NICOLA TERRACCIANO

GUIDO CALOGERO

Un profilo biografico

 

Guido Calogero nacque a Roma il 4 dicembre 1904, da padre messinese, Giorgio, un bravo professore di francese e da Ernesta Michelangeli, figlia di Luigi. Quest’ultimo, di origini marchigiane, fu professore universitario di letteratura greca e poeta carducciano (di lui Calogero scrisse la voce nell’Enciclopedia Italiana) (1).

Ernesta era stata la prima studentessa universitaria a giungere alla laurea nell’Università di Messina.

Guido fu figlio unico ed entrambi i genitori (senza dimenticare i nonni) concentrarono la loro azione  pedagogica su Guido, le cui qualità intellettuali erano eccezionali, incidendo profondamente su certi orientamenti della sua complessa personalità.

Fu fanciullo felice, adolescente sensibilissimo, come dimostra il suo primo scritto: la raccolta di poesie, edita da Signorelli nel 1920 (ad appena 16 anni), ”Initium. Le rime dell’Arno, i ritmi delle fonti, le odi romane, le elegie siracusane”, con forti influssi della poesia antica e soprattutto dannunziani.

Aveva frequentato il ginnasio a Pisa e il Liceo al ‘Mamiani’ di Roma, dove conseguì la maturità classica  con un anno di anticipo, nel 1921.

Si iscrisse alla Facoltà di Lettere della Sapienza, avendo un amore spiccato per l’italiano, il latino e il greco. L’interesse fondamentale in questa fase era rivolto alla poesia di Pindaro, alla filologia classica.

Ma la lettura di Croce e l’esperienza dell’insegnamento di Gentile lo portarono a quella ‘conversione’ verso gli studi filosofici, di cui parla Francesco Gabrieli, suo amico di Università di allora.

Il 1925 fu l’anno della laurea, ad appena 21 anni, e dell’inizio della collaborazione alla  rivista diretta da Gentile ”Giornale critico della filosofia italiana”, con recensioni e saggi, incentrati quest’ultimi sulla logica antica e su quella di Aristotele in particolare, che furono trasfusi nel suo primo libro organico e classico nel campo di tali studi ”I fondamenti della logica aristotelica” del 1927, nella collana dell’editore Le Monnier ”Studi filosofici”, diretta da Gentile. Nel 1934 assumerá la redazione fiorentina della rivista, alla quale dará nuovo impulso, chiamando a collaborarvi studiosi ebrei in fuga dalla Germania come Kristeller, Kroner, Löwith, H.Levy, Walzer, aprendo il dibattito filosofico italiano al più avanzato pensiero europeo.

La originale precocità lo impose all’attenzione degli ambienti culturali, tanto che nello stesso anno scrisse anche per le riviste ’La Cultura’ e ‘Leonardo’, con recensioni che, dalla più specializzata storiografia filosofica antica, soprattutto tedesca, andavano a Vico, Gobetti, Buonaiuti.

Nello stesso anno 1927, ad appena 23 anni, ottenne la libera docenza di storia della filosofia antica ed andò a trascorrere un anno di perfezionamento ad Heidelberg, seguendo le lezioni di Rikert.

Dal 1928 al 1939 fu professore incaricato di storia della filosofia antica all’Università di Roma, insegnando contemporaneamente storia e filosofia al liceo classico romano "Tasso”. Tra i suoi migliori studenti di allora occorre ricordare sopratuttto Pilo Albertelli, futuro martire alle Fosse Ardeatine, che si laureò proprio con Calogero con una tesi sulla dottrina platonica della conoscenza.

Oltre Aristotele, fu  Patone (e quindi Socrate) ad entrare nel profondo dell’interesse intellettuale ed umano di Calogero: del 1928 è la versione, con saggio introduttivo, del dialogo ”Il Simposio” nella collana ”Biblioteca di cultura moderna” della casa editrice Laterza di Bari, così profondamente legata a Croce.

La collaborazione con Gentile è intensissima, specialmente nell’impresa culturale più indimenticabile e duratura (universalmente riconosciuta nel suo sotanziale, rigoroso spessore culturale), legata al complesso e tragico intellettuale fascista: l’Enciclopedia Italiana. Riguardo al controverso rapporto con Gentile, si possono riportare le equilibrate parole del suo caro amico abruzzese, Giulio Butticci" Per me Gentile era soltanto il filosofo che aveva legittimato le violenze fasciste asserendo che a cambiare le idee alla gente erano ugualmente idonei sia la predica che il manganello. Naturalmente poi ne seppi di più e meglio; e fu anche questo, di andare al fondo delle cose, un insegnamento di Guido Calogero. Ma con lui non parlai mai di Gentile, considerando che, pur nell’opposta collocazione politica, doveva aver conservato ammirazione e gratitutdine per chi lo aveva iniziato all’esercizio del pensiero e, come è noto, lo aveva poi chimato a collaborare con altri antifascisti alla redazione dell’Enciclopedia Italiana da lui diretta."(2)

Calogero dal 1929 al 1938, sia come redattore che come collaboratore, scrisse tutte le voci relative al pensiero greco, ma ne curò anche molte altre, sia relative alla cultura tedesca (es. Fichte, Schelling, Schopenhauer, Heidegger, Cassirer), alla cultura inglese (es.Hobbes, Hume con una curiosità estesa anche agli ordinamenti scolastici), alla cultura francese (es.Proudhon), alle discipline filosofiche (es.estetica, ontologia), ai singoli concetti (es.solipsismo, piacere). Il legame di Calogero con l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana si estese anche la progetto e alla redazione dell’Enciclopedia Minore, che, ideata da Gentile, fu nel dopoguerra portata avanti a partire dal 1955 in dodici volumi col titolo’Dizionario Encicloppedico Italiano’. Come ha messo in luce Cristina Farnetti, il contributo di Calogero tra il 1940 e il 1942 fu intensissimo ed esso fu trasfuso nella nuova opera, pur non segnalandosi il suo nome, come dagli accordi contrattuali. (3)

Questa lunga, rigorosa esperienza’enciclopedica’ lievitò e rafforzò la sorprendente capacità di Calogero di portare una luce di consapevolezza, di riflessione, mai superficiale, su quasi ogni aspetto o evento del quotidiano, quale emergerà nella straordinaria, varia, intensissima collaborazione  a giornali, settimanali, riviste.

Nel 1931, vinta la cattedra universitaria, fu straordinario di filosofia nell’Istituto Superiore di Magistero dell’Università di Firenze; passato a Pisa nel 1934, fu promosso ordinario di storia della filosofia nel 1935, tenendo anche corsi speciali alla Scuola Normale.

Accanto ad Aristotele, Socrate e Platone, il suo interesse si concentrò sulla più originale scuola presocratica, fiorita nel Mezzogiorno d’Italia, quella eleatica, legata soprattuto a Parmenide e Zenone, caratteristici per il nesso logico-ontologico, che era il piano del suo più profondo stile mentale e del suo più intenso interesse. Del 1932 è il suo secondo classico libro ”Studi sull’eleatismo” (tradotto in Germania nel 1970).

In relazione al valore del momento teoretico e dello studio della storia della filosofia in Calogero, ha detto efficacemente Eugenio Garin "Sul primato del momento teoetico nei confronti di quello storico ha sempre battuto con insistenza, e proprio in riferimento alla sua attività storiografica. La storia della filosofia – e in particolare la storia della filosofia antica - ha il compito preciso di dare lumi per vedere più a fondo, e più correttamente, nella problematica contemporanea, mettendo a nudo antichi fraintendimenti ed errori, dissipando pseudo-problemi e mettendo a fuoco i problemi autentici." (4)

Nel 1933 uscirono nella ’Collezione scolastica’ della casa editrice ’La Nuova Italia’, di Ernesto Codignola, i tre volumi di storia del pensiero (antico, medievale, moderno), che avranno altre edizioni ampliate e diveranno un classico dell’editoria scolastica degli anni Trenta e Quaranta. Nello stesso anno curò, con introduzione e commento, ”Il Manuale di Epittetto nella versione di Giacomo Leopardi”, presso la ’Collana scolastica di testi filosofici’, diretta da Gentile presso la Sansoni.

