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Una recesione di A.Silvestri sul libro di A.Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari

24 agosto 2007.
Dal sito dell’Università degli Studi di Palermo. Corso di laurea specialistica in Storia Europea. Sezione ‘materiali didattici’ (Questa pagina raccoglie materiali prodotti da docenti e studenti nel quadro dell'attività didattica del corso.
A. Silvestri, "Tribunali della coscienza" (elaborato per il corso di Storia moderna, prof. Viola, a.a. 2004-2005)
“Sono ormai passati quasi dieci anni dall’uscita del volume di Adriano Prosperi “Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari” (Einaudi, pp 708, 1996, € 34) e, dopo le vicende di questi ultimi mesi, il volume, in relazione alla situazione italiana, appare sempre più attuale.

Infatti, la tesi che sta alla base del libro di Prosperi riguarda l’egemonia e la sovranità del papa e della Chiesa cattolica sulla nostra penisola per tutta la storia dell’Italia moderna fino ai nostri giorni.

Questa tesi appare, in seguito ad una serie di recenti avvenimenti, sempre più forte e più giustificata. Anzi, soprattutto in relazione ad un argomento di questo tipo, lo studio di un avvenimento storico alla luce della contemporaneità può essere di maggiore aiuto per comprendere al meglio il fenomeno in questione, le sue influenze nel corso del tempo e le sue propaggini nel procedere della storia.
Prosperi nella sua introduzione al volume cita l’immagine degli «uomini di stato italiani inginocchiati ai piedi del pontefice romano» in occasione del funerale di Aldo Moro, a testimonianza di un potere temporale di guida ed orientamento che, in periodi di crisi come era quello degli «anni di piombo», si staglia al di sopra dei poteri laici.

Facendo riferimento alla sola prima metà di questo 2005, sono tanti gli episodi che potremmo prendere come esempio: si pensi alle vicende dell’agonia, della morte e del funerale di Giovanni Paolo II, vissute in una strabordante ed apologetica diretta televisiva.
Si pensi all’insopportabile ingerenza negli affari ed interessi dello Stato italiano, con l’avvallo di una buona parte della nostra classe politica, da parte della Confederazione Episcopale Italiana e del nuovo papa Benedetto XVI, in occasione del referendum sulla fecondazione assistita.
Si pensi ancora al recentissimo incontro tra il nostro presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ed il nuovo pontefice Ratzinger, con il primo costretto a difendere e dichiarare la laicità dello stato italiano di fronte alle pressanti richieste e ad un dilagante interventismo della Chiesa cattolica e dello stesso papa.

Un’opera, quella di Prosperi, quindi attualissima, che si suddivide in tre sezioni strettamente legate e che interagiscono tra loro: la prima è dedicata all’Inquisizione, la seconda alla Confessione e la terza alla Missione.
Ma, come ben suggerisce Elena Bonora nella sua recensione del volume, «l’enfasi è posta non sui modelli ideologici e istituzionali, ma sugli uomini» quindi, sugli inquisitori, sui confessori e sui missionari, come del resto si evince dal sottotitolo del libro di Prosperi. Proprio per questo i protagonisti delle vicende del libro sono i papi-inquisitori Paolo IV Carafa, Pio V Ghislieri e Sisto V Peretti; i vescovi Carlo Borromeo, Reginald Pole e Pedro Guerrero; i missionari Ignazio di Loyola, Silvestro Landini e Cristoforo Rodriguez.

Al centro della prima parte del volume vi sono le vicende dell’Inquisizione romana nella penisola italiana, con l’esclusione della Sicilia e della Sardegna che erano soggette alla Suprema spagnola, raccontate da Prosperi attraverso una trama che, partendo dal vertice e dal centro, «si dirama verso il basso e la periferia, fino a cogliere il modo in cui le istituzioni della Chiesa cattolica romana hanno modellato i comportamenti e gli atteggiamenti, dai più esteriori ai più intimi, di innumerevoli uomini e donne» .

