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Gli storici Furet e Richet sulla Rivoluzione Francese e il Cattolicesimo

23 dicembre 2006
Le essenziali pagine pagine che seguono sulle iniziative e sui rapporti tra Rivoluzione Francese e Cristianesimo cattolico sono riprese dal fondamentale, prezioso libro di Francois Furet e Denis Richet, La Rivoluzione Francese (I ed. 1965, Parigi, II, 1973, Parigi, I traduzione italiana, 1974, Editore Laterza, Bari-Roma, ristampato nella serie’Le Grandi Opere del Corriere della Sera’, Milano, novembre 2004, pp. 634, con preziose illustrazioni a colori soprattutto del Musée Carnavalet di Parigi, che conserva le più importanti testimonianze sulla Rivoluzione).

Francois Furet (1927-1997) è stato direttore del Centro di ricerche storiche all'Ecole Pratique des Hautes Etudes. Per le edizioni Laterza ha pubblicato "La democrazia in Europa" (con R. Dahrendorf e B. Geremek, 1992), "Critica della Rivoluzione francese" (1998) e ha curato, tra l'altro, "L'uomo romantico" (1995).
Il famoso 'Libro nero sul comunismo', apparso nel 1997, doveva avere la sua prefazione ed è dedicato alla sua memoria.

Denis Richet (1927-1989), dopo aver insegnato alla Sorbona e all'Università di Tours, è stato Directeur d'études all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. L'importante volume «De la Réforme a la Révolution - Etudes sur la France moderne» è uscito postumo (Parigi 1991). E' stato tradotto per l'editore Laterza "Lo spirito delle istituzioni" (1998).

“I possedimenti della Chiesa erano valutati circa 3 miliardi di lire, e toccò proprio ad un vescovo - vero è che si trattava di Talleyrand - di proporne la nazionalizzazione…ebbe a dire ” Il clero non è proprietario a guisa degli altri proprietari, perché i beni di cui gode, ma di cui non può disporre, non gli sono stati ceduti per soddisfare interessi personali, ma per sopperire alle sue funzioni.”...il 2 novembre 1789 l'Assemblea mette a disposizione della nazione i beni ecclesiastici, che costituiscono la parte più rilevante di quelli che d'ora in poi saranno detti beni "nazionali".
Come utilizzarli ? Col decreto del 19 dicembre 1789 si creò una Cassa dello straordinario, destinata a far fronte alle necessità della tesoreria e alla definitiva estinzione del debito mediante l'alienazione di una prima fetta di terreni del valore di 400 milioni.
In attesa della vendita, vennero emessi dei veri e propri buoni del Tesoro, all'interesse del 5% e di valore non inferiore alle 5.000 lire tornesi, corrispondenti alle somme che sarebbero risultate dall'operazione. L'assegnato era nato… L'obiettivo non era soltanto fiscale, ma soprattutto politico, e mirava a creare un folto gruppo di nuovi proprietari strettamente legati alla Rivoluzione. Venduti all'asta dalle municipalità, in lotti di valore non inferiore alle 500 lire tornesi e con ampie facilitazioni di pagamento, i beni nazionali rinsalderanno le alleanze del Terzo Stato.

…La maggior parte del clero e dei fedeli avevano sposato la causa patriottica. L'abolizione della decima decretata in agosto 1789 e la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici votata il 2 novembre non avevano gravemente compromesso i rapporti fra Chiesa e Slato, e nonostante le proteste di Sieyès e dell'abate Grégoire, la loro fedeltà alla Rivoluzione era pur sempre prioritaria.

Il 13 aprile 1790, d'altronde, lo Stato concede al clero cattolico uno stipendio che per la maggior parte dei curati rappresenta finalmente il benesssere.

... (Furono riconosciuti) i diritti civili ai protestanti (dicembre 1789) e successi vamente agli ebrei "portoghesi" del Sud-Ovest (gennaio 1790).

...Il 28 ottobre i nuovi voti monastici erano stati aggiornati; il 13 febbraio 1790 furono vietati, e le congregazioni fondate sui voti perpetui furono sciolte, ad eccezione di quelle che si dedicavano all'assistenza e all'insegnamento...(Affermò) Barnave "Per deciderne la soppressione, è sufficiente che l'esistenza dei monaci sia incompatibile con le necessità della società ".