L’immersione quotidiana nella ‘paideia classica e umanistica’ fondata sul valore dell’umana dignità (sentimentale, intellettuale, morale) non potè non produrre nel tempo il continuo, inquietante parallelo con i principi di fondo, statolatri e antiumanistici, retorici e demagogici, del regime fascista, nel quale si svolgeva la sua vita ed al quale comunque partecipava in un ruolo intellettuale non secondario.

Di fronte alla sua coscienza e alla sua intelligenza, in rigorosa coerenza logica ed etica, Calogero non potè non passare su una posizione antifascista, anche se lo fece sul piano profondo e complesso del livello della sua consapevolezza e nella lucida individuazione delle forme più opportune di incidenza. Mise nel conto di essere destituito dalla cattedra e di rimanere senza una fonte di sostentamento quotidiano, ora che si era sposato con  Maria Comandini, l’indimenticabile compagna della sua vita (della ben nota famiglia di repubblicani romagnoli, di Cesena, che sicuramente ebbe un ruolo importante per l’assunzione di una decisa posizione antifascista), ed aveva due figli, Laura e Francesco. Solo così si spiega la ‘strana’ decisione (nel pieno di una splendida posizione universitaria) di rimettersi a studiare come un semplice studente, per  prendere una seconda laurea in giurisprudenza, nel 1937.

La tesi, dal titolo ”La logica del giudice e il suo controllo in Cassazione” sarà immediatamente pubblicata dalla specializzata casa editrice Cedam di Padova nella collana ’Studi di diritto processuale’ diretti da Piero Calamandrei. Quest’ultimo nome rimanda immediatamente all’azione antifascista, discreta e originale, tesa alla diffusione di quel Movimento Liberalsocialista che Calogero aveva ideato con Aldo Capitini, conosciuto alla Normale di Pisa e ormai lontano da Gentile e dal fascismo, al quale non aveva voluto aderire, ritirandosi nella casa sotto il campanone del municipio di Perugia, vivendo di lezioni private.

Il Liberalsocialismo nacque nel 1937, proprio nell’anno dell’assassinio dei Fratelli Rosselli, quasi una misteriosa "vendetta dello spirito" (5).

Il Liberalsocialismo, nella visione calogeriana, si configurava, con echi logici di origine idealistica, come antitesi al comunismo, al fascismo e al liberalismo di vecchio stampo e come sintesi di costituzionalismo liberale e di egualitarismo socialista (6).

Il dramma del rapporto tra la legge della coscienza individuale e il rispetto o meno delle leggi ingiuste è rintracciabile nella edizione a cura di Calogero, nello stesso anno 1937, del famoso dialogo di Platone ’Il Critone’ presso la ’Biblioteca scolastica di classici latini e greci’ diretti da Giorgio Pasquali. Sempre nel 1937 Calogero curerà anche l’edizione del ‘Protagora’.

La vita di Calogero dal 1937 al 1942, anno del suo primo arresto, fu tutta generosamente spesa in una sottile, fecondissima opera di risveglio politico delle coscienze, negli ambienti sopratuttto universitario e culturale, con l’attività cospirativa del Movimento, con lo stile e i contenuti del suo insegnamento, con le linee di interesse dei suoi scritti, con l’attività cospirativa del Movimento.

Un suo allievo, Antonino Radice, ricordando il corso di filosofia teoretica del 1938 sul tema ‘Il ‘Contratto Sociale’ di J.J.Rousseau’, ha detto ”trovò persino nella scelta degli argomenti di studio non soltanto il modo per rafforzare in sè le personali convinzioni di libertà e di indipendenza, ma vide pure l’occasione per educare al medesimo culto della libertà e al gusto più alto della dialettica metodologica quanti, attratti dal fascino personale emanante dalla sua persona e dalla sua parola, numerosi accorrevano alle sue lezioni, piene di sottintesa ribellione al conformismo della circostante società.”(7) Il Radice ricorda anche l’atmosfera ‘diversa’ di Pisa, doveerano vive le vicende degli studenti Umberto Segre e Vittorio Enzo Alfieri e del più adulto Aldo Capitini, espulsi dalla Normale per il dissenso verso il regime, incideva il lavoro di liberazione intellettuale dell’italianista Luigi Russo (che aveva voluto Calogero a Pisa), dello storico Carlo Morandi, dell’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, erano note la fuga e la partecipazione di alcuni giovani dell’Ateneo per andare a combattere in Spagna per la Repubblica, cresceva la simpatia per Croce e declinava quella per Gentile.

Nell’anno accademico 1938-1939 Calogero tenne un corso di Pedagogia, che si tradusse nel famoso suo libro ”La scuola dell’uomo”, edito da Sansoni nella collana ’Biblioteca italiana’, che tantissimi allievi e lettori lessero come opera chiaramente antitotalitaria. Il quarto capitolo aveva come titolo ’La libertà’. Ha detto recentemente Carlo Azeglio Ciampi, suo allievo alla Normale e poi amico fino alla morte ”Quest’ultimo libro è un vero e proprio manifesto della libertà. E’ il libro con cui Calogero si rivolge ai giovani per mostrare loro come sia possibile uscire dal pessimismo dell’alternativa fra fascismo e comunismo... La filosofia morale di Calogero è una morale concreta, di attuazione della libertà, prima dentro di noi, poi nella società. Calogero non perseguiva fini astratti, ma voleva realizzare i propri ideali nella società. Il richiamo continuo alla coscienza, criterio estremo della verità, era richiamo al senso di responsabilità dell’individuo, ne sottolineava il dovere di lottare per l’affermazione della libertà per sè e per gli altri, per cambiare la realtà.”(8)

Come ha sottolineato il citato Garin, Calogero"trasfigurava l’attualismo in una filosofia della prassi intesa come formazione di una società libera e giusta, di liberi e di giusti."(9) La filosofia aveva senso solo come moralismo assoluto, come pedagogismo assoluto, doveva tradursi, secondo l’indimenticabile lezione di Socrate e Cristo, nel dare esempio di vita e di morte e nel pagare di persona.

Ha detto Calogero nel 1945, parlando agli studenti romani ”C’è stata una vita sotterranea nelle università italiane: nelle università di Pisa, di Firenze, di Milano, di Genova, in quasi tutte le altre università. Questa vita sotterranea nelle università italiane ha tenuta ferma, nella coscienza dei giovani, la verità che certi ideali non erano morti, e che tenendo fede ad essi si sarebbero fatti nuovamente trionfare.”(10)

L’angoscia della guerra che era scoppiata, della peste razzista entrata nel corpo della vita giuridica del paese, accentuò il momento dell’azione politica, a scapito del lavoro intellettuale che, nel 1940, si espresse in soli tre brevi saggi. La concentrazione storico-politica lo portò dallo studio di Aristotele e Platone a quello di Marx ed Hegel, ai teorici di quella statolatria, che stava dietro alle tragedie del secolo, pur nel riconoscimento dell’essere stati maestri di acuta comprensione del più profondo andamento storico. Nell’anno accademico 1940-41 tenne il corso”Intorno al materialismo storico”, edito nel 1941. Nello stesso anno curò la traduzione, insieme a Corrado Fatta, del primo volume delle ’Lezioni sulla filosofia della storia’ di Hegel, presso La Nuova Italia.

Approfondì il concetto di giustizia, al quale dedicò tra il 1941 e il 1942 due saggi, frutto anche di conferenze tenute, con altri temi negli Istituti Filosofici di Perugia, Roma, Pisa.

Il ritmo dell’impegno politico fu ormai frenetico e, come si vede, anche scoperto nella sua versione pubblica, per cui egli venne arrestato il 2 febbraio 1942 e condotto alle Murate di Firenze.

Restò in carcere quattro mesi, fu sospeso e destituito della cattedra e poi mandato al confino di Scanno, in Abruzzo, fino a maggio 1943, dove si trasferì anche la famiglia. Non potè rispondere per allora pubblicamente a Croce, che aveva criticato il Liberalsocialismo nel numero della ‘Critica’ del gennaio 1942.

