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Pietro Bolognesi, Ricordo del prof. Leone Bortone, antifascista, azionista, liberalsocialista


4 febbraio 2007.
Si ristampa per dovere di memoria etico-politica il ricordo scritto dal compianto dott. Pietro Bolognesi, immaturamente scomparso, militante socialista, poi del Movimento d’Azione Giustizia e Libertà, fondatore del Partito d’Azione Liberalsocialista (si veda la foto nella sezione ‘Statuto’), dedicato al grande antifascista, azionista, liberalsocialista prof. Leone Bortone, suo maestro intellettuale e politico, che il Partito d’Azione Liberalsocialista ricorda e ricorderà sempre come una dei suoi più nodali ispiratori e testimoni di fedeltà ideale, di serietà, di integrità, additandolo come esempio ai cittadini e ai sinceri compagni, in particolare alle nuove generazioni.

L’Italia non è stato e non è solo il tragico, amaro paese catto-fascista-comunista, che spesso ha imperversato e imperversa, delle mafie e delle camorre, dei trasformisti, dei traditori e dei mascherati, dei volgari egoisti, ma anche il caro paese di uomini profondi e seri, che hanno saputo onorare se stessi anzitutto e la loro Patria.

Lo scritto di Pietro Bolognesi fu steso l’anno dopo la morte del prof. Leone Bortone e costituì, come egli ricorda nella nota,“la relazione di base al Convegno con cui l’Università Popolare ‘Castel Sant’Angelo per l’educazione permanente’ commemorò, a un anno dalla morte, avvenuta il 22 maggio 1996, Leone Bortone che all'Università stessa aveva da anni dedicato molte delle sue energie ed era improvvisamente mancato mentre vi teneva lezione.”

Lo scritto fu poi pubblicato dalla rivista ’Scuola e Città’ (fondata da Ernesto Codignola), diretta da Maria Corda Costa, Giunio Luzzatto, Aldo Visalberghi, edita da ‘La Nuova Italia’, Scandicci Firenze, nel numero di agosto 1997, pp. 357-361.

“Ad un anno dalla sua scomparsa, è con viva commozione che mi appresto a ricordare la figura e l’opera di Leone Bortone. Egli è stato per me carissimo amico, maestro di vita, compagno di ideali, esempio di onestà intellettuale e rigore morale.

Prima dai banchi di scuola, come mio insegnante di Storia e Filosofia, poi attraverso una lunga ed assidua frequentazione, mi ha insegnato a credere e battermi per la libertà e la dignità dell’uomo, la giustizia sociale, il dialogo e la reciproca tolleranza, contro ogni forma di fanatismo e di dogmatismo.

Mi ha insegnato che va ricercata sempre con rigore e passione la verità al di fuori di ogni compromesso, ma con grande intransigenza morale. Mi ha insegnato che è necessario conoscere il passato per comprendere il presente e proiettarsi verso il futuro.

FORMAZIONE ANTIFASCISTA

L’atto di nascita della coscienza civile di Bortone va ricondotto allo sforzo che dovette fare per diventare antifascista. La scuola, che frequentava a Siena, non riusciva a dare una consapevolezza critica, non insegnava a conoscere sé stessi, né gli altri, né il mondo. L’astratto umanesimo italiano, nella versione autoritaria gentiliana, insegnava solo a sapere delle nozioni, non a pensare, a giudicare, a rendersi conto; anzi allontanava dalle cose, frapponeva tra gli studenti e la realtà le presunzioni di una mezza cultura fatta di dannunzianesimo, di nazionalismo, ma anche di qualunquismo, di conformismo, di bigotteria, cioè dei miti e dei vizi della piccola borghesia della provincia di allora.

Iscriversi all’Università significava allora trovarsi automaticamente iscritti al GUF. Atteggiandosi a rivoluzione, il fascismo sembrava accogliere il desiderio di ribellione alla tradizione e di rivolta contro i padri, tipici dei giovani. Era facile quindi cadere nell'inganno.

L’antifascismo di Bortone nacque tra il ‘35 e il ‘36 da una rivolta morale suggerita dagli avvenimenti, dalle imposizioni, dalle chiusure, che si trasformò poi, attraverso approfondimenti critici, in coscienza politica. I testi appassionatamente letti e meditati allora furono, come per molti della sua generazione, la ‘Storia d’Italia’, la ‘Storia d’Europa’ e la ‘Storia come Pensiero e come Azione’ di Benedetto Croce, e la ‘Concezione materialistica della storia’ di A. Labriola, che gli consentì di entrare in contatto con il pensiero marxista.
Le lettere di Dino Garrone, un giovane letterato morto a Parigi, gli consentirono di pervenire alla lettura di Gobetti. Finalmente un vero maestro di vita in grado di dare l’esempio, di proporre un modello.

