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Pietro Piovani, Evoluzione liberale. Il Liberalismo è una prospettiva per il futuro.

Questo prezioso, essenziale scritto del prof. Pietro Piovani, di cui si è pubblicato nella ’Biblioteca liberalsocialista’ già il saggio sul neo temporalismo otto-novecentesco della Chiesa cattolica (al quale si rimanda per informazioni più estese sulla Sua figura) è un intervento pubblicato nel 1968 sulla rivista torinese ’Biblioteca della libertà’, n. 12, pp. 49-59 con il titolo ’Evoluzione liberale’, che qui è integrato nel titolo, riprendendo il richiamo costante fatto dal Piovani stesso dall’inizio alla fine.

“ 1. Questo ci preme, ci basta sottolineare: il liberalismo è una prospettiva per il futuro. Il liberalismo può essere, se idee e uomini sapranno volerlo; ma non è stato. S’intende che il liberalismo, come il socialismo, ha insigni antecedenti teorici nell'Ottocento; ma, insieme con sistemazioni dottrinarie egregie, nell’Ottocento esso si è speculativamente formato e «fondato» specialmente attraverso spunti geniali: la ricchezza di pensatori prodighi come, per esempio, G. Humboldt, B. Constant, A. Tocqueville non è rinchiusa nella lettera di manifesti programmatici; fermenta attraverso intuizioni stimolanti, tanto duttili da poter spesso aderire anche a realtà e a problematiche assai diverse.

Ci sono, è vero, nel secondo Ottocento, un liberalismo «scientifico» e un liberalismo «della cattedra», rinchiusi dentro formule care soprattutto ai giuspubblicisti tedeschi; però, rivolto al futuro, e fertile di avvenire, è soltanto quel liberalismo che ripensa i classici senza imbalsamarli negli schemi formali di un paleo-liberalismo togato.

In maniera simile al socialismo teorico, il liberalismo teorico si distingue, anzi si divide, in una specie angustamente formalistica e in una specie apertamente problematica.

Se, per un attimo, per comodità di discorso, separiamo l’azione dal pensiero, qualcosa di simile vediamo nella pratica liberale: il liberalismo attivo dell'Ottocento è fatto (anche qui, in maniera simile al parallelo corso del socialismo) di lieviti presto soffocati.

Tipico è ciò che può legittimamente dirsi a proposito dell'attività dei successori dello statista che, non soltanto nella storia d’Italia, ha più requisiti per essere definito liberale: «Dopo l'arte demiurgica di Cavour, l’Italia resta priva di una tradizione liberale perché i liberali non risolvono nella loro logica i problemi del movimento operaio, la sola forza che, rinnovando l'equilibrio sociale, potrebbe risuscitare un mito libertario ». (P. Gobetti, Opere, cit., p. 478).

2. Diluire il liberalismo in semplice metodo di governo o, peggio, di buona amministrazione è dissolverne la natura in una alterazione di connotati che permette agli storici tutte le qualificazioni o agli avversari tutti i travisamenti. (Per esempio, la qualificazione di liberale attribuita all’illuminato buonsenso giolittiano è costata al liberalismo più di una battaglia perduta, lasciando in ombra, per l’autorevolezza di alcuni qualificatori, la vivace e consapevole opposizione liberale a Giolitti, presente nella storia d'Italia).

Dopo le confusioni tardo-ottocentesche, prolungantisi nell’Ottocento postumo di alcuni novecentisti, il secolo XX, con l’urgenza della sua drammaticità, ha agito da elemento catalizzatore, esortando il liberalismo a essere specificamente se medesimo, distinguendosi nettamente da ciò che non è.

La rinascita di partiti e movimenti politici denominantisi espressamente liberali in molti paesi europei, fenomeno tipico del secondo dopoguerra, avrebbe potuto essere un momento di tale benefica individuazione specificante se quei partiti e movimenti politici non avessero barattato molto spesso il conseguimento di una nuova affermazione di consapevolezza organizzata con effimeri successi tattici, compromissioni avvilenti e frequentazioni degradanti, giudicabili tali anche alla luce del più spregiudicato prammatismo.
Ci sono momenti nella storia di un’organizzazione politica, in cui niente è ottuso quanto la sterile furberia immediata, aperta alla transigenza degli accomodamenti e chiusa alla lungimiranza degli ideali.

3. Eppure la crisi del Novecento, che al culmine è collaudo di principi, esige selezioni severe. In primo luogo, si dissolve l’equivoco del liberalismo come liberalismo di Stato; cade l’illusoria persuasione che il liberalismo si sia impadronito dello Stato e possa, attraverso questo, plasmare la società civile.

