Premessa del curatore
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Ho avuto la fortuna di essere stato amico e di godere
della stima di Aldo Garosci negli ultimi anni della sua lunga vita,
intensissima di pensiero e di azione, quando la sua mente si stava allentando a
poco a poco per lo sforzo eroico, come una candela vicina a consumarsi, che
continuava a mandare i suoi ultimi
guizzi di luce e a illuminare comunque. Senza mai perdere fino all'ultimo
(posso assicurarlo) la fondamentale consapevolezza di sé, con la sola
accentuazione del distacco, accompagnato dal sorriso (segno di altezza e di
grandezza), capace di cogliere uomini ed eventi nella loro più autentica
prospettiva e nel loro più autentico significato e spessore storico. Accompagnando la memoria e la
riflessione con momenti di poesia e di emozioni antiche. Garosci è stato tra i pochi, rari intellettuali
italiani ed europei del Novecento, che abbia obbedito esemplarmente al dovere degli uomini di
cultura di testimoniare, a qualunque costo, verità e umanità. Egli brilla e si distingue, in modo netto, nei confronti
della schiera di intellettuali traditori, complici, disertori, nicodemici,
così tragicamente lunga e affollata in Italia e in Europa, dagli inizi del secolo alla sua fine. E' scomparso solitario, quasi ignorato, in questo
paese così spesso provinciale, superficiale, distratto, così
spesso ingrato verso i suoi figli migliori. Ma c'era a fianco della sua bara,
il 5 gennaio 2000 a Roma, un centinaio di amici e compagni fedeli e c'era la
sua incontaminata bandiera giellista, azionista, liberalsocialista. Non ha mai ceduto, non si è mai tirato
indietro, ha sempre agito con libertà, nobiltà,
generosità, fino agli ultimi giorni della sua vita, come altri suoi
amici, es. Valiani, Zevi. Per ogni iniziativa, anche piccola, aveva il conforto
immediato, concreto. "Si può tentare, si deve tentare, sempre…ci si
impegna e poi si vede", mettendo a disposizione tutto, anche la sua casa,
con l'indimenticabile compagna, Irene. Grazie, Aldo. Non ti dimenticheremo, nel tuo nome 'non
molleremo'. Roma, marzo 2000 |
Aldo Garosci |
Nicola Terracciano
AUTORITRATTO POLITICO
Per un 'libero
crociano atipico', quale è stato per certi aspetti Garosci, che
ritrovava nell'opera di Croce 'Contributo alla critica di me stesso' un
'gioiello di autobiografia ideale', sono stati continui i momenti di
autoriflessione sulla propria esperienza politica e intellettuale. Tra i tanti
contesti si riporta quello dell'intervento 'Sintesi liberalsocialista' al
Convegno di Milano del 1979 'Socialismo liberale liberalismo sociale'.*
Dal punto di vista ideale tutta la mia storia parla per una ricerca di
sintesi tra elementi liberali e elementi socialisti nell'azione politica
cosciente per la trasformazione della società moderna. Se guardo nel
mio passato, ci vedo prima la mia
adesione a "Giustizia e Libertà", una comprensione credo non
superficiale del 'Socialismo liberale' di Carlo Rosselli, il più vivo
uomo politico che l'antifascismo abbia generato, poi una pronta
disponibilità a comprendere e a consentire con il liberalsocialismo che
si era andato formando in Italia, non appena ne ebbi notizia; e poi ancora, una
partecipazione pubblicistica e politica che si è svolta sempre, in
regime democratico, in formazioni che, orientate più a destra o
più a sinistra, come suol dirsi, avessero tutte però il sigillo
del socialismo e della libertà…Ma avere una fede non significa
rinunciare a un lavoro critico per conoscerne i limiti; ma proporsi un fine
politico non significa attendersi dal suo enunciato, almeno nell'immediato,
effetti di mutazioni miracolose; senza una critica del passato, anche a quello
a noi più caro, ripeteremo in futuro gli errori commessi, i quali non ci
hanno certo impedito di agire, ma ci hanno impedito di essere, com'era nostra
ambizione, la guida del nostro paese e in prospettiva, della nostra civiltà."
*AA.VV., Socialismo liberale liberalismo sociale - Esperienze e
prospettive in Europa, Forni, Bologna, 1981, p.55.
LA FORMAZIONE
Il nostro passato è, di fatto, la generazione degli uomini con
cui abbiamo avuto intimità e in qualche modo abbiamo collaborato e di
cui siamo 'fatti'
Garosci, 1983 (L'era di Carlo Levi)
BENEDETTO CROCE
Dall'adolescenza alla tarda età la figura di
Benedetto Croce ha lievitato l'immaginario etico e intellettuale di Aldo
Garosci. In una intervista apparsa sulla rivista romana 'Ragionamenti' di
maggio 1991, dal titolo significativo "I grandi che ho conosciuto:
Benedetto Croce", così Garosci esordisce "Chi ha avuto la
fortuna, non rarissima tra gli uomini della mia età, di aver avvicinato
di persona Benedetto Croce non può staccare se stesso dal ricordo di
lui, quando getta lo sguardo sulla propria autobiografia". In diverse
occasioni Garosci è tornato su Croce, ha scritto su Croce. Si riportano
le parti più interessanti del ricordo apparso sul mensile
giellista-azionista di Torino 'Resistenza Giustizia e Libertà' del 1966,
in occasione del centenario della nascita di Croce, che sono preziose per
illuminare dall'interno(e offrire anche riferimenti biografici garosciani utili) il debito crociano di Aldo Garosci. Il
ricordo aveva come titolo "In un giorno d'estate, a Grenoble, Croce si
fermò dal giovane fuoruscito" e come significativo sottotitolo
"Nobile umanità dell'insigne pensatore: a cent'anni dalla nascita,
inalterato splende il suo magistero di conoscenza e libertà".*
…Da quando nel 1925 Croce aveva rotto col fascismo - e ciò era
sopravvenuto in un momento del massimo suo influsso su una mente giovanile che
abbandonava la religione trascendente praticata con doverosa disciplina, ma non
mai davvero sentita - quell'adolescente che io era allora non aveva mai mancato
di esser presente, ogni volta che potesse, alle sue visite a Torino. Aveva
fatto in modo - ancora al liceo, credo - nel 1925, di esse presente a una sua
conferenza(che)faceva parte di un ciclo: due le doveva tenere Arturo Farinelli,
una lui…il giovane non s'era curato di ritornare a sentire il vecchio maestro
romantico; erano passati i tempi in cui foga oratoria ed erudizione potessero
dire qualcosa agli scolari; e Farinelli, che pure aveva suscitato gli
entusiasmi della generazione gramsciana, e ancora pareva grande a Gobetti, non
interessava più noi, della generazione dei "distinti",
bisognosi fondamentalmente più che di foga, di ordine e certezza
mentale, e non di eccitamenti, anche quando ci spingeva un impulso di
rivolta...O allora, o dopo, certo, a farmelo conoscere fu lo zio Falco, che da
molto conosceva Croce…Mi rivedo quindi ad ascoltare quel che Croce dicesse, o
in una buia stanza, lunga e angusta, che dava su una Piazza Carlina invernale,
e Croce stava, con altri dotti, vicino alla finestra, e noi giovani in fondo a
una distanza che ora mi pare immensa, verso la porta nel buio; o, con qualcuno
che aveva condotto da lui, nella stanza dell'Hotel Ville et Boulogne, nel
quale, come Giolitti, era uso scendere…Ascoltavo, ascoltavo ardentemente, non
lasciando cadere un parola di quanto andava dicendo…E qualche volta,
passeggiando con Dionisotti per i giardini in fondo a Borgo Nuovo, dove il
prato è un po’ alto sulla strada e dove allora era ferma la neve, si
vedeva Croce, nel primo pomeriggio, passeggiarvi con passo rapido, tra l'alto
Solari e l'elegante Ruffini, tutti e due barbuti, Croce in mezzo piccolo e
glabo…Quando lessi per la prima volta nella 'Storia d'Europa' l'evocazione crociana
del Piemonte risorgimentale, la terra "aleggiata dagli epici ricordi del
passato feudale e regio nei suoi castelli e nelle sue città; la
capitale, Torino, col carattere spiccato di ordine e di regolarità che
le impressero i suoi duchi e re, ora animata dalla vivace operosità dei