L’antifascismo fu dapprima un severo giudizio su tutto quanto circondava i giovani di allora, una demistificazione generale della realtà. Così si cominiciò a scoprire l’Italia vera e reale che stava sotto i gagliardetti e i miti, a scoprire la sua storia, e specialmente la sua antistoria con le sue arretratezze e le sue miserie, e ciò con un gusto per l’antiretorica e l’antieroismo che si trasformavano talvolta, superato l’aspetto moralistico, in giudizio critico. Giovò in quegli anni la collaborazione del gruppo universitario al settimanale della federazione fascista, che fu la via, insieme ai littoriali della cultura, attraverso cui si manifestò il malumore e la ribellione giovanile contro il regime.
Ma il tentativo di operare dall’interno era destinato al fallimento, tanto che le critiche espresse nel suddetto settimanale fecero intervenire l’organo di Farinacci, e il giornale fu messo a tacere da un telegramma del Segretario del GUF.

Con il razzismo, con l’alleanza con la Germania nazista, il fascismo scoprì sempre meglio la sua natura di barbarie moderna, di crisi dell’uomo e l’antifascismo si diffuse in cerchie sempre più vaste.

Per essere italiani seri bisognava essere antifascisti. Così erano poste le premesse della Resistenza.

IL LIBERALSOCIALISMO, IL SOCIALISMO LIBERALE, IL PARTITO D’AZIONE

In questi anni Bortone entrò in contatto col liberalsocialismo. In particolare nel '37 si formò a Siena un nucleo iniziale del movimento liberalsocialista formato da Bortone, Delle Piane, Gandin e Sebastiani con l’intento di fare qualcosa contro il fascismo.

La dottrina liberalsocialista formatasi in Italia ad opera di Calogero e Capitini, indipendentemente dal movimento rosselliano di ‘Giustizia e Libertà’, era giunta a conclusioni analoghe, ovvero alla necessità di conciliare liberalismo e socialismo.

Ma vi era una fondamentale differenza di impostazione tra i due movimenti: mentre Carolo Rosselli, partendo da una posizione socialista, aveva criticato la concezione totalitaria del marxismo e posto in primo piano le esigenze della libertà, i liberalsocialisti muovevano dal liberalismo crociano per integrarlo con le istanze socialiste della giustizia sociale e dell’uguaglianza.

Si trattava insomma di superare la contrapposizione di libertà individuale e giustizia sociale, con il riconoscimento che la giustizia sociale è condizione della libertà individuale, e quindi queste sono sotto l’aspetto politico una cosa sola, e che perciò i diritti individuali vanno allargati dal campo politico a quello economico e sociale.

Partendo dalla nota critica di Croce all’ircocervo liberalsocialista, Calogero sosteneva che la libertà per se stessa non è un valore se non è distribuita giustamente, onde non la libertà è il sommo valore, ma la giusta libertà.
Il liberalsocialismo muoveva dalla considerazione che il liberalismo nella forma conservatrice in cui s'era espresso, appariva superato e anacronistico, e il socialismo nella sua manifestazione storica, il comunismo sovietico, aveva mostrato le radici illiberali dell'ideologia marxista. Di qui l’esigenza di una terza via che portasse all'incontro tra le due ideologie contrapposte che non si erano mai incontrate, ma che erano destinate ad incontrarsi.

Se per Rosselli il socialismo doveva essere considerato il naturale e conseguente sviluppo del liberalismo, per Calogero Liberalismo e Socialismo sono specificazioni parallele di un unico principio etico.
Anche per Capitini, come per Calogero, si tratta di superare le due ideologie dominanti alla ricerca di una terza via, ma attraverso un’interpretazione non pratico-politica, ma etico-religiosa e profetica della storia, che conducesse verso una nuova socialità (e con Calogero e Capitini Bortone mantenne fino alla morte un’attivo collegamento).

Bortone, nel ‘42, aderì al Partito d'Azione, che nacque appunto dalla confluenza di tre tendenze politiche: quella liberalsocialista, di cui egli, come si è detto, faceva parte, quella di ‘Giustizia e Libertà’, ispirata al socialismo liberale rosselliano, animata da una forte carica di volontarismo rivoluzionario, quella liberale e democratica, che faceva capo a Parri e La Malfa, e che risentiva delle influenze della cultura economica anglosassone e del New Deal Rooseveltiano, e che intendeva formare un partito democratico, fondato sui ceti medi su una base moderna e efficientistica.

