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Tullia Calabi Zevi, La mia autobiografia politica

Una testimonianza letta al ‘Convegno del Circolo Rosselli di Firenze del 15 novembre 1999 dedidcato al Centenario della nascita di Carlo Rosselli(ora in ‘Quaderni del Circolo Rosselli, 1/2000, Alinea editrice, Firenze, pp.83-89)


Tullia Calabi Zevi

In Italia, fino all'esilio


Cari amici, carissimi John, Paola ed Alberto Rosselli. E sempre per me una felicità incontrarvi.
La mia testimonianza sarà più che altro la storia, la formazione della coscienza politica di una ragazza della borghesia ebraica milanese-ferrarese, nata e vissuta — per gli anni della sua formazione — in pieno fascismo. E anche in questa storia è molto importante quello che hanno significato per lei Giustizia e Libertà, Carlo e Nello Rosselli ed anche, importantissime, le lezioni di vita e di coraggio che ho appreso dalle donne di casa Rosselli.

Allora, cominciamo dalle scuole, scuole in tempi di fascismo trionfante. Io ricordo il tono, la tracotanza, la retorica, la noia, l'imposizione del "voi", quella mandibola e quelle massime imbecilli del duce che erano impresse ovunque; però ricordo anche una compagna il cui padre era stato ucciso a bastonate dai fascisti e un'altra che aveva un fratello antifascista in prigione.

La famiglia. Eravamo quattro figli, papà avvocato, di cui conoscevamo vagamente le idee repubblicane, liberali, e si sapeva anche che era un massone di quelli di una volta, cioè non proprio come adesso. Papà era molto cauto nel parlare con noi, però era riuscito benissimo a farci capire come la pensava, semplicemente ricorrendo alle armi del disprezzo e dell'ironia. Evidentemente erano mezzi semplici e cauti, ma efficaci. Voglio ricordare un paio di aneddoti. Per esempio, non è che ci diceva: "II fascismo è prevaricazione, Mussolini è un mascalzone". No. Ma a tavola, un giorno, ci raccontò come sui muri di corso Buenos Aires all'alba fosse stata trovata una poesia. E in milanese, ma io spero che i toscani il milanese lo capiscano. La poesia diceva:

"Caro il me Benitu
te me cunscià pulitu
te me cala la paga
te me cresù l'affittu.
Quando "Bandiera rossa"se cantava
trenta lirette al dì num se ciapava.
Adeso inves se canta "Giuvinesa"
se crepa tùch — ahimè — de debulesa. "

Così in fondo è stato l'inizio della nostra formazione antifascista. Mi ricordo che il più piccolo dei miei fratelli, che era quindi quello più condizionato dalla propaganda fascista nelle scuole, un giorno a tavola (perché era a tavola che si formava la nostra coscienza politica) disse: "Papà, non pensi che Mussolini sia un grand'uomo?" e papà, serio serio, a voce bassa, disse: "Per me non ha fatto che delle fesserie". Ora, un padre che ci diceva queste due o tre cose, faceva capire benissimo come la pensava.

Le cose cambiano radicalmente e tragicamente nel 1938, con le leggi razziali. Papà faceva parte di un gruppo di antifascisti liberali, che si riunivano in una libreria della Galleria di Milano, la Baldini e Castoldi, un gruppo di amici di cui facevano parte dei vecchi liberali ed anche Arturo Toscanini.

Noi eravamo in villeggiatura in Svizzera, era l'estate del 1938. Toscanini avvertì mio padre che era in pericolo. Lui ci telefonò dicendo: "Aspettatemi, vi raggiungo". Arrivò e ci disse: "Non si torna più".
Questa partenza senza addii fu molto triste. La nostra prima stazione d'esilio fu Ginevra, che pullulava di spie fasciste, ma dove c'erano anche molti antifascisti. Lì cominciò la mia formazione politica con una visita alla casa di Guglielmo Ferrerò; lì udii i primi commenti al recentissimo patto fra Chamberlain e von Pvibbentrop, il patto di Monaco, contro cui udii delle critiche brucianti. E lì sentii parlare della morte dei fratelli Rosselli, per la prima volta.