ministeri, del parlamento, dei giornali" non poteri non pensare a quei
passeggi di Croce, che con la fantasia m'era parso in quel momento inseguire un
fantasma che era di passata e presente verità, ma anche, e certo prima,
d'amore…Tutto ciò non mi avvicinava di più all'intimità di
Croce, e così non fui mai di quelli che correvano a fargli festa e un
po’ di corte…Si potrebbe chiamare in causa, per le mie scontrose maniere,
l'alienazione o l'incomunicabilità, ma era semplicemente timidezza
giovanile…Nel gennaio del 1932 dovetti emigrare a Parigi, e seppi che Croce era
stato vivamente colpito da quella notizia, malgrado il carattere molto precario
delle nostre relazioni, forse anche perché mia zia, moglie poi di Giorgio
Falco, era stata molto mica della moglie di lui, Adelina Rossi,
all'Università. O fosse questo, l'aver sentito parlare di me, o magari
osservato più che l'avessi creduto io, suggerì al Croce un
pensiero gentile; e cioè, nell'occasione di un viaggio che fece in Francia
per istruzione insieme con due delle sue figliole, di fermarsi un intero giorno
a Grenoble, dove risiedevo, per portarmi una lettera di mia madre…l'atto di
gentilezza di un tale uomo, del quale giustamente la figlia Elena ha scritto
che quanto avesse sempre detestato di più era il perdere tempo, nel
fermarsi e dedicare un'intera giornata di questo stesso prezioso tempo alla
compagnia di un giovane pressochè sconosciuto, solo perché esule
politico, aveva qualcosa di profondamente commovente. E, come tutte le cose
commoventi, fioriva di una poetica ingenuità di espressione:
"Scrivete pure liberamente nella vostra risposta - esortava- tanto
"non mi frugano"…Tutta quella giornata estiva trascorsa con Croce e
con le sue due figliole mi è rimasta precisa nella mente. La sosta al
museo d'arte moderna…il pranzo, molto lungo, in una 'brasserie' del centro,
dinanzi al suo albergo.. E la
trepidazione con cui gli consegnai il manoscritto del libro, che avevo
terminato di ricavare in Francia dalla mia tesi, e che era il mio 'Bodin', (il
quale, due anni dopo, Agosti procurò fosse pubblicato a Milano da
Corticelli). Croce lesse e mi aspettavo correggesse o suggerisse qualcosa, ma
vi fece, a matita, una sola correzione.. Per 'Giustizia e Libertà' aveva
avuto, in origine, molta simpatia, nel momento in cui era sorta; perché,
ragionava allora, di che cosa ha bisogno il popolo italiano se non di giustizia
e di libertà ? Giustizia di tribunali non asserviti al potere politico,
libertà di pensare, parlare e
lavorare ? E diceva che non occorreva travagliarsi poi tanto a pensare alla
successione del fascismo, perché in fondo si trattava di dare a ciascuno il
posto che gli spettava per la sua competenza. Così, diceva, darei il
portafoglio degli Esteri a Sforza, quello dell'economia a Rossi.. 'E a
Salvemini, aggiungeva, ridendo come uno scolaro contento del suo scherzo, a
Salvemini non darei proprio nulla". Ma più tardi, riflettendo
all'accentuazione crescente dei programmi sociali, Croce ravvisò in
'Giustizia e Libertà' il volto del democraticismo, da lui sempre
combattuto, e quando veniva a Parigi criticava questa mescolanza di motivi
materiali e non liberali, di programmi che dividevano e non univano, con la
rivendicazione della libertà. Rispondevamo, o almeno rispondevo io, che
la gente doveva pur immaginare come sarebbe stata quella libertà, e che
quel nostro programma a questo provvedeva. E Croce, che non voleva allora
portare avanti la disputa (ma ci pensò costantemente, come prova la sua
nota del 1943 su 'Libertà e Giustizia') ammetteva, però non
persuaso: se si tratta di spingere innanzi la gente scuotendola con i miti e le
immaginazioni, allora voi ve ne intendete più di me, che di questa
materia non voglio interessarmi…Continuarono, quelle visite di Croce a Parigi,
fino a un periodo avanzato del regime; certo fino al 1937 0 1938, perché
un'estate, che non era la prima della guerra, discutemmo assieme della guerra
di Spagna. Nella mente di Croce era, in certo senso, impossibile non riportare
ai suoi studi, alle sue conoscenze gli eventi che si verificavano; era il
fascino della sua coerenza intellettuale, che, quando progrediva, progrediva
sempre serbando intero il tronco delle verità raggiunte prima.
Così mentre esprimeva solidarietà con la lotta che in Spagna si
veniva conducendo, non potè fare a ameno di ricordare le polemiche su
ciò che si deve alla Spagna, e osservò che delle grandi nazioni
d'Europa, era l'unica che non avesse dato un pensiero organico e moderno,
nuovo, tale da far progredire la coscienza riflessa dell'umanità. Quella
che si chiamava filosofia spagnola è il tomismo dei gesuiti
settecenteschi…Fui punto da quel ragionare e risposi professando l'ammirazione
profonda, che ancora conservo, per il carattere spagnoli, per quell'unire
immediatamente la convinzione con l'azione(VAI A VEDERE ALLA SEDE FIAP IL RESTO
DELLA PAGINA)…Le relazioni del piccolo gruppo di Parigi con Croce erano rimaste
cordiali, malgrado l'incidente della medaglietta, cioè del contributo di
oro con il versamento della medaglietta senatoriale, che Croce aveva dato alla
impresa etiopica, per malinteso patriottismo. Certo, nessuno poteva avversare
più di noi l'adesione all'impero, e quel gesto; direi anzi nessuno
più di me; avevo in cuore la rabbia di mia mamma, che mi raccontava del
corteo delle povere donne al gruppo rionale fascista, che era proprio nella
nostra casa di via Balbis a Torino, al piano di sotto al nostro, e come nei
giorni di cerimonia patriottica con imbandieramento a casa nostra si
chiudessero tutte le finestre e le imposte della casa, così da farla
apparire vuota e deserta e da non dover cedere alle imposizioni degli
incaricati che sarebbero venuti a portare tricolori a fasci per i fausti
eventi.
Ma "G.L." aveva contenuto la condanna nel limite minimo
compatibile con la nostra posizione; e questo aveva voluto Rosselli, che aveva
il senso del grande, e dell'indulgenza che alla grandezza si deve.
Tuttavia quelle visite a Parigi di Croce erano e restavano visite di un
uomo di studio, come uomo di studi restava tutto Croce anche nella sua
posizione politica. Arrivava a Parigi dopo aver viaggiato tutta la notte e,
appena giunto, dopo un bagno all'Hotel Louvois dove alloggiava - separato da un
breve giardino dalla 'Biblioteque Nationale' - si precipitava a studiare fin
dall'apertura di essa di primo mattino, restandovi fino alle sei di sera. E
quando lo si andava a prendere, parlava del suo lavoro, con un ammonimento
paterno. Vedete, diceva, quando io ero giovane, c'erano molti altri che erano
più intelligenti di me ( ed era
evidente che alludeva soprattutto ai vociani, a Prezzolini, a Borgese);
ma non avevano la costanza nel lavoro. Se sono andato avanti e più in
fondo, è per questo lavoro…Naturalmente, non era proprio vero, o al
più era una verità psicologica; il 'lavoro' di Croce non si
può staccare dalla fecondità del suo metodo, dalla sua
intelligenza. Ma un austero senso del dovere reggeva tutta l'opera sua, e aveva
per lui trovato quel nome: lavoro. Era una parola che ritornava spesso nei suoi
giudizi: e la cosa più severa che dicesse di gentile divenuto
personaggio del regime, era che 'non lavorava più'. Ritornava anche, in
quei discorsi, il motivo del comunismo, verso il quale certo non ero più
benevolo del Croce, ma che cercavo di giustificarmi nella sua consistenza e
nella sua funzione. Non poteva quella sua dittatoriale chiusura essere il
momento necessario della formazione? Avere la stessa funzione che aveva avuto
Calvino a Ginevra? Croce mi correggeva come dopo una solenne sciocchezza. Nel
pensiero di Calvino c'era un concetto di libertà, e atti autoritari di
lui erano eccessi a difesa di quel pensiero e di quel nucleo. Ma quale era il
nucleo attuale di libertà del comunismo ?
