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AA.VV., Napoleone e l'Italia, 1969

5 gennaio 2007.
Si è storicamente nel pieno del bicentenario del periodo napoleonico (erede nel profondo per tanti aspetti della memorabile, sempre da riprendere Rivoluzione francese), che fu e resta così decisivo nella storia d’Italia, specialmente del Mezzogiorno, ma nessuno a livello collettivo se ne ricorda e i mezzi di comunicazione di massa, a partire dalla televisione pubblica, continuano a stordire, distrarre, rendere ogni giorno di più analfabeti gli italiani con il calcio, il vaticano papista, la cucina, i quiz, il teatrino stancante della cosiddetta politica.

Noi cerchiamo di dare un piccolo contributo di conoscenza e di riflessione su quel periodo, con la segnalazione di una importante pubblicazione del 1969.

Si tratta degli atti del convegno sul tema tenutosi a Roma nei giorni 8-13 ottobre 1969, pubblicati nella Collana ’Problemi attuali di scienza e di cultura’ come ‘Quaderno n.179’, curato dall’Accademia Nazionale dei Lincei, e costituito da due volumi, editi nel 1973, stampato a Roma da G. Pardi, Tipografo dell’Accademia Nazionale dei Lincei..

I ‘Quaderni’ sono nati nel 1947 col volume collettaneo’Gli Ultravirus’. Hanno come temi ricorrenti ricordi di personalità di rilevo della cultura italiana (es. Croce, Einaudi, Calamandrei), convegni scientifici.
Per quanto riguarda temi storici sono riportati nell’indice alla fine del Tomo I il ‘Quaderno n. 57’, dedicato agli atti del convegno internazionale sul tema ’Il Risorgimento e l’Europa’, del 1964 e il Quaderno n. 62’ relativo agli atti del convegno internazionale sul tema ’L’Oriente cristiano nella storia della civiltà’ (1964).

Il tomo I riporta diligentemente il diario dei lavori e delle manifestazioni collegate.

Il convegno ha inizio nella mattinata dell’8 ottobre 1969 con le parole di apertura del presidente del convegno, Enrico Cerulli (pp.9-11), che spiega l’iniziativa lincea come contributo dell’Accademia al bicentenario della nascita di Napoleone (Aiaccio, 1769), per approfondire la grande domanda manzoniana di fronte alla morte della grande personalità storica nel 1821 (5 maggio, morte nella sperduta isola inglese di Sant’Elena) ’Fu vera gloria ?’.

I posteri, impegnati nella manzoniana ’ardua sentenza’, devono sempre più approfondire l’epoca napoleonica e le sue complesse sfaccettature.

Il convegno linceo romano si muove all’interno delle seguenti domande:
“quanta parte di quella vasta orma, che Napoleone, e con Napoleone la sua epoca e i suoi contemporanei, hanno lasciato nella storia umana, è rimasta ed è stata tramandata nel secolo e mezzo che ci separa dall’era napoleonica ?
...quanto dell’era napoleonica ha influito sulla storia e sui destini dell’Italia, del nostro Paese ?” (p.10)

La prima relazione fu tenuta da Alberto M. Ghisalberti ’L’era napoleonica ed il Risorgimento italiano’ (pp.13-24).
Sono riportati riflessioni e brani più vari, anche di campi opposti, di Felice Orsini (figlio dell’antico capitano napoleonico Giacomo Andrea), di Giacomo Durando, di Carlo Bianco Saint-Jorioz, Giovanni La Cecilia, Santorre di Santarosa, Federico Confalonieri, Massimo D’Azeglio, Cesare Balbo, di storici ottocenteschi come Cuoco, Colletta, di revisori critici della storia risorgimentale come Oriani, fino al devoto storico dell’età napoleonica, Zaghi, e tutti mettono in luce che, se vi furono delusioni nei confronti delle varie aspirazioni repubblicane, liberali, democratiche, soprattutto nazionali e se anche l’ottica di Napoleone fu sempre quella imperialistica francese, all’interno di una gestione del potere personale e cesarista, gli effetti storici di rivoluzionamento dell’epoca napoleonica furono profondi in molti campi, nella società, nella cultura, ad es. nella vita amministrativo (coi codici) e in quella militare (con le prime legioni italiane all’interno dell’esercito napoleonico).

Alcuni contesti:
“Napoleone ha preparato e facilitato la futura realizzazione dell’unità…riducendo il numero degli Stati italiani dalla diecina del 1796 ai cinque del 1810.” (p.15)

