GIACOMO MATTEOTTI

(1885-1924)

 

Giacomo Matteotti nacque a Fratta Polesine (provincia di Rovigo) il 22 maggio 1885 da una famiglia di proprietari terrieri di origine trentina. Due fratelli, Matteo (già laureato) e Silvio, morirono giovani. Giacomo, dopo aver fatto il liceo a Rovigo, si laureò in giurisprudenza a Bologna nel 1907.

Al socialismo si era avvicinato sedicenne, accanto al fratello Matteo, colpiti dalle condizioni vita delle umili genti polesane, condannate da sempre alla miseria e allo sfruttamento, soggette periodicamente alle febbri malariche e alla pellagra e costrette spesso ad emigrare.

Nel 1910, su pressione della sezione socialista di Occhiobello, fu candidato alle elezioni del consiglio provinciale di Rovigo e fu eletto, abbandonando da quel momento gli studi giuridici per dedicarsi all’impegno politico.

Fu dall’inizio un socialista riformista, nel senso che credeva che la via per giungere al socialismo non era quella di decreti imposti dall’alto o quella violenta e rivoluzionaria, ma quella di cambiamenti graduali seriamente impostati e concretamente realizzati. Perciò ebbe spirito organizzatore e amministratore, estraneo ad ogni forma di demagogia e di rivoluzionarismo verbale. Offrì costantemente ai compagni la propria assistenza giuridica e la competenza in materia economica e finanziaria, credendo che il vero cambiamento radicale avvenisse nell’impegno sindacale e nelle amministrazioni locali, così facendo vera opera educatrice e di maturazione politica.

Riorganizzò la Camera del Lavoro di Rovigo, creò nuove sezioni, leghe, cooperative, circoli politici. Fu sindaco di Villamarzana e di Boara Polesine, consigliere in una decina di comuni (Lendinara, Badia, San Bellini, Fratta ed altri) e guidò l’opposizione socialista al consiglio provinciale di Rovigo, interessandosi dei bilanci, delle scuole primarie, della creazione di biblioteche popolari, di asili, sanatori, strade, comunicazioni tranviarie, fluviali, telefoniche. Progettò un piano di consorzio tra tutti i comuni rossi del Polesine, fino a far nascere, seppur per poco, essendo scoppiata la guerra, la Lega dei comuni socialisti.

Da socialista e internazionalista quale si sentiva profondamente e coerentemente, fu contro il militarismo e la guerra. Fino all’ultimo lanciò appelli per la pace, per nulla intimorito dalle minacce degli studenti nazionalisti e dalle accuse violente della stampa locale. Fu anche condannato nel 1916 per un discorso antibellicista al consiglio provinciale di Rovigo.

Nello stesso anno si sposò con Velia, sorella del celebre baritono Titta Ruffo, da cui ebbe tre figli (Gian Carlo, Gian Matteo, Isabella).

Fu chiamato alle armi e assegnato in Sicilia, perché agitatore e sospetto.

Nelle elezioni locali del 1920, che videro una grande affermazione socialista, con la conquista di 38 seggi su quaranta al consiglio provinciale di Rovigo, egli ne divenne il presidente, risanando il bilancio, ripartendo equamente gli oneri tributari, istituendo un ufficio di consulenza legale di ispezione amministrativa per i comuni polesani.

Già eletto deputato nel 1919 per la circoscrizione Ferrara-Rovigo, si segnalò per la straordinaria competenza in materia finanziaria e amministrativa.

Fu diffidente e critico delle posizioni massimaliste nel partito e comuniste provenienti dall’Italia o da Mosca, contro quella che era non la dittatura del proletariato, ma la dittatura di pochi sul proletariato, ma era contro la divisione delle forze socialiste, anche per far fronte alla nascente violenza squadrista del fascismo che egli conobbe bene fin dall’inizio nella zona del ferrarese e del palesano.

Per la sua opera socialista nella zona conobbe a Ferrara nel 1921 già feroci attacchi giornalistici e un’aggressione con ferimento alla mano.