Le due anime del partito quella socialista rappresentata da Lussu e quella democratica impersonata da La Malfa esprimevano esigenze contrastanti: eresia socialista o partito democratico, forza di opposizione o di governo, rivoluzione democratica fondata su poteri autonomi sorti dal basso, o riformismo istituzionale realizzato nell'ambito del governo e dei poteri istituzionali ?

Il contrasto tra queste due tendenze, doveva poi condurre alla scissione del Partito d'Azione nel congresso di febbraio '46.

A causa della sua partecipazione alla lotta clandestina, Bortone venne arrestato nel ‘43, e rimase per vari mesi nel carcere romano di ‘Regina Coeli’, fino alla liberazione di tutti i detenuti politici il 25 luglio 1943.

Durante la Resistenza fu partigiano nel senese. Negli anni ‘44 e ‘45 fu prima redattore a Roma, poi redattore capo a Milano di “Italia Libera”, organo del Partito d'Azione, diretto da Leo Valiani.

Nel ‘45 curò con Aldo Garosci la prima edizione in Italia di ‘Socialismo Liberale’ di Rosselli, uscito a Parigi in francese nel 1930.

PIERO GOBETTI

Nel ‘47 sul ‘Il Ponte’ di Calamandrei Bortone pubblicò un articolo su ’Piero Gobetti e la rivoluzione liberale’ che è uno dei primi saggi pubblicati in Italia su Gobetti.

Nel volume ‘Rivoluzione Liberale’, del 1924, Gobetti perveniva ad una recisa condanna del liberalismo italiano, in quanto questo rifletteva il pensiero dei moderati, ne esprimeva la politica immobilistica, parlava di interessi generali solo per difendere i propri interessi conservatori.

Per Gobetti, la grande rivoluzione immanentista e liberale, che ha generato la storia moderna in tutta Europa, non si era compiuta in Italia, per la mancanza di una riforma religiosa e l’insufficienza di una classe media.

L’erede naturale della funzione liberale esercitata fino ad allora in modo incompiuto e in senso conservatore dalla borghesia è per Gobetti il movimento operaio e contadino, che deve raccogliere il compito storico di iniziativa e autonomia politca e che sarà portatore delle nuove esigenze popolari, rivoluzionarie nella loro intransigenza, aliene da ogni riformismo, nella cui natura di compromesso, Gobetti vedeva una delle piaghe del carattere italiano.

La nuova classe dirigente, espressione della nuova rivoluzione democratica e liberale, dovrà essere tratta dai quadri operai educati alla libera e autonoma lotta politica, manifestazione di una aristocrazia politica antiborghese e antiburocratica che guidi il movimento sorto dal basso, e renda così possibile al popolo aderire allo Stato, tramite l’impulso autonomo che dal basso si farà organismo.

Del resto, proprio nel movimento torinese dei Consigli di Fabbrica del gramsciano «Ordine Nuovo» Gobetti aveva avvertito la ripresa del movimento rivoluzionario democratico e liberale, interrotto nel Risorgimento, che finalmente penetrava nelle masse popolari.

Ma questo compito era minacciato dall'avanzata del fascismo. Questo era per Gobetti un fenomeno tipicamente italiano, «l'autobiografia della nazione», sintesi di tutti i nostri mali storici, maturati in quella rivoluzione fallita che fu per lui il Risorgimento: retorica, trasformismo, cortigianeria, demagogia, assenza del popolo dalla vita dello Stato.

La lezione di Gobetti, che Bortone colse e fece propria per tutta la vita, sta soprattutto nell’accento ideale della sua opera, nella sua ferma intransigenza contro ogni compromesso, nella tensione morale che lo ispirò. Per dirla con Gobetti, «l'onestà consiste nell'avere idee e crederci e farne centro e scopo di sé stesso».

Dopo la fine della guerra, la dissoluzione del Partito d'Azione coincise con il tramonto delle grandi speranze di rinnovamento che avevano accompagnato il dopoguerra: Bortone amava raccontare che, esprimendo a Parri la sua delusione per il mancato rinnovamento e trasformazione del paese (come era nei propositi azionisti) e per il ritorno a una tendenza spegnitrice e normalizzatrice, premessa di una futura politica conservatrice, Parri gli rispose: «nessuna sconfitta giustifica la resa» e questo fu un insegnamento e una regola che egli si impose per tutta la vita.

