socialista, presentandosi anche come candidato nel 1886 per il Partito Operaio. Collabor? coi periodici ’Ventesimo secolo’ “organo delle democrazia sociale” e ‘Grido del popolo’ di Torino.

Quando fu fondato da Turati a Genova nel 1892 un nuovo Partito Socialista di impronta marxista-engelsiana, sul modello socialdemocratico tedesco, egli subito ader?.

Si laure? in giurisprudenza e approfond? la sua preparazione intellettuale e politica all’estero, a Berlino dal 1894 al 1896, e a Parigi nel 1898, ma viaggi? anche in Svizzera, Olanda, Belgio, Scandinavia, inviando all’Avanti vivaci corrispondenze.

Fu amico stretto e collaboratore di Turati fino alla sua morte.

Nel 1899 fu direttore del milanese ’Il Tempo’, prima ‘giornale della democrazia italiana’, poi ’giornale politico quotidiano’, al quale collaborarono tutti gli esponenti della corrente riformista del partito socialista, come Turati, Bonomi, Schiavi, Bissolati.

Fu eletto deputato nel 1906 e divenne direttore nel 1910 dell’Avanti.

Fu fermissimo nel principio della neutralit? nel 1915 e sostenne il 29 marzo un duello con Mussolini, che non aveva esitato ad usare l’arma della diffamazione personale nella battaglia politica. Esso si svolse alla sciabola e senza esclusione di colpi, chiudendosi in parit? dopo l’ottavo assalto.

Vicino ed erede de grande socialista francese Jean Jaures, assassinato in Francia prima della guerra, lucidamente consapevole delle lacerazioni irreparabili che il lungo conflitto mondiale stava compiendo dei caratteri unitari di civilt? creati dalle rivoluzioni liberali e dall’umanesimo socialista, Treves si sent? vicino nel 1917, allo scoppio della rivoluzione russa, al socialdemocratico Kerenskij e non al fanatico bolscevico comunista autoritario Lenin, come tutta l’ala riformista socialista italiana e da qui inizi? la differenziazione che port? sia alla scissione comunista di Livorno del 1921, sia alla uscita dallo stesso PSI massimalista del filo comunista Menotti Serrati nel 1922 con la nascita del Partito Socialista Unitario. Contro il fascismo, con Matteotti, pose la pregiudiziale della Libert?, che illuminer? anche il simbolo del partito alle elezioni del 1924.

Essendo divenuta impossibile la lotta politica in Italia dopo il delitto Matteotti, nel novembre 1926 and? in esilio a Parigi, attraversando la frontiera con l’aiuto di Giuseppe Saragat e Ferruccio Parri. Aveva 58 anni. Raggiunto poco dopo da Filippo Turati, ricostitu? la presenza socialista all’estero, spingendo all’unit? e fu chiamato a dirigere ‘La Libert?’, l’organo della Concentrazione antifascista di Parigi, che raggiunse le 15.000 copie di tiratura.

Ebbe il tempo di veder crescere e affermarsi il nazismo, di cui gli colse aspetti drammatici, fino a teorizzare la guerra preventiva contro la Germania hitleriana. Mise in guardia le democrazie dalle tergiversazioni e dai patteggiamenti col nemico ”Le democrazie si illudono…colludono col fascismo lusingandosi di addomesticarlo e non si accorgono che cos? si gettano nelle fauci della belva, che ha per istinto di farle a brani.”

Mor? a Parigi l’11 giugno 1933, di ritorno dalla commemorazione di Giacomo Matteotti



Si riporta qui il ricordo di Claudio Treves scritto a caldo da Carlo Rosselli, anch’egli esule a Parigi, dove aveva fondato, dopo la leggendaria fuga nel 1929 dall’isola di Lipari, dove era confinato, il movimento rivoluzionario antifascista’Giustizia e Libert?’.













CARLO ROSSELLI



Addio a Claudio Treves

Da “La Libert?”, Parigi, 15 giugno 1933



“Claudio Treves lo ricorderemo sempre cos?, come lo contemplammo per lunghe ore, gentilmente allungato sul suo lettuccio alla ”Tour d’Auvergne”. L’esile corpo stilizzato sotto il lenzuolo coperto di fiori, solo la testa fiera e bellissima nella cornice folta dei capelli rossi spiccava. Le guance scavate dalla passione, i piccoli occhi chiusi, tutta l’energia del vecchio lottatore si concentrava nell’aspra fronte e nel naso, che parevano tagliati nella pietra; e dalla bocca esangue e aristocratica traspariva un sorriso cos? fine, cos? pieno di pensiero e di poesia, che tutto il volto ne appariva illuminato e rasserenato.

Sopra il lettuccio gli sorrideva Anna Kuliscioff, l’amica intellettuale, e, a fianco, un Turati a olio contemplava con occhi smarriti la scena. Nella modesta stanzetta dell’esiliato vedevamo ricomporsi il”salotto”, il famoso”salotto” di piazza del Duomo, oggi tutto di morti; mentre l’uomo che invano tent? di penetrarvi e che l’assal? coi suoi strali volgari (Mussolini), vive e comanda. Ah giustizia di questo mondo, come sei frale !

Sfilano dinanzi al lettuccio i compagni, gli amici, i pochi rappresentanti della vecchia guardia che muore in esilio, ma non si arrende; e da certi petti di lavoratori si leva un singhiozzo che ? un premio immenso per questo”borghese”che decise a diciotto anni di condividere gli ideali e le lotte del popolo, e che non lo abbandon? mai, neppure quando sent? che sarebbe stato forse indispensabile forzarne la volont? per non tradirlo e afferrare il potere tante volte offerto come una lusinga. Di questi singhiozzi”il figlio del fabbro” (Mussolini) non ne sentir?; e nonostante tutto l’odio sapiente di cui circond? sopra a ogni altro questo morto, egli certo sentir? che in questa fine, nell’esilio volontariamente eletto, c’? una grandezza autentica e definitiva che a lui, coi suoi fasti neroniani,? vietata.

