NICOLA TERRACCIANO
GUIDO
CALOGERO
Un profilo biografico
Guido Calogero nacque a Roma il 4 dicembre
1904, da padre messinese, Giorgio, un bravo professore di francese e da Ernesta
Michelangeli, figlia di Luigi. Quest’ultimo, di origini marchigiane, fu professore
universitario di letteratura greca e poeta carducciano (di lui Calogero scrisse
la voce nell’Enciclopedia Italiana) (1).
Ernesta era stata la prima studentessa
universitaria a giungere alla laurea nell’Università di Messina.
Guido fu figlio unico ed entrambi i genitori
(senza dimenticare i nonni) concentrarono la loro azione pedagogica su Guido, le cui qualità
intellettuali erano eccezionali, incidendo profondamente su certi orientamenti
della sua complessa personalità.
Fu fanciullo felice, adolescente
sensibilissimo, come dimostra il suo primo scritto: la raccolta di poesie,
edita da Signorelli nel 1920 (ad appena 16 anni), ”Initium. Le rime dell’Arno, i ritmi delle fonti, le odi romane, le
elegie siracusane”, con forti influssi della poesia antica e soprattutto
dannunziani.
Aveva frequentato il ginnasio a Pisa e il
Liceo al ‘Mamiani’ di Roma, dove conseguì la maturità
classica con un anno di anticipo, nel
1921.
Si iscrisse alla Facoltà di Lettere
della Sapienza, avendo un amore spiccato per l’italiano, il latino e il greco. L’interesse
fondamentale in questa fase era rivolto alla poesia di Pindaro, alla filologia
classica.
Ma la lettura di Croce e l’esperienza
dell’insegnamento di Gentile lo portarono a quella ‘conversione’ verso gli
studi filosofici, di cui parla Francesco Gabrieli, suo amico di
Università di allora.
Il 1925 fu l’anno della laurea, ad appena 21
anni, e dell’inizio della collaborazione alla
rivista diretta da Gentile ”Giornale critico della filosofia italiana”, con
recensioni e saggi, incentrati quest’ultimi sulla logica antica e su quella di
Aristotele in particolare, che furono trasfusi nel suo primo libro organico e
classico nel campo di tali studi ”I
fondamenti della logica aristotelica” del 1927, nella collana dell’editore
Le Monnier ”Studi filosofici”, diretta da Gentile. Nel 1934 assumerá la
redazione fiorentina della rivista, alla quale dará nuovo impulso, chiamando a
collaborarvi studiosi ebrei in fuga dalla Germania come Kristeller, Kroner,
Löwith, H.Levy, Walzer, aprendo il dibattito filosofico italiano al più
avanzato pensiero europeo.
La originale precocità lo impose
all’attenzione degli ambienti culturali, tanto che nello stesso anno scrisse
anche per le riviste ’La Cultura’ e ‘Leonardo’, con recensioni che, dalla
più specializzata storiografia filosofica antica, soprattutto tedesca,
andavano a Vico, Gobetti, Buonaiuti.
Nello stesso anno 1927, ad appena 23 anni,
ottenne la libera docenza di storia della filosofia antica ed andò a
trascorrere un anno di perfezionamento ad Heidelberg, seguendo le lezioni di
Rikert.
Dal 1928 al 1939 fu professore incaricato di
storia della filosofia antica all’Università di Roma, insegnando
contemporaneamente storia e filosofia al liceo classico romano "Tasso”.
Tra i suoi migliori studenti di allora occorre ricordare sopratuttto Pilo
Albertelli, futuro martire alle Fosse Ardeatine, che si laureò proprio
con Calogero con una tesi sulla dottrina platonica della conoscenza.
Oltre Aristotele, fu Patone (e quindi Socrate) ad entrare nel
profondo dell’interesse intellettuale ed umano di Calogero: del 1928 è
la versione, con saggio introduttivo, del dialogo ”Il Simposio” nella collana ”Biblioteca di cultura moderna” della
casa editrice Laterza di Bari, così profondamente legata a Croce.
La collaborazione con Gentile è
intensissima, specialmente nell’impresa culturale più indimenticabile e
duratura (universalmente riconosciuta nel suo sotanziale, rigoroso spessore
culturale), legata al complesso e tragico intellettuale fascista:
l’Enciclopedia Italiana. Riguardo al controverso rapporto con Gentile, si
possono riportare le equilibrate parole del suo caro amico abruzzese, Giulio
Butticci" Per me Gentile era soltanto il filosofo che aveva legittimato le
violenze fasciste asserendo che a cambiare le idee alla gente erano ugualmente
idonei sia la predica che il manganello. Naturalmente poi ne seppi di
più e meglio; e fu anche questo, di andare al fondo delle cose, un
insegnamento di Guido Calogero. Ma con lui non parlai mai di Gentile,
considerando che, pur nell’opposta collocazione politica, doveva aver
conservato ammirazione e gratitutdine per chi lo aveva iniziato all’esercizio
del pensiero e, come è noto, lo aveva poi chimato a collaborare con
altri antifascisti alla redazione dell’Enciclopedia Italiana da lui
diretta."(2)
Calogero dal 1929 al 1938, sia come redattore
che come collaboratore, scrisse tutte le voci relative al pensiero greco, ma ne
curò anche molte altre, sia relative alla cultura tedesca (es. Fichte,
Schelling, Schopenhauer, Heidegger, Cassirer), alla cultura inglese (es.Hobbes,
Hume con una curiosità estesa anche agli ordinamenti scolastici), alla
cultura francese (es.Proudhon), alle discipline filosofiche (es.estetica, ontologia),
ai singoli concetti (es.solipsismo, piacere). Il legame di Calogero con
l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana si estese anche la progetto e alla
redazione dell’Enciclopedia Minore, che, ideata da Gentile, fu nel dopoguerra
portata avanti a partire dal 1955 in dodici volumi col titolo’Dizionario
Encicloppedico Italiano’. Come ha messo in luce Cristina Farnetti, il
contributo di Calogero tra il 1940 e il 1942 fu intensissimo ed esso fu
trasfuso nella nuova opera, pur non segnalandosi il suo nome, come dagli
accordi contrattuali. (3)
Questa lunga, rigorosa esperienza’enciclopedica’
lievitò e rafforzò la sorprendente capacità di Calogero di
portare una luce di consapevolezza, di riflessione, mai superficiale, su quasi
ogni aspetto o evento del quotidiano, quale emergerà nella
straordinaria, varia, intensissima collaborazione a giornali, settimanali, riviste.