Partecipò direttamente e indirettamente, attraverso la moglie Maria Comandini e i rapporti con Ugo La Malfa (conosciuto negli ambienti dell’Enciclopedia Italiana) alla ideazione e fondazione del Partito d’Azione, che non a caso ebbe uno dei momenti di giuridica configurazione nello studio dell’avvocato Comandini (cugino di Maria) a Roma nel luglio del 1942.

Il primo scritto di Calogero espressamente politico appare sul numero clandestino di ’Italia libera’ del 2 aprile 1943 col titolo ”Le ‘precisazioni’ programmatiche del Partito d’Azione", in dialogo con La Malfa e Ragghianti.

Fu arrestato nuovamente a Scanno l’8 giugno e portato nel carcere di Bari, dove restò fino alla scarcerazione del 28 luglio con Vittore Fiore e figli e Cifarelli.

Dopo lo sbandamento dell’8 settembre ed essendo Roma occupata dai nazifascisti, Calogero tornò a Scanno, dov’era ancora la sua famiglia e vi restò fino alla liberazione di Roma del 1944 (ospitò da settembre 1943 al marzo 1944 Carlo Azeglio Ciampi).

Nel silenzio drammatico della cella e nella residenza coatta del confino, Calogero mobilitò le energie intellettuali al diapason per fissare cardini teorici  nelle varie discipline filofiche, affinchè non si perdessero mai per sempre, dopo tanta esperienza di tragedia, come stava emergendo nel cuore della guerra atrocissma e disumana, certi principi, certi assiomi, certi orientamenti, certi modi di affrontare i problemi. Si impegnò, affinchè la filosofia mai si smarrisse, mai venisse meno al suo compito umanissimo ed etico di orientamento, di consapevolezza al servizio sempre dell’umana dignità.

Così sul piano della filosofia politica, chiarì profondamente i due concetti chiave della libertà e della giustizia, le due stelle polari della salvezza etico-politica, che dovevano poi tradursi più analiticamente in indicazioni operative per un nuovo modo di fare politica e di organizzarsi, richimando il loro problematico rapporto, non automaticamente correlato.

Individuò nel Partito d’Azione lo strumento politico che poteva assumere quei principi come orientamenti di fondo e storicamente tradurli sul piano della norma e dell’ethos civile.

Così accanto alla stesura di quelle che saranno le ‘Lezioni di filosofia’(uscite nel dopoguerra), Calogero scrive a Scanno nell’aprile 1945 ”La giustizia e la libertà. Saggio sul liberalsocialismo del Partito d’Azione’, uscito solo nel febbraio del 1944 a Roma, clandestino quarto ‘Quaderno libero’, nella serie diretta da Federico Comandini.

Già nel 1944, quando i nazifascisti occupavano gran parte della penisola, accanto alle azioni di Resistenza in Abruzzo"favorendo l’occultamento dei prigionieri e stabilendo contatti con gli Alleati che avanzavano dalla parte del Sangro", come ricorda Butticci (11), avviò un intenso lavoro di orientamento e di riflessione con scritti brevi, giornalistici sul quotidiano del  Partito ’L’Italia Libera - G.L.” Richiamava l’equivalenza tra rivoluzione sociale e rivoluzione liberale, la non accettazione di una  concezione della libertà, che implicasse quella di morire di fame, ma fosse ‘libertà liberatrice’ sul piano delle condizioni quotidiane di vita, le vicinanze  e le differenze tra laburismo e liberalsocialismo, la diversa concezione del socialismo, che restava insufficiente ed equivoco se non era accompagnato dall’aggettivo liberale, le consonanze, ma anche le diverse storie del socialismo liberale di Rosselli e il liberalsocialsimo, i problemi della radio, dell’Europa, della democrazia, della scuola.

Tra il 1944 e il 1945, utilizzò ogni occasione e strumento, da radio Roma e Firenze alla nuova rivista di Piero Calamandrei ’Il Ponte’, alle conferenze tenute in tutti gli ambienti sociali, dall’Università alle prime sedi sindacali, per  aiutare a capire il fascismo, la democrazia, la necessità della rottura col passato per la fondazione di una società repubblicana, libera e giusta.

Nella libertà riconquistata difese anzitutto il suo liberalsocialismo dalle accuse di Croce e di quanti, nelle stesso Partito, tendevano a confonderlo con quello generico e sentimentale di un Lussu e non afferravano la sua forza ideale sintetica delle esigenze etico-politiche portate avanti dallo stesso Lussu da una parte, da Parri e La Malfa dall’altra. Resterà per questo un profeta drammaticamente inascoltato, perchè l’assunzione sincera di quella proposta etico-politica avrebbe evitato al Partito d’Azione la divisione e permesso la sua permanenza nella lunga durata nel panorama politico del cinquantennio repubblicano, la cui assenza tanto si è scontata e si sconta.

Pertanto resta un monito ed un lascito prezioso quel libro del 1945 ”Difesa del liberlasocialismo”, che parte dalla sua riflessione del 1940 su ’individuo e persona’ e termina con il richiamo a Carlo Rosselli.

Calogero ricorda nel 1945, ad un anno dal martirio, Pilo Albertelli e rivendica ampiamente l’opera di educatore politico di Aldo Capitini, che asseconda per la sua parte con la stesura di “L’abbicci della democrazia” (parlare e ascoltare, come si presiede  e quali sono le regole della discussione, ordini del giorno, verbali e votazioni, il significato della maggioranza), consapevole che l’opera più importante e urgente fosse l’educazione  politica dei cittadini, ignari dei valori e dei metodi della partecipazione democratica, dopo venti anni di totalitarismo. Si potrebbe parlare di un ’socratismo politico’ dopo quello quello filosofico, al quale si era dedicato nei decenni precedenti.

Da grande educatore qual’era, si rivolgeva soprattuto ai giovani, che soli potevano più decisamente ed incisivamente provvedere alla costruzione del nuovo edificio democratico, perchè più immuni dal condizionamento del regime. Ad essi si appellava, affinchè non avessero remora a fare politica (chiarendo in che termini) e ad  assumersi le responsabilità dell’avvenire. (12)

Dalla meà del 1945 all’insediamento dell’Assemblea Costituente, fece parte con autorevolezza e incisività della Consulta, l’organo che, nell’assenza forzara di un Parlamento regolarmente eletto, funzionò in sua vece, dando pareri al governo sui problemi generali e sui provvedimenti legislativi.

Oltre che come consultore, Calogero, insieme a Maria Comandini visse con dedizione la vita del Partito d' Azione nella sua dimensione organizzativa.

Maria dirigeva la sezione femmini1e nella collaborazione con altre indimenticabili figure femmini1i della tradizione azionista come Ada Gobetti, Gigliola Spinelli, Joyce Lussu, Mariuma Tioli, Gabriella Giordano Ricci e Amorina Lombardi, scrivendo anche articoli di rara cmarezza ed essenzialita sulla stampa nazionale e locale del Partito (13). Non si può comprendere il liberalsocialismo dal punto di vista teorico e pratico senza il quotidiano ’dialogo’ tra Guido e Maria. Ella allargò la latitudine, lo sguardo problematico della lotta di liberazione delle classi oppresse al mondo femminile, da emancipare nello stesso tempo e sempre insieme sia economicamente che sentimentalmente e moralmente

Guido e Maria girarono i quartieri di Roma, le cittadine vicinee, con l'amico Butticci, segretario regionale del Partito d' Azione, l' Abruzzo (dove Calogero era capolista), che conoscevano dal tempo del confino, con riunioni e comizi, animando la fede repubblicana e gli ideali liberalsocialisti, portando il loro 'granello di sabbia' alla vittoria del referendum istituzionale de1 2 giugno 1946 e all' affermazione comunque del partito, che mandò una piccola pattuglia di valorosi deputati, che tanti contributi diedero alla stesura della Carta Costituzionale. In Abruzzo (escluso quindi il Molise) i voti per la Repubblica superarono quelli per la monarchia (a differenza di tutte le regioni meridionali, le isole e lo stesso Lazio) e il Partito ebbe la sua piu alta percentuale di voto (3,4% contro una media delI' 1,5 %).