Il primo passo di Prosperi è quindi quello di definire il contesto culturale e religioso nel quale agisce l’Inquisizione romana: ci troviamo di fronte ad un’identità religiosa variegata e non comune a tutta la popolazione italiana, «una questione aperta e non una pacifica realtà» , che solamente in seguito all’affissione delle 95 tesi di Lutero a Wittenberg nel 1517, nel momento in cui si deve prendere una posizione, riesce a delinearsi, ma solamente in opposizione ad una «fede tedesca»: il Concilio di Trento si rivelerà quindi un’occasione importante non solo per condannare le eresie, ma anche per definire, in opposizione a queste, una «fede italiana». Sarà proprio la sfida luterana, nell’attesa della convocazione del Concilio che avrebbe dovuto definire la vera dottrina ed appianare le divergenze, a spingere le gerarchie ecclesiastiche verso la “rifondazione” dell’Inquisizione medievale con la bolla di Paolo III Farnese Licet ab initio nel 1542, che avrebbe dato avvio a quella «guerra spirituale» tanto caldeggiata dal cardinal Gian Pietro Carafa.
Si trattava un organo che avrebbe dovuto svolgere un’attività di difesa della fede solamente temporanea, in quanto strumento di emergenza, ma che avrebbe invece presto soppiantato lo stesso Concilio come luogo di ricerca della verità, imponendo una logica poliziesca in materia di fede . Quella davanti alla quale ci troviamo non è, come potrebbe apparire superficialmente, una mera riesumazione o istituzione di un nuovo strumento, ma una straordinaria ed affascinante lotta di potere che coinvolge i vertici della Chiesa.
Infatti il papa, attraverso la concentrazione dei procedimenti di eresia nelle mani dell’Inquisizione da lui stesso guidata e direttamente controllata, voleva accentrare su di sé un immenso potere servendosi proprio di questa speciale polizia della fede, nascondendo, nello stesso tempo, importanti e significativi cambiamenti nel segno della continuità con la vecchia istituzione dell’Inquisizione medievale.

Prosperi è attento nel sottolineare come il punto di riferimento dell’Inquisizione romana non fu la Suprema, l’Inquisizione spagnola (un vero e proprio strumento politico controllato dal re che si poneva obbiettivi diversi facendo della cattolicità e dell’anti-ebraismo i fattori unificanti del nuovo regno), ma il modello apparso in occasione della guerra di religione nella Francia di Francesco I che, per via del diffuso dissenso ereticale, sembrò più adatto alla situazione italiana rispetto al modello spagnolo: eresia significava allora sedizione, un crimine di «lesa maestà» per cui l’eretico era pericoloso per l’ordine pubblico dato che «chi non obbedisce a Dio finirà presto o tardi per non obbedire al principe» .
Sarebbe stata proprio questa, soprattutto in seguito allo scoppio della guerra di religione tra cattolici e calvinisti in Francia, la chiave del papato per scardinare le resistenze dei vari stati italiani all’accettazione dell’Inquisizione romana che, in modi diversi, più o meno celata da altre strutture ed organizzazioni, si sarebbe comunque imposta venendo incontro alle esigenze della politica attraverso un’alleanza di poteri, quello spirituale e quello secolare, che aveva come scopo ultimo il controllo dei sudditi.

Alla luce di quanto detto ora e facendo riferimento anche all’apprezzamento per lo studio condotto da Adriano Prosperi sull’Inquisizione romana da parte di Robert Rowland , mi risulta incomprensibile la critica di Elena Brambilla secondo la quale Prosperi ha «implicitamente usato come modello la nuova immagine che della Suprema spagnola ha dato la ricca produzione di studi iberici recenti» che «hanno posto in rilievo la sua funzione di tribunale centrale e centralizzatore, unificatore della monarchia e della nazione spagnola; ma hanno messo in ombra, invece, le sue peculiarità di tribunale eccezionale, politico-religioso e totalitario» , caratteristiche invece, queste ultime, che, a mio parere, Prosperi documenta e ribadisce ripetutamente nell’intero arco del libro.