Nel 1931, vinta la cattedra universitaria, fu
straordinario di filosofia nell’Istituto Superiore di Magistero
dell’Università di Firenze; passato a Pisa nel 1934, fu promosso
ordinario di storia della filosofia nel 1935, tenendo anche corsi speciali alla
Scuola Normale.
Accanto ad Aristotele, Socrate e Platone, il
suo interesse si concentrò sulla più originale scuola
presocratica, fiorita nel Mezzogiorno d’Italia, quella eleatica, legata
soprattuto a Parmenide e Zenone, caratteristici per il nesso logico-ontologico,
che era il piano del suo più profondo stile mentale e del suo più
intenso interesse. Del 1932 è il suo secondo classico libro ”Studi sull’eleatismo” (tradotto in
Germania nel 1970).
In relazione al valore del momento teoretico
e dello studio della storia della filosofia in Calogero, ha detto efficacemente
Eugenio Garin "Sul primato del momento teoetico nei confronti di quello
storico ha sempre battuto con insistenza, e proprio in riferimento alla sua
attività storiografica. La storia della filosofia – e in particolare la
storia della filosofia antica - ha il compito preciso di dare lumi per vedere
più a fondo, e più correttamente, nella problematica
contemporanea, mettendo a nudo antichi fraintendimenti ed errori, dissipando
pseudo-problemi e mettendo a fuoco i problemi autentici." (4)
Nel 1933 uscirono nella ’Collezione
scolastica’ della casa editrice ’La Nuova Italia’, di Ernesto Codignola, i tre
volumi di storia del pensiero (antico, medievale, moderno), che avranno altre
edizioni ampliate e diveranno un classico dell’editoria scolastica degli anni
Trenta e Quaranta. Nello stesso anno curò, con introduzione e commento, ”Il Manuale di Epittetto nella versione di
Giacomo Leopardi”, presso la ’Collana scolastica di testi filosofici’, diretta
da Gentile presso la Sansoni.
L’immersione quotidiana nella ‘paideia
classica e umanistica’ fondata sul valore dell’umana dignità (sentimentale,
intellettuale, morale) non potè non produrre nel tempo il continuo,
inquietante parallelo con i principi di fondo, statolatri e antiumanistici,
retorici e demagogici, del regime fascista, nel quale si svolgeva la sua vita
ed al quale comunque partecipava in un ruolo intellettuale non secondario.
Di fronte alla sua coscienza e alla sua
intelligenza, in rigorosa coerenza logica ed etica, Calogero non potè
non passare su una posizione antifascista, anche se lo fece sul piano profondo
e complesso del livello della sua consapevolezza e nella lucida individuazione
delle forme più opportune di incidenza. Mise nel conto di essere
destituito dalla cattedra e di rimanere senza una fonte di sostentamento
quotidiano, ora che si era sposato con
Maria Comandini, l’indimenticabile compagna della sua vita (della ben
nota famiglia di repubblicani romagnoli, di Cesena, che sicuramente ebbe un
ruolo importante per l’assunzione di una decisa posizione antifascista), ed
aveva due figli, Laura e Francesco. Solo così si spiega la ‘strana’
decisione (nel pieno di una splendida posizione universitaria) di rimettersi a
studiare come un semplice studente, per
prendere una seconda laurea in giurisprudenza, nel 1937.
La tesi, dal titolo ”La logica del giudice e il suo controllo in Cassazione” sarà
immediatamente pubblicata dalla specializzata casa editrice Cedam di Padova
nella collana ’Studi di diritto processuale’ diretti da Piero Calamandrei. Quest’ultimo
nome rimanda immediatamente all’azione antifascista, discreta e originale, tesa
alla diffusione di quel Movimento Liberalsocialista che Calogero aveva ideato con
Aldo Capitini, conosciuto alla Normale di Pisa e ormai lontano da Gentile e dal
fascismo, al quale non aveva voluto aderire, ritirandosi nella casa sotto il
campanone del municipio di Perugia, vivendo di lezioni private.
Il Liberalsocialismo nacque nel 1937, proprio
nell’anno dell’assassinio dei Fratelli Rosselli, quasi una misteriosa "vendetta
dello spirito" (5).
Il Liberalsocialismo, nella visione
calogeriana, si configurava, con echi logici di origine idealistica, come
antitesi al comunismo, al fascismo e al liberalismo di vecchio stampo e come
sintesi di costituzionalismo liberale e di egualitarismo socialista (6).
Il dramma del rapporto tra la legge della
coscienza individuale e il rispetto o meno delle leggi ingiuste è
rintracciabile nella edizione a cura di Calogero, nello stesso anno 1937, del
famoso dialogo di Platone ’Il Critone’
presso la ’Biblioteca scolastica di classici latini e greci’ diretti da Giorgio
Pasquali. Sempre nel 1937 Calogero curerà anche l’edizione del ‘Protagora’.
La vita di Calogero dal 1937 al 1942, anno
del suo primo arresto, fu tutta generosamente spesa in una sottile,
fecondissima opera di risveglio politico delle coscienze, negli ambienti
sopratuttto universitario e culturale, con l’attività cospirativa del
Movimento, con lo stile e i contenuti del suo insegnamento, con le linee di
interesse dei suoi scritti, con l’attività cospirativa del Movimento.