Scioltosi il Partito d'Azione, si verificò una frammentazione dell’Azionismo nelle varie correnti della sinistra italiana, fecondando ognuna di esse con il rigore morale, l’altezza intellettuale, la fede laica che l’animava. Bortone confluì nel PSI.

Ma egli, come molti azionisti, abbandonò la politica attiva e si dedicò per più di 20 anni alla propria attività professionale, quella di insegnante di storia e filosofia nei licei, svolgendola tra l’altro nei licei classici ‘Tasso’ e al ‘Giulio Cesare’ di Roma.

UNITA’ POPOLARE

Ma nel '53 Bortone ritornò alla politica attiva, partecipando all’esperienza di ‘Unità Popolare’, risposta di «mille irriducibili piagnoni», come li chiamò poi Bortone, al tentativo di democristiani e socialdemocratici, di far passare in Parlamento la legge maggioritaria, passata alla storia col nome di ‘legge truffa’. Questo consentiva ai due suddetti partiti, apparentati, nel caso riportassero il 50,01% dei voti, di aumentare i loro seggi parlamentari del 25-30%. Si trattava di un espediente elettorale, manifestazione del trasformismo italiano, volto a mistificare la lotta politica, preparando il terreno per trasformare il governo democristiano in un regime di tipo salazariano.

Le elezioni del '53 assunsero l’aspetto di un referendum popolare ‘pro o contro la legge truffa’.

‘Unità Popolare’ era composta prevalentemente da reduci del disciolto Partito d’Azione, non disposti a subire la realtà conservatrice e conformista del proprio paese, riaffermando la propria tenace eresia, convinti con Gobetti che «fuori della lotta politica manca il criterio del rinnovamento etico».

Questa battaglia, in cui Bortone fu anche candidato alle elezioni, raggiunse una decisiva vittoria politica, in quanto i voti di ‘Unità Popolare’ furono determinanti per il mancato scatto della legge truffa.

L’INSEGNAMENTO

Conclusasi l'esperienza di ‘Unità Popolare’, Bortone tornò all’insegnamento.

Esso era improntato alla socratica filosofia del dialogo.

Per Bortone, come per Calogero, non esiste verità che possa essere imposta ad altri come indiscutibile; l’unico principio valido è quello che stabilisce la possibilità e il dovere di una continua e incessante ricerca comune del vero.

Il suo scopo era un richiamo all’interiorità e un risveglio delle coscienze, per aprire le menti dei giovani. Il sistema educativo e scolastico sperava allora generalmente in condizioni di deplorevole arretratezza, fondato com'era sull’impostazione mnemonica e catechistica dell'insegnamento, sul mito della cultura generale ed enciclopedica, sul numero degli esami, sull’obbligo delle interrogazioni, sullo studio nominalistico della storia.

In questa situazione erano assai scarse le occasioni di sviluppo accordate agli interessi degli studenti.
Bortone, convinto crocianamente che la storia è sempre storia contemporanea, che muove sempre cioè da interessi attuali, favoriva le sollecitazioni e gli stimoli spontanei degli allievi.

LE OPERE

Contestualmente all’insegnamento svolgeva un'intensa attività pubblicistica collaborando al ‘Il Ponte’ di Calamandrei, all’ Osservatore Politico Letterario’, a ‘Cultura e Scuola’ e curando diverse voci nell’ Enciclopedia Italiana (ad es. Gobetti), e nell’Enciclopedia Curcio.
Curò inoltre importanti volumi antologici e una mostra su Salvemini, di cui diremo qui di seguito.

a. ‘L’Utopia’
Nel '57 pubblicò ‘L'Utopia’, un’antologia delle opere di Moro, Campanella, Bacone: ‘L’Utopia’ di T. Moro, la ‘Città del Sole’ di Campanella, la ‘Nuova Atlantide’ di Bacone.
Tali opere erano la descrizione di uno Stato Ideale, {cioè non ancora esistente in nessun luogo) con istituzioni migliori di quelle esistenti nella realtà, ispirate a ideali arditamente avveniristici.

L’aspirazione ad una società ideale in cui siano sanate contraddizioni e ingiustizie della società risalgono alla ‘Repubblica’ di Platone, ma Campanella procede ben oltre verso una concreta eguaglianza sociale.
Così l’utopia, nel senso proprio del termine, nasce col mondo moderno; quando col Rinascimento la posizione dell’uomo muta radicalmente nel suo rapporto con la natura e la società, ed egli diviene 'copula mundi', il centro dell’universo; quando cade la concezione trascendente del Medio Evo e si afferma il dominio della ragione umana.