Guido non pensò alla sua elezione, alIa sua carriera (pur se risultò il primo dei non e1etti), cosi come fecero tanti altri del Partito d' Azione (es. Luciano Bolis), che si gettarono a capofitto nelIa lotta, senza vanità e personalismi.

      Persuaso, come si è detto, che il Liberalsocialismo potesse essere l'orizzonte teorico' sintetico' e quindi 'unificante' di que1 Partito d' Azione, che era minato da posizioni ideali spesso pericolosamente conflittuali, e al fine di articolarlo piu analiticamente sul piano culturale e politico, dandogli un respiro anche intemazionale, fondò agli inizi del 1946 la rivista ' Liberalsocialismo' con sede a casa propria (dando un ulteriore esempio di dedizione e di altruismo), con una rosa di collaboratori esemplificativa del suo obiettivo politica, culturale ed organizzativo (da Vittorelli, vice-direttore, a Bobbio, Calamandrei, Ciampi, Capitini, Maria Comandini, Delle Piane, T.Fiore, Garosci, V.Gabrieli, Riccardo Lombardi, Salvemini, Giorgio Spini, Tagliacozzo, Valiani, Venturi, Visalberghi, Zevi). Ma le vicende successive della divisione e dell'incipiente diaspora, gli fecero capire che I'impresa non aveva più il principale referente storico-politico capace di portarlo avanti. Visse con dolore l'abbandono, nel febbraio de1 1946, dal Partito d' Azione di Parri e La Malfa, rimanendo al suo posto e facendo in modo che i danni fossero limitati.

Nella consapevolezza della funzione dell'animazione dal basso, di origine capitiniana, ma sempre su certe basi istituzionalizzate (che sole possono garantire sistematicita e durata degli interventi) fu fondatore e presidente nel 1947 del CEPAS (Centro di educazione professionale per assistenti sociali), che aveva la funzione di introdurre questa figura alI' interno della drarnmatica situazione sociale dell 'Italia del dopoguerra.

Nè dimenticava di seguire i lavori della Costituente e di richiamare la centralitá dei problemi della scuola, della laicitá, dei rapporti tra Chiesa e Stato.

Nè dimenticava la propria vocazione, il proprio dovere di filosofo, se si ricorda che proprio tra il 1946 e il 1948 uscirono presso Einaudi le Lezioni (in tre volumi: Logica, gnoseologia, ontologia, Semantica, Istorica, Etica, giuridica, politica), nel 1947 i Saggi di etica e di teoria del diritto, presso Laterza e la traduzione del II volume delle Lezioni sulla filosofia delta storia di Hegel sul ' mondo orientale'. 

Reintegrato nella cattedra a Pisa, tenne nell'anno accademico 1947/48 un corso sul tema a lui cara Le origini della logica classica.

Dopo la fine del Partito d'Azione, confluì nel Partito Socialista, della cui direzione fece parte dopo il Congresso di Genova del 1948, sostenendo sempre la concezione del socialismo autonomistico (dopo aver rinunciato poco prima a una candidatura senatoriale, per non essersi il Partito Socialista  dichiarato contro la dittatura comunista alIora instauratasi a Praga).

La fine del Partiio d'Azione, l'appiattimento del PSI sulle posizioni del PCI e il loro guardare in modo cieco versa l' Oriente comunista e i miti bolscevichi lo portarono ad una decisione che puo sembrare un allonta­namento dal Paese, ma che ha una segreta carica significativa (come si dirá poi): tra la fine del 1948 e il 1950, Calogero andò a fare il docente nelle Universita di Montreal, di New York, di Princeton.

Ne1 1950, passato da Pisa a Roma, inaugurò la cattedra di storia delia filosofia antica nell'aula magna delI'Università con una memorabile lezione su "Socrate" (edita da' Nuova Antologia' nel 1955). Quell'anno fu molto fecondo dal punto di vista della produzione intelIettuale, se si pensa che uscirono la monografia La filosofia di Bemardino Varisco, il libro Logo e dialogo. Saggio sullo spirito critico e sulla libertà di coscienza (nelle edizioni Comunità, promosse da Olivetti) e che scrisse contributi per volumi in onore di Rodolfo Mondolfo, Benedetto Croce e per il 'Commentario sistematico alla Costituzione italiana' diretto da Piero Calamandrei e Alessandro Levi.

DaI 1951 al 1953 fu direttore dell' Istituto Italiano di Cultura di Londra, organizzando mostre importanti come 'Italia e Inghilterra nella prima fase de! Risorgimento' , aprendo una colIana (che pubblicò, oltre il catalogo delia mostra, anche un ricordo di Benedetto Croce, nel 1953, con contributi di Gilbert Murray, di Manlio Brosio e dello stesso Calogero), parlando alla B.B.C. dell'ltalia. Dall'Inghilterra seguiva attentamente le vicende italiane e coliaborava con 'Il Ponte' di Calamandrei con infor­mazioni e riflessioni sulla situazione politica e sull' esperienza socialista anglosassone.

Con l'esperienza americana e inglese Calogero aveva voluto indicare, con la propria personale testimonianza, visibilmente, che la vera direzione dello sguardo della sinistra culturale e politica italiana non doveva volgersi versa l’Oriente, culla del dispotismo e dei tragici miti bolscevichi, ma verso l'Occidente anglo-americano, culla delle liber:tà, della demo­crazia e del laburismo, di un socialismo cioe sostanzialmente liberale.

Calogero compì quelia operazione senza subalternità atlantica, ma su posizioni di dignità culturale, nella consapevolezza di essere portatore di una grande tradizione culturale. Lo fece come un docente prestigioso, che porta la propria competenza, aperto a ricevere suggestioni di valori e forme organizzatrici, dal punto di vista delle istituzioni politiche ed educative,da far conoscere ed approfondire in Italia.

Dal numero del 14 febbraio del 1953 a quello del 22 dicembre 1964, Calogero troverà ne 'Il Mondo' di Pannunzio (1'organo piu famoso della cultura laica del dopoguerra) il luogo editoriale piu significativo per far conoscere la sua riflessione sui problemi nodali e sugli eventi piu significativi della vita etico-politica del paese.

Essi andranno a costituire gran parte di due suoi libri Scuola sotto inchiesta, edito da Einaudi nel 1957 e Quaderno laico, pubblicato da Laterza nel 1967.

Dopo la citata fase fuori d'!talia, riprese la sua attivita di docente a Roma, la città natia, alla quale era legatissimo, con Londra e Atene. Fino al 1955 insegnò storia della filosofia antica, dal 1955 al 1966 storia della filosofia e poi, fino al 1975, filosofia teoretica. Per venti anni formò generazioni di insegnanti, creando una tradizione di rigore negli studi a lui cari, che si espresse con un gruppo di valentissimi docenti universitari a lui legatissimi (come ad es.Gabriele Giannantoni).

Se si scorrono gli scritti di Calogero fino al 1957, si è sorpresi dall’accanimento sul problema della scuola, sulla difesa della scuola pubblica, della scuola laica, intesa come il luogo privilegiato, sancito dalla Costituzione, della formazione di libere personalità abituate allo spirito critico, al dialogo, al rispetto di tutte le fedi. Egli sentiva, specialmente nel contesta italiano, il dramma, per la presenza del centro del cattolicesimo e per il contrasto politico-ideologico legato all' esistenza del piu forte partito comunista in Occidente (con i socialisti subalterni). Anche a livello europeo e mondiale, dominava un clima gelido, con chiusure, muri, intolleranze ideologiche, dogmatismi.

Calogero pensava che la vera trincea della lotta stesse lì, nella difesa e nella promozione di una scuola, nella quale vivessero valori di liberta, di democrazia, di amore sincero per la cultura.

Il ricondurre (e accettare di ridurre) tutto il suo complesso messaggio filosofico e politico al tema del 'dialogo' nasceva proprio dalla consa­pevolezza che fosse, in quel particolare contesta storico, il valore sommo da diffondere e da praticare, onde evitare i vicoli ciechi dello scontro e dell’irrazionalismo, che avevano gia segnato cosi drammaticamente la storia d'Italia e d'Europa del Novecento.