Un suo allievo, Antonino Radice, ricordando
il corso di filosofia teoretica del 1938 sul tema ‘Il ‘Contratto Sociale’ di J.J.Rousseau’, ha detto ”trovò
persino nella scelta degli argomenti di studio non soltanto il modo per
rafforzare in sè le personali convinzioni di libertà e di
indipendenza, ma vide pure l’occasione per educare al medesimo culto della
libertà e al gusto più alto della dialettica metodologica quanti,
attratti dal fascino personale emanante dalla sua persona e dalla sua parola,
numerosi accorrevano alle sue lezioni, piene di sottintesa ribellione al
conformismo della circostante società.”(7) Il Radice ricorda anche
l’atmosfera ‘diversa’ di Pisa, doveerano vive le vicende degli studenti Umberto
Segre e Vittorio Enzo Alfieri e del più adulto Aldo Capitini, espulsi
dalla Normale per il dissenso verso il regime, incideva il lavoro di
liberazione intellettuale dell’italianista Luigi Russo (che aveva voluto
Calogero a Pisa), dello storico Carlo Morandi, dell’archeologo Ranuccio Bianchi
Bandinelli, erano note la fuga e la partecipazione di alcuni giovani
dell’Ateneo per andare a combattere in Spagna per la Repubblica, cresceva la
simpatia per Croce e declinava quella per Gentile.
Nell’anno accademico 1938-1939 Calogero tenne
un corso di Pedagogia, che si tradusse nel famoso suo libro ”La scuola dell’uomo”, edito da Sansoni
nella collana ’Biblioteca italiana’, che tantissimi allievi e lettori lessero
come opera chiaramente antitotalitaria. Il quarto capitolo aveva come titolo ’La
libertà’. Ha detto recentemente Carlo Azeglio Ciampi, suo allievo alla
Normale e poi amico fino alla morte ”Quest’ultimo libro è un vero e
proprio manifesto della libertà. E’ il libro con cui Calogero si rivolge
ai giovani per mostrare loro come sia possibile uscire dal pessimismo
dell’alternativa fra fascismo e comunismo... La filosofia morale di Calogero
è una morale concreta, di attuazione della libertà, prima dentro
di noi, poi nella società. Calogero non perseguiva fini astratti, ma
voleva realizzare i propri ideali nella società. Il richiamo continuo
alla coscienza, criterio estremo della verità, era richiamo al senso di
responsabilità dell’individuo, ne sottolineava il dovere di lottare per
l’affermazione della libertà per sè e per gli altri, per cambiare
la realtà.”(8)
Come ha sottolineato il citato Garin,
Calogero"trasfigurava l’attualismo in una filosofia della prassi intesa
come formazione di una società libera e giusta, di liberi e di
giusti."(9) La filosofia aveva senso solo come moralismo assoluto, come
pedagogismo assoluto, doveva tradursi, secondo l’indimenticabile lezione di
Socrate e Cristo, nel dare esempio di vita e di morte e nel pagare di persona.
Ha detto Calogero nel 1945, parlando agli
studenti romani ”C’è stata una
vita sotterranea nelle università italiane: nelle università di
Pisa, di Firenze, di Milano, di Genova, in quasi tutte le altre
università. Questa vita sotterranea nelle università italiane ha
tenuta ferma, nella coscienza dei giovani, la verità che certi ideali
non erano morti, e che tenendo fede ad essi si sarebbero fatti nuovamente
trionfare.”(10)
L’angoscia della guerra che era scoppiata, della
peste razzista entrata nel corpo della vita giuridica del paese,
accentuò il momento dell’azione politica, a scapito del lavoro
intellettuale che, nel 1940, si espresse in soli tre brevi saggi. La
concentrazione storico-politica lo portò dallo studio di Aristotele e
Platone a quello di Marx ed Hegel, ai teorici di quella statolatria, che stava
dietro alle tragedie del secolo, pur nel riconoscimento dell’essere stati
maestri di acuta comprensione del più profondo andamento storico. Nell’anno
accademico 1940-41 tenne il corso”Intorno
al materialismo storico”, edito nel 1941. Nello stesso anno curò la
traduzione, insieme a Corrado Fatta, del primo volume delle ’Lezioni sulla filosofia della storia’
di Hegel, presso La Nuova Italia.
Approfondì il concetto di giustizia, al
quale dedicò tra il 1941 e il 1942 due saggi, frutto anche di conferenze
tenute, con altri temi negli Istituti Filosofici di Perugia, Roma, Pisa.
Il ritmo dell’impegno politico fu ormai
frenetico e, come si vede, anche scoperto nella sua versione pubblica, per cui
egli venne arrestato il 2 febbraio 1942 e condotto alle Murate di Firenze.
Restò in carcere quattro mesi, fu
sospeso e destituito della cattedra e poi mandato al confino di Scanno, in
Abruzzo, fino a maggio 1943, dove si trasferì anche la famiglia. Non potè
rispondere per allora pubblicamente a Croce, che aveva criticato il
Liberalsocialismo nel numero della ‘Critica’ del gennaio 1942.
Partecipò direttamente e
indirettamente, attraverso la moglie Maria Comandini e i rapporti con Ugo La
Malfa (conosciuto negli ambienti dell’Enciclopedia Italiana) alla ideazione e
fondazione del Partito d’Azione, che non a caso ebbe uno dei momenti di
giuridica configurazione nello studio dell’avvocato Comandini (cugino di Maria)
a Roma nel luglio del 1942.
Il primo scritto di Calogero espressamente
politico appare sul numero clandestino di ’Italia libera’ del 2 aprile 1943 col
titolo ”Le ‘precisazioni’ programmatiche
del Partito d’Azione", in dialogo con La Malfa e Ragghianti.
Fu arrestato nuovamente a Scanno l’8 giugno e
portato nel carcere di Bari, dove restò fino alla scarcerazione del 28
luglio con Vittore Fiore e figli e Cifarelli.
Dopo lo sbandamento dell’8 settembre ed
essendo Roma occupata dai nazifascisti, Calogero tornò a Scanno, dov’era
ancora la sua famiglia e vi restò fino alla liberazione di Roma del 1944
(ospitò da settembre 1943 al marzo 1944 Carlo Azeglio Ciampi).