* Resistenza Giustizia e Libertà, Torino, 1966, p.
Aruro Farinelli -NOTIZIE
Giorgio Falco - NOTIZIE
Carlo Dionisotti- NOTIZIE
Gioele Solari - NOTIZIE
Ruffini - NOTIZIE
Bodin - NOTIZIE
Aldo Agosti- NOTIZIE
CARLO LEVI
Carlo Levi è, insieme al 'Croce torinese',
l'altra grande figura che, secondo
esplicita confessione
autobiografica, aiutò il giovane Garosci a sollevarsi sul piano
etico - intellettuale - politico da orizzonti ristretti.
Il documento più importante in tal senso è il ricordo 'L'era di
Carlo Levi' scritto nel 1983, in occasione della pubblicazione del catalogo
della mostra di inediti disegni dal carcere 1934 di Carlo Levi, trovati
fortunosamente in un dossier di polizia all'Archivio Centrale dello Stato. Nel
saggio - ricordo emergono anche caratteristiche virtù garosciane di
scrittore evocativo, acutissimo, di sinuosa precisione, amico di poeti, come Noventa, di storici della
letteratura come Dionisotti, di artisti e storici dell'arte, come Lionello
Venturi.*
Quando si parla della Torino degli anni Venti si è soliti
caratterizzarla con la presenza e l'attività di Gramsci e Gobetti prima,
per passare poi a impersonarla, poniamo, in uno spirito poetico come Cesare
Pavese o in una attività editrice come quella di Giulio Einaudi.
Secondo me si è, in tal modo, ingiusti verso personalità
di primo piano che caratterizzarono la vita di Torino, la svecchiarono e
sprovincializzarono, gettarono le basi di un'attività rimasta sempre
vivacissima anche nell'era che adesso si intitola comunemente del
"consenso". Fra queste, almeno per ciò che mi riguarda, va
messo in primo piano - non da solo ovviamente - Carlo Levi; così
sparisce il vuoto politico e culturale che anche buoni storici hanno introdotto
erroneamente tra le varie epoche, creando della storia moderna torinese una
sorta di "Dinastengeschichte", dai primi scioperi a Togliatti, considerando
il resto una sorta di interregno.
Certo parecchie di quelle personalità, e, prima fra tutte Carlo
Levi, non sono da considerare estranee al fervore di iniziative suscitato da
Piero Gobetti, di cui fu amico; così come altre incominciarono a
emergere proprio allora, o già operavano fuori dalle citate egemonie.
Se per esempio ripenso, in termini certo autobiografici, ma come
"testimone del tempo" alla mia educazione intellettuale e politica la
debbo proprio porre in quel momento di apparente "vuoto", che sta tra
l'emigrazione di Gobetti in Francia (dicembre 1926),subito seguita dalla sua
morte il 17 gennaio 1927, e la mia fuga in Francia, che è del 13 gennaio
1932, quando quasi quotidiana era la mia consuetudine con Carlo levi; e ad essa
debbo aggiungere il primo periodo di soggiorno in Francia, in esclusivo e
pressochè clandestino contatto con Rosselli e gli altri dirigenti di
Giustizia e Libertà: è il periodo che si chiude, appunto, con la
primavera del 1934, che vide il ritorno di Carlo in Italia e il suo arresto.
Non fu quell'epoca, in Torino, un deserto e un'attesa: fu ancora
un'epoca feconda e piena, i cui frutti furono raccolti più tardi; ma
nella quale, se semplicemente mi guardo indietro, vedo campeggiare alcune
figure di primo piano: per la politica Fernando De Rosa; per la cultura
Lionello Venturi che emigrò soltanto nell'estate del 1932, dopo aver
portato a Torino più di un soffio di moderne esperienze artistiche; un
singolare personaggio come Eduardo Persico, che doveva più tardi creare
a Milano quel movimento di architettura moderna che a lui costantemente fece
riferimento; e un poeta senza pari nel tempo nostro come si può
affermare a ragion veduta: Giacomo Noventa, che dall'alto della su esperienza
di guerra guardava allo stesso gruppo dei gobettiani come a giovani inesperti.
E potrei ancora continuare, appunto per compiere il ritratto di levi in
quegli anni, ricordando altri, che appartengono a quest'epoca, che ben posso
chiamare quella Torino di levi con altrettanta verità di quando la si chiama
la Torino di Gramsci, di Gobetti, di Pavese.
In realtà nel periodo 1926-1934 non ci fu a Torino né un
ipotetico vuoto cospirativo né un vuoto culturale, che solo sulla fine degli
anni '30 sia stato colmato. E quest'era in Torino credo che da nessuno possa
definirsi meglio che da Carlo Levi, anche se la biografia di Levi può
partire da Gobetti e metter capo magari alla civiltà contadina. Carlo
Levi fu dunque il primo a togliermi dagli istintivi balbettamenti di un'azione
quasi ancora infantile e di una cultura scolastica e classica, e portarmi a una
coscienza che posso considerare matura e che mi permise di dare prima
all'azione politica e poi agli studi quel tanto di opera, non certo di
protagonista, ma di cosciente cooperatore, che potei offrire come contributo
alla vita della nostra Italia.
Certo non fu Levi (come non fu Gobetti, che non conobbi mai) ad
avviarmi sulla strada dell'opposizione; fu inizialmente, come per molti altri,
il delitto Matteotti. Ricordo che in quell'anno, ancora in seconda liceo, in
semiconvitto, mi lasciavano però uscire prima che fosse scaduta l'ora di
"studio"; e mi trovavo in Piazza Castello, all'angolo dei portici di
Via Pietro Micca, quando uscirono le edizioni speciali dei giornali, con i
titoli strillati, come si usava allora :"La scomparsa dell'on.
Matteotti!". Il colpo che ricevetti, e che in generale si ripercosse nelle
mia famiglia come nell'opinione media, fu grandissimo, proporzionato alla
gravità della tragedia, pur se la nostra era una famiglia di tradizioni
mediamente liberali: "Se è possibile rapire e far sparire un
deputato- mi riflettevo fra me e me
andando a casa- allora non c'è più parlamento, non c'è
più lo stato", e trovavo ripercosso quel sentimento, dove
più acutamente e dove meno, prima o poi, negli amici tra i quali vivevo.
Ancora nel primo anno di lettere non fui se non uno spettatore appassionato
degli avvenimenti politici; per quanto avessi ripreso amicizia con Fernando De
Rosa, più giovane di me di un anno, che avevo perduto di vista dall'incontro
che avevamo avuto, entrambi privatisti, in primo liceo. De Rosa…si era
accostato a "Patria e Libertà" di Misuri, anche sotto
l'influenza di un su professore antifascista, il cattolico Guglielminetti…La
prima cosa che quei giovani fecero fu di metter fuori vari giornali; di essi
l'unico foglietto tecnicamente presentabile era appunto quello di De Rosa,
intitolato "Umanità Nova" e stampato in ciclostile. A esso
collaborava Mario Andrei, allora repubblicano, con il quale, dal 1929 al 1932,
dovevamo aver la responsabilità organizzativa a Torino di Giustizia e
Libertà. Quanto a me, per dare un'idea non soltanto delle mie posizioni,
ma dei mezzi di cui disponevo, "stampavo" anch'io in un centinaio di
copie un mio foglietto intitolato "Difesa Liberale"…la mostra attività,
quella di De Rosa, di Andreis, di Aldo Bertini e di altri che riuscimmo ad
avvicinare era essenzialmente un'attività diretta a non lasciar morire
quella che era sembrata, per un momento, l'offensiva o controffensiva vincente
dell'Aventino, ma da cui i vecchi uomini, o perché perseguitati e inviati al
confino, o perché stanchi e scoraggiati, si erano ritratti. Quante storie
potremmo raccontare, se fossimo ancora insieme, De Rosa e io, di possibili
antifascisti accostati sotto i portici di via Po…Pure erano attività
elementari, che avevano ancora del puerile: abbozzi di fortezze di carta contro
la grossa e munita e sempre crescente armata del regime. Chi la sollevò
di grado, almeno per me, chi la portò al livello che era effettivamente
il suo, di un episodio del grande dramma europeo, di cui non avevamo non
più che coscienza istintiva, fu appunto Carlo Levi.