Le varie forme sociali risultano assai più forti delle fragili strutture giuridiche fiduciosamente allestite per regolarle.

Lo Stato di diritto, proprio in quanto è più un ideale che una realtà, regge, è vero, la prova e si rinnova ripresentandosi come apprezzato congegno di garanzie di una società libera, ma a una condizione: che lo Stato, garante delle tutele giuridiche assicurate a ogni cittadino, non abbia un proprio programma morale da far prevalere, o, meglio, non abbia altro programma morale che quello di non averne, per garantire le libere azioni di tutti.

Perfino il funzionamento tecnico, amministrativo dello Stato di diritto è possibile soltanto se ogni pretesa di Stato etico decada.

Lo Stato deve rinunciare a plasmare a suo modo la società, risultata più forte nella costanza e nella varietà delle sue molteplici e rinnovabili forme: deve limitarsi a regolare il libero manifestarsi di quelle forme, quali che siano, pur se siano, istituzionalmente, le associazioni sindacali o le comunità religiose già guardate con sospetto e attiva avversione dallo Stato ottocentesco.

Solo come effettivo garante di queste libere espressioni, lo Stato appare moralmente giustificato, sicché la sua eticità è raggiunta, a rigore, nella rinuncia a riconoscersi titolare di una morale propria,

Lo Stato ha una convincente eticità solo se non sia Stato etico, se definitivamente rinunci alla pretesa di esserlo. L’eticità dello Stato è, in ultima analisi, il suo armato agnosticismo.

Anche qui si può citare come attuale P. Gobetti: «In politica, checché ne sembri ai filosofi, lo Stato è etico in quanto non professa nessuna teoria: questa posizione di equilibrio è la sola che non ci ponga di fronte all'insolubile problema di fissare quali siano gli organi di questa pretesa morale statale; e ci garantisce la possibilità che ogni etica, come ogni politica, sia da esso rispettata in quanto si rimette il giudizio della validità sociale di cui ciascuna idea potrà menar vanto ai risultati della libera lotta e della storia imprevista». (Opere, cit., p. 959).

4. Per non pretendere di essere o diventare etico lo Stato deve diffidare di ogni dottrina che voglia assoggettarlo a sé. Liberale è lo Stato che non accetti nemmeno di essere qualificato come tale. Potrà essere veramente al servizio del liberalismo solo se rifiuterà d'essere «liberale».

Nelle società del Novecento manca, nella varietà delle composizioni e delle opinioni, quella omogeneità di culture e di maniere fondamentalmente esistente, a beneficio di alcuni ceti, nelle società europee ottocentesche.

Ormai, sotto l’uniformità piatta e meccanicizzata delle abitudini esteriori, la regola, nella sostanza, è l’eterogeneità anche centrifuga. Uomini di civiltà intimamente, radicalmente diverse convivono, volenti o nolenti, fianco a fianco. E spesso i vicini sono estranei.
Lo Stato che debba essere se medesimo in simile situazione agisce in mezzo a difficoltà enormi.
Può tentare di non soccombere solo se davvero assicuri ognuno dalla prevalenza dell’altro; quindi dovrà più che mai cercare di essere superiore a ogni prevalenza. Perciò, più che mai, in ogni manifestazione della vita sociale dovrà puntigliosamente guardarsi dall’avallare con la sua autorità ogni parte che agisca nel giuoco velocissimo delle competizioni per cui la società moderna, logorandosi, vive dinamicamente in una permanente esistenza fortemente agonistica.

È evidente: questa condizione di reale arbitrato fra le parti è disegno per uno Stato che potrà essere, non è regola di uno Stato che sia mai stato.

È il disegno che il liberalismo deve progettare nelle linee generali per lo Stato di domani. E ciò sarà possibile solamente a un liberalismo che abbia lasciato alle spalle ogni velleità del vecchio, presunto e presuntuoso, liberalismo di Stato e, in più, sia sensibile al probabile, sempre più accentuato, antistatalismo, che sarà, probabilmente, la rinascita anarchica dell’Estrema Sinistra futura.

5. Ciò implica, ovviamente, la denuncia dell’illiberalismo insito in ogni forma di liberalismo padronale.

Senza questa denuncia, senza questa separazione di responsabilità, il liberalismo non ha avvenire, quindi è vano soffermarsi a discutere delle possibilità di una futura società libera.

Le confusioni derivanti dalle antiche motivazioni della difesa del lavoro diventato proprietà non hanno più ragion d'essere, come non ha più ragion d’essere l'apologia della figura dell’imprenditore come uomo dotato di fantasia organizzativa creatrice di ricchezza. È ormai inutile insistere su questi punti, non perché siano sbagliati, ma perché sono ovvi. Majora premunt.