Oltre l'attività di docente e di pubblicista, fu protagonista dei Convegni degli "Amici del Mondo", tenne conferenze attraverso l’Italia per l' As­sociazione Culturale Italiana. Il suo prestigio intellettuale fu consolidato dall'uscita di una collana presso Sansoni nel 1956, dedicata proprio ai suoi scritti, dalla ristampa accresciuta di La scuola dell’'uomo, dalla collaborazione con Klibansky per una edizione americana del Filebo di Platone, da traduzioni anche in giapponese di suoi scritti.

Con la fine di 'Il Mondo', pensò che fosse necessaria la presenza nel panorama italiana di una rivista che avesse come sua finalita fondamentale la difesa intransigente dei valori della libera cultura e riprese nel 1963, col genero Gennaro Sasso, la rivista 'La Cultura' (sulla quale aveva scritto agli esordi), che diresse fino alla morte nel 1986.

Presidente della Società Filosofica Italiana (e, per il triennio 1963 - 1966, dell'Institut International de Philosophie di Parigi) egli, che si era sempre battuto per i valori di autonomia e di democrazia nell'Universita, cercò di capire i motivi della protesta studentesca del 1968 e propose per il XXII Congresso di Filosofia (che si tenne a Padova nell'aprile del 1969) il tema 'Il problema del dialogo nella societa contemporanea'. Fu anche questa volta profeta inascoltato da una generazione che si perse in gran parte nei miti dogmatici e intolleranti di una desolata e tragica scolastica marxista-leninista (egli considerava lecito il dissenso, non 1'oltraggio, come recita un suo articolo).

Ma Calogero non si perse d'animo, pur in una segreta amarezza che gli amici piu vicini capivano e vivevano per le smentite e la lontananza della ' realta effettuale' italiana dal suo idealismo etico, e continuò nel suo dovere socratico di riflessione e di aiuto alla chiarificazione civile, su 'La Stampa' e, soprattutto, su 'Panorama'. Dal 1970 al 1975 ebbe sul settimanale milanese una presenza fissa, affrontando a tutto campo i temi piu scottanti della cronaca politica, sociale, civile: es. l'ordine pubblico, la situazione della Chiesa Conciliare e post-Conciliare (la cui svolta giovannea dei primi anni Sessanta lo aveva profondamente e positiva­mente attratto, nella sua carica di possibile apertura e dialogo col mondo dei valori laici), la droga, la magistratura, il bipartitismo, l’obiezione di coscienza, il vero roolo del sindacato, l’aborto, il potere militare, il terrorismo e il dovere di difendere la democrazia.

Specialmente dopo la decisa svolta autonomistica e la fase delI'uni­ficazione degli anni Sessanta nel campo socialista, che videro la nascita del primo centro - sinistra, l’elezione di Saragat a Presidente della Repubblica nel 1964, l’unificazione tra PSI e PSDI nel 1966, prese il suo posta nel Partito Socialista, allontanandosene, appena si avvide di pro­cessi di rampantismo, incompatibili con le idealità e il rapporto etica ­politica da lui sempre praticati.

Cercò in ogni modo di far dialogare le componenti liberali di sinistra, repubblicane e socialiste, in modo che operassero alla luce di una comune orientamento laico e sostanzialmente liberalsocialista, che prevedesse almeno un patto di consultazione permanente, se non una fusione (anche in questo caso profeta inascoltato). Perciò nel 1972 ripropose la sua Difesa del liberalsocialismo ampliata di saggi e interventi nati dall’esperienza del dopoguerra, che volevano avere come interlocutori piu diretti specialmente La Malfa, Nenni, Saragat e i liberali di sinistra, legati alla piu autentica e aperta lezione di Luigi Einaudi, di Benedetto Croce e alla figura e al messaggio di Piero Gobetti.

Sul piano strettamente intellettuale, gli ultimi interessi della riflessione calogeriana si collocarono tra: Platone e Plotino, tra Socrate, Cristo, Erasmo, Spinoza, riproponendone le grandi, intramontabili suggestioni teoriche,  logiche, etiche.

Ebbe doverosi riconoscimenti accademici in Italia e alI'estero e sue voci apparvero nella nuova ‘Enciclopedia Britannica’ nel 1974.

Col caldo affetto della famiglia amatissima, aveva il conforto antico della poesia, specialmente quella classica di Omero, di Virgilio, di Orazio, i cui versi spesso recitava a memoria.

Fino alla fine fece della sua casa un luogo di riflessione incessante, di conservazione della memoria per una cerchia di amici integri e fedeli, nella speranza, mai venuta meno, che sarebbero sopraggiunti uomini e gruppi capaci di cogliere il messaggio liberalsocialista e riprendeme con fedeltà ideale i principi, i valori, le idealità, le esperienze, patrimonio importante della storia etico-politica italiana.(14)

 

NOTE

 

l) Questo profilo, scritto a maggio 1996, nel decennale della morte, pubblicato nel  nunero 5, dedicato tutto a Guido Calogero, dei ’Quaderni del Movimento d’Azione Giustizia e Libertà’, Galzerano editore, Casalvelino Scalo (Salerno), pp.9-25 e rivisto nel 2004 per il centenario della nascita, deve molto alla cortese disponibilita di scritti di Calogero spesso introvabili in possesso di Vittorio Gabrieli. Il testo fondamentale di riferimento è il lavoro di Cristina Farnetti col saggio di Gennaro Sasso, che costituiscono il libro 'Guido Calogero - dal1920 al 1986', Enchiridion, Napoli,1994, pp.244, che contiene la bibliografia degli scritti di Calogero. Si deve alla dott.ssa Farnetti anche il reperimento degli articoli di C. apparsi su quotidiani del 1945 e ristampati in parte nel presente scritto.

L'estensore di questo profilo ha ascoltato Calogero in una seminario sui Presocratici presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli negli ultimi anni della sua vita e ne ricorda, oltre la magistrale competenza, lo spirito vivace e 'pedagogico' che promanava dalla sua Figura.

2) Giulio Butticci, Ricordo di Guido Calogero - Un coetaneo maestro, Quaderno n.15 della 'Rivista Abruzzese', Lanciano, 1986, p.10.

3) Cristina Fametti, Appendice, nel volume citato alla nota 1, pp.213-219.

4) E.Garin, Guido Calogero, in 'Scuola e citta', La Nuova Italia, Firenze, 1987, n.10, p417.

5) A.Capitini, Sul nome di liberalsocialismo, in 'Liberalsocialismo', Roma, n.2, febbraio 1946, p.64.

6) Si veda la parte centrale del secondo manifesto delliberalsocialismo de1 1941, tratto da 'Difesa del Liberalsocialismo', riportato in Appendice.

7) Antonino Radice, Ricordo di una lezione: Guido Calogero, in 'Nuova Antologia', Le Monnier, Firenze, aprile-giugno 1994, p.192.

8) Carlo Azeglio Ciampi, Etica dell'azionismo, in 'Micromega', 3. 1996, pp. 247. L'articolo è il testo dell'intervento al Circolo Giustizia e Libertà di Roma, del 27 maggio 1996.

9) E.Garin, Guido Calogero, cit., p.422.

lO) G. Calogero, Assumetevi le responsabilita dell'avvenire (vedi Appendice).

11) Giulio Butticci, Ricordo di Guido Calogero - Un coetaneo maestro, cit., p.18

12) G.Calogero, 1 giovani e la politica (vedi Appendice).

13) Maria Comandini Calogero, Il Partito d'Azione e la questione femminile ,in ‘La Rinascita’, quindicinale del Partito d’Azione – Sezione di Fondi (LT) del 2 settembre 1945., riportato in appendice. Su questo periodico e sull’attivita’ della sezione azionista fondana ha pubblicato un recentissimo saggio l’autore di questo profilo, pubblicato nell’ultimo numero del 2003 e nel primo numero del 2004 di ’Annali del Lazio Meridionale’, che si pubblica a Fondi, direttore il preside prof. Antonio Di Fazio.