Certo, anche l'incontro con Carlo Levi incominciò in casa
Gobetti, dove si riunivano, attorno alla signora Ada, in via Fabro, 8, gli
amici de "Il Baretti", che in qualche modo si proponevano di
continuare, se non altro, l'attività editoriale e giornalistica, e poi
almeno quella culturale de 'Il Baretti". De Rosa e io ci capitammo un po’
per caso e un pò perché in una piccola città tutto si viene a
sapere. E quegli amici di Gobetti erano venuti a sapere che, nel primo
anniversario della morte in Francia di Piero, era stata tenuta da noi
all'Università una commemorazione del politico, dell'esule e del
perseguitato. Che conoscessi di Gobetti qualcosa oltre le parole magiche che
per un pezzo s'erano lette su per le edicole: "Rivoluzione Liberale",
non potrei proprio asserirlo (me ne procurai poi, proprio in quegli anni, una
copia che ancora conservo). Ma c'erano appunto le parole magiche. E c'era un
giornale letterario, delle edizioni, che ancora uscivano. E gli amici de 'Il
Baretti', forse una decina di persone, si riunivano ogni settimana in casa
della signora Ada. Con lei c'erano Zanetto, Monti, Lamberti e il piccolo
Paolo…E lì, con De Rosa, fummo inviati a partecipare. E scrissi qualche
saggio cinquecentesco su 'Il Baretti'; e lì soprattutto, incontrammo
Levi.
Fra quegli 'amici' come è naturale, non tutti erano di uguale
valore, né di uguale e ferma fede, né di pari simpatia. Ma c'era Carlo Levi. E
l'amicizia che questi offriva a un nuovo compagno era tale da aprirgli
orizzonti che altrimenti sarebbero rimasti chiusi nell'angusta cerchia della
protesta o della continuazione ostinata della rivincita dell'Aventino.
Che cosa portava Carlo Levi a Torino che contrastava con l'angustia-
sia pure ostinatamente eroica- della spontanea resistenza di quei giovani
piemontesi che avevano resistito all'invito della "società
passiva" di inserirsi nella sua logica o, al più, nella pratica
privata degli studi ? Fu per esempio Carlo Levi a Torino a invitarmi a certe
riunioni, che me giustamente parevano
"privilegiate", nel corso delle quali venivano studiati e riferiti i
problemi degli equilibri internazionali, e alle quali partecipavano con lui,
Alessandro Passerin d'Entreves, Guglielmo Alberti, Mario Fubini, Manlio Brosio.
Molto di più però mi aprivano la mente alla visione di un mondo
più vasto le conversazioni con lui che divennero ben presto abitudine
quasi quotidiana nel suo studio…Con Carlo le sere, specie quelle d'estate, non terminavano mai;
prendeva in mano i pennelli alle cinque o alle sei e continuava fino alle nove,
parlando o piuttosto conversando quasi di continuo, senza prestare
apparentemente attenzione a quel che usciva dalle sue mani, fino forse al
momento in cui si accorgeva di aver finito e si ritraeva un poco, valutandone
l'effetto, che tuttavia gli riusciva sempre grato, persuaso com'era, e come
rimase fino alla fine della sua vita, di spargere e irraggiare intorno a lui
bellezza. E in quella stessa luce di ammirazione di gloria, di cui
circonfondeva se stesso, nascondendo in fondo alla non espressione, con
un'ammirevole padronanza dei suoi nervi, le tensioni che continuamente
dominava, avvolgeva l'amico e l'interlocutore, e quanti lo circondavano…quel mondo
di Carlo Levi (ma, naturalmente, non solo suo) era, in confronto con il mondo
di Gobetti - e del suo pittore, che era anche il pittore della
'modernità' torinese, Casorati, strettamente monocolore - un mondo
'colorato', brillante, di cose e luci varie, di personaggi impensati…Forse fu
il momento più brillante, malgrado la dittatura, che abbia attraversato
quella che per allora, chiamo ancora la mia città…Politicamente il
maggior apporto di Carlo alla maturazione delle idee in coloro che operarono a
Torino trova, forse, il momento più importante proprio nel 1928, prima
che venisse fondata Giustizia e Libertà. Fu allora che Carlo Levi e
Nello Rosselli pensarono di stampare all'estero non i soliti fogli di
propaganda, che incominciava a diffondere la Concentrazione e che conservavano
molte delle caratteristiche dei fogli che avevano condotto la campagna
dell'Aventino e il suo linguaggio(le'mangianze' dei gerarchi, le millanterie di
Mussolini, i ridicoli del regime, senza possedere poi di quella stampa aventiniana
il solido fondo di informazioni e di studio),ma una rivista, nella quale
venissero ristudiate le idee e i principi attorno ai quali potessero
raccogliersi le nuove forze da opporre allo stato totalitario per un futuro da
costruire. La rivista che Carlo ideò, "La Lotta Politica", fu
un'impresa sfortunata, e tuttavia, nella sua sfortuna, estremamente
significante di quel che venne poi. Essa fu concepita quando ancora Carlo
Rosselli era al confino e Bauer ne era appena tornato e ancora non aveva
ripreso i contatti che, insieme con Rossi e gli evasi da Lipari, dovevano
portare a Giustizia e Libertà. Fu un'impresa sfortunata, perché le copie
che dovevano essere introdotte in Italia - e se ne era incaricato De Rosa -
rimasero a marcire a Lugano…tracciare all'opposizione antifascista non
l'occasionale compito della critica, né quello della restaurazione e neppure
dei grandi gesti arditi- che sfiorano il tirannicidio se non il terrorismo -
della prima Giustizia e Libertà, ma un programma di ripresa integrale, liberale
e rivoluzionaria, non più appoggiata all'una o all'altra classe, ma
all'applicazione del principio a tutti i temi dell'attualità…Carlo levi
mise di fatto il suo sigillo non solo sulla vita dell'arte a Torino, ma anche
su quella politica, vero leader di un intero periodo…proprio per il fatto che
il solo carattere costante nelle ambiguità del fascismo è la sua
radicale negazione del liberalismo, compito attuale del liberalismo politico
è di riproporre la formazione di uno stato dalle sue fondamenta. Di
fronte allo 'Stato paterno', lo stato come organo delle libertà
politiche, garanzia delle libertà civili e individuali; di fronte allo
'Stato etico' l'autogoverno. Di fronte all'Impero, il comune; di fronte allo
'Stato sindacale' i liberi sindacati; allo 'Stato educatore' la libera scuola,
allo 'Stato negatore delle classi, lo stato che risulta dialetticamente dalla
'lotta di classe'. I rapporti con il socialismo "sono insieme di
unità e di distinzione, se non del tutto paradossalmente (si osservi
l'approvazione data soltanto con riserve, alle tesi che a lui già erano
note di Rosselli) s'è parlato di socialismo liberale". C'è
già insomma, in questo articolo di Carlo, quel che divenne G.L.
