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Gaetano Salvemini, Che cosa è la cultura (1908)

Ristampa 21 marzo 2007.
Che cos'è la cultura (1908)
I
Quel filosofo del Rinascimento, il quale ha detto che la cultura consiste nel “conoscere tutto di una cosa sola e qualche cosa di tutto” ha affermato una grande verità, ed ha nello stesso tempo formulato un pericolosissimo errore.

Ha detto una grande verità, perché l’uomo il quale conosce tutto di una sola cosa senza saper nulla di tutte le altre, colui, che oggi siamo soliti chiamare “lo specialista”, non può essere in alcun modo considerato come uomo colto.

Circoscrivendo eccessivamente la propria attività intellettuale, inaridendo a poco a poco in sé ogni curiosità estranea al piccolo cerchio dei suoi pensieri, lo specialista si sequestra dal mondo, si addormenta in una specie di sonnambulismo professionale: finisce col perdere anche ogni contatto di simpatia coi suoi simili. La dottrina si accumula a scapito della vera cultura. Lo specialista, in questi casi, uccide l'uomo.

In generale lo specialismo è ritenuto malattia professionale di coloro soli che si dedicano alla scienza pura: e più specialmente dei professori. E certo questa deformazione psicologica è assai comune fra quelli che vivono per la scienza e per l'insegnamento.

Ma essa è assai diffusa in tutti i gruppi sociali. Il banchiere che vive assorto nell'unica preoccupazione della ricchezza, e, senza badare né a destra né a sinistra, accumula affari su affari, e denaro su denaro, distruggendo in sé ogni vita interiore; il magistrato, che concentra tutto lo spirito umano nel codice di procedura, e guarda con occhio vitreo l'infinito turbinio di miserie che la vita gli porta dinanzi, non preoccupato di altro che di classificarle e colpirle meccanicamente, conforme agli articoli della legge; l'ingegnere, il quale non vede intorno a sé che macchine da costruire, formule da applicare, attriti da vincere, e non pensa che dietro alle macchine ci sono uomini che sentono e pensano e soffrono, e che non gli uomini sono fatti per le macchine, ma le macchine devono servire gli uomini; il militare, che nella vita di caserma si avvezza a concepire tutto il mondo come una caserma, e porta l'abitudine del comando indiscusso e il bisogno della obbedienza immediata anche dove quell'abitudine e quel bisogno sarebbero fuori posto e pericolose: costoro sono anch'essi né più né meno che specialisti unilaterali, nei quali è avvenuta una deformazione psicologica analoga a quella che comunemente si attribuisce ai soli scienziati.

E appunto ad evitare i danni grandi e piccoli, che produce nella vita del pensiero e nella vita pratica l'eccessivo restringersi del raggio intellettuale, è necessario, oltre alla cultura professionale e speciale — sapere cioè tutto di una cosa sola — un largo e molteplice corredo di informazioni di tutti i generi — sapere cioè qualcosa di tutto —, al cui acquisto dobbiamo essere condotti dal desiderio, libero disinteressato umano, di coltivare il nostro spirito, di estendere il campo delle nostre conoscenze, di vivere, oltre la vita nostra, la vita dei nostri simili.

E quest'insieme di nozioni non strettamente professionali, le quali non hanno nessuna funzione utilitaria nella vita, le quali hanno un ufficio diciamo cosi, ornamentale; quest'insieme di nozioni noi lo chiamiamo per lo più ‘cultura generale’. E qualche volta lo chiamiamo senz'altro “cultura”, quasi per indicare che la cultura vera non consiste in quel nucleo di nozioni dai confini relativamente precisi e circoscritti, che ci occorrono nella nostra speciale professione, ma comincia appunto dove finisce l'utilità professionale.

Per un contadino, il semplice saper leggere e scrivere è cultura. Per lo scienziato il saper leggere e scrivere è nulla: la cultura incomincia infinitamente più in là. Quelle che nel medico sono nozioni professionali e non costituiscono cultura, diventano cultura non appena si trovano nel patrimonio intellettuale di un avvocato. E viceversa, le conoscenze giuridiche, le quali costituiscono cultura pel medico, non rappresentano, fuori della professione, nessuna superiorità e nessuna forza per l'avvocato.