14) Un esempio della disponbilità dell’ultimo Calogero verso ogni iniziativa, pur piccola, a riprendere la tradizione liberalsocialista si ebbe nel 1982, quando il citato vecchio amico abruzzese Butticci, che era stato anche preside a Roma presso il Liceo’Tito Lucrezio Caro’, e liberalsocialisti pavesi, guidati dal dott. Salvatore Bellini, vennero per proporgli di ricostituire il Movimento Liberalsocialista e di rivedere il Manifesto in una nuova versione, ed egli accettò di buon grado come di essere anche il loro Presidente fino alla morte.(testimonianza dello stesso dott. Bellini). I gruppi sono confluiti poi nel Movimento d’Azione Giustizia e Libertà nel 1994. Il dott. Bellini ha poi ricostituito, anche per una difesa giuridica della tradizione azionista, contro tentativi di strumentalizzazione o di deformazione, il Partito d’Azione Giustizia e Libertà del 1942 e il suo quotidiano ‘L’Italia Libera’.

 

 

ANTOLOGIA DI SCRITTI

I PRINCIPI DEL 'LIBERALSOCIALISMO' DAL MANIFESTO DEL 1941

 

1 - Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti nè concetti disparati, ma specificazioni parallele di un unico principio etico, che è il canone di ogni storia e di ogni civilta. Questo è il principio per cui si riconoscono le altrui persone difronte alla propria persona, e si assegna a ciascuna di esse un diritto pari al diritto proprio.

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2. Così, è lo stesso dovere etico che impone ad ognuno di riconoscere agli altri un pari diritto di opinare, di parlar,e di votare, e un pari diritto di valersi della ricchezza del mondo. Tanto l'uno quanto l'altro è un diritto di disposizione, un diritto di libertà; un ambito dell'individuale possibilità di azione, che dev'esser lasciato libero. E la giustizia non è che l' equa ripartizione di tali sfere di libertà.

 

3. Ma la distinzione, che non ha luogo nell’idea, ha avuto luogo nella storia. Essa è costituita dal fatto che, nella civiltà del mondo, lo sviluppo etico e giuridico delle abitudini e delle istituzioni dirette ad attuare la libertà del liberalismo è stato finora assai piu vasto di quello delle abitudini e delle istituzioni dirette ad attuare la giustizia del socialismo.

La tradizione morale ed istituzionale ha ormai tolto ad ogni uomo civile il gusto di negare al suo interlocutore un pari diritto di interloquire, ma non gli ha ancora tolto il gusto di possedere piu di lui. Molti, che non tollererebbero piu di disporre di due voti elettorali quando ogni altro cittadino disponesse di un voto solo, tollerano ancora di disporre di beni economici in misura decupla di quella di cui dispone la media del loro prossimo. ­

 

4. Di conseguenza, dovunque sia lecito, con formula sommaria, dire che sussiste meno giustizia che libertà, lo sforzo etico-politico dev'essere prevalentemente diretto all' educazione socialista dell'uomo, il quale, sulla via ascendente della giustizia, non deve restare più in basso che sulla via della libertà.

 

5. Sarebbe tuttavia un errore ristabilire il livello facendo retrocedere l'uomo sulla via della libertà. Ciò significherebbe non solo distruggere un già raggiunto grado di giustizia, non solo perdere una già compiuta conquista egualitaria, ma annientare lo stesso più efficace e pratico strumento delle conquiste ulteriori. Solo la libertà ci farà piu liberi. Essa infatti è la stessa libertà di creare il socialismo. Noi dobbiamo mante­nerla tale, renderla veramente tale dove non è, e servircene.

 

6. Di qui i due principi fondamentali del liberalsocialismo: assicurare la libertà nel suo funzionamento effettivo, costruire il socialismo attra­verso questa libertà.

Alla stregua del primo principio, esso considera parte integrante del suo programma l’instaurazione e la difesa di quel «liberalismo armato», che dev'essere, come si è visto, la base universale di ogni convivenza politica, e fin da oggi il fondamento del comune Fronte delta libertà.

Alla stregua del secondo principio, esso vuole riforme sociali che non piovano dall' alto, ma siano figlie della democrazia e della libertà.

 

7. Una delle prime mete di tali riforme sociali dev'essere il raggiungimento della massima proporzionalità possibile tra il lavoro che si compie e il bene economico di cui si dispone. Questa non è che una prima tappa sulla via del socialismo (ed è gia superata, tutte le volte che con la ricchezza comune si soccorrono i deboli e gl'infermi, incapaci di lavorare). Comunque, è quella che si deve intanto cercar di percorrere. Di qui la fondamentale istanza anticapitalistica, che il liberalsocialismo fa propria. Bisogna portare sempre piu oltre la battaglia contro il godimento sedentario dell' accumulato e dell’ereditato.

 

8. I mezzi tecnici e giuridici atti a realizzare progressivamente questo intento dovranno essere commisurati, caso per caso, alle possibilità della situazione. Quanto piu i contadini, gli operai, i tecnici, i dirigenti saranno capaci di agire come imprenditori e amministratori, tanto meno dovrà esistere la figura del proprietario puro. Quanto più si svilupperà lo spirito della solidarietà e dell'uguaglianza, tanto piu sarà possibile ravvicinare le distanze fra i compensi delle varie forme di lavoro, senza inaridire il gusto dell’operosità e l'iniziativa creatrice. Di qui la fonda­mentale importanza dell’educazione delle masse, e quindi, tra l' altro, del problema della scuola.     

 

9. Sul piano internazianale il liberalsocialismo difende gli stessi principi di libertà e di giustizia per tutti. Niente nazionalismo, niente razzismo, niente imperialismo: niente distinzione di principio fra politica ed etica. Le assisi fondamentali della civiltà debbono essere le stesse tra gli uomini e tra le nazioni: il dovere dell'onestà, il riconoscimento dell'altrui diritto non è soltanto una faccenda privata. Di conseguenza: difesa di ogni organismo che possa favorire la realizzazione di questi principi nel mondo: internazionalizzazione, almeno dal punto di vista economico, delle colonie e delle grandi fonti di materie prime; progres­siva estensione dei diritti di cittadinanza al di là dei limiti delle singole nazioni. In una parola: liberalismo e socialismo anche sul piano inter­nazionale, giusto lo spirito della nuova Internazionale, composta di tutti coloro che questi ideali condividono nel mondo.

 

UOMINI DI CULTURA, PROFESSIONISTI, INTELLETTUALI

ASSUMETEVI LA RESPONSABILITÀ DELL’AVVENIRE

 

C'è stata una vita sotterranea nelle università italiane: nelle università di Pisa, di Firenze, di Milano, di Genova, in quasi tutte le altre università. Questa vita sotterranea nelle università italiane ha tenuta ferma, nella coscienza dei giovani, la verità che certi ideali non erano morti, e che tenendo fede ad essi si sarebbero fatti nuovamente trionfare. E come i fatti che oggi commemoriamo s'inseriscono in un piu vasto quadro, cosi le figure degli eroi che ricordiamo sono circondate dalle piu vaste schiere di coloro che sono periti in questa battaglia. Mi sia concesso di rievocare solo qualche nome, quale simbolo di questa resistenza politica della cultura italiana.

Ricordo Pilo Albertelli. Lo ricordo a Palazzo Carpegna, vicino alla vecchia Sapienza, quando iniziava i suoi studi di storia del pensiero antico, in cui diede così alta prova di sè e in cui avrebbe lasciato ben maggiore orma se non avesse preferito di gettare tutto se stesso in una diversa lotta. Ricordo Mario Fioretti, tenace e intelligentissimo scolaro al "Tasso". Giurista di vivacissimo ingegno, sarebbe certamente andato molto innanzi, se non fosse stato ucciso in Piazza di Spagna il 4 dicembre 1943.

E mi sia permesso di ricordare, anche se non hanno studiato in questa Universita, Eugenio Colorni e Leone Ginzburg, due delle intelligenze piu forti affermatesi nel campo della filosofia e della critica letteraria.

L'altra guerra ha conosciuto un"soldato ignoto"; noi in questa guerra conosciamo il martire ignoto della libertà. Siamo tornati ad una situazione che non si è mai verificata nella storia del nostro Risorgimento. Abbiamo forse bisogno di risalire al primo cristianesimo, quando i martiri si accumulavano a migliaia e nessuno poteva tramandarne il nome.

