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Giuseppe Verdi politico e deputato, Cavour, il Risorgimento

28 maggio 2007.
Giuseppe Verdi (Roncole di Busseto-Parma, 1813 – Milano, 1901), genio immortale della musica italiana, europea, mondiale, le cui note hanno commosso e continuano a commuovere le anime sensibili di ogni strato sociale, di ogni generazione, di ogni paese, fu anche un vigile partecipe del rinnovamento civile, etico-politico della sua cara Patria, che, anche grazie alla sua musica, al suo personale impegno, conobbe lo straordinario momento della sua unificazione politica e l’avvento di un regime liberale e parlamentare.

Le sue opere, le sue arie furono vissute come opere ed emozioni anche politiche (si pensi al coro del ‘Nabucco’, ai ‘Lombardi alla prima Crociata’, all’’Ernani’, a ‘La Battaglia di Legnano’, rappresentata a Roma, quando essa si proclamò repubblica nel 1849, si pensi alla risposta positiva data a Mazzini per musicare un inno nazionale su versi di Goffredo Mameli).

Verdi ebbe rapporti costanti con il circolo liberale e risorgimentale della Contessa Maffei di Milano, soffrì costantemente per questo il vigile controllo della censura ed ebbe scontri continui con essa in quasi tutti i miopi e miserevoli staterelli italiani del tempo, egemonizzati da forme politiche cattolico-assolutiste, paternalistiche, poliziesche.

Pochi sanno che fu impegnato in prima persona, fu eletto anche deputato (1861-1865), prima di essere nominato più tardi senatore.

Nel settembre 1859 Verdi rappresentò Busseto all’assemblea delle province del Ducato di Parma, che decisero di unirsi al Piemonte e con altri quattro fu ricevuto il 15 settembre a Torino da Vittorio Emanuele II e l’annessione fu fatta.

Due giorni dopo fu ricevuto da Cavour nella sua tenuta di Leri, verso il quale la stima, ricambiata, fu profonda.

Così scrisse Verdi a Cavour richiamando quell’incontro:” Io desiderava da molto tempo conoscere personalmente il Prometeo della nostra nazionalità; né disperava trovare occasione per soddisfare questo mio vivo desiderio.
Quanto però non avrei osato sperare è la franca e benigna accoglienza con la quale l’E.V. degnossi onorarmi.
Io ne partìi commosso!
Non iscorderò mai quel suo Leri, dov’io ebbi l’onore di stringere la mano al grand’Uomo di stato, al sommo cittadino, a Colui che ogni italiano dovrà giustamente chiamare Padre della Patria.
Accolga con bontà, Eccellenza, queste sincere parole del povero Artista, che non ha altro merito se non quello di amare e d’aver sempre amato il proprio paese.”

Cavour premette su Verdi affinché si presentasse alle elezioni del 1861 per il primo Parlamento del nuovo Regno d’Italia e così gli scrisse il 10 gennaio 1861.”Preg.Sig. Cavaliere, i comizi elettorali stanno per riunirsi dall’Alpi all’Etna.
Da essi dipende non già la sorte del Ministero, ma bensì il fatto dell’Italia.
Guai a noi se dalle loro operazioni fosse per riuscire una Camera in cui prevalessero le opinioni superlative, le idee avventate, i propositi rivoluzionari. L’opera mirabile del nostro Risorgimento, vicina a compiersi, rovinerebbe e forse per secoli.
Io reputo quindi dovere di ogni buon cittadino in queste circostanze il fare sacrificio d’ogni particolare riguardo l’andare incontro ai maggiori sacrifizii, per cooperare alla comune salvezza. Egli è da questi riflessi confortato, ch’io mi fo lecito rivolgermi direttamente alla S.V., quantunque non abbia titoli particolari per farlo, onde animarla a voler accettare il mandato che i suoi concittadini intendono conferirle.
So che le chiedo cosa per lei grave e molesta.
Se ciò malgrado insisto è perché reputo la sua presenza alla Camera utilissima.
Essa contribuirà al decoro del Parlamento dentro e fuori d’Italia, essa darà credito al gran partito nazionale che vuole costruire la nazione sulle solide basi della libertà e dell’ordine, che imporrà ai nostri immaginosi colleghi della parte meridionale d’Italia, suscettibili di subire il genio artistico più assai di noi abitatori della fredda valle del Po.” (quante parole sacrosante e quanta saggezza politica si avverte nelle osservazioni e nelle preoccupazioni del grande primo ministro liberale piemontese e italiano, che sempre andrebbe ripreso per una crescita civile e moderna di questa cara, amara Italia spesso solo formalmente repubblicana, liberale e democratica !).

Verdi, pur cercando di tenersi lontano dalla politica, perché si sentiva inadatto ed era impaziente verso i lunghi discorsi che caratterizzano le assemblee parlamentari, alla fine cedette e fu eletto il 13 febbraio 1861 con 339 voti contro i 206 dell’avversario.
Fu presente il 14 febbraio 1861 a Torino, accompagnato dalla moglie Giuseppina Strepponi, alla solenne seduta inaugurale del nuovo Parlamento e poi, a sera, a Piazza Castello al grande concerto, durante il quale furono eseguite musiche di Rossini, Mercadante, Novaro, Verdi.

Partecipò alle più importanti riunioni, come quelle del conferimento a Vittorio Emanuele II del titolo di re d’Italia, del discorso di Cavour sulla questione del Vaticano e del cattolicesimo nella nuova Italia liberale, dell’approvazione dell’ordine del giorno per Roma capitale d’Italia.

Pur dimessosi nel 1865, seguì sempre i lavori parlamentari e la vita politica della sua cara Patria unita, libera, parlamentare, per il cui avvento tanto aveva contribuito.

Quanto sono stati e sono deformatori, devastatori, corruttori della memoria e della coscienza storico-civile del nostro paese i cattolici, socialcomunisti marxisti denigratori del Risorgimento, i fascisti-postfascisti, i qualunquisti di destra, i leghisti, che osano strumentalizzare, o peggio cercano di demolire quello che è il più grande evento della storia d’Italia: il Risorgimento, ovvero la unificazione politica e amministrativa della penisola con uno sbocco liberale, parlamentare, moderno, come era avvenuto e stava avvenendo per tanti altri paesi europei !

Una fonte: Eduardo Rescigno, Verdi, Fabbri editori, Milano, 2002, pp.234

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