Papà pensava di poter continuare a vivere in Europa, in Erancia, a Parigi, di riaprire uno studio di avvocato insieme a un amico francese. Ma le vicende si stavano evolvendo drammaticamente e velocemente e, nell'estate 1939, con una delle ultime navi civili che partivano, l’Ile de France, salpammo per gli Stati Uniti da Le Havre.

L'esilio americano

difficile descrivere la vita degli esuli antifascisti nel suo complesso, perché era una comunità variegata, molto dinamica, molto preoccupata e molto insicura. Si trovò il modo di far coagulare le forze antifasciste fondando la Mazzini Society, con già un'impronta socialista-liberale, nel segno di Giustizia e Libertà. Nella Mazzini Society la personalità principale, più di spicco era Gaetano Salvemini, l'unico vero grande maestro che io abbia avuto nella mia vita. Insieme a Salvemini c'erano Aldo Garosci, Alberto Tarchiani, Max Ascoli, Nino Levi, Sandro Pechelis e tanti altri che conferivano con le loro idee dei connotati liberal-socialisti, "giellini" alla Mazzini Society.
Era una società piena di tensioni. Ogni cosa diventava motivo di grandi discussioni. Si discuteva molto del programma politico, naturalmente, ma anche le cose minori erano motivo di litigi e di discussioni. Per esempio, il distintivo. Cosa mettiamo sul distintivo della Mazzini Societyì Chi voleva la testa dell'Italia turrita, chi Garibaldi, chi Mazzini. A un certo punto Salvemini perse la pazienza e gridò, con il suo fortissimo accento pugliese: "Che cosa volete metterci se non Mazzini? Ci volete mettere una donna nuda?!". Le agitazioni si calmarono e la testa di Mazzini fu il distintivo e il simbolo della nostra associazione.

I comunisti si tenevano lontani e non è detto che sarebbero stati ben accolti. Come in Spagna, come nell'esilio di Parigi e come negli Stati Uniti, i comunisti vivevano male qualsiasi concorrenza politica; avrebbero voluto conquistare il monopolio politico senza esclusione di colpi, come dimostrarono i tragici scontri tra comunisti e anarco-sindacalisti in Spagna e la morte di Berneri. Quando, ad esempio, partì un gruppo di antifascisti per proseguire la lotta in Europa, a Londra prima e poi in Italia (Garosci, Tarchiani, Cianca e Zevi, mio marito) mi ricordo che il giorno stesso mi telefonò uno dei comunisti, Ambrogio Donini, chiedendo: "C'è Bruno?", "No, è uscito", "Ah" disse e il giorno dopo sul loro giornale cominciarono gli attacchi feroci contro quelli che erano partiti, contro Giustizia e Libertà e la Mazzini Society, tutti accusati di essere al servizio dei servizi segreti alleati. Del resto, non c'è da stupirsi di questa posizione dei comunisti, se si ripensa al giudizio sprezzante che aveva dato Togliatti quando apparve nel 1930 Socialismo liberale di Carlo Rosselli, definendolo "un magro libello socialista stretto parente di gran parte della letteratura fascista". Insomma, la vecchia accusa di social-fascismo.

La presenza di Giustizia e Libertà si rafforza con la ripresa della pubblicazione dei Quaderni di Giustizia e Libertà, era quasi un segno che Giustizia e Libertà doveva continuare ad esistere, così come lo vorremmo noi oggi. La redazione era a casa nostra. Eravamo a Boston allora. E lo stampatore era un vecchio anarchico, Aldino Felicani, che stampò la nostra rivista sulle rotative che gli erano state affidate per stampare tutto il materiale in difesa di Sacco e Vanzetti durante il loro processo e la loro tragica fine. Stampavamo i Quaderni di Giustizia e Libertà in due edizioni, una in carta sottilissima e copertina bianca, ia inviare in Italia clandestinamente, e l'altra, con copertina grigia e caratteri rossi: una copertina che non piaceva a quel vecchio anarchico che avrebbe coluto metterci una mano rossa grondante sangue.
Uscirono quattro numeri dei Quaderni e nella redazione c'erano appunto Garosci, Tarchiani, Cianca, Enzo Tagliacozzo, che era allora l'assistente di Jalvemini, mio marito ed io che fungevo un po' da segretaria di redazione. Il terzo numero, nel 1943, era dedicato interamente alla Spagna. Dopo la partenza per l'Europa di Garosci, Cianca, mio marito e Tarchiani, dirò a mio modesto merito che il quarto numero di Giustizia e Libertà lo feci da sola. Non mi pare che fosse tanto peggiore dei precedenti.