La cultura, insomma, è il superfluo indispensabile; è — come diceva un professore tedesco assorbito tutto nello studio della sua specialità — "il lusso che si può permettere la mia signora"; è l'insieme di tutte quelle conoscenze che non servono a nulla, ma di cui non è lecito fare a meno.

Viceversa, quest'insieme di informazioni ornamentali "che non servono a nulla," finiscono davvero col non servire a nulla, se non sono organicamente raccolte intorno a quel nucleo più denso di dottrina speciale e professionale, che è la proprietà, dirò cosi, personale dello specialista.

Chi possiede solo una infarinatura di un po' di tutto, e sfoga la sua curiosità in mille opposti sensi senza concentrare mai su un punto determinato la sua attenzione e la sua attività, colui può forse mietere facili trionfi nelle conversazioni, può riuscire meglio dello specialista a "fare," come si dice, "buona figura in società," ma nel mondo del pensiero e nel mondo della vita è un uomo inutile: non è uomo colto, ma un parassita della cultura altrui.

II
D'altra parte, la teoria che la vera cultura consiste nel "sapere tutto di una cosa sola e qualche cosa di tutto" va accolta con molte cautele e con molte restrizioni, se non si vuole fare di una grande verità un errore — come ho detto — pericolosissimo.

Sapere "qualche cosa di tutto"! Θ un vero terrore pensare quale peso enorme di fatica, e di inutile e rovinosa fatica, si metterebbe sulle spalle chi si proponesse il programma di cultura di "sapere qualche cosa di tutto"!

Già è al di là delle forze umane il semplice "saper tutto di una cosa sola." Anche nel campo della
nostra "cultura speciale" — per quanto grande possa mai essere la nostra intensità di lavoro e facilità di assimilazione, per quanto ristretti possano essere i limiti che noi proponiamo alla nostra attività, per quanto circoscritto possa essere l'argomento su cui sentiamo la necessità di condensare il meglio dei nostri sforzi — noi non riusciremo mai ad esaurire ciò che si suole dire "il tutto. Le cose che noi ignoreremo, saranno sempre infinitamente più numerose di quelle che riusciremo ad imparare. E più fatti scopriremo, e più ce ne resteranno da scoprire.

Io, che sono insegnante di storia, se per conoscenza della storia s'intende la conoscenza di tutti i fatti avvenuti dalle origini del mondo ai giorni nostri, ebbene la storia io non la so. E non la sanno neanche coloro che meritatamente godono di maggiore autorità che non sia la mia. Io sono piuttosto largamente informato su tre o quattro gruppi di fatti storici, che ho studiati per alcuni anni sulle fonti. E — badate bene — neanche di questi gruppi di fatti io posso dire di saper "tutto."

Non posso dire neanche di sapere molto. I miei colleghi dicono che in questi argomenti io sono competente, perché ne so più della generalità degli altri storici, ed ho messo in luce fatti che erano prima sconosciuti. Ma anche su questi soggetti i fatti sono sempre spaventosamente più numerosi di quelli che io sono riescilo a conquistare. E chi ha continuate le ricerche, dopo di me, sullo stesso terreno, non ha penato molto a saperne ben presto più e meglio di me. E questo — badate bene — posso dirlo solo di tre o quattro nodi di fatti storici, che ho direttamente studiati.

Su quasi tutti gli altri avvenimenti della storia dell'Italia e dell'Europa non so se non quello che dicono alcuni manuali; e sulla massima parte di essi non ne saprò mai nulla di più di un discreto alunno di liceo, perché non avrò mai l'occasione e il tempo di andare al di là dei manuali. Su moltissimi altri fatti, poi, non so nulla, assolutamente nulla. Se oggi dovessi dare un esame di storia, non dico della Cina o del Giappone, ma della Russia e dei paesi Scandinavi, per esempio, sarei certamente, o quasi certamente, bocciato. : '

Ora, se la ignoranza è una nostra condanna inespiabile già nel campo della "cultura speciale," immaginiamoci quanto numerose e quanto immense debbano necessariamente essere le lacune della nostra "cultura generale. "
Impossibile è "conoscere tutto di una cosa." Più impossibile ancora è "conoscere qualche cosa di tutto."