nell'epoca sua migliore, anche se, come appunto la G.L. di quest'epoca, non
sempre tiene distinta la spinta libertaria da quella liberale…nata nel 1929
Giustizia e Libertà che Riccardo Bauer aveva portato a Torino, il lavoro
era andato sempre più specializzandosi: alcuni di noi impegnati nella
compilazione e nella diffusione degli stampati (fu allora che Mario Andreis con
la collaborazione mia, di Giamdomenico Cosmo e Riccardo Poli creò
"Voci d'Officina - Insorgere Risorgere - Voi uccidete me, ma l'idea che
è in me è immortale - Matteotti) e nell'allargamento
propagandistico della base e altri, come Carlo, diversamente…principale nostro
rappresentante presso il comitato di G.L. nei viaggi che faceva a Parigi…il
simbolo del movimento e l'altro francobollo, che servì pure da copertina
alla 'Catena' di Lussu diffusa clandestinamente erano stati disegnati da Carlo
Levi…prese parte alla discussione da cui uscì, insieme con il patto di
G.L. con la Concentrazione e l'alleanza coi socialisti, anche il 'Programma'
poi detto 'Programma rivoluzionario di Giustizia e Libertà…A Parigi per
me fu non solo il maestro e il compagno di Torino, ma l'amico degli incontri
quotidiani, che mi riportò alla vita dell'arte e del pensiero, di
ciò che è ragione umana nella ragion politica…Carlo viveva la
vita apparente, ma anche reale, di un pittore di Montparnasse. A me, dopo
essere stato l'estate della mia fuga a studiare e completare a Grenoble la mia
tesi, che divenne poi il libro su Jean Bodin, accadde la singolare ventura di
diventare, per metà della giornata, collaboratore regolare di Lionello
Venturi. Questi, poco dopo gli arresti dei giovani di G.L. a Torino (era stato
fermato anche il figlio Franco) e il suo rifiuto del giuramento fascista, si
era trasferito a Parigi…Era l'epoca in cui Lionello Venturi amava molto la
pittura di Carlo Levi….se ne disamorò poi quando la pittura di Levi,
sotto l'influsso forse di Soutine, ma certo per un bisogno interno e per il
presentimento della tragedia che ormai incombeva sull'Europa, divenne
più pesante impastata di colore, meno naturalmente gioiosa…La sua azione
politica consisteva con successo nello spingere il movimento dalla fase
prevalentemente politica e agitatoria dell'azione immediata a una fase di
elaborazione dei temi attuali della libertà europea, ricercando
cioè una "strategia", sotto la pressione degli eventi e
particolarmente, come ho detto, dell'incombente aggressività hitleriana.
A questi compiti trovava sempre più disposto Rosselli, che a Lipari
aveva pensato alla fuga, ma anche alla stesura di 'Socialismo liberale' e che
sempre più si appassionava agli avvenimenti che mettevano in pericolo
anche la Francia, e generalmente, la sorte della prevalenza e forse della
sopravvivenza liberale e socialista democratica nello stesso Occidente europeo
sempre più minacciato…scendendo austeramente nella coscienza della
più complessa realtà, (chi ha scritto queste note) riconosce pur
sempre che, anche attraverso queste indebite mescolanze di pensiero e di
avventure, di sfida ardita di cospirazione e di motivi di grande strategia
civile, si operò quella trasformazione che permise a un pugno di ancora
ingenui uomini liberi di non essere inerti spettatori, ma forze operanti della
civiltà nella grande lotta da cui uscì, per molti popoli, la
possibilità di sopravvivere e di sperare - sempre com'è degli
umani, tra vita e morte - nel grande dramma che prese nome in Italia dalla
Liberazione e lo aveva visto sfidare, autonoma, il regime, dopo il suo impero
abissino e, per cominciare, sui campi di Spagna.
*AA.VV., Carlo Levi, De Luca,
Roma, 1983, pp. 5-29.
CARLO ROSSELLI
Nella vita di Garosci l'incontro con Carlo Rosselli fu
decisivo, segnò profondamente la sua vita etica e intellettuale. Al
legame con Carlo Rosselli sono collegati infatti gli aspetti più
caratteristici e più noti dell'immagine di Garosci nella tradizione politica e intellettuale italiana: dalla
militanza in Giustizia e Libertà alla guerra di Spagna all'assassinio e
ai funerali di Carlo e Nello, alla fondamentale opera 'Vita di Carlo Rosselli'.
Egli ha riconosciuto senza esitazioni che Carlo Rosselli si colloca su un livello di grandezza vera, europea,
inaudita, eretica, ancora profondamente misconosciuta. A Carlo Rosselli, a
partire dal giorno del suo assassinio col fratello Nello il 9 giugno 1937, e
fino agli ultimi giorni, Garosci, come se avesse fatto un giuramento di laica
religiosità nel suo intimo, ha dedicato tutte le sue energie
intellettuali, affinchè mai si perdesse la memoria, sempre la si
rinnovasse, sempre più si approfondissero il valore e il significato inauditi e nodali
dell'esperienza rosselliana. Nell'ampia bibliografia garosciana, la sezione
rosselliana è la più ampia e articolata.
Questa 'Vita di Carlo Rosselli' rappresenta per il suo autore un'epoca
ben definita: un'epoca della sua vita, durante la quale, rigettato ai margini
della politica attiva dalla grande ondata della guerra, egli sentì
necessario fare il punto e porsi delle domande precise attorno al significato
che avevano avuto - non per lui individualmente, ma per la storia del nostro
paese - gli anni di lotta clandestina, dell'emigrazione antifascista di
'Giustizia e Libertà'.
Quando il libro fu scritto, tra gli ultimi mesi del 1941 e il giugno
del 1943, l'Europa era stata assoggettata da Hitler e muovevano, da lontane
posizioni periferiche, alla riscossa, le tre potenze mondiali. Poteva anche
sembrare che il germe di resistenza e di resurrezione che l'azione di Carlo
Rosselli aveva sempre postulato nel nostro paese fosse estinto, inefficace
attualmente. Si poneva perciò con maggiore urgenza la domanda: quale
fosse stata l'efficacia reale, nella storia già fatta del nostro
continente, dell'azione di lui; quanta parte di lui fosse già segnata
negli avvenimenti che si svolgevano dinanzi ai nostri occhi.
Questa 'Vita di Carlo Rosselli' non è dunque, per questa sua
genesi, e malgrado non l'abbia scritta senza passione, un libro di parte, ma un
libro di storia, e risponde a domande che io credo importanti per spiegare la
vita del nostro paese. La tendenza a configurare il ventennio fascista come una
parentesi di turpitudini, degne al più di storia segreta, e non come un
periodo che offerse a uomini veramente grandi, quale è stato Rosselli,
l'occasione di innovare sostanzialmente nella materia morale della
società, è troppo naturale in un periodo in cui sono scossi i
saldi criteri tradizionali di giudizio, le categorie create per intendere 'la
storia d'Italia fino al 1914'; ma se ne sente come un'insoddisfazione, si sente
che sono superficie e non sostanza. Della vita di Carlo ho messo naturalmente
in luce quello che a me pare sia stato l'elemento positivo, quale che
effettivamente operò, quel che si è trasformato in risultato
storico; ma non credo di aver nascosto le lacune, o per meglio dire, i problemi
che la sua azione lasciò irrisolti, perché altri e diversi da quelli
suoi fondamentali.
…il miglior capo della nuova generazione italiana (p.11)
GIACOMO NOVENTA
L'amicizia fraterna con il poeta veneto Giacomo
Noventa, che ha dedicato a Garosci diverse poesie, tra le quali l'ultima
scritta prima della morte nel 1960 "Garosci… mon lecteur, mon frere"
segnala un aspetto poco noto, ma fondamentale, della personalità umana
ed etica di Garosci. Egli non è stato solo storico, giornalista,
politico, ma anche fine critico letterario, lettore di poeti, che hanno alimentato
e affinato una sensibilità rara per intensità e delicatezza.
Così Garosci ha spiegato le ragioni di questa 'lunga fedeltà
noventiana' nella prefazione mondadoriana alla raccolta "Versi e
poesie" del 1960.