Furono anzi proprio la straordinarietà, che si può dire sia alla base della sua stessa nascita, e il carattere non solo religioso, ma anche politico dell’istituzione inquisitoriale (infatti «si trattava di stabilire il diritto di un tribunale esterno – quello romano – di citare, processare e condannare sudditi di altri sovrani o cittadini di libere repubbliche» ) a creare dei problemi alla sua diffusione nei diversi stati italiani (Milano, Napoli, Firenze, Lucca, Venezia, Genova sono quelli presi in considerazione nel libro), costringendo la Chiesa romana ad una serie di compromessi che, stipulati volta per volta con le singole realtà italiane, portarono alla definizione dell’assetto della nuova Inquisizione.

Nonostante questa situazione multiforme e variegata, dagli anni sessanta del ‘500 in poi, in seguito alle già citate guerre di religione in Francia, il potere dell’Inquisizione romana si andò sempre più rafforzando e centralizzando, attraverso la nomina degli inquisitori da parte del Sant’Uffizio e con la diffusione dello strumento dei nunzi apostolici.
L’Inquisizione si apprestava perciò a diventare «l’unica forma di potere centralizzato in Italia durante tutta l’età moderna» , che anche «l’eccezione Venezia» avrebbe dovuto infine accettare .

Adriano Prosperi ha evidenziato, a mio parere con ragione, l’importanza della Congregazione Romana del Sant’Uffizio come causa primaria della subalternità dell’Italia alla Chiesa, il che non significa certo negare implicitamente o esplicitamente «non meno significative eredità storiche» o trascurare il progressivo ridursi dei compiti e della forza dell’Inquisizione con il passare dei secoli.

Infatti mi sembra riduttivo, da parte di Massimo Firpo, parlare del problema storico posto dai tribunali della coscienza considerandone solamente «il decisivo apporto da essi offerto nell’arco di una lunga stagione al definirsi delle strutture e dei modi di pensiero e di comportamento che hanno contrassegnato la vita religiosa e la presenza istituzionale e sociale della Chiesa nel mondo cattolico» .

Infatti risulta evidente la portata e l’effetto scatenante che la bolla pontificia di Paolo III Licet ab initio del 1542, emanata inizialmente con lo scopo di rendere più efficace l’attività anti-ereticale svolta dall’Inquisizione romana, avrebbe avuto sulle vicende non solo dell’Italia, ma anche della Chiesa stessa.

La seconda parte del libro di Adriano Prosperi è dedicata al sacramento della confessione e alle lotte tra vescovi e inquisitori per il suo controllo, durante il Concilio di Trento e dopo questo. Infatti, all’indomani della Riforma, luteranesimo e cattolicesimo si trovarono a dover fare fronte a quell’ «angoscia crescente, che la Chiesa stessa aveva suscitato, relativa alla salvezza nell’aldilà» e le due risposte furono diverse: da un lato, la tesi della giustificazione per fede; dall’altro, invece, il valore consolante della confessione.

L’enorme importanza ed evidenza che la chiesa tridentina pose sul sacramento della confessione, come mai era stato fatto prima di allora, scatenò quindi una vera e proprio lotta di potere, i cui protagonisti erano gli inquisitori e gli ordini regolari da una parte, i vescovi e le loro diocesi dall’altra, per il controllo di questo fondamentale strumento, il cui valore consolatorio sarebbe presto stato messo in secondo piano, per riemergere solamente alla fine di questa durissima lotta, di fronte alla gravità della situazione a causa dell’avanzare dell’eresia nella penisola italiana.

La grande importanza di questo strumento stava nel fatto che la confessione consentiva di conoscere le più intime idee e i più profondi pensieri dei fedeli e, nel contempo, permetteva di istruire e disciplinare le coscienze degli individui.
«La confessione, dunque, fu uno strumento di formazione ed informazione» e, proprio per questo, di fronte al progressivo trasformarsi, nel mondo cattolico, dell’eresia in termini politici (processo che, come abbiamo già visto, era stato fondamentale per scardinare la diffidenza e la resistenza degli stati italiani al diffondersi dell’Inquisizione e per portare questi ultimi a compromessi con essa), ovvero in tradimento e rottura della disciplina sociale, destava un profondo interesse nelle autorità politiche italiane.