II lavoro degli antifascisti in America si svolgeva in varie direzioni. C'era il lavoro verso l'Italia: l'invio dei Quaderni di Giustizia e Libertà e di altro materiale, di volantini, ecc.; poi trasmissioni a onde corte sia di Radio Giustizia e Libertà, da Londra sia di un programma rivolto ai partigiani, in cui avevo l'incarico di redigere un bollettino di notizie e commenti politici tutte le mattine dagli studi di New York della National Broadcasting Company.
Poi c'era il problema di mantenere i contatti con gli altri nuclei antifascisti all'estero: America Latina, Inghilterra e nord-Africa, dove operava Paolo Vittorelli.
C'erano inoltre i rapporti con i vecchi antifascisti americani: i cattolici fra i quali don Sturzo, Giorgio La Piana, i vecchi socialisti e infine gli anarchici che avevano dei nuclei importanti sia a Patterson, nel New Jersey, che a Philadelphia. Io ricordo le visite, anche con Marion e Maria Rosselli, a questi vecchi anarchici di antica tradizione che ci accoglievano a braccia aperte e si compiacevano che in questa Italia, che loro ormai avevano dato per persa, ci fosse ancora chi alimentava uno spirito libertario e socialista.
Fra gli anarchici spiccava Carlo Tresca, figura storica di grande organizzatore sindacale che seguiva con interesse la Mazzini Society. Una sera, uscendo da una seduta della Mazzini Society, era a braccetto di mio padre. Due colpi di un assassino professionista lo fulminarono. Non si seppe mai il vero motivo. Le inchieste proseguirono per qualche tempo, ma non si conobbero mai i veri motivi di questo omicidio. C'è chi parlò di un delitto passionale e chi pensò a un delitto politico. Io propendo per la seconda tesi, ma so che altri non sono d'accordo, perché era un bell'anziano, con la barba fluente e gli occhi cerulei. Aveva una giovane moglie americana. Non penso che avesse tanto spazio per altri affari di cuore. Quindi io propendo più per un'esecuzione di tipo mafioso. Lui aveva operato soprattutto nei periodi eroici della formazione del movimento sindacale. Il padronato vi si opponeva tentando di mettere gli uni contro gli altri i lavoratori delle varie etnie. La morte di Tresca scosse molto la comunità italo-americana e soprattutto noi, il gruppo degli antifascisti.

C'era inoltre il lavoro presso le comunità italo-americane. Mi resi conto, venendo appunto da poco dall'Italia, che nessuno in Italia era fascista come lo erano i fascisti italo-americani. E questo perché? Perché loro del fascismo sapevano solo quello che la propaganda fascista filtrava, cioè treni in orario, niente scioperi, ecc. Agli occhi del ceto medio americano, questo uomo con il petto in fuori, che si faceva rispettare, intimoriva, se ne infischiava delle sanzioni, incuteva un certo rispetto e quindi rafforzava il loro orgoglio italo-americano. Per noi, si trattava di spiegare agli italo-americani che a milioni vivevano ancora nei loro vecchi quartieri (adesso il benessere, il successo, il succedersi delle generazioni hanno dissolto un po' queste comunità, ma allora erano molto compatte) come stessero veramente le cose. Ricordo che a noi giovani veniva affidato il compito di fare propaganda. Commemoravamo gli anniversari dell'assassinio di Matteotti e dei fratelli Rosselli. Andavano nei quartieri italiani a New York, a Boston, a Philadelphia, ecc., a distribuire materiale di propaganda, nei caffè, nelle botteghe dei barbieri. Perché quelli erano i loro centri politici. Entravamo e distribuivamo volantini, annunciando le riunioni. Ci cacciavano e ci correvano dietro stringendo ed agitando i pugni urlando: "Traditori! Traditori!". Insomma, non era facile lavorare per contrastare i risultati di anni di propaganda fascista.