Nel silenzio drammatico della cella e nella
residenza coatta del confino, Calogero mobilitò le energie intellettuali
al diapason per fissare cardini teorici
nelle varie discipline filofiche, affinchè non si perdessero mai
per sempre, dopo tanta esperienza di tragedia, come stava emergendo nel cuore
della guerra atrocissma e disumana, certi principi, certi assiomi, certi
orientamenti, certi modi di affrontare i problemi. Si impegnò,
affinchè la filosofia mai si smarrisse, mai venisse meno al suo compito
umanissimo ed etico di orientamento, di consapevolezza al servizio sempre
dell’umana dignità.
Così sul piano della filosofia
politica, chiarì profondamente i due concetti chiave della
libertà e della giustizia, le due stelle polari della salvezza
etico-politica, che dovevano poi tradursi più analiticamente in
indicazioni operative per un nuovo modo di fare politica e di organizzarsi, richimando
il loro problematico rapporto, non automaticamente correlato.
Individuò nel Partito d’Azione lo
strumento politico che poteva assumere quei principi come orientamenti di fondo
e storicamente tradurli sul piano della norma e dell’ethos civile.
Così accanto alla stesura di quelle
che saranno le ‘Lezioni di filosofia’(uscite nel dopoguerra), Calogero scrive a
Scanno nell’aprile 1945 ”La giustizia e
la libertà. Saggio sul liberalsocialismo del Partito d’Azione’, uscito
solo nel febbraio del 1944 a Roma, clandestino quarto ‘Quaderno libero’, nella
serie diretta da Federico Comandini.
Già nel 1944, quando i nazifascisti
occupavano gran parte della penisola, accanto alle azioni di Resistenza in
Abruzzo"favorendo l’occultamento dei prigionieri e stabilendo contatti con
gli Alleati che avanzavano dalla parte del Sangro", come ricorda Butticci (11),
avviò un intenso lavoro di orientamento e di riflessione con scritti
brevi, giornalistici sul quotidiano del
Partito ’L’Italia Libera - G.L.” Richiamava l’equivalenza tra rivoluzione
sociale e rivoluzione liberale, la non accettazione di una concezione della libertà, che
implicasse quella di morire di fame, ma fosse ‘libertà liberatrice’ sul
piano delle condizioni quotidiane di vita, le vicinanze e le differenze tra laburismo e liberalsocialismo,
la diversa concezione del socialismo, che restava insufficiente ed equivoco se
non era accompagnato dall’aggettivo liberale, le consonanze, ma anche le
diverse storie del socialismo liberale di Rosselli e il liberalsocialsimo, i
problemi della radio, dell’Europa, della democrazia, della scuola.
Tra il 1944 e il 1945, utilizzò ogni
occasione e strumento, da radio Roma e Firenze alla nuova rivista di Piero
Calamandrei ’Il Ponte’, alle conferenze tenute in tutti gli ambienti sociali, dall’Università
alle prime sedi sindacali, per aiutare a
capire il fascismo, la democrazia, la necessità della rottura col
passato per la fondazione di una società repubblicana, libera e giusta.
Nella libertà riconquistata difese
anzitutto il suo liberalsocialismo dalle accuse di Croce e di quanti, nelle
stesso Partito, tendevano a confonderlo con quello generico e sentimentale di
un Lussu e non afferravano la sua forza ideale sintetica delle esigenze
etico-politiche portate avanti dallo stesso Lussu da una parte, da Parri e La
Malfa dall’altra. Resterà per questo un profeta drammaticamente
inascoltato, perchè l’assunzione sincera di quella proposta
etico-politica avrebbe evitato al Partito d’Azione la divisione e permesso la
sua permanenza nella lunga durata nel panorama politico del cinquantennio
repubblicano, la cui assenza tanto si è scontata e si sconta.
Pertanto resta un monito ed un lascito
prezioso quel libro del 1945 ”Difesa del
liberlasocialismo”, che parte dalla sua riflessione del 1940 su ’individuo
e persona’ e termina con il richiamo a Carlo Rosselli.
Calogero ricorda nel 1945, ad un anno dal
martirio, Pilo Albertelli e rivendica ampiamente l’opera di educatore politico
di Aldo Capitini, che asseconda per la sua parte con la stesura di “L’abbicci della democrazia” (parlare e
ascoltare, come si presiede e quali sono
le regole della discussione, ordini del giorno, verbali e votazioni, il
significato della maggioranza), consapevole che l’opera più importante e
urgente fosse l’educazione politica dei
cittadini, ignari dei valori e dei metodi della partecipazione democratica, dopo
venti anni di totalitarismo. Si potrebbe parlare di un ’socratismo politico’ dopo
quello quello filosofico, al quale si era dedicato nei decenni precedenti.
Da grande educatore qual’era, si rivolgeva
soprattuto ai giovani, che soli potevano più decisamente ed
incisivamente provvedere alla costruzione del nuovo edificio democratico,
perchè più immuni dal condizionamento del regime. Ad essi si
appellava, affinchè non avessero remora a fare politica (chiarendo in
che termini) e ad assumersi le
responsabilità dell’avvenire. (12)
Dalla meà del 1945 all’insediamento
dell’Assemblea Costituente, fece parte con autorevolezza e incisività
della Consulta, l’organo che, nell’assenza forzara di un Parlamento
regolarmente eletto, funzionò in sua vece, dando pareri al governo sui
problemi generali e sui provvedimenti legislativi.
Oltre che come consultore, Calogero, insieme a Maria Comandini visse con dedizione la vita del Partito d'
Azione nella sua dimensione organizzativa.
Maria dirigeva la
sezione femmini1e nella collaborazione con altre indimenticabili figure
femmini1i della tradizione azionista come Ada Gobetti, Gigliola Spinelli, Joyce
Lussu, Mariuma Tioli, Gabriella Giordano Ricci e Amorina Lombardi, scrivendo
anche articoli di rara cmarezza ed essenzialita sulla stampa nazionale e locale
del Partito (13). Non si può comprendere il liberalsocialismo dal punto
di vista teorico e pratico senza il quotidiano ’dialogo’ tra Guido e Maria.