III
La cultura è, dunque, un miraggio irraggiungibile? Gli uomini, che passano per colti, sono, dunque, dei ciarlatani, i quali fan credere di possedere ricchezze che non hanno?

Io professore di storia, eppure incapace di ripetere a memoria tutta la storia, sono, dunque, uno sfacciato?

In coscienza, credo di potere rispondere di no. Io non so la storia. Ma so di non saperla, e questo è già qualche cosa. E sono capace — o almeno credo di essere capace — di studiarla e di comprenderne e studiarne le varie parti, via via che ne senta il desiderio o la necessità, e questo è l'importante.

Così il clinico, anche grandissimo, non sa la medicina, nel senso che abbia presente sempre alla memoria tutte le infinite malattie possibili che possono tormentare il genere umano. Egli riconosce a prima vista e sa curare immediatamente quelle sole malattie che occorrono più comunemente nella vita e nella pratica della professione. Ma di molte malattie egli non ha presenti alla memoria gli elementi, che gli permettano di riconoscerle a un tratto. Egli sa che esistono malattie, le quali non presentano i sintomi delle malattie di cui egli ha maggior pratica. E si riserva, prima di dare il giudizio definitivo. E ritorna ai libri. E ritorna a studiare l'ammalato. Alla fine, quando è sicuro di sé, formula il suo giudizio.

La differenza fra il grande clinico e il medico mediocre o deficiente, non consiste in questo, che il primo sappia tutto e il secondo poco. Anche il primo sa poco in confronto alla infinità di nozioni che costituiscono la teorica e la pratica della medicina, ma è capace di saper tutto, nonostante le grandi lacune della sua dottrina professionale; laddove il secondo non solo sa poco, ma — quel che è peggio — non è capace di imparare molto di più.

Da questo punto di vista, si può dire che la cultura consiste non tanto nel numero delle nozioni e nella massa dei materiali grezzi che in un dato momento ci troviamo ad avere immagazzinato nella memoria, quanto in quella raffinata educazione dello spirito, reso agile ad ogni lavoro, ricco di molteplici e sempre deste curiosità, in quella capacità d'imparar cose nuove, che abbiamo acquistata studiando le antiche.

La cultura consiste nella forma stessa che noi, attraverso il lavoro dello spirito, riesciamo a dare allo spirito stesso. Consiste nell'abitudine dello sforzo tenace e penoso; nel bisogno delle idee logiche e chiare; nel gusto della iniziativa personale e critica; nella forza e nel coraggio di pensare con la nostra testa e di essere noi stessi; nella attitudine — insomma — di comportarci, innanzi a qualunque nuovo problema di pensiero o d'azione, come uomini ignoranti, bensì, e bisognosi di rinnovare e rettificare continuamente le nostre conoscenze, ma capaci di rettamente volere, rapidamente deciderci, energicamente operare.

IV
Chi possiede quest'insieme di attitudini e di capacità, che noi indichiamo col termine di "cultura," non può non possedere anche nella propria memoria un grande capitale di molteplici nozioni concrete, siano professionali, siano disinteressate.

Una testa ben costruita è sempre anche una testa riccamente mobiliata.

Perché nella mente che ha l'abitudine e il bisogno della logica, dell'ordine, della chiarezza, ogni nozione nuova, che penetra, è subito illuminata vivificata fecondata dall'accorrere intorno ad essa di tutte le nozioni antiche, tenute presenti dalla forza agile e duttile dello spirito.