Come può criticare il passato, così la ragione può tracciare il disegno della società futura. Se si riconosce a tutti gli uomini la presenza di diritti naturali, essi sono per natura uguali, e quindi va loro garantita nella società anche un'uguaglianza sociale ed economica.
Ma il progetto di uno stato ideale viene trasferito in isole remote o in paesi immaginari, dunque in un’entità metastorica, in cui non è possibile prospettare soluzioni, se non astratte, e al di fuori della realtà storica.
Quindi l’utopia è l'annuncio di una trasformazione, non ancora il suo inverarsi nella realtà.

Tuttavia Moro, con la sua proposta di giustizia sociale e tolleranza religiosa, Campanella con il progetto di una società fondata sulla ragione e dominata dal sapere, Bacone con l'intuizione di una scienza che trasformi la natura per porla al servizio dell'uomo, prefigurarono orientamenti della futura civiltà europea.

b. Storia d’Italia
Nel ‘65 Bortone collaborò alla ‘Storia d'Italia’, coordinata da Nino Valeri per l’editrice UTET, pubblicando i saggi ‘La cultura politica dell'Italia Unita’ e ‘Le strutture dello Stato Unitario’ nel IV Volume dell’opera.

La ‘Storia d’Italia’ UTET è un’opera collettanea di vasto respiro, che prende le mosse dall'Alto Medio Evo per giungere alla proclamazione della Repubblica del '48.
Dovuta a collaboratori di grande apertura democratica, si proponeva di ripercorrere precedenti remoti e recenti del nostro attuale assetto politico e sociale senza veli ed in modo impietoso, e i contributi di Bortone rimangono esemplari al riguardo.

c. Mostra Salvemini
Nel 1969, Bortone realizzò, insieme a E. Tagliacozzo, e L. Mercuri, una mostra storico- documentaria e fotografica su Gaetano Salvemini, che era stata ideata da Ernesto Rossi.

Gaetano Salvemini fu per lui, come per tre generazioni di italiani, maestro di democrazia; alla sua opera di impegno civile ed educazione politica svolta dal settimanale «L'Unità» da lui diretto, si formarono uomini come Gramsci, Gobetti, Ernesto Rossi, i fratelli Rosselli.

Egli propugnava una politica di riforme possibili, concrete, realizzabili, ispirate al suo noto problemismo, fatto di empirismo e alieno da ogni astrazione ideologica. L’insegnamento della storia era per lui insostituibile strumento di libera educazione civile.
Sempre impegnato al servizio della verità, con una rigida morale tipicamente kantiana (fa quel che devi, avvenga quel che può) difese la libertà in ogni occasione senza considerare i rischi e sacrifici personali.

d. Il Socialismo Utopistico
Nel ‘72 Bortone pubblicò ‘Il Socialismo Utopistico’, un'antologia degli scritti degli utopisti socialisti, in particolare Owen, Saint-Simon, Fourier, Proudhon.

Il suo interesse per il socialismo utopistico era determinato dalla contraddizione tra l’esigenza del socialismo, e le speranze che questo aveva suscitato, e le delusioni e i fallimenti che avevano procurato le sue storiche realizzazioni.

Di qui un rinnovato interesse per le origini utopistiche dei socialismo, per la nuova organizzazione sociale che progetta, per i nuovi rapporti umani che disegna, per la carica libertaria che lo anima.

Il richiamo alla fantasia e all’immaginazione nel disegnare l'utopia socialista, da quella tecnocratica di Saint-Simon a quella libertaria di Proudhon, dal filantropismo illuminato di Owen, a quell’alleanza del meraviglioso con l’aritmetica che troviamo in Fourier, ci possono offrire nuove possibilità e aprire nuovi orizzonti per costruire la società di domani.

e. Le interpretazioni del Risorgimento
Nel ‘74 Bortone pubblicò ‘Le interpretazioni del Risorgimento’, antologia storiografica del Risorgimento.