"La poesia di Noventa…è un'eco che ha accompagnato la
vita…si è radicata nella propria biografia: è un fare i conti
anche col proprio passato…la poesia di Noventa comincerà il suo cammino,
si radicherà nelle menti e nei cuori, per giri irregolari ma sempre
più larghi, fino a attingere quel grande pubblico che è il suo -
non forse il pubblico d'una generazione, ma certo il pubblico dei giorni a
venire…la poesia di Noventa rappresenta per noi - né crediamo di essere i soli
- la poesia del nostro tempo e del nostro paese…Quando per la prima volta
abbiamo sentito risuonare il verso di Noventa non s'era usciti
dall'università: Noventa era già stato a Torino e aveva fatto i
conti, come noi stavamo facendoli, con Gobetti e Croce, dopo la guerra che
aveva segnato la fine della sua adolescenza. Erano versi italiani splendenti di
ritmo e irti di immagini, surreali se si vuole in una cornice di tradizione. Di
quel tempo all'incirca, poco prima o poco dopo, dovevano essere le sue
esperienze tedesche e l'incontro con l'opera di Gundolf, carica d'una
tradizione eroico - popolare. Della sua grande poesie d'amore sentii parlare
verso il 1930: poco dopo ebbi a incontrarlo nell'emigrazione, ascoltai i primi
versi, la sua poesia civile, vidi nascere nelle tempeste della vita randagia la
famiglia di cui ora è patriarca, sentii la forza penetrante della sua
critica acuta a ciò che eravamo, nel confronto con l'ideale che egli
aveva di noi( e di sé). Tornato in Italia, arrestato e poi liberato,
cercò invano di dare al suo alto concetto del popolo italiano (per lui
portatore di alta poesia e degno di essa) una qualche incarnazione che tenesse
conto del regime di fatto: era sospetto, non per proposito che avesse di
sovvertire, ma perché la poesia sovverte ogni mondo totalitario, e la sua
presenza creava discussioni e movimenti ideali. Alla fine a Noventa era stato
proibito di risiedere in qualsiasi città che fosse sede universitaria
"quod corrumperet(totalitariam)iuventutem" E quando ci ritrovammo
assieme dopo la guerra, e leggemmo la 'Gazzetta del Nord' e il 'Socialista
moderno', con la sua visione della vita e della storia e della politica era
maturata e si era fatta più alta ancora la sua poesia - anche se il suo
'cattolicesimo liberale'(sintomo della sua aspirazione al superamento eroico e
classico della critica crociana)non persuadeva la mia mente altro che come
simbolica soluzione della sua ricerca. Una disperazione e una serenità
c'erano in lui, che alfine poteva consegnarci, come ci ha consegnato, non
più solo l'immagine sua in ogni singolo momento - come faceva quando
diceva i suoi versi - ma la sua immagine completa…la sua poesia ha accompagnato
e in un certo senso segnato la biografia della generazione che è tra
Gobetti e la Liberazione…reca i segni di due guerre e d'una tirannia e d'un
tentativo o di più di democrazia moderna…La poesia di Noventa è
poesia colta, ma non di sola o prevalente cultura letteraria; a essa non sono
estranei i problemi della vita intellettuale e politica. Noventa poeta ha
espresso la complessità morale dell'Italia moderna, e a problemi come
quelli che abbiamo accennato, ai nostri pensieri e alle nostre memorie ha dato
un canto di gioia pura, attraverso lo strumento, arricchito di tutta la sua
tradizione colta di una lingua popolare…Non per questo Noventa poeta resta
immerso nel mondo della politica, del concetto filosofico o della problematica
morale…la lingua poetica non è scelta come un veicolo di comunicazione,
ma s'impone per la soluzione di un dato problema personale. Noventa aveva
bisogno di una lingua colta, di una raffinata tradizione letteraria, ma anche
di un abbandono popolaresco, nel quale intarsiare la parola precisa e reale e
quella rara e nobile, e glie'ha data il veneziano, un veneziano che si sente
più colto e popolare assieme del parlato. Il suo veneziano assomiglia
allo spagnolo del secolo d'oro…è un linguaggio popolare, ma affinato a
contatto dell'italiano specie tra il cinque e il settecento…Importante
riconoscere il carattere creatore di questa lingua che dall'italiano ha il
corpo, la tradizione, la forza, e dal veneziano il canto concreto."
LA MILITANZA DI "GIUSTIZIA E LIBERTA' "
DA TORINO A NEW YORK
Garosci aderisce a GL a Torino nel 1930 a 22 anni,
diventa fuoruscito a 24 anni, stabilendosi prima a Grenoble, poi a Parigi, dove
resta fino all'occupazione nazista del 1940. Costretto a fuggire prima ad
Algeri, si stabilisce in America, a New York, fino al 1943. Nei suoi tredici
anni di militanza giellista, che resteranno indelebili, assume man mano posti
di rilievo, di dirigente, accanto alle personalità più note e mature,
come Salvemini (mai amato, e ricambiato, per il suo eccessivo 'moralismo'),
Tarchiani, Lussu, divenendo con Franco Venturi, il principale collaboratore di
Carlo Rosselli, di cui condivide pienamente le posizioni intellettuali e
politiche e alle quali resta e resterà
sempre fedele, specialmente dopo il suo assassinio, quasi un eterno
debito, pur nella libertà e nell'autonomia della sua riflessione di
politico e di storico.
Oltre che redattore delle pubblicazioni gielliste,
Garosci è stato l'interprete, lo storico più profondo che quella
organizzazione antifascista e il suo esponente più cruciale, Carlo
Rosselli, abbiano avuto. Dal 1941 al 1943 Garosci ha dedicato tutte le sue
energie intellettuali a comporre una biografia scientifica di Carlo Rosselli (uscita poi nel 1947), ha
pubblicato già a New York nel 1943 parti del suo lavoro, quelle
relative sulla guerra di Spagna, ha
sviluppato originali idee liberalsocialiste, in un saggio edito sia a New York
che in Italia, ha dedicato un 'Quaderno
dell'Italia Libera' del luglio 1944 al
'Profilo dell'azione di Carlo Rosselli e di 'Giustizia e Libertà', ha
curato una prima antologia di scritti rosselliani, ha tradotto nel 1945
'Socialismo Liberale', ha dedicato fino alla sua morte saggi, ricordi, richiami
a Carlo Rosselli e a Giustizia e Libertà, con una dedizione direi
religiosa.
Si riportano passi del 'Quaderno' del 1944 e del
ricordo 'Linee per una microstoria' al Convegno di Bologna di marzo 1984 su 'Il
Partito d'Azione dalle origini all'inizio della Resistenza armata'.
IL COMBATTENTE E LO STORICO
DELLA GUERRA DI SPAGNA
All'interno della militanza giellista, la
partecipazione alla guerra di Spagna segna un evento cruciale per Garosci, come
per Rosselli. Gli intellettuali diventano da fuorusciti combattenti di prima linea
contro il totalitarismo europeo, danno una testimonianza personale esemplare
(Garosci, come Rosselli, fu feito), partecipano alla sperimentazione di un
mondo nuovo contrapposto al totalitarismo, ma anche distante dal riformismo,
che incarna i valori di autonomia e di socialismo liberale, che erano stati le
stelle polari delle loro posizioni politiche e sui quali si erano arrovellati
dal punto di vista intellettuale.
Di quella guerra Garosci è stato uno storico
importantissimo: dai resoconti per 'Giustizia e Libertà', ai capitoli
della biografia di Carlo Rosselli, all'opera 'Gli intellettuali e la guerra di
Spagna', tradotta in spagnolo nel 1981, ai saggi ed agli articoli per riviste
nel dopoguerra.
Si riportano alcune parti del suo saggio, apparso su
'Storia illustrata' di Milano dell'ottobre 1966, tutto dedicato a 'La guerra
civile spagnola'.
IL TEORICO LIBERALSOCIALISTA
Garosci non è stato soltanto il militante
fedele, il dirigente energico di Giustizia e Libertà, il collaboratore
più stretto di Carlo Rosselli, ma anche un autonomo e originale teorico
politico, che, a partire dall'intuizione e dalla profezia contenute in
'Socialismo liberale' e dal travaglio teorico interno del Liberalsocialismo di
Calogero e Capitini, ha approfondito i
problemi e indicato le possibili vie di soluzione legate all'avvento del
totalitarismo novecentesco, in tutte le sue versioni, nazifascista e comunista,
additando una società liberalsocialista, che sola può immunizzare
dal totalitarismo e permettere l'espansione della personalità, il
primato dell'individuo, che nè le democrazie liberali, nè il
socialismo riformista riescono profondamente a garantire, come il secolo ha
dimostrato e sta dimostrando. Il suo pensiero politico per ricchezza è
proiettato verso l'avvenire e, così come avviene sostanzialmente per
Carlo Rosselli, non è richiamato nel dibattito politico, perché non
afferrato, non afferrabile per la sua modernità e originalità
prospettica.