Dal lavoro divenuto proprietà e ingigantito poi attraverso le moltiplicazioni della proprietà industriale la società moderna ha tratto tali benefici che disconoscerne il valore sarebbe rinnegare un aspetto essenziale della modernità più dinamica.

Ma lo stesso successo vistoso delle capacità della fantasia industriale e commerciale ha socializzato le imprese fino a spersonalizzarle: la «rivoluzione dei managers» dà agli imprenditori una funzione nuova, nel tempo stesso in cui tramonta perfino il ricordo di forme padronali esclusivamente immobiliari e agrarie, o brevemente sopravvive ai margini dello sviluppo economico e sociale.

Il preteso liberalismo grettamente riservato ad alcuni ceti dirigenti può fare a meno di sconfessarsi: è sufficiente che confessi di non poter sopravvivere in una società in cui le categorie «direzionali» si sono moltiplicate e in cui le tenaci, vittoriose piccole imprese artigianali, accanto al gigantismo delle imprese mastodontiche, vivono in una nuova, inattesa solidarietà, nella quale il piccolo proprietario-imprenditore e il grande imprenditore non-proprietario possono riconoscere affini i loro reali interessi, contro gli schemi delle vecchie divisioni di categoria economica e professionale.

Il liberalismo padronale non è mai stato liberalismo, anzi è stato, per molti aspetti, un tradimento del liberalismo: ma, oggi, e ancor più domani, esso sarebbe prima di tutto un nonsenso, giacché non avrebbe nemmeno più, classisticamente, fermi ceti padronali da difendere.

Una perdurante incomprensione di tale realtà in fieri equivarrebbe al suicidio ideologico.

6. Le discussioni tradizionali sui diritti del lavoro e della proprietà devono fare i conti con le novità connesse agli effetti delle innovazioni tecnologiche e degli acquisiti progressi di una politica economica fondamentalmente post-keynesiana.

In una situazione dominata da un’estrema circolarità sociale, stabilità del lavoro e stabilità della proprietà perdono il carattere centrale che avevano, mentre i raggruppamenti delle categorie sociali hanno un carattere mobile, sempre più incompatibile con la fermezza di status perpetuantisi.

Ogni status è estirpato nella sua stabilità e staticità tendenziale.

L’individuo si sente liberato e rassicurato non da questa o quella garanzia giuridica, ma dallo stesso movimento che assicuri all’uomo operoso di entrare e uscire liberamente dal circolo della veloce mobilità sociale, nel cui moto lo status della povertà e lo status della ricchezza cessano d’essere dei destini per diventare delle transeunti occasioni.

Di fronte a questo fatto, la classe media tradizionale si sfalda per ampliarsi, per accogliere nel suo seno chiunque abbia interesse al mantenimento della sollecita mobilità sociale.

Si sgretola una classe media composta da professionisti della mediazione culturale e libero-professionale; si forma una classe media in cui prevalgono uomini novissimi, spesso non filtrati e dirozzati, tuttavia, proprio per questo, più istintivamente sensibili ai loro diritti e ai loro doveri, meno disincantati, meno svagatamene increduli, più capaci, almeno potenzialmente, di raccomandare alle generazioni successive la creazione di una rinnovata morale e di una rinnovata cultura, nella riscoperta di esperienze umane fondamentali, già avvilite dallo sperimentalismo raffinato delle morali decadentistiche dei decaduti.

Consapevole di quanto lo sviluppo della circolarità sociale debba alle riformate conquiste dell’economia di mercato, il liberalismo di domani deve perfezionare, integrare la propria sensibilità garantistica, presentandosi soprattutto agli uomini fiduciosi nelle risorse della loro operosità come il più smaliziato garante della mobilità sociale, insidiata, contro gli interessi delle nuove classi medie, da chi voglia allentarne il ritmo, nel rimpianto dei troppo pacifici e riservati godimenti perduti.

L’avvenire del liberalismo è nella sua capacità di presentarsi alle rinnovate classi lavoratrici come il più sicuro assertore della mobilità, in sede economica e sociale.

Su questo fronte, opponendosi ai rimpianti dei possessi conservatori, il liberalismo rimarrà fedele alle proprie tradizioni prendendo contemporaneamente nuovo slancio.

7. Per tener fede a questo compito, infatti, il liberalismo dovrà rinverdire e accentuare le proprie tendenze anti-statalistiche e anti-conservatrici: in una parola, dovrà rinnovare la propria vocazione di opposizione essenziale al dispotismo.