Questa è stata la guerra della cultura italiana contro le forze che l'avrebbero distrutta, come avrebbero distrutta la civiltà. E' stata la guerra che 1'Italia ha combattuto per lunghi anni, inserendola in quella grande guerra civile europea che è la presente.

 

PER LA CAUSA DI TUTTI I POPOLI LIBERI

                                          

Questa guerra che noi oggi combattiamo ha il suo simbolo nell'inter­vento di Carlo Rosselli nella guerra di Spagna.

Questa è la guerra che Carlo Rosselli - che ricordo qui anche perche e stato uomo di scuola, professore universitario - questa guerra che Carlo Rosselli sentì come la sua guerra è anche oggi la nostra guerra.

         Noi oggi sappiamo che non combattiamo per una nazione, non­ combattiamo per una certa rivendicazione: combattiamo per una causa che è insieme nostra e di tutti i popoli liberi del mondo. Sappiamo che in questo senso le nostre frontiere, i nostri fronti di combattimento sono dovunque si combatte per questi ideali.

Ma di questa guerra non è neppure necessario che noi qui parliamo. La sua necessità è evidente a tutti noi: essa non cade in discussione. Su un altro punto vorrei richiamare la vostra attenzione.

 

L'EDUCAZIONE POLITICA

 

C’è un problema della politicizzazione dell'universitá, degli studi, il quale è tanto più grave in quanto, come abbiamo detto, la guerra odierna non é piu una guerra di nazioni. Essa é una guerra civile, una guerra ideologica, una rivoluzione sul piano mondiale, nel senso migliore della parola. Da tale punto di vista cade la vecchia distinzione che altro é la politica, altro il dovere di difendere la Patria. Si poteva allora pensare: i giovani delle universitá vanno alla guerra quando si tratta di difendere la Nazione; ma quando si tratta della politica, essi debbono invece pensare che i loro studi sono al di lá della politica, che gli studi sono la prima cosa e la politica verrá dopo.

Oggi che la guerra non è piu difesa di frontiere, ma difesa di idee e di modi di vivere, questa distinzione cade nel nostro ambiente, come cade nell'ambiente militare. In altri tempi, si diceva che l' esercito non deve occuparsi di politica, perchè l'esercito bada solo alla difesa del territorio nazionale. Il che è ben giusto, quando il problema è proposto cosi. Ma oggi noi dobbiamo dire: l'esercito non può occuparsi di politica se la politica è una politica di parte; ma deve occuparsi di politica se la politica è in generale la difesa di quelle norme di vita, di quella possibilita di esistenza, che sono essenziali alla stessa manifestazione della libertá.

C’è ancora oggi chi dice: - Non fate entrare le vostre passioni politiche nella casa degli studio. Lasciate che i giovani si formino alla verità, allo studio dei problemi, non pretendete che essi si interessino di quelle questioni più particolarmente politiche, di cui avranno tempo di occuparsi quando gli anni graveranno su di loro. Non fate che l'Universitá li divida, non inserite il germe della contesa nella giovinezza dedita agli studio

E c’è chi dice, con tono piu accorato ancora: - Lasciate che i giovani restino giovani ! Siamo tutti cosi malati di questa realtá che ci opprime, siamo tutti cosi tarati nei nostri nervi, siamo tutti cosi oppressi dal peso del disastro nazionale, che noi non avremo mai più la virtu della giovinezza. Lasciate che chi è giovane resti giovane, per avere energia di risolvere domani i problemi della nazione. Non stancate i giovani troppo presto.

Come rispondiamo a questa domanda, a queste esortazioni, che angosciano l'animo di chi ha qualche responsabilitá nell'orientamento politico dei giovani ?

La cosa piu sincera che si possa fare per rispondere a un problema concernente istinti, psicologia, attivitá dei giovani, credo sia quella di ricordare la propria stessa esperienza. Ricordo dunque di fronte a voi la mia esperienza di studente nell'Universita di Roma. Io sono stato studente alla Sapienza tra il 1921 e il 1925. Voi comprendete quale è il quadro storico che si delinea fra queste date. E' il periodo dell'affer­mazione del fascismo nella vita italiana. Sono stati gli anni piu travagliati della nostra storia, perchè in quegli anni è stato posto il seme di tutta la catastrofe di questo ventennio.

Ebbene io ricordo che allora (lo confesso con grande candore) non capivo nulla di quanto accadeva intomo a me. Ero seppellito negli studi classici: mi occupavo di epigrafia, di letteratura greca, di storia della filosofia antica.

Accanto a me accadevano cose che mi colpivano. Certo, non avevo simpatia per il fascismo. Ma non capivo bene perchè si dovesse com­batterlo; esso era qualcosa di estraneo al mio spirito. Ricordo, come sprazzi, certi fatti accaduti, come l'episodio di Edoardo Volterra bastonato e ferito dai fascisti nel cortile della Sapienza. Ricordo il furore che mi prese, ma nello stesso tempo la vanitá di questo furore, la incapacitá di dirigerlo, la sua sterilitá.

Per lunghi anni, dopo di allora, mentre avevo il senso di essere ben orientato intomo a certi problemi, avevo il sospetto doloroso di essere disorientato rispetto ad altri. Sarei stato piu vecchio se allora avessi compreso ?  Credo di no. Credo che sarei stato non solo più giovane, ma soprattutto più lieto; avrei vissuto in maggiore misura quella gioia attiva che mi pervadeva quando compivo qualcosa nella quale mi sentivo realmente orientato. Quando, più tardi, sono riuscito ad orizzontarmi anche in questo campo, ogni passo ulteriore è stato una conquista gioiosa, qualcosa di positivo nella mia esperienza: non giá una sorta di restrizione della mia vita spirituale, non qualcosa che mi invecchiasse e che mi aggiungesse preoccupazioni, ma qualcosa che mi dava forza e libertá.

Non credo di aver avuto una esperienza spirituale molto diversa dalla normale. La mia esperienza personale è stata quella di moltissimi altri giovani italiani di quel tempo. Quasi certamente è l’esperienza personale di molti tra voi in questo momento. Da questo punto di vista, ecco il dovere di quella maggior parte di noi, che è orientata, verso tutti gli altri: questa maggior luce di orientamento si diffonda il piu possibile.

Dobbiamo oggi comprendere che le ragioni ideali della nostra cultura devono essere da noi chiaramente prospettate, da noi chiaramente sentite, perchè altrimenti la nostra cultura non vale niente. Non c’è bisogno di molta dottrina per comprendere questo, che tutte le nostre conoscenze, tutto ciò per cui ci avviamo verso la vita in quanto uomini di cultura, tutte le conoscenze che costituiscono il nostro bagaglio e il nostro orgoglio di intellettuali, non varrebbero nulla se non riuscissimo a fare, con esse, qualcosa di bene agli altri uomini. Perchè non c’è niente al mondo che valga al di fuori di questo: far bene agli altri. Tutto cio che possiamo creare a questo mondo, l'arte, la scienza, le nostre azioni, non valgono se non per l' accrescimento di vita che producono tra gli uomini, per l'eco che hanno nel loro animo.

 

PER COSTRUIRE UNA NUOVA CIVILTÁ

 

Voi domani sarete medici, ingegneri, avvocati, professori; ma non potrete, con questi strumenti, costruire la civiltà, se non saprete quale è il fine per cui dovete servirvene. La chiarezza degli scopi è coessenziale alla chiarezza con cui possiederete strumentalmente questi ferri del vostro mestiere.

Quali sono questi scopi ? Alte parole risuonano nel nostro mondo. Noi combattiamo per la giustizia e per la libertá.

Molte persone possono sentire queste parole e non comprenderle realmente. Voi che siete i rappresentanti dell'intelligenza, voi che le comprendete, avete il dovere di far si che esse siano intese sempre più largamente. Noi dobbiamo far comprendere ad ognuno che questa guerra si combatte per radicare negli uomini sempre più il convincimento che essi devono difendere la propria libertà in quanto questa libertà sia capace di creare altre libertà.