...Il 12 luglio1790 l'Assemblea si spinge ancora più lontano.
Con la Costituzione civile del clero essa vuol dare al servizio del culto un posto che sia in armonia con l'insieme delle funzioni pubbliche.
Le diocesi vengono ridotte da 130 a 83, affinchè coincidano con i dipartimenti; curati e vescovi saranno scelti dagli "elettori" fra quegli ecclesiastici che esercitino il proprio ministero da almeno cinque anni, i primi, e gli altri da almeno quindici; stipendiati dallo Stato, dovranno tutti giurare fedeltà alla Costituzione. L'investitura spirituale non dipenderà più dal papa: essa sarà data al curato dal suo vescovo, al vescovo da un metropolita o da un altro vescovo. Il cattolicesimo resta religione di Stato.

In se stessa questa riforma era perfettamente accettabile per la Chiesa: non aveva forse subìto negli Stati di Giuseppe II dei rimaneggiamenti altrettanto brutali? Del resto, a parte la maggioranza dei vescovi che vi si opponeva per un'ostilità globale alla rivoluzione sociale, la massa del clero era dispostissima ad accettarla: e Luigi XVI, su consiglio di Champion de Cicé e di Boisgelin, controfirmò il decreto...(ma) sebbene gallicana, la Chiesa di Francia era troppo legata alla supremazia spirituale del papato romano per accettare di sanzionare una riforma priva della sua anche tacita approvazione. Nei confronti degli innovatori francesi, Pio VI nutriva soltanto una profonda antipatia. Aristocratico quale egli era, ispirato dall'ambasciatore francese - il cardinale de Bernis, che a Roma sabotava la causa del suo paese - irritato dalla questione di Avignone, Pio VI, in un concistoro segreto, aveva già condannato i princìpi della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 26 agosto 1789. Egli si pronunciò pubblicamente sulla Costituzione civile del clero solo il 10 marzo 1791 (con la Bolla "Quod aliquandum) e lo fece scagliando anatemi sia sui i principi della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino che contro una legge che "sovverte i dogmi più sacri e la più solenne disciplina".

La Costituente non perse tempo. Responsabili dell'ordine pubblico, i deputati erano ben decisi a impedire che si creasse un clima di disagio e d'incertezza che non poteva che tornar utile ai nemici della Rivoluzione; e, consci di costruire un mondo nuovo, si rifiutavano di lasciarsi ostacolare dall'antico. Il decreto del 27 novembre 1790 dette ai preti che esercitavano funzioni pubbliche due mesi di tempo per prestare il giuramento alla Costituzione, e pertanto all'inclusa Costituzione civile del clero. Si ebbe così lo scisma. Un terzo dei membri ecclesiastici dell'Assemblea accettò di prestare il giuramento nel gennaio del 1791. Ma nel resto del paese giurarono solo sette vescovi, tre dei quali in partibus. Alcuni rifiutarono più per motivi sociali che religiosi, come l'arcivescovo di Narbona, Dillon, che se ne uscì con questa spiritosa battuta: «Dio mio, se fossi stato soltanto un vescovo, avrei probabilmente ceduto come gli altri, ma sono un gentiluomo». La maggior parte, anche fra coloro che simpatizzavano con la Rivoluzione, esitava a violare i propri impegni. Quanto al basso clero, si calcola che inizialmente almeno la metà dei curati si dichiararono «costituzionali»; ma più tardi, dopo la pubblicazione dei brevi pontifici, vi furono numerose ritrattazioni. Altre fratture si i riveleranno nel prosieguo degli avvenimenti: molti preti giurati si rifiuteranno infatti di accogliere nelle proprie chiese gli «intrusi», ossia i nuovi preti ordinati da vescovi privi dell'investitura canonica. Nonostante i tentativi di pacificazione della Costituente, che nel maggio del 1791 sancirà la libertà del culto refrattario, lo scisma provocherà nella mentalità collettiva una pericolosa spaccatura; per l'opinione rivoluzionaria, il prete refrattario e chi si affida a lui diventeranno sospetti di tendenze aristocratiche e controrivoluzionarie. Nella strategia controrivoluzionaria entrano così in linea delle formidabili masse di manovra.(pp.141-147)

La più decisa lotta contro il cattolicesimo, nel successivo periodo rivoluzionario repubblicano, è così argomentata da Furet-Richet:

"Le sue giustificazioni politiche sono evidentissime: dopo il clero refrattario, compromesso nella controrivoluzione nobiliare, anche il clero costituzionale ha disertato in massa il campo rivoluzionario, sia dopo il 10 agosto 1792 (Costituzione della Comune insurrezionale di Parigi) che dopo l'esecuzione di Luigi XVI (21 gennaio 1793).

