www.liberalsocialisti.org/ Biblioteca liberalsocialista/ Carmine Cimmino, Sulla CGL del 1943-1944 e il ruolo del PCI contro il Partito d'Azione

Carmine Cimmino, Sulla CGL del 1943-1944 e il ruolo del PCI contro il Partito d'Azione

22 novembre 2006.
Si ristampa la recensione che il compianto prof. Carmine Cimmino (fondatore della ‘Rivista Storica di Terra di Lavoro’ nel 1976 con sede a Capodrise - Caserta), fece nel numero unico 1980 del prezioso libro di Antonio Alosco, Alle radici del sindacalismo. La ricostruzione della CGL nell’Italia liberata (1943-1944), con prefazione di Giorgio Benvenuto, Sugarco Edizioni, Milano, 1979, pp.234.

“Nell’ambito degli studi sul periodo 1943/1944, che hanno segnato negli ultimi anni un indubbio progresso, sì da fuoriuscire, ormai, da ricostruzioni di comodo e da schemi manichei precostituiti, quali a volte è dato ritrovare anche in storici comunisti più aperti (1), merita una particolare segnalazione il recente contributo di Antonio Alosco, già noto per un precedente saggio sul Partito d’Azione, che ampiamente documenta la rinascita e lo sviluppo della prima organizzazione sindacale nell'Italia Liberata, la CGL (Confederazione Generale del Lavoro), fino alla sua crisi nell’agosto del 1944, come conseguenza, più che di interne contraddizioni, della volontà del P.C.I.

Va subito segnalato che l’Alosco cerca di evitare sia ogni antistorico apologismo, come anche ogni indiscriminata condanna dell’azione svolta dal gruppo dirigente della CGL (2).

Se da una parte egli ben coglie i limiti di un certo settarismo politico, che indubbiamente si manifesta (e questo accade sempre ogni volta che le masse, in particolari momenti di frattura netta col passato, compaiono direttamente sulla scena politica), come incapacità di elaborare una precisa linea di politica agraria, che consentisse al movimento di trovare diffusione anche nelle campagne, oltre che in consistenti nuclei di proletariato di fabbrica; dall’altra, sulla base di una puntuale ricostruzione, di una più attenta lettura dei documenti e di altre fonti coeve, riesce bene a dare il senso delle lotte dalla CGL promosse e dei risultati positivi indubbiamente conseguiti, pur tra mille difficoltà, come l’adeguamento dei salari e stipendi al costo della vita, l’inserimento di rappresentanti dei lavoratori democraticamente eletti negli organismi direzionali della vita delle aziende, la defascistizzazione di questi (si pensi alla lotta condotta nelle Cotoniere Meridionali, all’Alfa di Pomigliano d'Arco), l’opposizione a qualsiasi forma di regolamentazione del diritto di sciopero dall’alto (mentre, se ad essa si doveva giungere, doveva accadere per volontà spontanea delle masse).

In realtà la CGL comprende che vi è in atto un grandioso sforzo per subordinare alla produzione bellica tutto e su questo è d’accordo, purché però, su un tale piano, non venissero sacrificate esigenze essenziali delle masse lavoratrici e della società nel senso più ampio come, ad esempio, una più radicale politica di defascistizzazione (è, certo, questo un terreno di scontro con il governo particolarmente con gli Inglesi).

Il gruppo dirigente della CGL è, inoltre, mosso da un concetto di sindacato che non lo porta a teorizzare il sindacato come “longa manus” dei partiti, controllato dallo Stato, legato alla politica dei governi, ma ad evidenziare la necessità, per meglio tutelare i diritti dei lavoratori, della più completa indipendenza ed autonomia delle scelte sindacali, fino a giungere a posizioni imbevute di un certo pansidacalismo di origine sindacalista-rivoluzionaria.

La reazione del P.C.I. non si fece attendere, ma conseguì i suoi risultati solo dopo la “svolta” di Salerno, quando divenne forza di governo.

La sua tattica, che l’Alosco analizza in un apposito capitolo, è quanto mai varia (dalla calunnia alla delazione, dai colpi di mano al rimandare le soluzioni compromissorie e ai tentativi di dividere il gruppo dirigente, specie quello di estrazione comunista): l’importante era che finisse un esperimento di organizzazione sindacale che il partito non riusciva a controllare ed al quale non riusciva ad imporre la propria linea verticisticamente elaborata.
Lo scontro avviene anche sul terreno, anzi proprio da esso nasce, di un diverso modo di intendere, a parte alcune scelte di fondo, i rapporti vertici-base, la vita del sindacato e la sua funzione.

In realtà la politica liquidatoria della CGL, posta in essere dal P.C.I., mirava a colpire non solo il “dissenso” comunista, che non poteva trovare spazio in un partito di tipo stalinista e con la vita interna regolata dal centralismo democratico, ma lo stesso Partito d’Azione, che si temeva potesse estendere, tramite l’azionista Gentili e la CGL, la sua influenza al di dentro della classe operaia, e che a Napoli possedeva un gruppo dirigente altamente qualificato (Adolfo Omodeo, Francesco De Martino, Manlio Rossi Doria: ed è nota l’importanza che sia Gramsci che Togliatti attribuivano al ruolo e alla funzione degli “intellettuali”).

Bisognava frantumare tutti quei canali attraverso i quali il Partito d’Azione potesse crescere come partito di massa, con base operaia.

Lo studio dell’Alosco diventa, così, estremamente importante anche ai fini di una più realistica valutazione della funzione svolta dal P.C.I. nell’Italia Liberata.

E non è detto che i vincitori abbiano sempre ragione.

Non pochi motivi ed elementi della futura scissione del movimento operaio, avvenuta a distanza di alcuni anni e che senz’altro fece fare ad esso dei passi indietro, sono da ricercare proprio negli anni 1943/1944, quando il P.C.I. iniziò a strutturarsi come partito di massa di tipo stalinista.”

NOTE
1) Si veda ad esempio quanto scrive Paolo Spriano in ‘Storia del Partito Comunista Italiano’, Torino 1975, vol. V, particolarmente pp. 138-177, molte delle quali dedicate al tema trattato dall’Alosco.

2) Era formato da comunisti “dissenzienti” (Libero Villone, Enrico Russo, Vincenzo lorio; Vincenzo Gallo, di cui l’Alosco ci dà interessanti note biografiche); da socialisti, tra i quali lo Zvab, Nicola Di Bartolomeo, e da azionisti (Bruno Gentili, Antonio Armino).
Questo articolo è stato letto 1250 volte.