Il problema consisteva nel fatto che bisognava utilizzare questo straordinario strumento di raccolta di informazioni senza infrangere il segreto della confessione, garantendo quindi il confine tra foro interno e foro esterno, affinché non venisse meno la sincerità dei fedeli, senza la quale la confessione avrebbe perso ogni valore.

Ma nel frattempo, i papi inquisitori, a cominciare da Paolo IV Carafa, spingevano sempre di più verso un uso giudiziario della confessione e, quindi, volevano accentrare il controllo di questa nelle mani della Congregazione cardinalizia dell’Inquisizione, in opposizione, invece, alla tentazione vescovile di garantirsi la pienezza di poteri nell’esercizio di questo importantissimo sacramento.

Il Concilio di Trento aveva ribadito l’obbligo della confessione e della comunione annuale, che era già stato stabilito in occasione del Concilio Lateranense IV con il canone Omnes utriusque sexus, con lo scopo di trasformarlo in «una pratica sociale diffusa, registrata e controllata», venendo così incontro alle nuove esigenze della lotta all’eresia, e collegandola alla «funzione di verifica dell’ortodossia: o nella forma “pastorale” del governo dei vescovi o in quella poliziesca dell’Inquisizione» .
Ma l’acredine dello scontro tra le due istituzioni, vescovile ed inquisitoriale, ebbe l’effetto di stravolgere il «rapporto antico tra cura delle anime e la tutela dell’ortodossia, con la sovrapposizione non solo di metodi e strumenti, ma anche di obiettivi» : «così, mentre la struttura territoriale dell’Inquisizione copiava quella delle diocesi», con la diffusione dei vicariati che spesso coincidevano con le diocesi stesse, «i vescovi copiavano le istruzioni inquisitoriali per insegnare al proprio clero come difendere la fede» , facendo quindi sempre più uso della confessione in termini inquisitoriali e come tribunale di foro esterno.

L’immagine di vescovo post-tridentino che Prosperi pone sotto gli occhi del lettore è quella dell’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, che intervenne, nella propria diocesi, sia nell’ambito della lotta per la moralizzazione dei costumi, servendosi del “modo pastorale”, sia contro l’eresia, utilizzando in questo caso il “modo inquisitoriale”: talmente dura fu la sua attività inquisitoriale che Roma stessa fu costretta ad intervenire per porre un freno a questo suo eccessivo zelo .

Nel tardo Cinquecento, con l’esaurirsi della «materia legata al dissenso ereticale esplicito e consapevole» , il Sant’Uffizio allargò sempre più il proprio campo di intervento verso altre questioni come la superstizione, la stregoneria, le bestemmie, l’«affettata» santità, gli abusi dei sacramenti, il controllo delle minoranze sospette. Risulta chiaro che l’interesse si era ormai spostato verso il grande contenitore della moralità collettiva ed individuale, con una particolare attenzione verso tutti quei peccati legati al sesso.
Grazie allo strumento della «riserva dei casi», per il quale i confessori, non potendo assolvere nei casi di eresia o in quelli soggetti al tribunale dell’Inquisizione, dovevano necessariamente rimandare il penitente al Sant’Uffizio, essi «erano posti agli ordini degli inquisitori, per i quali dovevano fungere da collettori di informazioni e istigatori alla delazione» .

In seguito a questo concentrarsi nelle mani dell’Inquisizione sia della conoscenza dei peccati che del giudizio delle colpe, mi sembra si possa affermare ormai una quasi totale subordinazione della confessione al sistema inquisitoriale, sia nella sua forma poliziesca e repressiva che in quella pastorale e comprensiva.