Federico Confalonieri, chiarendo a Lord Castlereagh il profondo mutamento avvenuto negli animi degli Italiani dopo la scomparsa dalla scena de “l’Uomo de’ destini” e l’avvento di un’altra dominazione straniera, sottolinea anch’egli la validità dell'esperienza napoleonica. “Non siamo più quelli di vent’anni fa; né ci è possibile di ridivenirlo se non rinunciando a delle abitudini, ed a de’ sentimenti più inviscerati e cari in una Nazione, che ha ingegno, ed energia, e passioni; che ha acquistato maggior esperienza delle cose politiche, e più ancora della Patria…Non siamo più quelli che venti anni fa godevano contenti e dormenti del paterno Governo austriaco”.
È un’Italia nuova, infatti, quella che spunta dalle rovine della catastrofe napoleonica. Pur non condotta “in qualche forma d’unità”, come nel 1753 aveva invocato l’abate Genovesi, meno frantumata di quella settecentesca, si è venuta a poco a poco abituando ad un modo di vita comune, ad adattarsi a una forma di società diversa da quella precedente. Inserita allora nella grande vita culturale europea, usciva adesso da una ben diversa esperienza di vita pratica, destinata a mutarne non solo l’aspetto, ma lo spirito. Il giorno in cui cittadini degli antichi Stati italiani vengono chiamati alle magistrature, agli uffici, ai lavori, agli affari nell’ambiente dell’Italia napoleonica viene dato di fatto l’avvio ad una unione di spiriti che non era esistita in passato, se non nelle esaltazioni retoriche e nel desiderio inappagato di molti, unione che costituisce il preludio ad altra diversa. Il tema più volte affrontato dell’importanza avuta, agli effetti della diffusione dell’idea italiana, dal trovarsi cittadini della penisola a combattere insieme sotto la bandiera dell’impero, o sotto quelle dei due regni italiani, non ha bisogno di nuove dimostrazioni…Alla scuola del dominatore hanno appreso a servirsi delle armi anche per il proprio paese e non senza onore. La gloria di Malojaroslavets (1) è gloria italiana: sono i resti degli eserciti dei due regni che hanno salvato quelli dell’impero. (p.19)
(Nota del curatore di questa sintesi
“Malojaroslavetz, cittadina della Russia, a sud-ovest di Mosca, che ha ora circa 15.000 abitanti. E’ un importante nodo stradale presso il fiume Luza. Nel corso della campagna di Russia di Napoleone, le truppe francesi in ritirata da Mosca verso ovest vi sostennero il 24 ottobre 1812 aspri combattimenti contro superiori forze russe, che cercavano di aggirare e tagliare fuori i reparti alla testa della colonna principale. Nel corso della battaglia per il possesso di Malojaroslavetz, che durò tutta la giornata, fu impegnato il IV corpo d’armata del viceré d'Italia Eugenio di Beauharnais, composto in gran maggioranza da soldati italiani che si distinsero particolarmente, perdendo 4.000 uomini tra morti e feriti. Alla fine i Russi (che persero 6.000 uomini circa) ripiegarono verso est per unirsi al grosso delle proprie forze, permettendo ai Francesi di proseguire la ritirata.”(dall’Enciclopedia Rizzoli-Larousse 2000)

Dice Oriani nel suo noto volume ’La lotta politica in Italia. Origini della lotta attuale’, Bologna, 1956, “Una bufera di vent’anni, squassando tutti gli spiriti, vi aveva deposto germi di nuove idee; l’arcadia del secolo anteriore era già lontana quanto la scolastica di San Tommaso. Un altro uomo è nato in Italia col cittadino. La patria non era più in nessuno di quei piccoli stati; si sentiva, si discorreva involontariamente d’Italia.” (p.236)

L’impossibile Restaurazione con la compressione delle istanze nazionali, liberaldemocratiche fece rinascere una leggenda di Napoleone relegato nella sperduta isola di Sant’Elena come il Prometeo incatenato e il simbolo di quei valori che pur non aveva direttamente promosso.

Carlo Zaghi nel suo importante volume ’Napoleone e l’Europa’, Napoli, 1969, ha scritto”quali che siano gli errori, le involuzioni e le contraddizioni della sua politica, egli (Napoleone) getta un ponte sul quale camminerà tutta la storia del Risorgimento italiano, nel suo processo ideologico, politico, sociale, civile e culturale, col suo carico di delusioni e di speranza.” (p.469-470)

La seconda relazione della mattinata è del prof. Franco Valsecchi, molto stimolante, poichè si apre con l’ottica del fronte italiano da parte del Direttorio, che lo vedeva secondario nei confronti di quello del Reno, dove c’erano Prussica e Austria (e dietro la Russia), e si giocavano le carte delle frontiere naturali. Napoleone ne fece il invece il fronte principale, nel momento in cui le armate francesi erano ferme sul Reno. E nasce in Italia anche un nuovo tipo di rapporto tra potere politico e politico militare, più autonomo.

L’Italia è rivoluzionata, ma nella politica di Napoleone, in rapporto dialettico con il Direttorio, entrano anche antiche, profonde linee di politica estera francese, come il disarmo piemontese, il dominio anti-inglese dei porti di Genova, Livorno, la spregiudicata diplomazia per raggiungere la frontiera del Reno, cedendo Venezia all’Austria.

Questo intreccio di antico e nuovo, con un richiamo anche alle tradizioni imperiali di Carlomagno e più dietro degli imperatori romani, e più dietro di Cesare, entra nell’immaginario di Napoleone anche per gli anni e per le decisioni future.

L’Italia, che è stata la base della sua fortuna, sarà sempre al centro del suo disegno politico e Roma sarà vista come la città sorella di Parigi e il figlio sarà chiamato re di Roma, con una prospettiva anche di unificazione nazionale, con lo spostamento di Eugenio di Beauharnais e di Murat altrove.

Ma egli non fa bene i conti con la potenza inglese, la forza russa, l’esplosione delle istanze nazionali e liberali, che hanno nella insurrezione spagnola e nelle società segrete le loro forme di espressione.

Tutto crolla del suo disegno imperiale, ma profonde restano i rivoluzionamenti prodotti ed egli veramente, come dice a conclusione del suo intervento Valsecchi ”vive nella memoria degli italiani come uno degli artefici della loro storia.”(p.37)

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