Ella allargò la latitudine, lo sguardo problematico della lotta di
liberazione delle classi oppresse al mondo femminile, da emancipare nello
stesso tempo e sempre insieme sia economicamente che sentimentalmente e
moralmente
Guido e Maria
girarono i quartieri di Roma, le cittadine vicinee, con l'amico Butticci,
segretario regionale del Partito d' Azione, l' Abruzzo (dove Calogero era
capolista), che conoscevano dal tempo del confino, con riunioni e comizi,
animando la fede repubblicana e gli ideali liberalsocialisti, portando il loro
'granello di sabbia' alla vittoria del referendum istituzionale de1 2 giugno
1946 e all' affermazione comunque del partito, che mandò una piccola
pattuglia di valorosi deputati, che tanti contributi diedero alla stesura della
Carta Costituzionale. In Abruzzo (escluso quindi il Molise) i voti per la
Repubblica superarono quelli per la monarchia (a differenza di tutte le regioni
meridionali, le isole e lo stesso Lazio) e il Partito ebbe la sua piu alta
percentuale di voto (3,4% contro una media delI' 1,5 %).
Guido non
pensò alla sua elezione, alIa sua carriera (pur se risultò il
primo dei non e1etti), cosi come fecero tanti altri del Partito d' Azione (es.
Luciano Bolis), che si gettarono a capofitto nelIa lotta, senza vanità e
personalismi.
Persuaso,
come si è detto, che il Liberalsocialismo potesse essere l'orizzonte
teorico' sintetico' e quindi 'unificante' di que1 Partito d' Azione, che era
minato da posizioni ideali spesso pericolosamente conflittuali, e al fine di
articolarlo piu analiticamente sul piano culturale e politico, dandogli un
respiro anche intemazionale, fondò agli inizi del 1946 la rivista ' Liberalsocialismo'
con sede a casa propria (dando un ulteriore esempio di dedizione e di
altruismo), con una rosa di collaboratori esemplificativa del suo obiettivo
politica, culturale ed organizzativo (da Vittorelli, vice-direttore, a Bobbio,
Calamandrei, Ciampi, Capitini, Maria Comandini, Delle Piane, T.Fiore, Garosci,
V.Gabrieli, Riccardo Lombardi, Salvemini, Giorgio Spini, Tagliacozzo, Valiani,
Venturi, Visalberghi, Zevi). Ma le vicende successive della divisione e
dell'incipiente diaspora, gli fecero capire che I'impresa non aveva più
il principale referente storico-politico capace di portarlo avanti. Visse con
dolore l'abbandono, nel febbraio de1 1946, dal Partito d' Azione di Parri e La
Malfa, rimanendo al suo posto e facendo in modo che i danni fossero limitati.
Nella
consapevolezza della funzione dell'animazione dal basso, di origine
capitiniana, ma sempre su certe basi istituzionalizzate (che sole possono
garantire sistematicita e durata degli interventi) fu fondatore e presidente
nel 1947 del CEPAS (Centro di educazione professionale per assistenti sociali),
che aveva la funzione di introdurre questa figura alI' interno della
drarnmatica situazione sociale dell 'Italia del dopoguerra.
Nè
dimenticava di seguire i lavori della Costituente e di richiamare la centralitá
dei problemi della scuola, della laicitá, dei rapporti tra Chiesa e Stato.
Nè
dimenticava la propria vocazione, il proprio dovere di filosofo, se si ricorda
che proprio tra il 1946 e il 1948 uscirono presso Einaudi le Lezioni (in
tre volumi: Logica, gnoseologia, ontologia, Semantica, Istorica, Etica,
giuridica, politica), nel 1947 i Saggi di etica e di teoria del diritto,
presso Laterza e la traduzione del II volume delle Lezioni sulla
filosofia delta storia di Hegel sul ' mondo orientale'.
Reintegrato nella
cattedra a Pisa, tenne nell'anno accademico 1947/48 un corso sul tema a lui
cara Le origini della logica classica.
Dopo la fine del
Partito d'Azione, confluì nel Partito Socialista, della cui direzione
fece parte dopo il Congresso di Genova del 1948, sostenendo sempre la
concezione del socialismo autonomistico (dopo aver rinunciato poco prima a una
candidatura senatoriale, per non essersi il Partito Socialista dichiarato contro la dittatura comunista
alIora instauratasi a Praga).
La fine del Partiio
d'Azione, l'appiattimento del PSI sulle posizioni del PCI e il loro guardare in
modo cieco versa l' Oriente comunista e i miti bolscevichi lo portarono ad una
decisione che puo sembrare un allontanamento dal Paese, ma che ha una segreta
carica significativa (come si dirá poi): tra la fine del 1948 e il 1950,
Calogero andò a fare il docente nelle Universita di Montreal, di New
York, di Princeton.
Ne1 1950,
passato da Pisa a Roma, inaugurò la cattedra di storia delia filosofia
antica nell'aula magna delI'Università con una memorabile lezione su "Socrate"
(edita da' Nuova Antologia' nel 1955). Quell'anno fu molto fecondo dal
punto di vista della produzione intelIettuale, se si pensa che uscirono la
monografia La filosofia di Bemardino Varisco, il libro Logo e
dialogo. Saggio sullo spirito critico e sulla libertà di coscienza (nelle
edizioni Comunità, promosse da Olivetti) e che scrisse contributi per
volumi in onore di Rodolfo Mondolfo, Benedetto Croce e per il 'Commentario
sistematico alla Costituzione italiana' diretto da Piero Calamandrei e
Alessandro Levi.