Perché il controllo fosse definitivo mancava poco e, inaspettatamente, come ci mostra Adriano Prosperi nei due capitoli forse più affascinanti dell’intero volume («Inquisitori e confessori: la sollicitatio ad turpia» e «Confessori e donne»), furono proprio i vescovi, e in particolare il vescovo spagnolo Pedro Guerrero, a fornire la possibilità all’Inquisizione di disporre dell’assoluto controllo sui confessori, proprio nell’ambito della questione della sollicitatio ad turpia.
Pedro Guerrero era stato fra i maggiori esponenti di quel partito di vescovi iberici che, alla ripresa del Concilio di Trento nel 1562, si erano battuti fermamente per il riconoscimento del diritto divino di residenza dei vescovi, mettendo in grande difficoltà il cardinal Morone e gli altri legati del papa riguardo ad una questione sulla quale Roma era fermissima nelle proprie posizioni.
Pedro Guerrero, nella sua volontà di cambiare e riformare la Chiesa, si poneva in una posizione di rottura e di discontinuità rispetto al modello della Curia romana e, per niente intimorito, arrivò anche a «rispolverare la tesi sulla superiorità del Concilio sul papa», mentre l’imperatore Ferdinando I, in procinto di intervenire per costringere il papa ad accogliere questa richiesta dei vescovi, metteva «in gioco la stessa autorità papale sulla Chiesa» .
La questione sarebbe stata risolta solamente grazie all’abilità diplomatica del cardinal Morone che convinse l’imperatore a fare un passo indietro rispetto alle proprie posizioni nei confronti del pontefice e riuscì a fare approvare dei decreti abbastanza ambigui e di dubbia interpretazione sulla questione: la residenza fu infatti considerata un comandamento di Dio, ma non uno ius divinum come invece chiedevano i vescovi. Questa volontà di riforma della Chiesa, in rottura rispetto alla tradizione, sembra quasi testimoniare un diverso approccio di Pedro Guerrero e della generazione dei vescovi dell’ultimo periodo del Concilio di Trento rispetto al tentativo dei vescovi riformatori della prima fase del Concilio che avevano cercato di riformare la Chiesa senza contrapporsi “violentemente” ad essa ed senza porsi al di fuori della sua continuità.

Reginald Pole era stato la figura catalizzatrice di tutte le speranze di riforma del mondo cattolico e di un riavvicinamento al mondo protestante, portatore di una religiosità che faceva riferimento a quel Trattato utilissimo del beneficio di Gesù Cristo crocifisso per i cristiani (1542) adottato dagli «spirituali» italiani che proprio attorno allo stesso cardinale si riunivano, egli faceva propria la «forte accentuazione della funzione della fede nella giustificazione del cristiano» che da quel testo scaturiva.
Tuttavia la conseguenza di queste idee non era una rottura con la Chiesa, dato che, secondo gli «spirituali», «le istituzioni ecclesiastiche conservavano il loro potere e le opere erano ritenute una necessaria conseguenza della giustificazione del cristiano» . Reginald Pole si inseriva quindi nella linea della continuità, fedele anch’egli a quel necessario immotismo delle forme di cui la Chiesa si era sempre fatta portatrice e nel quale si ritrovava anche lo stesso cardinale.
Quindi, forse proprio per un senso di appartenenza a questo processo di continuità, quella figura sulla quale si addensavano tutte le speranze dei riformatori italiani, rifiutò il contrasto con i vertici della Chiesa accettando la propria sconfitta quando, quasi abbandonandosi misticamente alla volontà di Dio, non presenziò il Concilio nel momento in cui si doveva approvare il decreto sulla giustificazione, che avrebbe portato alla definitiva condanna delle idee riformatrici da parte della Chiesa.
Ma la sconfitta sembra essere proprio il punto di incontro tra queste due figure: infatti Pedro Guerriero, per combattere la sollicitatio ad turpia, un problema gravissimo e diffuso in Spagna, propose che essa fosse considerata un’eresia, attribuendo in questo modo all’Inquisizione il compito di processare i confessori.
Così che a partire da questo momento, «la subordinazione dei confessori agli inquisitori fu garantita: nessuna discussione astratta sul rispetto di una ipotetica divisione di campo – agli uni il “foro interno”, agli altri il “foro esterno” - poteva celare il dato di fatto di una minaccia costante sospesa sulla testa dei confessori e di una loro permanente condizione subalterna rispetto al terribile tribunale della fede» .
In pratica Pedro Guerrero, il simbolo del riformismo combattivo dei vescovi degli ultimi anni del Concilio, fu il protagonista consapevole della resa vescovile di fronte all’avanzare del centralismo romano che, rientrando nei ranghi di quel processo di continuità ecclesiastica, mise nelle mani dell’Inquisizione la riforma disciplinare e morale del corpo ecclesiastico attraverso il definitivo controllo del Sant’Uffizio sul sacramento della confessione.