Occorreva verifìcare i programmi in italiano delle radio locali. Ricordo che mi fu chiesto di ascoltare i notiziari della WOV, la più grossa radio italiana. Era incredibile! Dicevano: "Gli alleati dicono di avere abbattuto aerei e affondato navi". Insomma, erano dei bollettini fascisti in piena America in guerra. Ma a poco a poco si persuasero che era meglio cambiare tono.
Quindi, oltre a questo lavoro nelle colonie italo-americane, c'era il lavoro di informazione presso l'opinione pubblica americana. Bisognava dimostrare che l'Italia e il fascismo erano due cose diverse; bisognava dimostrare che l'onore dell'Italia non lo si difendeva essendo dei fedeli seguaci del fascismo, ma lottando per la sua sconfitta e per la rinascita della democrazia. Pubblicammo anche un bollettino dal titolo Italy against fascism, l'Italia contro il fascismo, un bollettino di informazione che suscitava interesse nella stampa liberale americana come la New Republic, e la Nation, Partisan Revue, e anche i grandi quotidiani. I nostri contatti con la società liberale americana, risultavano abbastanza efficaci.

Durante gli anni di guerra la nube scura del Maccartismo raggiunse anche gli ambienti dell'antifascismo italiano in esilio. Alcuni di noi furono interrogati a lungo dagli investigatori del senatore della destra repubblicana McCarthy. Erano a caccia di comunisti, ma nella loro "inchiesta sulle attività ami-americane" non ottennero grandi soddisfazioni da noi.

La famiglia Rosselli in America

Nell'estate 1940 arriva in America la famiglia Rosselli. Ricordo l'emozione di quell'arrivo. C'erano la signora Amelia, madre di Carlo e Nello, le due nuore, Maria e Marion, e i loro sette figli. Artefice di questo viaggio fortunoso fu Max Ascoli, uno studioso che apparteneva al gruppo di Giustizia e Libertà e uno dei fondatori della New Schoolfor Social Research. Ascoli aveva una moglie americana, amica di Eleonor Roosevelt. Questo facilitò l'ingresso della famiglia Rosselli in America. Ascoli e sua moglie furono amici fraterni e provvidi della famiglia Rosselli e gliene fummo tutti molto grati.

Cominciai a frequentare la famiglia Rosselli subito dopo il loro arrivo e ne nacque un'amicizia. Vivevano in una casa, al numero 9 di Park Rd immersa nel verde della Westchester County, a quaranta minuti da New York. Per me la signora Amelia era veramente come una madre sognata e ideale. Andavo da lei soprattutto quando mordevano l'angoscia, la solitudine e la nostalgia. Conservo un ricordo straordinario e struggente di quelle visite. Parlavamo di tutto, parlavamo della vita, lei mi raccontava dei momenti della sua vita e cercava di darmi dei consigli. Qualcuno l'ho seguito, qualcuno no e me ne sono pentita. Non ho quasi il coraggio di parlare di lei. Ma vorrei solo ricordare, per illuminare la sua straordinaria personalità, una domanda, quasi un grido, che appare nel testo del suo Memoriale. La domanda che lei pone è questa: "fino a che punto, fino a che limite un uomo, un marito deve sacrificare la famiglia per l'ideale?".
Io non saprei dare una risposta a questa domanda così angosciante. Ma l'ho trovata, questa risposta, in uno scritto di Piero Calamandrei steso in occasione della morte della signora Amelia nel 1954. Permettetemi di citare queste parole, perché per me sono un messaggio molto importante e definiscono in un modo straordinario la figura di Amelia Rosselli. Scriverà Piero Calamandrei in quel Natale del 1954: "Ha avuto, Amelia Rosselli, un destino di subitanee devastazioni e poi di lunghe, struggenti, silenziose attese, nelle quali dovevano giungere ogni tanto, a stilla a stilla, laconici annunci di prigionie, di esili, di assassini. Il primo figlio le era morto sulle Alpi, eppure mai sulle sue labbra saliva né per lui già sacrificato, né per gli altri due che preparavano con le loro mani il proprio sacrificio, un accento di debolezza o di rammarico. Era naturale che facessero così. Quella era la via del loro dovere. Li guardava con cuore tremante, ma non aveva un gesto per trattenerli, non una parola per suggerire intransigenza o rinuncia. Essi erano la sua vita, ma c'era in lei una profonda religione mazziniana. La vita è data per essere spesa, per essere continuata negli altri".
Forse senza una madre così non ci sarebbero stati un Carlo e un Nello Rosselli.
Il ritorno in Italia

Nel luglio 1946 la famiglia Rosselli ritorna in Italia. Ho fatto il viaggio di ritorno con loro. Era una delle navi ancora attrezzate per il trasporto delle truppe. Ricordo la signora Amelia, Maria, Marion, sedute su questi letti a castello. Parlavamo per ore. Erano momenti di grande incertezza, di dubbi, di angosce ed anche di speranza. Il viaggio durò parecchi giorni.
Siamo sbarcate in Italia.