DaI 1951 al
1953 fu direttore dell' Istituto Italiano di Cultura di Londra, organizzando
mostre importanti come 'Italia e Inghilterra nella prima fase de! Risorgimento'
, aprendo una colIana (che pubblicò, oltre il catalogo delia mostra,
anche un ricordo di Benedetto Croce, nel 1953, con contributi di Gilbert
Murray, di Manlio Brosio e dello stesso Calogero), parlando alla B.B.C.
dell'ltalia. Dall'Inghilterra seguiva attentamente le vicende italiane e
coliaborava con 'Il Ponte' di Calamandrei con informazioni e riflessioni sulla
situazione politica e sull' esperienza socialista anglosassone.
Con l'esperienza
americana e inglese Calogero aveva voluto indicare, con la propria personale
testimonianza, visibilmente, che la vera direzione dello sguardo della sinistra
culturale e politica italiana non doveva volgersi versa l’Oriente, culla del
dispotismo e dei tragici miti bolscevichi, ma verso l'Occidente
anglo-americano, culla delle liber:tà, della democrazia e del
laburismo, di un socialismo cioe sostanzialmente liberale.
Calogero
compì quelia operazione senza subalternità atlantica, ma su
posizioni di dignità culturale, nella consapevolezza di essere portatore
di una grande tradizione culturale. Lo fece come un docente prestigioso, che
porta la propria competenza, aperto a ricevere suggestioni di valori e forme
organizzatrici, dal punto di vista delle istituzioni politiche ed educative,da
far conoscere ed approfondire in Italia.
Dal numero
del 14 febbraio del 1953 a quello del 22 dicembre 1964, Calogero troverà
ne 'Il Mondo' di Pannunzio (1'organo piu famoso della cultura laica del
dopoguerra) il luogo editoriale piu significativo per far conoscere la sua
riflessione sui problemi nodali e sugli eventi piu significativi della vita
etico-politica del paese.
Essi
andranno a costituire gran parte di due suoi libri Scuola sotto inchiesta, edito
da Einaudi nel 1957 e Quaderno laico, pubblicato da Laterza nel
1967.
Dopo la citata fase
fuori d'!talia, riprese la sua attivita di docente a Roma, la città
natia, alla quale era legatissimo, con Londra e Atene. Fino al 1955
insegnò storia della filosofia antica, dal 1955 al 1966 storia della
filosofia e poi, fino al 1975, filosofia teoretica. Per venti anni formò
generazioni di insegnanti, creando una tradizione di rigore negli studi a lui
cari, che si espresse con un gruppo di valentissimi docenti universitari a lui
legatissimi (come ad es.Gabriele Giannantoni).
Se si scorrono gli
scritti di Calogero fino al 1957, si è sorpresi dall’accanimento sul
problema della scuola, sulla difesa della scuola pubblica, della scuola laica,
intesa come il luogo privilegiato, sancito dalla Costituzione, della formazione
di libere personalità abituate allo spirito critico, al dialogo, al
rispetto di tutte le fedi. Egli sentiva, specialmente nel contesta italiano, il
dramma, per la presenza del centro del cattolicesimo e per il contrasto
politico-ideologico legato all' esistenza del piu forte partito comunista in
Occidente (con i socialisti subalterni). Anche a livello europeo e mondiale,
dominava un clima gelido, con chiusure, muri, intolleranze ideologiche,
dogmatismi.
Calogero pensava
che la vera trincea della lotta stesse lì, nella difesa e nella
promozione di una scuola, nella quale vivessero valori di liberta, di
democrazia, di amore sincero per la cultura.
Il ricondurre (e
accettare di ridurre) tutto il suo complesso messaggio filosofico e politico al
tema del 'dialogo' nasceva proprio dalla consapevolezza che fosse, in quel
particolare contesta storico, il valore sommo da diffondere e da praticare,
onde evitare i vicoli ciechi dello scontro e dell’irrazionalismo, che avevano
gia segnato cosi drammaticamente la storia d'Italia e d'Europa del Novecento.
Oltre l'attività
di docente e di pubblicista, fu protagonista dei Convegni degli "Amici del
Mondo", tenne conferenze attraverso l’Italia per l' Associazione
Culturale Italiana. Il suo prestigio intellettuale fu consolidato dall'uscita di
una collana presso Sansoni nel 1956, dedicata proprio ai suoi scritti, dalla
ristampa accresciuta di La scuola dell’'uomo, dalla collaborazione con
Klibansky per una edizione americana del Filebo di Platone, da
traduzioni anche in giapponese di suoi scritti.
Con la fine di 'Il
Mondo', pensò che fosse necessaria la presenza nel panorama italiana di
una rivista che avesse come sua finalita fondamentale la difesa intransigente
dei valori della libera cultura e riprese nel 1963, col genero Gennaro Sasso,
la rivista 'La Cultura' (sulla quale aveva scritto agli esordi), che diresse
fino alla morte nel 1986.
Presidente della
Società Filosofica Italiana (e, per il triennio 1963 - 1966,
dell'Institut International de Philosophie di Parigi) egli, che si era sempre
battuto per i valori di autonomia e di democrazia nell'Universita, cercò
di capire i motivi della protesta studentesca del 1968 e propose per il XXII
Congresso di Filosofia (che si tenne a Padova nell'aprile del 1969) il tema 'Il
problema del dialogo nella societa contemporanea'. Fu anche questa volta
profeta inascoltato da una generazione che si perse in gran parte nei miti
dogmatici e intolleranti di una desolata e tragica scolastica
marxista-leninista (egli considerava lecito il dissenso, non 1'oltraggio, come
recita un suo articolo).
Ma Calogero non si
perse d'animo, pur in una segreta amarezza che gli amici piu vicini capivano e
vivevano per le smentite e la lontananza della ' realta effettuale' italiana
dal suo idealismo etico, e continuò nel suo dovere socratico di
riflessione e di aiuto alla chiarificazione civile, su 'La Stampa' e,
soprattutto, su 'Panorama'. Dal 1970 al 1975 ebbe sul settimanale milanese una
presenza fissa, affrontando a tutto campo i temi piu scottanti della cronaca politica,
sociale, civile: es. l'ordine pubblico, la situazione della Chiesa Conciliare e
post-Conciliare (la cui svolta giovannea dei primi anni Sessanta lo aveva
profondamente e positivamente attratto, nella sua carica di possibile apertura
e dialogo col mondo dei valori laici), la droga, la magistratura, il
bipartitismo, l’obiezione di coscienza, il vero roolo del sindacato, l’aborto,
il potere militare, il terrorismo e il dovere di difendere la democrazia.