La terza parte del libro è dedicata ai missionari ed alla loro attività nel nuovo mondo e in particolare nelle «nostre Indie» , ovvero in tutti quei luoghi della penisola italiana (si pensi alla Corsica, alla Lunigiana, alla campagna romana) dove la pratica religiosa, la vita sociale, le istituzioni della Chiesa, apparivano lontane e stravolte rispetto ai modelli ufficiali proposti dal cattolicesimo tridentino.

Questa scoperta delle Indie interne, analizzate con «lo stesso sguardo distaccato, quasi etnografico» con il quale si guardavano l’Asia e le Americhe, fu un momento importantissimo, perché segnò l’avvio, alla metà del Cinquecento, di una importante pulsione espansiva del cristianesimo non solo verso l’esterno, ma anche sul fronte interno.

Da quanto emerge in questi capitoli finali del libro, la figura del missionario, che può essere considerata come la sintesi per eccellenza del confessore e dell’inquisitore, sembra avere il proprio esperimento meglio riuscito nell’ordine dei gesuiti i cui membri, soppiantando domenicani e francescani, si diffusero nel giro di pochi decenni in tutto il mondo e lungo tutta la nostra penisola per condurre la loro azione missionaria di correzione ed indottrinamento: «Da un lato, c’erano le prediche, le confessioni e comunioni, le scene di una devozione risvegliata. Dall’altro, c’era un attenta vigilanza dottrinale e una vera e propria azione poliziesca verso i circoli sospetti» .

Essi erano sempre più lo strumento di una Chiesa che, nel tardo Cinquecento, comincia a rendersi conto dell’importanza non solo di condannare e combattere l’eresia, ma anche di convincere e persuadere, di insegnare ed istruire, in pratica di procedere verso una «conquista spirituale» ed un disciplinamento delle coscienze per mezzo di quello che può essere considerato come un indottrinamento collettivo.

Non è quindi un caso che la propaganda diventi uno strumento sempre più importante, con lo scopo di espandere e diffondere il più possibile questo spirito evangelico e missionaristico: fu lo straordinario mezzo di diffusione della stampa delle lettere dalle Indie, sia dalle americhe che dalle «nostre Indie», che tanto colpivano l’immaginario del lettore comune, ad avere il più ampio impatto, mentre attraverso le lettere circolari all’interno della cerchia gesuita, arrivavano le notizie “riservate” a tutti i membri dell’ordine sparsi in Italia e nel resto del mondo.

Nel frattempo, i gesuiti, con l’uso dei libri che circolavano in sempre maggiore quantità, dei catechismi, di canti, di recite, di immagini sacre e medaglie benedette rafforzavano la loro opera di predicazione e «creavano legami tangibili e duraturi tra una popolazione sino a quel momento semiabbandonata dalla Chiesa e quei religiosi apparsi per il breve spazio di tempo della missione» .

Fondamentale per quest’azione di conquista delle «nostre Indie» fu l’occupazione, da parte della Chiesa, di tutti quegli spazi e quei momenti fondamentali della vita degli uomini (quelli della nascita, della morte e del matrimonio) che subiscono un vero e proprio processo di “cattolicizzazione” e vengono posti sotto un sempre più rigido controllo da parte di Roma.

