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Piero Calamandrei, Il programma ancora attuale de 'Il Ponte' (1945)

5 ottobre 2006.
La fondamentale rivista per la storia etico-politica d’Italia, d’Europa, e per la sinistra socialista liberaldemocratica fu fondata nell’aprile 1945 da Piero Calamandrei, di cui ricorre quest’anno il cinquantenario della morte, su cui spesso torneremo, e fu da lui diretta fino alla morte, a settembre 1956, per centoquarantuno numeri.

Nel primo fu presentato il programma, che resta ancora attuale, ancora un fondamentale impegno:

“II nostro programma è già tutto nel titolo e nell’emblema della copertina: un ponte crollato, e tra i due tronconi delle pile rimaste in piedi una trave lanciata attraverso, per permettere agli uomini che vanno al lavoro di ricominciare a passare…In questo titolo e in questo emblema, non c’è soltanto il proposito di contribuire a ristabilire nel campo dello spirito, al di sopra della voragine scavata dal fascismo, quella continuità tra il passato e l’avvenire che porterà l’Italia a riprendere la sua collaborazione al progresso del mondo; non c’è soltanto la ricerca di archi politici che aiutino la libertà individuale a ricongiungersi colla giustizia sociale, l’autonomia delle regioni coll’unità della nazione, la coscienza della patria italiana colla grande patria umana, di cui tutti gli uomini sono cittadini. Ma c’è, soprattutto, il proposito di contribuire a ricostruire l’unità morale dopo un periodo di profonda crisi consistente essenzialmente in una crisi di disgregazione delle coscienze.”

Sono scomparse le rovine dei paesi e delle città, sono state rimosse tante rovine economiche e sociali, è nata la Repubblica, ma con una Costituzione con limiti strutturali e non applicata per decenni nei suoi aspetti rinnovatori, ma scandalose restano, anzi si sono accresciute, le ‘rovine morali’, sia quelle di più antica origine prefascista, sia quelle massicce, imponenti, scandalose fasciste, sia quelle più inquietanti e insidiose repubblicane, che corrompono sempre più il costume e incidono sui mille limiti della classe dirigente e sull’organizzazione dello Stato Repubblicano.

Calamandrei ha detto in modo particolare nell’articolo ‘Desistenza’ sul numero 10 del 1946 e sul numero del 1947 dedicato a ‘La crisi della Resistenza’ e in quello del 1952 ‘Trent’anni dopo’: “Questo generale abbassamento dei valori spirituali da cui sono nate in quest’ultimo ventennio tutte le sciagure d’Europa merita di avere anch’esso il suo nome clinico che lo isoli e lo collochi nella storia come il necessario opposto dialettico di resistenza: ‘desistenza’…Il pericolo è in noi: in questa facilità di oblio, in questo rifiuto di trarre le conseguenze logiche dell’esperienza sofferta, in questo riattaccarsi con pigra nostalgia alle comode e cieche viltà del passato…Oggi le persone benpensanti, questa classe intelligente così sprovvista di intelligenza, cambiano discorso, infastidite quando sentono parlar di antifascismo: e se qualcuno ricorda che i tedeschi non erano agnelli, fanno una smorfia di tedio, come a sentir vecchi motivi di propaganda a cui nessuno più crede. I partigiani? una forma di banditismo. I comitati di liberazione? un trucco dell'esarchia. I processi dei generali collaborazionisti si risolvono in un trionfo degli imputati. I grandi giornali si affrettano a riaprire le terze pagine alle grandi firme, care ai lettori borghesi: dieci anni fa celebravano l’impero e la guerra a fianco della grande alleata, oggi scrivono collo stesso stile requisitorie contro la pace spietata….il costume sotterraneo resta: circola, serpeggia, fermenta: alimenta altre ruberie, incoraggia altre tracotanze, suscita altre oppressioni.”
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