Dopo l'unità d’Italia ogni generazione ha fatto i conti col Risorgimento, dandone una propria interpretazione storica, che era espressione degli orientamenti politici e ideologici predominanti in quella fase storica. Ad ogni svolta storica cambiava insomma l’ottica della interpretazione. Il testo di Bortone è nella sua prima parte una storia delle interpretazioni storiografiche, collegata appunto alle vicende storico-politiche e agli orientamenti ideologici del momento; nella seconda parte è un’antologia delle interpretazioni del Risorgimento attraverso le pagine degli storici succedutisi nel tempo.

f. Un cinquantennio di rivolgimenti mondiali
Nel ‘76 Bortone, ha completato, dopo la morte dell'autore, il 2° volume (Dalla guerra di Hitler alla Resistenza competitiva 1936-76) di ‘Un cinquantennio di rivolgimenti mondiali’ di Luigi Salvatorelli; egli vi ha aggiunto le pagine dalla guerra del Vietnam alla morte di Mao, con assoluta fedeltà all'ispirazione di Salvatorelli e attraverso un lucido razionalismo storiografico: conoscere prima di giudicare e inquadrare i fatti in una prospettiva organica, mai manichea e faziosa.

Negli anni ‘70 Bortone è stato poi segretario generale dell’Istituto Romano per la Storia d'Italia dal fascismo alla Resistenza.

Dall’inizio degli anni ‘80 ha svolto un ruolo determinante, sia come coordinatore che come docente, dell’Università Popolare ‘Castel S. Angelo per l’educazione permanente’.

MOVIMENTO D’AZIONE GIUSTIZIA E LIBERTA’

Nel ‘93 Bortone ritornò all'impegno politico attivo, che sentì come un imperativo etico in un momento di grave crisi della vita nazionale, col neo-fascismo legittimato e inserito nel governo nazionale, e con il potere di fatto conquistato da un apparato affaristico.

Egli sentì l’esigenza di alzare di nuovo la bandiera del liberalsocialismo, del socialismo liberale di Rosselli e dell’azionismo, cioè di una tradizione di impegno civile e di rigore intellettuale e morale, che vedeva nella politica la dedizione disinteressata alla cosa pubblica.

Si trattava dunque di recuperare e attualizzare il patrimonio di elaborazione culturale e programmatica, espresso, in una continuità d'ispirazione ideale, da Gobetti ai Fratelli Rosselli, da Salvemini a E. Rossi, da Parri a Calamandrei, da La Malfa a Lombardi, a Codignola, per aggregare le forze laiche e socialiste in una formazione di impronta riformatrice, di respiro europeo, ispirata ai valori di una tradizione di rigore etico e impegno ideale.

A tale scopo promuove, insieme ad altri ex azionisti (es. Vittorio Gabrieli, Giorgio Parri), la fondazione del ‘Movimento d’Azione Giustizia e Libertà’, di cui diviene vice-presidente, insieme ad Aldo Visalberghi, e la cui presidenza viene affidata ad una figura eroica e prestigiosa dell'antifascismo e dell’azionismo, Aldo Garosci, compagno di Rosselli in Aragona, a difesa della rivoluzione spagnola. (Vedi la foto della fondazione del ‘Movimento d’Azione Giustizia e Libertà’, a Roma, il 29 dicembre 1993, in Casa Garosci, nella sezione di questo sito ’I precedenti’).

Egli profonde tutto il suo impegno e le sue energie nel nuovo impegno politico.

Cura il primo numero, in attesa di autorizzazione, di ‘Giustizia e Libertà’, periodico del movimento che riprendeva la testata del periodico fondato a Parigi da C. Rosselli nel '34, e ne manteneva le motivazioni da lui formulate (‘Movimento d’azione per una sinistra unita, laica, federalista, liberalsocialista e un nuovo umanesimo’).

Fu responsabile inoltre, insieme ad Aldo Garosci, Aldo Visalberghi, Nicola Terracciano, segretario del Movimento, della collana di studi e testi GL ‘Giustizia e Libertà’, che ripubblicò nel 1996 in II edizione l’antologia ‘Liberalismo Socialista e Socialismo Liberale’ di Carlo Rosselli, curata dal Terracciano, presso gli editori Galzerano Editore (Casalvelino Scalo, Salerno) e ‘Qualecultura, Vibo Valentia.

Contemporaneamente Bortone continuava a svolgere la sua attività didattica all'Università per l'Educazione Permanente.

Il 22 Maggio 1996 svolgeva una lezione su ‘Storiografia ufficiale e revisionismo storiografico’, l’ultima del suo corso sulla storiografia contemporanea, quando, nel corso della lezione, veniva improvvisamente a mancare.

Egli moriva, come era sempre vissuto, in piedi, combattendo da antifascista e da intellettuale, per i valori in cui credeva.

A lui si addice l’epitaffio che I. Kant volle fosse scritto sulla sua tomba: ‘il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me’.


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