La caratteristica essenziale della personalit? di Treves fu l’alleanza di una ragione potente e sottile con la passione di un profeta del Vecchio Testamento. La sua logica sconnetteva le tesi avversarie, ne dimostrava le interne contraddizioni traendone conseguenze cos? impensate da ridurle all’assurdo; ma quando si trattava della sua fede, del socialismo, della libert?, rinunciava ai sillogismi e la sua umanit? traboccava. Il socialismo di Treves, cresciuto in epoca positivista, fu una contraddizione continua tra la forma scientifica in cui egli tentava di racchiuderlo e la sua natura lirica e appassionata.

Anche lui come Turati, un idealista positivo; ma ancor pi? idealista sognatore, apocalittico di Turati. Turati era un lombardo discendente di una stirpe che col lavoro di molti secoli aveva fatto la valle Padana, e non concepiva l’avvenire se non come un razionale sviluppo del passato. Treves non aveva legami precisi, concreti, né col presente né col passato; il suo regno era tutto interiore, di idee, di valori assoluti, e la storia esterno riflesso di un eterno dramma interno. Perci? frequente era l’impressione che egli, cos? positivista, non sapesse tenere il contatto coi fatti, o non riuscisse a vederli se non attraverso un velo soggettivo. Grande oppositore quindi, pi? che grande costruttore, nonostante che del costruttore avesse alcune qualit? tipiche, quali la costanza e la capacit? di immedesimarsi con l’opera.

La sua amicizia di trent’anni con Turati fu forse la sua opera pi? bella. Egli era pi? intelligente, nel significato stretto della parola, di Turati, e nella vita politica di ogni giorno era lui che dominava. Ma modesto, un po’ pigro e schivo di popolarismo, egli cedette a Turati l’apparente bastone del comando, lieto di servire l’amico con una fedelt? veramente unica nella vita politica. Quanti discorsi di Turati sono di Treves ? E quanti articoli della ’Critica Sociale”, da tutti attribuiti a Turati, erano dovuti alla quotidiana conversazione pomeridiana ? Quando Turati dir? alla Camera, sotto l’angoscia di Caporetto, che”anche per noi la patria ? sul Grappa”, ripeter? una frase suggeritagli da Treves; e quando Treves dir? ”quest’inverno non pi? in trincea” ripeter? una frase di Turati. Ma Treves sopporter? per anni tutte le conseguenze, tutta la sporca canea nazionalista che tenter? di impiccarlo su quella frase; e non far? un solo gesto, e non dir? una parola per allontanare da sé l’ondata di feroce impopolarit?.

In questo aristocratico di razza, l’amore per la patria era pudico; gli sarebbe sembrato prostituirsi e prostituirlo se avesse dovuto conclamarlo ai quattro venti come i superpatrioti dell’era nuova. Accett? quindi in silenzio la taccia di antinazionale e sofferse, d?, Treves, quanto hai tu sofferto in segreto di quest’accusa che molti giovani credettero in buona fede ti toccasse, e cosa scrivesti a Turati in un bigliettino che mi consegnasti per lui prima di partire per l’esilio, per deciderlo a partire ? Scrivesti (le parole precise non le ricordo, ma il senso era questo):” Filippo, partiamo. L’Italia non ? pi? qui, sotto il tallone degli arrivisti e dei carnefici. L’Italia nostra, l’Italia proletaria, soffocata, dobbiamo farla rivivere al di l? delle frontiere e preparare il riscatto. Tu solo, Filippo, puoi impersonarla. Vieni. Ti aspetto.”

E giunto qui aveva, come Turati, con Turati, ricominciato a tessere la vecchia tela, mai consentendo alla sua nostalgia disperata di prorompere e al suo pessimismo di manifestarsi. Alla ’Libert?”, ideale e giornale, dette tutto se stesso e fece, di questo settimanale di emigrati, la pi? bella tribuna italiana. Non era mai stato ambizioso, ma in esilio il suo distacco dalle miserabili competizioni diventer? anche pi? assoluto; la unit? degli esuli Egli porr? al di sopra di tutto, pronto a ogni indulgenza pur di conciliare. Ma su un punto quest’uomo profondamente buono non sar? indulgente, non sar? conciliante: sulla concezione della politica.

L politica fu per Treves opera di poesia e di moralit?, servizio civile. Non ? lecito trafficare sugli ideali, farsi sgabello delle passioni e delle sofferenze di un popolo per salire, umiliare, per propri fini di potenza, la persona umana. Chi fa cos?, a qualunque campo appartenga, ? il nemico, contro il quale nessuna condanna ? sufficiente. Il suo antifascismo fu, per riprendere la formula di uno che il fascismo aveva conosciuto da vicino, rivolta morale.

Claudio Treves, addio. Noi, pi? giovani, ti abbiamo spesso criticato per quelle che ci sembravano le tue debolezze e le tue incertezze, e non erano che le inquietudini di uno spirito superiore che si rifiuta alle facili alternative; e ti abbiamo, lo sappiamo, anche fatto soffrire con le nostre asprezze; ma ora che ci hai lasciati, ora ti sentiamo tanto vicino e fratello d’ideali e di dolori e ti ringraziamo per l’esempio che ci lasci.”
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