Un'idea non può determinarsi, che non diventi immediatamente centro di attrazione e di coordinazione armonica per altre idee, per altre esperienze, per altre ricchezze del pensiero. E questa abbondanza di nozioni concrete, in cui l'esperienza via via si condensa e si ordina, è il risultato necessario, inevitabile di quella educazione e fortificazione dello spirito, che è la vera "cultura."

Ma guai se come fine dal lavoro intellettuale noi ci proponiamo solo la moltiplicazione affannosa e frettolosa delle nostre conoscenze concrete, e trascuriamo la funzione vera dello studio, cioè il sereno armonico equilibrato sviluppo di tutte le nostre attitudini intellettuali. Allora mentre si rovina o si minaccia di rovinare il meccanismo delicato dello spirito, non si raggiunge nemmeno la moltiplicazione delle conoscenze concrete.

Se voi, per esempio, nello studiare un libro di storia, assillati dalla smania di saper tutto, e oppressi dell'incubo della vostra ignoranza, non vi proponete altro fine se non quello di impadronirvi al più presto della maggiore quantità possibile di nozioni di storia; e dietro al primo libro ne vedete un altro che vi aspetta; e dietro questo un altro che vi rimprovera; e sempre avanti senza mai un minuto di riposo, senza mai un filo d'ombra, mai una possibilità di rilassamento ed abbandono: voi non otterrete altro risultato se non quello di sfiancare ed esaurire il vostro pensiero, ingombrandolo con una massa inorganica di informazioni slegate.

Le quali potranno darvi per un momento forse l'illusione della cultura, ma spariranno ben presto dalla memoria; perché la memoria in generale non conserva se non le nozioni ben chiare e logicamente coordinate.

E anche se la vostra memoria è cosi potente da non abbandonare mai nulla di ciò che ha una volta acquistato anche tumultuariamente, tutte quelle conquiste frettolose e disordinate non formeranno mai cultura; non aggiungeranno nulla alla forza e alla bellezza e alla raffinatezza del vostro spirito: faranno della vostra testa tutt'al più una enciclopedia alfabetica o una bottega di rigattiere.

Se, invece, voi studiate un libro di storia — dico un libro di storia fatto sul serio e non una raccolta di aneddoti pili o meno dilettevoli o di inutilità più o meno erudite — se lo studiate per educare su di esso la vostra mente a sentire ed osservare la complessività della struttura sociale, la continuità del processo storico, la relatività delle istituzioni e delle idee, i rapporti di casualità e d'interdipendenza che stringono fra loro i fenomeni sociali consecutivi e contemporanei; se voi mirate, insomma, non tanto a mettere nella vostra memoria un gran numero di fatti, quanto ad educare il vostro spirito perché sappia osservare, criticare e valutare i fatti con pensiero non semplicista non intollerante non esclusivo; voi dovrete dedicare molto tempo a leggere e meditare riposatamente quel libro. E perciò dovrete rinunziare alla lettura e allo studio di moltissimi altri libri. E cosi introdurrete nella vostra cultura un numero relativamente scarso di fatti. Ma questi fatti rimarranno a lungo in voi: perché non sono polvere slegata e inorganica, ma formano un sistema compatto, le cui parti sono tutte saldamente incatenate con legami logici inti-missimi a tutti gli elementi della vostra cultura: e voi non potrete mai far rivivere nella vostra memoria una sola delle conoscenze cosi bene acquistate, che non vediate rifiorire subito con essa, senza artificio e senza fatica, tutte le altre.

E quand'anche, fra uno, cinque, dieci anni, i fatti concreti acquistati oggi cadano dal vostro pensiero come le foglie d'autunno cadono ad una ad una dall'albero — e questo o prima o poi deve avvenire, — ed altre nozioni prenderanno il posto delle attuali, per cadere anch'esse alla loro volta e lasciare il posto ad altre; rimarrà sempre in voi una maggiore agilità intellettuale, un pensiero più vigoroso, più largo: e sarà questo il guadagno vero imprescrittibile fatto dalla vostra cultura.

Perché la cultura vera — come un paradosso profondo è stata definita — è "ciò che resta in noi dopo che abbiamo dimenticato tutto quello che avevamo imparato."