Durante l'estate del 1793 vi si sovrappongono le motivazioni economiche: la caccia all'oro provoca la rimozione delle campane e degli oggetti preziosi dalle chiese.

Ma il movimento ha radici più profonde: a differenza dei Foglianti, antiche élites legate alla religione tradizionale, le équipes della borghesia democratica, girondina o montagnarda che sia, considerano la «superstizione» col massimo disprezzo.

Prima di sciogliersi, la Legislativa ha laicizzato lo stato civile e istituito il divorzio (20 settembre 1792).

(Il 21 settembre vi sono la prima seduta della Convenzione e l'abolizione della monarchia. Il 22 settembre 1792 è proclamata la Repubblica).

Il 10 agosto 1793 è la prima festa laica della Rivoluzione, senza Te Deum né benedizione.

Il 6 ottobre, su proposta di Romme, la Convenzione sostituisce l'era cristiana con l'era rivoluzionaria: L'ANNO PRIMO DELLA LIBERTA' COMINCIA CON LA REPUBBLICA, IL 22 SETTEMBRE 1792.

Il 24 Fabre d'Eglantine ottiene l'adozione di una radicale riorganizzazione del calendario: l'anno sarà diviso in dodici mesi eguali di tre decadi ciascuno, e completato alla fine da cinque o sei giorni detti 'sanculottidi'.
La terminologia bucolica scelta dal poeta rivela una precisa intenzione anticristiana:
"I preti avevano assegnato a ciascun giorno dell'anno la commemorazione di un preteso santo; questo catalogo, privo di qualsiasi utilità o metodo, era il repertorio della menzogna, dell'inganno e della ciarlataneria."

Il quadro secolare della vita quotidiana viene così ad essere radicalmente modificato.

Questa scristianizzazione moderata, sottesa da una visione deista, per certuni non basta.
I rappresentanti in missione sollecitano localmente una politica più violenta. Nella Somme, Andè Dumont sale sul pulpito proclamando che le commedie dei preti servono a ingannare il popolo, e i servizi religiosi vengono pertanto vietati. Nello Cher, Laplanche esorta i preti a sposarsi, e, più di ogni altro, si distingue nella Nièvre l'ex oratoriano Fouché: appena giunto a Nevers, incita i preti al matrimonio; il 10 ottobre emana un decreto che vieta di celebrare il culto fuori delle chiese, ordinando di distruggerne tutti i segni esteriori (croci e calvari); all'ingresso dei cimiteri gli emblemi religiosi saranno sostituiti dall'iscrizione «la morte è un sonno eterno».
Il movimento si estende a Parigi in novembre, malgrado l'atteggiamento piuttosto freddo, almeno all'inizio, delle autorità comunali e del gruppo cordigliero... L'iniziativa nasce altrove, e precisamente, all'inizio, dai comuni dei dintorni di Corbeil, che il 16 brumaio (6 novembre) ottengono dalla Convenzione un decreto che li autorizza a sopprimere le parrocchie; poi da alcuni rivoluzionari stranieri che godono di una certa influenza negli ambienti hébertisti: Anacharsis Cloots, ex barone renano, e Pereira, portano alla sbarra della Convenzione il vescovo costituzionale di Parigi, Gobel, che abiura il 17.
Il movimento è ormai lanciato, e questa volta la Comune se ne assume la responsabilità: il 20 brumaio (10 novembre), a Notre-Dame, trasformata in tempio della Ragione, una giovane attrice dell'Opera impersona la Libertà... nelle chiese trasformate in templi della Libertà e della Ragione, le effigi dei martiri si sostituiscono a quelle dei santi." (pp.266-268)
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