Di
Aldo Garosci, morto ieri a Roma, la
definizione più espressiva l'avevano data, fin dai primi anni Quaranta,
i suoi grandi amici e compagni di lotta, Leo
Valiani e Franco Venturi, che lo chiamavano «il Mago», o «il nostro terzo
fratello siamese», riconoscendo in lui un duplice prestigio: la
genialità politica e l'acutezza di storico. E tali, infatti, rimangono
le due «linee», distinte eppur complementari, della vita, appassionata e
intensa, di questo piemontese, nato a Meana di Susa nel 1907, che subito aveva
aderito al movimento antifascista di «Giustizia e Libertà» e, di
conseguenza, era stato costretto all'esilio in Francia, accorrendo anche in
Spagna con la «Colonna italiana» a combattere contro franchisti e fascisti;
specie nella battaglia di Monte Pelato.
Poi
si era rifugiato negli Stati Uniti, militando con Salvemini nella «Mazzini Society» e collaborando ai «Quaderni
italiani» di Bruno Zevi.
Nel
1943, era tornato in Italia, nelle file del Partito d'Azione e, in seguito,
esponente di vari movimenti socialisti (a fianco di Ignazio Silone) e della socialdemocrazia di Saragat (fino a dirigere il quotidiano «L'Umanità»), sempre
fedele al progetto rosselliano di «coniugare libertà politica e
giustizia sociale» opponendosi - da coerente sostenitore di una «terza forza» -
tanto all'egemonia democristiana quanto al monopolio comunista, succube dello
stalinismo (basterebbero, in proposito, i suoi lucidi interventi su «Il Mondo»
di Pannunzio).
Ma
con quel suo sguardo luminoso, dietro le spesse lenti, Garosci non sapeva
soltanto guardare lontano, da «europeista convinto».
Era
anche uno storico di classe, che nel passato riusciva a recuperare il senso
delle nostre radici quanto l'esempio, la «lezione» dei nostri «maggiori». Se,
per evidenti motivi politici, la cattedra universitaria l'aveva ottenuta tardi
(a Torino in storia contemporanea e poi
in storia del Risorgimento), a dare la misura del suo modo, in parte crociano,
di concepire le inquietudini e le speranze, i tormenti e le conquiste del
passato come «una battaglia ideale eterna», bastano quattro sue opere, tutte
quante destinate a sfidare il tempo: sono la «Vita di Carlo Rosselli» (1945), la «Storia dei fuorusciti» (1953), e poi «Gli intellettuali e la guerra di Spagna» (1959), e «San Marino. Mito e storiografia» (1967).
(Corriere della Sera, 4 gennaio 2000)