V
Purtroppo a noi avviene spesso di confondere la cultura vera dello spirito con la erudiziene enciclopedica. Noi stentiamo assai a riconoscere, in noi e negli altri, la incapacità a conquistare la totalità delle cognizioni, la necessità penosa in cui ci troviamo d'ignorare un infinito numero di cose. Noi siamo tutti un po' come quella signora, che leggeva un romanzo all'anno, e parlava per tutto l'anno di questo romanzo, e trovava ignoranti tutti quelli che non avevano letto il suo romanzo, anche se conoscevano una infinità di altre cose che essa ignorava. Molto spesso noi — come quella signora — troviamo "strano" che gli altri non sappiano quel che sappiamo noi, anche se per contro sanno moltissime altre cose che noi ignoriamo. E tormentiamo continuamente gli altri e noi stessi, perché non abbiamo il coraggio e l'umiltà di ammettere che le nostre capacità di apprendimento sono e saranno sempre limitate, e che in queste condizioni tanto gli altri quanto noi abbiamo il diritto sacrosanto di essere e di rimanere ignoranti di un numero infinito di cose.

Tutti i sistemi scolastici, non solo del nostro, ma anche più o meno degli altri paesi, si fondano appunto sul disconoscimento sistematico del diritto che hanno i giovani ad ignorare una quantità infinita di cose.

Se noi esaminiamo, ad una ad una, in che modo sono entrate nella nostra cultura le nozioni concrete ond'essa è oggi costituita, dobbiamo riconoscere che pochissime di esse sono arrivate a noi attraverso la scuola, e viceversa moltissime di quelle conoscenze che ci furono impartite una volta nella scuola, le abbiamo completamente dimenticate nella vita.

Le nozioni concrete che noi oggi possediamo, le abbiamo conquistate dopo la scuola, attraverso tutta la nostra vita, con la esperienza occasionale di ogni giorno, leggendo libri e riviste, ascoltando conferenze e lezioni pubbliche, conversando e discutendo con gli amici, andando al cinematografo — recentissimo mirabile veicolo di cultura, — guardando i quadri di pubblicità, leggendo i giornali: soprattutto leggendo i giornali quotidiani, i quali con tutti i loro difetti sono ai nostri giorni i più ricchi ed efficaci ed economici distributori della più varia cultura.

Raccoglietevi per un momento in voi stessi; e pensate a quante nozioni spicciole di igiene e di procedura giudiziaria e di storia internazionale e di arte e di mille altri generi, voi assorbite giorno per giorno, senza avvedervene, senza fatica alcuna, leggendo un giornale ben fatto.
Anche se non vi proponete altro che sciogliere una sciarada, siete costretti a raccogliere quattro o cinque informazioni storiche o geografiche o scientifiche, dovete consultare dizionari ed enciclopedie, dovete mettere a contributo la cultura dei vostri amici per interpretare le metafore e le allusioni su cui la sciarada si fonda. E sono tanti materiali nuovi, che entrano così nella vostra cultura.

Quanti di noi la geografia della penisola balcanica l'abbiamo appresa da cima a fondo o l'abbiamo ristudiata sul serio nei mesi passati, via via che seguivamo sulle carte pili o meno particolareggiate, pubblicate dai giornali, i progressi delle truppe della Quadruplice e le disfatte delle truppe turche! Se le notizie che leggiamo sui giornali, per esempio, dell'Albania, dovessimo interpretarle con le sole informazioni che immagazzinammo una volta a scuola, è certo che ci troveremmo assai impacciati a cavare da tutto quel groviglio di nomi nuovi un qualunque costrutto.

Vuoi dire questo che la scuola sia stata inutile? Vuoi dire che la scuola — stando sempre all'esempio della geografia — per esserci utile, avrebbe dovuto farci imparare a memoria in precedenza tutti i nomi di tutta la superficie terrestre, per tenerli pronti sotto la punta delle dita e localizzare immediatamente qualunque guerra o scaramuccia e qualunque incidente di qualunque genere, che possa occorrere giorno per giorno dalla Tripolitania alla Persia, dalla Cina al Marocco?