Questa guerra, a cui noi collaboriamo anche parlando e discutendo, mira appunto a restaurare sempre più nel mondo questo convincimento, che noi non rivendichiamo la libertà nostra e basta; ma rivendichiamo la libertà di tutti, in un ordine giusto per cui la nostra libertà sia tale da non ledere la libertà altrui, la libertà altrui tale da non ledere la libertà di altri ancora.

Noi dobbiamo convincerci che questa libertà è la giusta libertà, la stessa giustizia intesa come assicurazione del diritto di tutti gli uomini a creare la loro vita, facendo si che questa loro creazione di vita sia possibilita di vita per altri uomini ancora.

 

Dal discorso tenuto il 19 gennaio 1945 nell’Aula Magna dell’Università di Roma per ricordare la chiusura dell’Università imposta ai nazifascisti dalla Reistenza degli studenti romani l’anno prima, riportato da ’L'Italia Libera - Giustizia e Liberta’ di Roma de15/3/1945.

 

I GIOVANI E LA POLITICA

 

O essi si renderanno conto del fatto che la democrazia e la civiltà e la prosperità non piovono dall'alto, e che la loro stessa vita avvenire è condizionata al loro interessamento a quanto in sede politica potrà deciderne; e ci sarà un avvenire per loro e per la democrazia. Oppure essi penseranno che tutto sommato è meglio occuparsi degli affari propri e lasciare che della politica s’interessino i cosiddetti uomini politici; e allora non ci sarà un avvenire nè per la democrazia, nè per loro.

Nè dovrebbe esserci bisogno di aggiungere (ma forse è bene ancora una voita ripeterlo) che interessarsi seriamente alla vita politica non significa fare, della politica stessa, la propria attività dominante, non significa insomma far" carriera politica". S’intende che fra i giovani ci saranno coloro che sentiranno prevalente questa attitudine, e da essi nasceranno i futuri amministratori e uomini di stato. Ma l'uomo politico normale non è quello che diventa uomo di stato: è quelto che permette agli uomini di stato di non essere dittatori, bensi portatori della volontà sua e di quelta dei suoi concittadini. E, per far questo, l'uomo normale (o anche, se cosi volete chiamarlo, l'uomo della strada, l'uomo medio, l’uomo comune, magari 1'uomo qualunque: ma 1'uomo qualunque pulito, non l'uomo qualunque sporco) non ha bisogno di rinunciare alle sue attività specifiche e, se è un giovane, non è chiamato a tralasciare nè i suoi studi, nè i suoi divertimenti. Ha bisogno soltanto di tener d'occhio, per un'ora o per una mezz'ora al giorno - che poi può essere disseminata attraverso tutta la giornata - quel che succede intorno a lui sul piano politico e di cercare di rendersene conto: cioe di non viaggiare come un baule nel bagagliaio della storia.

 

Da’ Nuova Democrazie’ del 15 dicembre 1945.

MARIA COMANDINI CALOGERO

 

Il Partito d'Azione e il problema femminile

 

Il Partito d'Azione è forse un partito più sensibile degli altri ai problemi della donna: esso ha messo in testa al suo programma il principio dell'autogoverno, il principio, cioè, della difesa dei diritti di ciascun ceto, di ciascuna categoria, di ciascuna entità territoriale, di ciascun complesso umano, insomma, a governarsi in modo autonomo. Il Partito d'Azione riconosce perciò alla donna un diritto proprio all'au­tonomia, all'autogoverno, a una soluzione autonoma del problema femminile.

Nel suo complesso il problema femminile può essere considerato da due punti di vista: quello economico e quello politico-sociale. Nel suo aspetto economico, il problema femminile ammette due soluzioni. La prima  compresa nella generale soluzione del problema economico italiano. Avviata che sarà l'economia in senso socialistico, essa darà a tutti, quando potrà, una meno ristretta possibilita di vita; e darà insieme alle donne la effettiva capacità di dedicare la propria attività anche ad interessi che non siano di carattere strettamente familiare. In questo ambito la nostra possibilità di intervento e di azione è pari a quella degli uomini, e consiste nel collaborare alla soluzione del problema generale.

L'altro modo di diminuire l'ostacolo che la condizione economica oppone alla nostra possibilità di partecipare alla vita politica è quella di organizzare in modo più intelligente la nostra vita familiare e di adope­rarci per conquistare tutti quegli strumenti sussidiari che a tale organiz­zazione possono giovare. Le mense aziendali per esempio, se ampiamen­te diffuse e accompagnate dalle refezioni scolastiche ai bambini, possono effettivamente togliere e semplificare per molte donne il faticoso e grave problema del pasto meridiano; così un'organizzazione di la­vanderia, stireria e rammendo comune; così la diffusione dei nidi infantili e di asili; e via via tutte quelle e altre forme di vita associata verso le quali bisogna urgentemente orientare i gusti umani, perchè rappre­ sentano una dei piu validi sussidi per dare a tante donne la possibilità di non essere solamente macchine e bestie da soma. Nelle zone rurali, dove, specialmente se sono a popolazione sparsa, la vita associata con i suoi benefici e la sua economia è piu difficilmente organizzabile, sono da introdurre tutti gli altri strumenti di civilizzazione (impianti elettrici, macchine, utensileria domestica, ecc.) che rendono meno pesante e assillante il disbrigo delle faccende quotidiane.

Ma - dopo ciò - il problema politico-sociale non è ancora per nulla risolto. Noi avremo cercato di dare anche alle donne la reale libertà di dedicare qualche parte del loro tempo a problemi di interesse pubblico e sarà già moltissimo. Ma resterà sempre l'altro aspetto del problema: che, cioè, le donne adoperino effettivamente questo tempo a vantaggio della comune civiltà. In altre parole l’esperienza ci insegna che a disdegnare i problemi politici (non a propugnare una qualsiasi soluzione magari conservatrice) sono quasi sempre anche tutte quelle donne le cui condizioni economiche permetterebbero loro di dedicarvisi interamente. Permane, cioè, in un larghissimo numero di esse, la mentalità dell'in­dividuo schiavo. Da secoli le donne sono considerate come schiave dei genitori, del marito, dei figli, della tradizione. Se di diritto o anche di fatto è ormai caduta tale schiavitù resta reale e intatta la mentalità della schiavitù: l'incapacità per la donna di essere qualcuno, di essere se stessa, di essere una persona che pensa e vuole e agisce perchè ha il diritto, come il suo compagno, di intervenire nel modificare il proprio ambiente. Ancora oggi è difficile trovare chi riconosca alle donne il pieno diritto di portare nel mondo la propria individuale personalità di inconfondibile creatura umana.

Questo diritto, questa volonta di vita indipendente la si potrà ottenere se noi eserciteremo nelle donne quello spirito di iniziativa, di indipen­denza, di responsabilità, che finisce poi per essere la piu seria garanzia di quella vita associata, alla quale contemporaneamente bisogna avvi­cinare le nostre primordiali abitudini di poveri aristocratici. Dunque rinnovamento strutturale e organizzativo di tipo socialistico per risolvere l'aspetto economico-sociale del problema che solo da tale avviamento può essere risolto; rinnovamento di carattere liberale e individualistico per risolvere quell'altro aspetto politico-sociale del problema, che è legato non già all' economia, ma a una tradizione antiquata e del tutto illiberale del modo di vita.

Il Partito d'Azione è anche in questo campo il Partito che del problema indica la soluzione più completa in quanto non scinde la questione economica dalla questione politica e non pretende di risolvere unilateralmente l'una e l'altra. Nella sua fondamentale premessa liberalsocialista, esso comprende la sostanziale unità di entrambe; esso comprende che per le donne il punto è di conquistare ad un tempo una più larga possibilità economica di azione e una più viva autonomia politica d'intervento, senza rinunciare nè all' una nè all' altra di queste due facce della sua civile libertà.

 

Da ’La Rinascita’, quindicinale del Partito d’Azione - Sezione di Fondi (LT), 2 settembre 1945.

 


Guido Calogero con la moglie Maria Comandini e i figli Francesco e Laura sui prati di Chiamulera (Cortina d'Ampezzo) ,1940.