Perché siamo tornati in Italia così in fretta? Per loro c'erano dei richiami fortissimi e molto comprensibili. E per me? Si erano scoperti da poco gli orrori della guerra, lo sterminio di massa di ebrei, di zingari e di oppositori politici, la devastazione delle comunità ebraiche. E mi sembrava giusto, avendo avuto la ventura di essere sopravvissuta, tornare e partecipare alla ricostruzione di queste comunità allo sbando, traumatizzate, ed anche di partecipare, sconfitto il fascismo, alla rinascita della democrazia in Italia. Mi iscrissi al Partito d'Azione; poco prima che purtroppo naufragasse. Poi mi avvicinai al Partito Repubblicano, collaboravo a La voce repubblicana. Mi dimenticavo di dire che nel frattempo, occupandomi delle comunità ebraiche, avevo fatto "carriera", ossia mi ero assunta sempre più grane negli anni difficili della ricostruzione delle comunità. Fui eletta, prima donna nella storia dell'ebraismo italiano, nel Consiglio dell'Unione delle Comunità Ebraiche, poi entrai in Giunta e, infine, fui eletta Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Ho cercato di fare del mio meglio.

Durante la mia Presidenza dell'Unione delle Comunità, mi fu offerta la candidatura al Senato come indipendente nella lista dell'Ulivo. Scoppiò una specie di mini-guerra all'interno delle Comunità, specialmente per colpa della destra che, non essendo convinta della mia candidatura col centrosinistra, sosteneva che, dovendo essere io la rappresentante di tutti gli ebrei, qualunque fosse la loro opinione politica, non avevo il diritto di candidarmi. Mi misero in crisi e ritirai la mia candidatura. Mi sarei dovuta presentare nel collegio di Ferrara, la città natale di mia madre, e credo che sarei stata eletta. Ne provo ancora molto rimpianto. Lo stesso rimpianto provo per la morte dell'Ulivo, che mi pareva offrisse una possibilità di riprendere il cammino che avevamo percorso con tanta passione durante gli anni della guerra e del primo dopoguerra.

Conclusioni

La signora Amelia, Marion e Maria non ci sono più, non sono più con noi ed altre tragedie hanno colpito la terza generazione di casa Rosselli. C'è stata la morte di Melina e quella di un figlio di Silvia, tragedie anch'esse vissute con grande coraggio e dignità.

Il mio legame con i Rosselli continua, soprattutto con Silvia; vedo Aldo qualche volta, pochissime volte Alberto, John e Paola. Con Silvia abbiamo veramente stabilito una buona amicizia. Ogni incontro con ciascuno di loro, come oggi qui a Firenze, è per me fonte di grande gioia e un rinnovo
di tenerezza. E ci tengo che lo sappiano.

Sono arrivata alla conclusione. Mussolini diceva che gli italiani erano un popolo di eroi, di navigatori e di poeti. Quasi tutti i popoli si scelgono degli eroi e li erigono a simbolo della nazione. Io non so se di eroi abbiano veramente bisogno i popoli, le nazioni, ma so che di uomini come Leo Valiani, come Carlo e Nello Rosselli è e sarà sempre molto difficile colmare il vuoto.
E a noi cosa rimane da fare? A noi spetta il compito di onorare la loro memoria e di continuarne l'opera. Per un'Italia che sia di cittadini consapevoli dei loro diritti, ma anche dei loro doveri e ben integrata in un'Europa che non sia solo dei mercati e delle borse, ma che sappia vivere attuando profondamente i principi di giustizia e di libertà.
Tullia Zevi è presidente della Commissione Intercultura del Congresso ebraico europeo e membro del Comitato nazionale per la Bioetica e della Commissione italiana dell'Unesco.
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