Sarebbe grave errore pensare così. La scuola, se è stata ben fatta, ci ha fatto comprendere l'importanza del fattore geografico nella storia; ci ha insegnato a leggere le carte geografiche e ad interpretarne immediatamente i simboli convenzionali; ci ha dato alcune idee fondamentalissime e generalissime sulle distanze, sui climi, sulla forma della superficie terrestre, sulla distribuzione delle masse continentali, sui regimi politici ed economici, ecc.; e sotto la luce di queste idee generali, le notizie più minute e impreviste, che giungono a noi giorno per giorno, acquistano significato, colore, vita: quasi quasi non ci sono neanche impreviste; le troviamo naturali; oppure escludiamo senz'altro che sieno vere; oppure dubitiamo che possano esser vere. La scuola — se è ben fatta — ci ha date le chiavi per aprire le serrature; ci ha date le bussole per dirigerei sul mare dei fatti, e per metterci in guardia contro le affermazioni poco attendibili o del tutto mendaci; ci ha dato il senso delle proporzioni e della prospettiva; ha preparato il nostro pensiero a ricevere via via i germi, che poi hanno fruttato; ha educato in noi il gusto e la disciplina dello studio; ci ha insegnato il modo di imparare per conto nostro, via via che se ne presentava il bisogno o l'opportunità.

Tutte le conoscenze, che possono esserci comunque necessarie o utili o piacevoli nella vita, ce le procuriamo poi noi, per conto nostro, dopo la scuola, durante tutta la vita. Ma senza quella precedente disciplina intellettuale fornitaci dalla scuola, le mille svariatissime e spesso contradittorie nozioni che raccogliessimo giorno per giorno, non coordinate da una forza organica di pensiero, sarebbero non cultura, ma polvere incoerente e pesante e inutile di cultura.

Ora per ottenere questo risultato benefico, occorre che la scuola non abbia la pretesa di insegnar tutto.

Basta che dia all'alunno un piccolo numero di idee chiare e di nozioni logicamente ordinate su cui e per cui ognuno possa costruirsi da sé il proprio mondo pratico e ideale.

VI
Invece, tutto il nostro sistema scolastico si fonda sul pregiudizio funesto, che l'alunno deve imparare nella scuola tutto ciò che potrebbe essergli come che sia necessario o magari solamente utile nella vita. Il nostro alunno, prima di essere licenziato, deve conoscere tutti i capi e tutti i golfi e tutti i porti e tutti gli scogli di tutte le spiagge di tutte le terre; e deve enumerare, su due piedi, quanti Rufi ci furono nella letteratura latina. Deve essere dotto in meccanica e in acustica e in ottica e in idrostatica e in termica e in elettricità; e deve conoscere tutti i periodi storici dal principio del mondo ai giorni nostri, e di ogni periodo deve conoscere possibilmente ogni cosa. Deve potere snocciolare speditamente i nomi e le proprietà di tutti i composti dello zolfo, ed analizzare le regole del sillogismo cornuto.

Perché si suppone che, fuori della scuola, il nostro alunno non impari nulla, e dopo la scuola non imparerà più nulla nella vita.

Il nostro alunno — quale lo hanno concepito gli ordinatori degli studi — prenderà la licenza per farla finita con lo studio; come molto spesso prende la prima comunione per farla finita con la fede; come parecchi prendono moglie per farla finita con l'amore.

Aprite i programmi delle scuole elementari: e trovate che essi fanno obbligo al maestro di spiegare al bambino di 10 anni i così detti diritti e doveri dell'uomo e del cittadino. Aprite, poi, i libri di testo per la quarta elementare: e troverete che pili di un compilatore ha interpretati i programmi nel senso che, fra i diritti e i doveri dell'uomo e del cittadino, si devono fare imparare ai bambini di 10 anni anche i doveri del... marito verso la moglie. Ed è naturale che si arrivi a questo grottesco assurdo. Quando si parte dal principio che il ragazzo del popolo, uscito dalla scuola dopo i 10 anni, non imparerà pili nulla, non sentirà più parlare di nulla, sarà un buono a nulla, non sarà capace di sbrigarsela da sé neanche con la propria moglie, è naturale che ci si senta in dovere di insegnargli nella scuola, a quell'età, anche i doveri coniugali.