Sotto questo profilo, ci appare almeno intempestiva l’insistenza con cui F.A.Hayek distingue nettamente fra due forme di liberalismo, una autenticamente liberale, l’altra, per dir così, radical-democratica.

Storicamente, non c’è dubbio che il liberalismo sia stato una critica e un superamento del democraticismo di tinta giacobina. Quanto profondo sia stato il lavorio critico svolto in tal senso dalla cultura francese dell’età della Restaurazione è stato dimostrato, forse meglio che da ogni altro, da un grande storico italiano: Adolfo Omodeo.

Tuttavia, pur consentendo sulla distinzione fra democraticismo e liberalismo, esiteremmo a escludere dal liberalismo, o dai precursori del liberalismo, uomini come Voltaire o Rousseau; esiteremmo a regalarli per intero al socialismo quali «antenati», come vorrebbe Hayek. Senza attardarci qui nel giudizio storico, vorremmo almeno avvertire quanto la questione sia complessa.

Politicamente, poi, vogliamo osservare che proprio dal democraticismo settecentesco, più o meno illuministico e più o meno pre-giacobino, provengono al liberalismo le ragionate e appassionate intuizioni che ne fanno, per antonomasia, l’avversario del dispotismo.

Diverso dal democraticismo, il liberalismo ne è il naturale alleato nella lotta contro il dispotismo.

In nome di questa naturale alleanza, può richiamare le varie correnti del democraticismo alla lotta contro il nuovo dispotismo, asserragliatosi nelle posizioni ostili alla mobile circolarità sociale, abili nell’attribuire allo Stato e al para-Stato funzioni ritardatrici capaci di costituire, ricostituire, moltiplicare neo-privilegi neo-feudali o neo-protezionismi neo-corporativi.

Un liberalismo che sia degno di mettersi alla testa dell’opposizione anti-conservatrice potrà trovare nei vecchi e nuovi fermenti del radicalismo democratico gli insostituibili aiuti per un’azione efficace.

E potrà far ciò solo se saprà riconoscersi non identico, o identificato, al democraticismo, ma costretto, per essere se medesimo, ad essere democratico.

8. Tale schieramento del liberalismo di domani è la sola posizione che possa aiutare, sull’altra sponda, il socialismo a un completo esame di coscienza democratica, esame impedito, finora, anche dagli atteggiamenti illiberali del liberalismo.

A causa delle involuzioni del liberalismo, il socialismo troppe volte è stato obbligato a presentarsi prima come semplice forza di rottura poi come volenterosa forza portante.

Nato dalla stessa matrice dei risentimenti reazionari verso il Terzo Stato, ha dovuto circolare attraverso le idee moderne dell’Ottocento e del Novecento nelle fogge e nelle compagnie più varie, spesso combattendo in nome della libertà del lavoro contro la liberazione del lavoro, spesso favorendo riforme auspicate a vanto del progresso ma risolventisi nella ricostituzione di retrive incrostazioni neo-parassitarie.

In mancanza di un liberalismo antagonista o alleato degno, il socialismo ha dovuto assumere tutti i ruoli, affidandosi confusamente alla generosità dei suoi istinti.

Sia stata o no questa una guida oculata, il socialismo ha sorretto e interpretato, confusamente appunto, le aspirazioni confuse delle classi e delle categorie straripanti dalle inadeguate, consunte dighe ottocentesche.

È vero che, alla luce dei principi liberali e neo-liberali, esso può essere ritenuto talvolta avverso talvolta favorevole, sempre poco consapevolmente, alla nuova mobilità sociale, fatto costitutivo centrale della rinnovatasi società, effettiva linea demarcazione tra società arretrata e società progressiva.

Ma, in mancanza di un liberalismo veramente liberale, chi può rimproverare al socialismo di essersi affidato esclusivamente a una funzione, più che politica, generosamente pedagogica e disciplinante ?

È toccato al socialismo dare alle masse, se non orientamenti, miti.
Per demitizzarsi - se vorrà demitizzarsi - non potrà fare a meno fare a meno dell’antagonismo fruttuoso o dell’alleanza dialettica col liberalismo.

Ma perché ciò avvenga occorre che il liberalismo si maturi e si riformi. In attesa che questo – domani - si verifichi, il liberalismo non ha diritto di esercitare critiche che presuppongano un’autocritica che è mancata.

Tanto meno il liberalismo, per ora, ha diritto di criticare, con protesta troppo facile, il soffocamento delle indipendenze personali dovuto alla cosiddetta partitocrazia e, magari, alla partitopatia, favorita, direttamente o indirettamente, dalle corresponsabilità ideologiche e pratiche socialistiche.