LA GUERRA DI LIBERAZIONE
Garosci ha vissuto il periodo luglio 1943 - aprile
1945, come quello più cruciale della storia d'Italia, nel quale i nodi
profondi sono venuti alla luce e si sono impostate e imposte le soluzioni
riformatrici più profonde allora possibili (avvento della repubblica,
compimento del Risorgimento mazziniano, nascita di una più moderna
democrazia liberale). Ma con tutto il gruppo giellista, in particolar modo con
Valiani e Venturi, gli amici più cari, anche di fronte al grande
fenomeno del della Resistenza, dell'esperimento di iniziative politiche dal
basso nei CNL e nelle repubbliche partigiane, ha sperato ardentemente che la
rottura fosse più radciale, veramente rivoluzionaria, capace di svellere
dalle profondità le radici antiche dell'arretratezza, del servilismo,
dell'autoritarismo, cioè che si potessero affrontare non solo i problemi
della modernizzaione, ma anche del totalitarismo annidati nel fondo della
società italiana. Questo rendeva diversi i giellisti dagli altri altri
compagni del Partito d'Azione, come dagli altri partiti, tutti ancora
pre-fascisti, privi di quella esperienza europea e mondiale che avevano i
giellisti.
IL PARTITO D'AZIONE
Garosci, come tutti i giellisti fuorusciti, essendo
tornati nel 1943, trovarono già costituito il Partito d'Azione, nato nel
1942 soprattutto su basi liberaldemocratiche amendoliane, risorgimentali,
legate ai nomi di La Malfa, Tino, Comandini, Vinciguerra. Il dramma della
guerra, della guerra di Liberazione rese inevitabile e necessaria
l'unità d'azione. Ma la speranza che le idee rosselliane,
liberalsocialiste, riconosciute dal fatto che le stesse brigate partigiane si
intestarono a 'Giuistizia e Libertà', fossero assunte come fondamentale
riferimento ideale dal Partito si infranse di fronte alla successiva stagione
di amministrazione e di governo. Metà del partito era riformatrice, in
senso moderno, ma riformatrice, l'altra metà era rivoluzionaria. Garosci
era un rivoluzionario liberalsocialista, combattente della guerra di Spagna,
che voleva giungere, dopo l'assassinio dei Rosselli e le tragedie totalitarie,
ad una doverosa, necessaria resa dei conti. I giellisti e i liberalsocialisti
non furono capiti nelle loro esigenze prospettiche verso il passato e verso il
futuro, furono confusi dai loro stessi compagni, più provinciali, come
se fossero portatori di un semplice rinnovamento socialista, mentre essi
volevano andare non solo oltre la liberaldemocrazia, ma anche oltre il vecchio
socialismo, verso quel territorio nuovo e ancora inesplorato, che è il
liberalsocialismo. Gasrosci è stato con Venturi e pochi altri il
più fedele, il più
coerente, il più libero, il più tenace. Dopo la scissione del
1946, non andò né tra i socialisti, né tra i socialdemocratici, né tra i
repubblicani, ma restò fedele al giellismo e al liberalsocialismo,
cercando da allora in poi, in tutti i modi, di testimoniarlo, di difenderlo, di
argomentarlo, con un senso più realistico delle opportunità, fino
agli ultimi giorni della sua vita, quando promosse nella sua stessa casa, a fine
1993, la costituzione del Movimento d'Azione Giustizia e Libertà,
additanto per il futuro l'esigenza e la necessità del radicale
rivolgimento antitotalitario, di cui ancora l'Italia e l'Europa hanno
necessità nel profondo.
IL GIORNALISTA
La vocazione precoce di Garosci è stata il
giornalismo, come può evincersi dalla sua stessa biografia, dalla
giovinezza torinese alla maturità romana. Con acutezza precoce aveva
afferrato il peso politico che ha questo straordinario mezzo di formazione, di
educazione nella società di massa, oltre che di informazione. I
giornalisti e i direttori di giornali sono potenti come i politici e i partiti. I giornali sono sostanzialmente dei partiti. La lotta politica non si può
fare senza il giornalismo. E Garosci ha curato questa arma, che è
divenuta anche la sua professione per molto tempo, onde districare la
confusione etico-politica e insistere sui temi nodali, che uscissero dalla
superficialità e dall'effimero.
IL DIRETTORE DI GIORNALI
Come direttore di "L'Italia Socialista", che
fu la testata del Partito d'Azione dopo la scissione del febbraio 1946, con
l'incorporazione di 'L'Italia Libera', a segnare la distinzione dal gruppo
scissionista del Movimento di Democrazia Repubblicana di La Malfa e Parri, e
come direttore del giornale socialdemocratico 'L'Umanità' della fine
degli anni Ottanta, Garosci ha esercitato il peso maggiore della sua presenza
politica in Italia. Un umanesimo liberalsocialista, che tenesse nella lotta
politica sempre presenti e accese le stelle dell'idealità e dell'umanità,
non solo delle opportunità e delle interesse, per non parlare della
violenza, di cui si alimenta tragicamente la sfera politica, ha costituito il
connotato indimenticabile della sua presenza rispettata, seppur poco seguita,
per i tanti motivi, sui cui si è costantemente tornati. Garosci era
troppo europeo e rivoluzionario per il mondo provinciale, conformista e
post-fascista italiano.
LO STORICO
Alla lezioni crociane, che sono alle origini della sua
vita intellettuale, nei nuclei mai dimenticati della contemporaneità di
ogni storia e della supremazia della dimensione etico - ideale - intellettuale,
Garosci ha aggiunto non solo il fitto dialogo intellettuale, soprattutto storiografico, oltre che politico, con Carlo
Rosselli, Gaetano Salvemini, Franco
Venturi, e poi con Leo Valiani, ma anche l'esperienza della vita culturale
della Parigi degli anni Trenta e di
quella americana degli anni Quaranta.
Pochi storici si sono formati in modo così
ricco di stimoli e di esperienze. Si aggiunga il ruolo di protagonista storico,
di combattente e si avrà l'ideale, quasi l'esemplarità dello
storico vero, che non è tale se non è militante. Altrimenti
è un antiquario, un cronista, un anedottico, grigio e inutile per la
crescita morale di una società e di un'epoca.
Così le opere di Garosci spiccano per il
respiro europeo che le permea e la finezza e la sinuosità lampeggiante
delle sue ricostruzioni, dalla storia della Francia moderna a quella
contemporanea della Spagna e dell' America, contribuendo con Venturi soprattutto,
e con Valiani, a sprovincializzare la nostra storiografia.
IL DOCENTE UNIVERSITARIO
Arrivato tardi alla cattedra universitaria, solo nel
1961 ( a 53 anni), per meschinità
delle commissioni esaminatrici, come ad es. in occasione del concorso in storia
delle dottrine politiche del 1954 - 1955, pur avendo alle spalle un curriculum
intellettuale degno delle migliori università europee, Garosci è
stato un docente esemplare per dedizione e rigore sia a Torino che a Roma.
Tra i suoi corsi si riporta l'introduzione a quello
dell'anno accademico 1972/73 a Torino, dalla cattedra di storia moderna,
dedicato alle 'Storie fiorentine' di Machiavelli. Merito di Garosci storico universitario è
stato quello di approfondire analiticamente, sotto gli stimoli storiografici
dell'ultimo Croce e il lavoro di storico della letteratura di Dionisotti, il
legame tra Rinascimento e Risorgimento, trapassando ad es. da Machiavelli a
Gallenga, un mazziniano piemontese, da lui per la prima volta diffusamente
indagato e interpretato. Dionisotti lega allo stimolo di Garosci l'intuizione,
poi approfondita, delle tradizioni medievali e rinascimentali divenute
patrimonio comune della civiltà europea.
Garosci aveva un dominio degli orientamenti
storiografici italiani di rara completezza ed acutezza, come emerge da una
lettera inedita allo storico americano Delzell del 1955.
Oggetto del nostro corso di quest'anno sono le Storie Fiorentine
del Machiavelli. Non è forse inutile ripetere una osservazione
già fatta lo scorso anno; e cioè che deliberatamente(pur
scegliendo argomenti di storia più a noi vicini per le esercitazioni di
seminario) riteniamo non sia inutile fare oggetto di riflessione la storia
moderna, partendo dal punto in cui la si faceva originariamente incominciare,
non senza buone ragioni: e cioè dal Rinascimento.