E a furia di insegnargli ogni cosa, trascuriamo d'insegnargli a leggere e scrivere sicuramente: quel leggere e scrivere, col cui aiuto l'alunno troverà ben lui il modo di provvedere da sé, fuori della scuola, lungo tutta la vita, alle sue necessità.

E il risultato di questo assurdo ed omicida equivoco della erudi-zione enciclopedica affannosamente ingozzata nella scuola, a danno di quella metodica e serena educazione intellettuale e morale, che è la vera cultura, è che gli alunni, sopraffatti disorientati soffocati dalla massa incoerente di nozioni che fanno spesso a pugni fra loro e che essi devono giorno per giorno ora per ora tenere sulla punta della lingua per fare sfoggio di pappagallismo, non hanno il tempo né di pensare, né di riflettere, né di assimilare. Non acquistano né solidità di conoscenze, né precisione di giudizio.

Dalla scuola portano con sé un caos inorganico d'informazioni slegate, e un pensiero sfiancato ed esausto, incapace di analizzare, di astrarre, di associare, di coordinare e sistemare la cultura.

La cultura è "ciò che resta in noi dopo che abbiamo dimenticato tutto quello che avevamo imparato." Ebbene, la erudiziene enciclopedica delle nostre scuole è la negazione della cultura: dopo avere studiato ogni cosa, e altre cose ancora, la più parte dei nostri alunni non solo non conserva in mente nulla di nulla, ma diventa incapace a studiare da sé, ed ha preso in odio lo studio!

L'anima — ha detto il vecchio Plutarco — non è un vaso da riempire, ma un fuoco da suscitare. E questo fuoco non si suscita schiacciando lo spirito sotto il peso bruto delle conoscenze materiali, e gonfiandolo a tutta forza con enciclopedia indigesta e confusionaria.

VII
Intendiamoci bene.
Affermando in ogni uomo intelligente — e con maggior ragione nei giovani — il diritto alla ignoranza, io non intendo fare il panegirico della poltroneria.

Quando io parlo d'ignoranza necessaria, parlo di ignoranza intelligente, laboriosa, attiva, desiderosa di vincere se stessa; e non di ignoranza neghittosa e ciabattona, che si accascia su di sé come un bue che rumini sullo strame.

Questo nostro paese, scettico e infingardo, che vede con la più colpevole indifferenza i bambini di 10, di 9, di 8 anni delle classi lavoratrici essere ingoiati, martirizzati, distrutti dalle filande dalle officine dalle zolfare, e questo nonostante qualunque legge sul lavoro dei fanciulli; questo nostro paese è tutto invaso da un esercito di pedagogisti e di igienisti la-grimosi e tenerelli, che lamentano continuamente gl'inenarrabili patimenti dei poveri bebé che vanno a scuola, e invocano le indulgenze e facilitazioni di tutti i generi, e abolizioni d'esami e riduzioni d'orari e aumento idi vacanze, salvo, beninteso, a trovare sempre strano, anzi vergognoso, che i giovani non sieno pozzi enciclopedici. E i deputati, che hanno fretta di fare ottenere ai figli la licenza o la laurea, con la sicurezza di farli impiegare a furia di raccomandazioni, insistono presso i Ministeri perché allarghino le mani. E i ministri che spesso sono anch'essi progenitori di prole più o meno abbondante e condividono tutti i pregiudizi e tutte le debolezze della nostra borghesia flaccida e egoista, allargano le mani pili ancora che non sieno richiesti. E per questa via stiamo allevando nell'ovatta una generazione di smidollati, senza slancio e senza tenacia, incapaci di qualunque sforzo serio e continuato.