Capì subito il clima grave e pesante della reazione sociale che stava dietro allo squadrismo ”La classe che detiene il privilegio politico, la classe che detiene il privilegio economico, la classe che ha con sé la magistratura, la polizia, il governo, l’esercito ritiene sia giunto il momento in cui essa, per difendere il suo privilegio, esce dalla legalità e si arma contro il proletariato.”. Essa voleva annientare tutte le conquiste non solo economiche, ma anche politiche e amministrative dei lavoratori. Alla Camera denunciò il clima della sua zona ”Non è più lotta politica, è barbarie, è medioevo.”. Sempre nel 1921 a Castelguglielmo fu sequestrato sopra un camion di fascisti e duramente percosso.

Fu così costretto ad abbandonare il polesano, stabilendosi a Padova, dove pure ebbe persecuzioni fasciste e nella notte del 16 agosto sfuggì a stento ad un agguato fascista.

Accusò di tolleranza e complicità i governi Giolitti e Bonomi ”Il peggio di tutto è che la garanzia dell’impunità è assoluta per criminali di codesta specie. E codesta garanzia di impunità diviene necessariamente un incitamento a nuovamente delinquere, e di questo, siete voi, signori del governo, i responsabili.”

Ma dovette conoscere all’interno del partito nuove amarezze. Con Turati e la corrente riformista fu espulso al congresso del PSI di Roma del 1922.

Ma si reagì costituendo il Partito Socialista Unitario, di cui Matteotti divenne segretario, dando al nuovo partito salda ed efficiente organizzazione. Fu contrario ad ogni cedimento, ad ogni compromesso, denunziò anche fuori d’Europa profeticamente il pericolo fascista, come fenomeno non solo italiano.

Nel 1923 preparò lo scritto ’Un anno di dominazione fascista’, in cui dimostrava, dati alla mano, i fallimenti sui temi del risanamento economico e finanziario e della restaurazione dell’ordine e dell’autorità dello stato.

Accusò il governo fascista di aver sostituito in dodici mesi l’arbitrio alla legge, asservito lo stato ad una fazione, diviso nettamente il paese in dominatori e sudditi.

Denunciò alla vigilia delle ultime elezioni del 1924 il clima ormai non più legale e democratico ”Milizie nazionale, pubblica sicurezza, prefetti e tutto l’apparato dello stato sono al servizio aperto e chiaro del partito dominante…Fuori per le strade, nessuna libertà, nessuna possibilità di propaganda.”.

Aveva proposto l’astensione, un fronte unico non solo tra i partiti socialista massimalista, socialista riformista, comunista, ma anche con le altre forze antifasciste (criticato e boicottato da Togliatti). Disegnò personalmente il nuovo contrassegno del partito (‘Libertà’ in grande, in alto, e ‘Sole nascente’ con ‘Socialismo’ in piccolo).

Nel corso della campagna elettorale subì due nuove aggressioni da parte dei fascisti a Cefalù e a Siena.

Contro il clima già di sfiducia esistente a sinistra e nel suo stesso partito diceva “Ci vuole gente di volontà e non degli scettici.” Si rivolgeva ai giovani del suo partito, sulle colonne del loro quindicinale ’Libertà’, per lanciare un appello alla lotta e al sacrificio.

Quando alla riapertura della Camera il 30 maggio 1924, il presidente Rocco mise in votazione la convalida degli eletti e quindi la legalità e la regolarità delle elezioni, Matteotti, con un celebre discorso, contestò i risultati delle elezioni, vergognosamente falsati dalle violenze e dai brogli commessi dai fascisti.

Su ordine di Mussolini, nel pomeriggio del 10 giugno, mentre si recava in Parlamento, venne rapito sul Lungotevere Arnaldo da Brescia da cinque sicari fascisti e brutalmente assassinato.

Il corpo, abbandonato nella campagna romana, fu ritrovato solo dopo due mesi.

Il delitto suscitò un’emozione profonda in tutto il paese, fu la crisi più grave che dovette attraversare il fascismo.

Le opposizioni non seppero unire profondamente gli sforzi e passare ad un contrattacco frontale.

Il fascismo si riprese e si impose, ma il delitto Matteotti pesò fino alla fine storica della dittatura come la più grave ombra pesante e solenne di condanna morale e politica e resta esempio imperituro di lotta intransigente contro dittature e dittatori, scettici, traditori, settari, fanatici, complici di destra e anche della sinistra massimalista e comunista.