La partitocrazia svolge, patologicamente, una residua funzione liberale di classe politica, arenando e disciplinando, pur disordinatamente e disorganicamente, le travolgenti masse esercitanti il diritto di suffragio universale.

Essa fa, male, ciò che il liberalismo non ha saputo fare bene, addirittura non ha saputo fare nemmeno nel campo dell’elaborazione della dottrina della classe politica.

Gobetti, che continuiamo a citare pour cause, lo aveva detto: «Gli scrittori del liberalismo non hanno saputo fare i loro conti con il movimento operaio, che stava diventando l’erede naturale della funzione libertaria esercitata prima dalla borghesia; e non hanno elaborato un concetto dei più interessanti fenomeni della vita politica: la lotta dì classe e la formazione storica dei partiti. La dottrina della classe politica accuratamente elaborata da Gaetano Mosca e da Vilfredo Pareto avrebbe potuto illuminare i significati della lotta nel campo sociale se fosse stata connessa più direttamente con le condizioni della vita pubblica e con il contrasto storico dei vari ceti.
Il concetto di una élite, che s’impone sfruttando una rete d’interessi e condizioni psicologiche generali contro vecchi dirigenti che hanno esaurito la loro funzione, è schiettamente liberale come quello che scopre nel conflitto sociale la prevalenza degli elementi autonomi e delle energie reali, rinunciando all’inerzia di quelle ideologie che si accontentano di aver fiducia in una serie di entità metafisiche come la giustizia, il diritto naturale, la fratellanza dei popoli. Il processo di genesi dell’elite è nettamente democratico: il popolo, anzi le varie classi offrono nelle aristocrazie che le rappresentano la misura della loro forza e della loro originalità». (Opere, cit., p.

9. In questi nostri decenni del secolo XX più che mai, in molti Stati, il socialismo sta assumendo le sue responsabilità direttive e politico-pedagogiche convogliando acque morali potenzialmente alluvionali in direzioni incerte, tuttavia orientale, in prevalenza, in votis, verso sbocchi democratici, non incompatibili con i principi di una riforma liberale.

Il liberalismo riformato non potrà non tenerne conto, nel momento in cui sarà maturo per mettersi alla ricerca di alleati nella lotta che è sua: la difesa della moderna, veloce circolarità sociale contro le forze interessate a ricostituire ostacoli che inceppano la dinamica sociale sempre più sollecitamente mobile.

Contro tale dinamica agisce, ora per linee interne ora per linee esterne, la resistenza, talvolta sparsa talvolta coalizzata, di coloro che non credono che esista altro modo di regolare il corso di circolarità logorante che arrestandolo nelle armature rigide di una nuova società chiusa e ferma, priva di fede nella capacita di auto-regolamento degli individui e perciò banditrice di una nuova regolamentazione irreggimentante, camicia di Nesso considerata la sola idonea a disciplinare i moti della società dibattentesi.

La tesi della necessaria irreggimentazione della società, da non abbandonare alla circolarità libera dei suoi intimi movimenti, riesce a raccogliere intorno a sé tendenze diverse, accomunate nella visione neo-medievalistica di una socialità statica.

Tutto lascia prevedere che sarà assai difficilmente evitabile l’urto definitivo tra i fautori di un neo-assolutistico Stato di polizia e i fautori di una società vivente nella mobilità di circoli sociali, liberi nella dinamica veracemente interclassistica delle loro celeri rotazioni.

Questo sarà probabilmente il vero punto critico in cui il socialismo dovrà fare la sua scelta risolutiva.

Ma potrà farla nel senso giusto solo se, per suo conto, il liberalismo abbia saputo assumere la posizione liberale che gli compete.

10. Questi sono, secondo noi, in sintesi, i problemi essenziali del liberalismo di domani, alla ricerca di una socialità libera.

Il liberalismo di domani sarà maturo per questi compiti ardui, se il liberalismo di oggi saprà maturare attraverso un’opposizione che lo rafforzi dentro una consapevolezza ideale riconquistata.

Perciò, per oggi, «la nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberismo rappresenti gli interessi generali, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l’azione storica dei ceti che vi sono interessati». «Le classi e gli uomini interessati a una pratica liberale devono accontentarsi di essere minoranza e di preparare al paese un avvenire migliore con un’opposizione organizzata e combattiva ». “ Poiché il liberalismo non è indifferenza né astensione, ci aspettiamo che per il futuro i liberali, individuati i loro nemici eterni, si apprestino a combatterli implacabilmente.” (P. Gobetti, Opere, cit., p. 960).


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