Nelle recensioni che ho avuto occasione di leggere mi è sembrato che, a parte qualche eccezione, vi sia poco interesse per l’ultima parte del libro, quella dedicata ai missionari, mentre tutta l’attenzione è concentrata sulle prime due, quelle sull’Inquisizione e sulla Confessione, come se missionari e gesuiti non meritino tutto quell’interesse che Adriano Prosperi ha dedicato loro .

Questo capitolo mi sembra invece fondamentale perché, se facciamo riferimento all’iniziale affermazione dell’egemonia culturale cattolica nella penisola italiana, risulta necessariamente decisiva, per il successo di Roma, «la capillare e lenta opera di penetrazione nella società di missionari e confessori» .

Questo processo si inserisce quindi all’interno di quello più ampio dell’azione globale della Chiesa tridentina: infatti l’attività missionaria, insieme a quella inquisitoriale e a quella del controllo confessionale, costituiscono gli ingranaggi di una lunga e complessa azione che parte prima dell’avvio del Concilio di Trento, servendosi di questo per ottenere una sorta di legittimazione, e che si dipana lungo la seconda metà del Cinquecento e la prima del Seicento, mutando le proprie forme e il proprio campo e modo di intervento a seconda delle diverse esigenze e situazioni, fino a trovare il proprio modello vincente di esportazione ed imposizione del cattolicesimo nell’attività missionaria.

Probabilmente, accanto a questi processi che Adriano Prosperi mette in evidenza, andrebbe sottolineata anche l’importanza della Chiesa in quanto istituzione, ovvero come organizzazione e ramificazione in diocesi e in chiese uguali dovunque il cattolicesimo è arrivato: così, prendendo spunto da un idea dello storico inglese Robert Bartlett in un suo libro sull’Europa medievale - un’idea però che, a mio parere, può essere allargata alla modernità e al periodo della Riforma - si può affermare che sotto la spinta di Roma e del Concilio di Trento, le strutture della Chiesa tendono sempre più ad “uniformarsi” e ad “uniformare” attraverso la precisazione della propria dottrina in opposizione a quella riformata e con la diffusione/imposizione di un modello comune a tutto il mondo cattolico.

Si pensi quindi a tutti quei tratti comuni esportati dal centro del cattolicesimo, Roma, verso tutte le sue periferie: un’unica liturgia, i culti dei santi “certificati” da Roma, la diffusione dei nomi cristiani, il controllo delle coscienze, i sacramenti.
Quindi quello davanti al quale ci troviamo è un doppio processo, di diffusione del cattolicesimo dove prima non c’era e di “ricattolicizzazione” dove era invece presente. Questo processo si manifesta non solo in Europa ma anche in Asia e nelle Americhe, con lo scopo, da parte di Roma, di porre sotto il proprio controllo tutto il mondo cattolico di fronte al pericolo delle eresie luterane e calviniste.

In conclusione a questa recensione, vorrei ricordare l’iniziale ed amara constatazione che Adriano Prosperi fa nell’introduzione al suo volume: «Che la Chiesa abbia vinto, non c’è dubbio: non una volta per tutte, certo, ma ritrovando in ogni crisi storica del paese Italia antiche e nuove origini di egemonia» .

Questa frase ci rivela tutta l’attualità e la correttezza di quella tesi che Prosperi mette alla base de “I tribunali della coscienza”, ovvero quella di un’egemonia della Chiesa di Roma sulla nostra penisola.

Infatti, l’attuale crisi del sistema Italia negli ambiti economico, sociale, culturale e politico, rafforza sempre più questa idea e non è certamente un caso che papa Benedetto XVI Ratzinger, nel suo ultimo libro, affermi che tutti i laici che «non riescono a trovare la via dell’accettazione di Dio», dovrebbero comunque comportarsi veluti si Deus daretur, «come se Dio ci fosse», accettando quindi tutti quei valori morali e civili di una Chiesa che oggi tenta sempre più di «re-impadronirsi egemonicamente di tutti i terreni dove trovano la loro peculiare collocazione le libertà di coscienza, di ricerca, di espressione e di comportamento» in un vero e proprio tentativo di occupazione cattolica della modernità.

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