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Massimo D'Azeglio, L'Italia ha bisogno di senso del dovere, di carattere (1867)

13 novembre 2006.
Massimo D’Azeglio, una delle più note personalità del Risorgimento italiano, nacque a Torino nel 1798. Educatosi nel culto di Alferi, subì poi l’influsso del romanticismo lombardo.

Sposò una figlia di Alessandro Manzoni.

Fu pittore e scrittore di romanzi storici molto noti, come ‘Ettore Fieramosca’.

Liberale moderato, gradualista, legalitario, federalista. Era fortemente critico pertanto dell’assolutismo, in particolare di quello pontificio, ma anche delle società segrete, dell’estremismo politico. Confidò in Carlo Alberto, che aveva concesso lo Statuto e trasformato il Regno di Sardegna in stato costituzionale.

Da volontario partecipò alla guerra contro l’Austra nel 1848 e rimase ferito nell’eroica di fesa di Vicenza.

Divenne capo del governo del Regno di Sardegna con Vittorio Emanuele II e restò tale per quattro anni, nel difficile periodo seguito alla sconfitta contro gli austriaci, preparando il terreno alla successiva esperienza di Cavour, che fece le sue prime esperienze governative, di ministro, nel 1850, proprio sotto D’Azeglio.

Fu protagonista anche del biennio 1859-1860. Come commissario delle Romagne, favorì l’annessione al nascente Regno d’Italia che egli voleva federalista e non unitario.

La sua ultima opera ’I miei ricordi’ è una delle migliori opere memorialistiche risorgimentali. Essa apparve postuma nel 1867, l’anno successivo alla sua morte avvenuta a Torino nel 1866.

Da essa sono ripresi i contesti che si riportano, nell’edizione Rizzoli, Milano, 1965, pp.17-18.

“L’Italia da circa mezzo secolo s’agita, si travaglia per divenire un sol popolo e farsi nazione. Ha riacquistato il suo territorio in gran parte. La lotta collo straniero è portata in buon porto, ma non è questa la difficoltà maggiore.

La maggiore, la vera, quella che mantiene tutto incerto, tutto in forse è la lotta interna.

I più pericolosi nemici d’Italia non sono i Tedeschi, sono gl’Italiani.

E perché?

Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; perché pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro, perché l’Italia, come tutt’i popoli, non potrà divenir nazione, non potrà esser ordinata, ben amministrata, forte così contro lo straniero come contro i settari dell'interno, libera e di propria ragione, finché grandi e piccoli e mezzani, ognuno nella sua sfera, non faccia il suo dovere, e non lo faccia bene, od almeno il meglio che può.

Ma a fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ignorato, ci vuol forza di volontà e persuasione che il dovere si deve adempiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che, con un solo vocabolo, si chiama ‘carattere’, onde, per dirla in una parola sola, il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani, che sappiano adempiere al loro dovere; quindi che si formino alti e forti ‘caratteri’.
E purtroppo si va ogni giorno più verso il polo opposto.”
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