Ciò non mette affatto in discussione la visione
"contemporanea" che di questa come di qualunque storia, è
necessario avere: occorre cioè intendere le peculiarità e le
stesse diversità di un passato, che sempre vive nel presente, alla luce
delle nostre preoccupazioni di contemporanei; sarebbe d'altra parte impossibile
fare altrimenti. Giova però ricordare che tener gli occhi eccessivamente
fissi ai precedenti immediati dell'assetto politico e sociale
contemporaneo può finire per nasconderci esperienze preziose.
Ricorderò in proposito che il grande storico del medioevo francese Marc
Bloch, caduto nella Resistenza, ebbe ad osservare che i Francese del 1939
conoscevano benissimo tutto ciò che era accaduto negli ultimi vent'anni,
e il comportamento politico e lo spaccato tecnico e sociale del paese, ma che
non avevano previsto che un'improvvisa catastrofe militare, offrendo al nemico
il monopolio delle comunicazioni moderne e frazionando il paese in molti
compartimenti stagni avrebbe risuscitato condizioni di vita per certo aspetto
più simili alle antiche e medievali, rendendo la maggioranza dei
cittadini tributaria dei centri minori e dei mercati raggiungibili a piedi,
dislocando le formazioni tradizionali della vita politica, ecc. Chi non sa che
la storia recente ha sempre questa dimensione profonda, questo sottofondo
antico, può accontentarsi della più recente statistica, che gli
offre una cornice che egli crede sufficiente alla sua azione, e non ha bisogno
di storia…….
Roma, 26 giugno 1955 Prof. Charles F.Delzell, Vanderbilt University,
NASHVILLE, 5(TE)
Caro prof. Delzell…io non sono un "accademico", quantunque
abbia ottenuto la libera docenza di storia moderna e storia delle dottrine
politiche. Sono un giornalista e, nel campo storico, se non proprio un
autodidatta, almeno un "outsider" rispetto alle gerarchie
scolastiche.
Alla maggior parte delle sue domande devo quindi o dare risposta
negativa o, peggio, rispondere con un "non so". Non vedo nessun
"major change" nel personale delle facoltà storiche, sebbene
alcuni giovani di valore (i miei amici Venturi e Spini, il comunista Saitta)
siano entrati all'Università; ma si tratta di ricambio normale.
Così pure nessuno storico fascista ha lasciato l'università, se
non per raggiunti limiti di età. Bisogna però dire che nel campo
storico l'infezione fascista era assai limitata. Le ricerche (a parte quelle di
politica estera e quelle dell'Istituto Croce, di cui le parlerà Chabod)
sono state iniziate prima della guerra. Non c'è nessun mutamento
sensibile né nel metodo dei seminari, né nell'uso della radio o altri mezzi
moderni; le relazioni tra studenti e professori rimangono limitate a un piccolo
numero, quantunque probabilmente un piccolo miglioramento, non rilevabile
statisticamente, ci sia. Le biblioteche, dopo un periodo di povertà
assoluta e le distruzioni della guerra, cominciano a rilevarsi, almeno
là dove c'è un professore giovane, energico e metodico. Quindi,
nel settore propriamente accademico, ben poco di mutato e di migliorato.
Qualche mutamento di indirizzo è invece rilevabile. Prima di
tutto va osservato che la scomparsa di nomi come Omodeo e Croce non ha trovato
nell'assieme un compenso nelle nuove energie che si sono consacrate a questo
genere di lavoro; se dovessi indicare chi sono i maggiori storici della mia
generazione, indicherei senz'altro Chabod e Venturi; ma il primo, ottimo per
equilibrio e complessità di vedute, non ha la grande mente civile dei
primi due; Venturi invece è curioso di fenomeni vari, ma è storico
di "movimenti" più che di istituzioni e di civiltà. Se
dovessimo giudicare la produzione storica in funzione del prestigio di guida
civile che deve avere nel paese, direi che siamo in un periodo di decadenza.
Tuttavia ci sono indubbiamente alcuni tratti nuovi nella storiografia
del dopoguerra. Anzitutto, vi è maggior curiosità per la
"circolazione delle idee", cioè per il rapporto tra i fatti e
le idee italiane e quelle estere. Per la massima parte l'interesse si rivolge
alle europee; sulla Russia non vedo nulla di importante, tranne l'opera di
Venturi sul populismo; e sull'America non molto oltre il mio modesto "Il
pensiero politico degli autori del 'Federalist' (ed. Comunità, Milano,
1954) - che mi stupisco il mio editore non le abbia mandato. Poi c'è la
grossa produzione sulla storia del socialismo, per la massima parte opera di
scrittori comunisti, e perciò fondamentalmente unilaterale, ma che
tuttavia ha prodotto una grande e non inutile massa di lavoro. Tale
attività ha il suo centro nella rivista "Movimento Operaio" e
nella biblioteca della Fondazione Feltrinelli, ottima biblioteca di scienza
sociale che è in mano ai comunisti. Se dovessi dipingere la situazione
della nostra storiografia, direi che le correnti più vive sono quella
comunista, che conta anche sul maggior numero delle riviste, case editrici,
ecc.(la sua influenza materiale è anche prevalente nelle case editrici
Einaudi e Laterza) e quella che chiamerei neoliberale o neo crociana, nella
quale l'insegnamento di alcuni maestri (Chabod, Maturi, Sestan) è
coadiuvata da opere di scrittori che stanno fuori dei veri e propri quadri
accademici (la maggior parte delle persone alle quali Lei ha scritto, e alle
quali potrebbe aggiungere Valiani, Tagliacozzo, e altri). Vi sono poi giovani allievi
di Chabod che appartengono a questa corrente, e di essi il migliore mi sembra
Rosario Romeo.
A considerazioni analoghe si presta la storia della Resistenza. Anche
qui i maggiori contributi sono estranei alla scuola, e appartengono a ex
azionisti e comunisti. La maggiore (cioè più vasta) storia della
resistenza è del comunista (ex azionista) Battaglia; un'opera minore
(Neri Pozza, 1955) è uscita in questi giorni ad opera di Max Salvadori
(Storia della resistenza) che insegna negli Stati Uniti, ma è condotta con
buoni criteri e buon senso. Una grande storia del fascismo hanno scritto
Salvatorelli e Mira; deve uscirne una
seconda edizione presso Einaudi, ed è utile soprattutto come raccolta di
materiale. Per la storia contemporanea e quella della resistenza, sono uscite
in questo periodo due opere collettive("Dieci anni dopo", Laterza,
e"Il secondo risorgimento", Poligrafico dello Stato).
Poi ci sono i problemi delle "political, social, econmics
pressures" su cui difficilmente saprei dare un giudizio definitivo. E'
impossibile che tali pressioni non ci siano, altrimenti uno storico non
scriverebbe, perché si troverebbe nel vuoto. Ma non mi pare che siano
determinanti per lo storico in particolare. Cominciamo dalle pressioni sociali
e economiche. Certo lo storico italiano non guadagna molto(dalle cento alle
duecentomila lire di stipendio mensili, se professore universitario; ma
qualcosa guadagna anche con i diritti delle opere e molto se scrive opere per
le scuole medie), ma è in una situazione privilegiata in un paese povero
come l'Italia, dato che appartiene alla classe dei "mandarini", e ha
molto tempo a disposizione. Per il lavoro che fa, ritengo che sia ben pagato.
Anche non è difficile trovare editori. Pressioni politiche ? Certo,
anche nel campo della professione storica, appartenere a uno dei grandi partiti
(democristiano e comunista) può essere utile per i concorsi, e dare un
leggero vantaggio (maggior vantaggio), naturalmente, dà appartenere a un
"clan " di allievi riconosciuti di qualche maestro, ma insomma, in
questo campo universitario particolare gli spiriti liberali sono ancora la
maggioranza. Dunque non mi sembra ci siano "pressioni" particolari.
Questo è tutto quel che saprei dire."
L'EUROPEISTA
L'AMICO DI ISRAELE
Ho continuato e continuo tuttora a dare all'anedottica
minor importanza che alla ricostruzione razionale della realtà, per
abito di storico piuttosto che di cronista
1978(La guerra di Spagna)
IL LIBERALSOCIALISTA RIFORMISTA RIVOLUZIONARIO