Specialmente dopo
la decisa svolta autonomistica e la fase delI'unificazione degli anni Sessanta
nel campo socialista, che videro la nascita del primo centro - sinistra,
l’elezione di Saragat a Presidente della Repubblica nel 1964, l’unificazione
tra PSI e PSDI nel 1966, prese il suo posta nel Partito Socialista,
allontanandosene, appena si avvide di processi di rampantismo, incompatibili
con le idealità e il rapporto etica politica da lui sempre praticati.
Cercò in
ogni modo di far dialogare le componenti liberali di sinistra, repubblicane e
socialiste, in modo che operassero alla luce di una comune orientamento laico e
sostanzialmente liberalsocialista, che prevedesse almeno un patto di
consultazione permanente, se non una fusione (anche in questo caso profeta inascoltato).
Perciò nel 1972 ripropose la sua Difesa del liberalsocialismo ampliata
di saggi e interventi nati dall’esperienza del dopoguerra, che volevano avere
come interlocutori piu diretti specialmente La Malfa, Nenni, Saragat e i
liberali di sinistra, legati alla piu autentica e aperta lezione di Luigi
Einaudi, di Benedetto Croce e alla figura e al messaggio di Piero Gobetti.
Sul piano
strettamente intellettuale, gli ultimi interessi della riflessione calogeriana
si collocarono tra: Platone e Plotino, tra Socrate, Cristo, Erasmo, Spinoza,
riproponendone le grandi, intramontabili suggestioni teoriche, logiche, etiche.
Ebbe
doverosi riconoscimenti accademici in Italia e alI'estero e sue voci apparvero
nella nuova ‘Enciclopedia Britannica’ nel 1974.
Col caldo affetto della famiglia amatissima,
aveva il conforto antico della poesia, specialmente quella classica di Omero,
di Virgilio, di Orazio, i cui versi spesso recitava a memoria.
Fino alla fine fece
della sua casa un luogo di riflessione incessante, di conservazione della
memoria per una cerchia di amici integri e fedeli, nella speranza, mai venuta
meno, che sarebbero sopraggiunti uomini e gruppi capaci di cogliere il
messaggio liberalsocialista e riprendeme con fedeltà ideale i principi,
i valori, le idealità, le esperienze, patrimonio importante della storia
etico-politica italiana.(14)
NOTE
l) Questo profilo,
scritto a maggio 1996, nel decennale della morte, pubblicato nel nunero 5, dedicato tutto a Guido Calogero, dei
’Quaderni del Movimento d’Azione Giustizia e Libertà’, Galzerano editore,
Casalvelino Scalo (Salerno), pp.9-25 e rivisto nel 2004 per il centenario della
nascita, deve molto alla cortese disponibilita di scritti di Calogero spesso
introvabili in possesso di Vittorio Gabrieli. Il testo fondamentale di
riferimento è il lavoro di Cristina Farnetti col saggio di Gennaro
Sasso, che costituiscono il libro 'Guido Calogero - dal1920 al 1986',
Enchiridion, Napoli,1994, pp.244, che contiene la bibliografia degli scritti di
Calogero. Si deve alla dott.ssa Farnetti anche il reperimento degli articoli di
C. apparsi su quotidiani del 1945 e ristampati in parte nel presente scritto.
L'estensore di
questo profilo ha ascoltato Calogero in una seminario sui Presocratici presso
l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli negli ultimi anni della
sua vita e ne ricorda, oltre la magistrale competenza, lo spirito vivace e
'pedagogico' che promanava dalla sua Figura.
2) Giulio Butticci,
Ricordo di Guido Calogero - Un coetaneo maestro, Quaderno n.15
della 'Rivista Abruzzese', Lanciano, 1986, p.10.
3) Cristina
Fametti, Appendice, nel volume citato alla nota 1, pp.213-219.
4) E.Garin, Guido
Calogero, in 'Scuola e citta', La Nuova Italia, Firenze, 1987, n.10, p417.
5) A.Capitini, Sul
nome di liberalsocialismo, in 'Liberalsocialismo', Roma, n.2, febbraio
1946, p.64.
6) Si veda la parte
centrale del secondo manifesto delliberalsocialismo de1 1941, tratto da 'Difesa
del Liberalsocialismo', riportato in Appendice.
7) Antonino Radice,
Ricordo di una lezione: Guido Calogero, in 'Nuova Antologia', Le
Monnier, Firenze, aprile-giugno 1994, p.192.
8) Carlo Azeglio
Ciampi, Etica dell'azionismo, in 'Micromega', 3. 1996, pp. 247.
L'articolo è il testo dell'intervento al Circolo Giustizia e
Libertà di Roma, del 27 maggio 1996.
9) E.Garin, Guido
Calogero, cit., p.422.
lO) G. Calogero, Assumetevi
le responsabilita dell'avvenire (vedi Appendice).
11) Giulio
Butticci, Ricordo di Guido Calogero - Un coetaneo maestro, cit.,
p.18
12) G.Calogero, 1
giovani e la politica (vedi Appendice).
13) Maria Comandini
Calogero, Il Partito d'Azione e la questione femminile ,in ‘La Rinascita’, quindicinale del Partito
d’Azione – Sezione di Fondi (LT) del 2 settembre 1945.,
riportato in appendice. Su questo periodico e sull’attivita’ della sezione
azionista fondana ha pubblicato un recentissimo saggio l’autore di questo
profilo, pubblicato nell’ultimo numero del 2003 e nel primo numero del 2004 di
’Annali del Lazio Meridionale’, che si pubblica a Fondi, direttore il preside
prof. Antonio Di Fazio.