Ora io sarei desolato, come di avere commessa una cattiva azione, se la mia affermazione del diritto che tutti abbiamo, e che hanno soprattutto i giovani, di essere ignoranti di molte cose, venisse intesa come consenso a un sistema di compiacenze sbagliate ed immorali, da cui — se non vi mettiamo un forte freno — può venire un danno incalcolabile alla nostra patria.
Sissignori: il vostro bambino si affatica, si tormenta, piange sulla traduzione del latino, da cui non sa cavare i piedi. Ma esercitandosi a tradurre dal latino in italiano — se ha ingegno — ha dovuto mettere in moto tutte le energie del suo spirito per afferrare il pensiero dell'autore classico: la memoria della grammatica e del vocabolario non bastava; il ragionamento ha dovuto dare il filo conduttore; l'immaginazione ha dovuto — come nella ricerca scientifica — supplire con ipotesi dove il ragionamento non arrivava; le conquiste sicure hanno servito come punti di partenza o strumenti di controllo per le conquiste congetturali. Nel porre a nudo il pensiero altrui, ha imparato a rendersi conto del pensiero proprio. Quando poi ha dovuto tradurre, tutte le finezze della lingua materna sono state chiamate in suo soccorso, affinchè egli potesse ripetere con esattezza idee, le cui espressioni non coincidevano quasi mai con le sue native abitudini verbali. In questa lotta difficile, in cui gli è toccato spesso di soccombere, egli ha raffinate, ha destate le sue facoltà critiche e il suo intuito letterario. Si è avvezzato ad osservarsi, a pensare con metodo, ad esprimersi con chiarezza e precisione. Θ diventato uomo colto, cioè uomo più intelligente e più ragionevole. Pretendete forse che questi vantaggi li acquisti senza fatica?

Le difficoltà di certi studi non sono che anticipazioni delle difficoltà ben maggiori della vita. L'alunno, misurandosi colle prime, si allena a superare le seconde. Certe sconfitte scolastiche sono benefiche, se l'alunno sa approfittarne per evitare, con la esperienza di esse, sconfitte ben più disastrose e più irreparabili nella vita; la quale — dopo tutto — non è che una serie di esami, che non ammettono riparazione.

Se è vero che in parecchie scuole si studia male, non è niente affatto vero che in esse si studia troppo. Il cosi detto sovraccarico intellettuale, di cui tutti parlano, quando realmente esiste, in generale non è che cattiva distribuzione del lavoro, per cui gli alunni passano d,a lunghi mesi di inerzia noncurante e sbrigliata a brevi sforzi spasmodici di lavoro affannoso e disordinato, in cui il sovraccarico esiste più come sentimento della inutilità del lavoro che come peso effettivamente insopportàbile. Nelle nostre scuole ci sarebbe un intollerabile sovraccarico intellettuale, se gli alunni dovessero o volessero seguire con coscienza e diligenza giorno per giorno tutti gli studi ad essi imposti dai programmi. Ma in molti casi gl'insegnanti riparano al male col loro buon senso; e quando gl'insegnanti sono inetti, gli alunni riparano essi per conto loro non studiando niente affatto.

Quel che oggi in Italia dobbiamo chiedere non è che gli alunni lavorino meno, ma che il loro lavoro sia organizzato meglio, affinchè possano lavorare molto di più!

La scuola non deve aggravare e affaticare il cervello a furia di enciclopedia erudita: deve riconoscere nell'alunno il diritto all'ignoranza. Ma deve frattanto dargli la coscienza della sua ignoranza, il desiderio ardente di vincerla, la capacità di lavorare da sé. Solo cosi operando essa darà la vera cultura. Ma non può così operare senza esigere un forte e rude e ostinato lavoro.

"Col sudore della fronte ti guadagnerai il pane," ha detto all'uomo il Dio della Bibbia. La cultura è il pane dell'anima. E anch'essa non si trova bella e pronta nella culla: bisogna faticare soffrire sacrificarsi per essere degni di conquistarla, per essere capaci di conservarla.




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