14) Un esempio
della disponbilità dell’ultimo Calogero verso ogni iniziativa, pur
piccola, a riprendere la tradizione liberalsocialista si ebbe nel 1982, quando
il citato vecchio amico abruzzese Butticci, che era stato anche preside a Roma
presso il Liceo’Tito Lucrezio Caro’, e liberalsocialisti pavesi, guidati dal
dott. Salvatore Bellini, vennero per proporgli di ricostituire il Movimento
Liberalsocialista e di rivedere il Manifesto in una nuova versione, ed egli
accettò di buon grado come di essere anche il loro Presidente fino alla
morte.(testimonianza dello stesso dott. Bellini). I gruppi sono confluiti poi
nel Movimento d’Azione Giustizia e Libertà nel 1994. Il dott. Bellini ha
poi ricostituito, anche per una difesa giuridica della tradizione azionista,
contro tentativi di strumentalizzazione o di deformazione, il Partito d’Azione
Giustizia e Libertà del 1942 e il suo quotidiano ‘L’Italia Libera’.
ANTOLOGIA DI
SCRITTI
I
PRINCIPI DEL 'LIBERALSOCIALISMO' DAL MANIFESTO DEL 1941
1 - Liberalismo
e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali
contrastanti nè concetti disparati, ma specificazioni parallele di un
unico principio etico, che è il canone di ogni storia e di ogni civilta.
Questo è il principio per cui si riconoscono le altrui persone difronte
alla propria persona, e si assegna a ciascuna di esse un diritto pari al
diritto proprio.
2. Così,
è lo stesso dovere etico che impone ad ognuno di riconoscere agli altri
un pari diritto di opinare, di parlar,e di votare, e un pari diritto di valersi
della ricchezza del mondo. Tanto l'uno quanto l'altro è un diritto di
disposizione, un diritto di libertà; un ambito dell'individuale
possibilità di azione, che dev'esser lasciato libero. E la giustizia non
è che l' equa ripartizione di tali sfere di libertà.
3. Ma la
distinzione, che non ha luogo nell’idea, ha avuto luogo nella storia. Essa
è costituita dal fatto che, nella civiltà del mondo, lo sviluppo
etico e giuridico delle abitudini e delle istituzioni dirette ad attuare la
libertà del liberalismo è stato finora assai piu vasto di quello
delle abitudini e delle istituzioni dirette ad attuare la giustizia del
socialismo.
La tradizione
morale ed istituzionale ha ormai tolto ad ogni uomo civile il gusto di negare
al suo interlocutore un pari diritto di interloquire, ma non gli ha ancora
tolto il gusto di possedere piu di lui. Molti, che non tollererebbero piu di
disporre di due voti elettorali quando ogni altro cittadino disponesse di un
voto solo, tollerano ancora di disporre di beni economici in misura decupla di
quella di cui dispone la media del loro prossimo.
4. Di
conseguenza, dovunque sia lecito, con formula sommaria, dire che sussiste meno
giustizia che libertà, lo sforzo etico-politico dev'essere
prevalentemente diretto all' educazione socialista dell'uomo, il quale, sulla via ascendente della giustizia, non deve restare più in
basso che sulla via della libertà.
5. Sarebbe
tuttavia un errore ristabilire il livello facendo retrocedere l'uomo
sulla via della libertà. Ciò significherebbe non solo distruggere
un già raggiunto grado di giustizia, non solo perdere una già
compiuta conquista egualitaria, ma annientare lo stesso più efficace e
pratico strumento delle conquiste ulteriori. Solo la libertà ci
farà piu liberi. Essa infatti è la stessa libertà di
creare il socialismo. Noi dobbiamo mantenerla tale, renderla veramente tale
dove non è, e servircene.
6. Di qui i due
principi fondamentali del liberalsocialismo: assicurare la libertà nel
suo funzionamento effettivo, costruire il socialismo attraverso questa
libertà.
Alla stregua del
primo principio, esso considera parte integrante del suo programma l’instaurazione
e la difesa di quel «liberalismo armato», che dev'essere, come si è
visto, la base universale di ogni convivenza politica, e fin da oggi il
fondamento del comune Fronte delta libertà.
Alla
stregua del secondo principio, esso vuole riforme sociali che non piovano dall'
alto, ma siano figlie della democrazia e della libertà.
7. Una delle
prime mete di tali riforme sociali dev'essere il raggiungimento della massima
proporzionalità possibile tra il lavoro che si compie e il bene
economico di cui si dispone. Questa non è che una prima tappa sulla via
del socialismo (ed è gia superata, tutte le volte che con la
ricchezza comune si soccorrono i deboli e gl'infermi, incapaci di lavorare).
Comunque, è quella che si deve intanto cercar di percorrere. Di qui la
fondamentale istanza anticapitalistica, che il liberalsocialismo fa propria.
Bisogna portare sempre piu oltre la battaglia contro il godimento sedentario
dell' accumulato e dell’ereditato.
8. I mezzi tecnici e giuridici atti a realizzare progressivamente questo
intento dovranno essere commisurati, caso per caso, alle possibilità
della situazione. Quanto piu i contadini, gli operai, i tecnici, i dirigenti
saranno capaci di agire come imprenditori e amministratori, tanto meno
dovrà esistere la figura del proprietario puro. Quanto più si
svilupperà lo spirito della solidarietà e dell'uguaglianza, tanto
piu sarà possibile ravvicinare le distanze fra i compensi delle
varie forme di lavoro, senza inaridire il gusto dell’operosità e
l'iniziativa creatrice. Di qui la fondamentale importanza dell’educazione
delle masse, e quindi, tra l' altro, del problema della scuola.
9. Sul piano
internazianale il liberalsocialismo difende gli stessi principi di
libertà e di giustizia per tutti. Niente nazionalismo, niente razzismo,
niente imperialismo: niente distinzione di principio fra politica ed etica. Le assisi
fondamentali della civiltà debbono essere le stesse tra gli uomini e tra
le nazioni: il dovere dell'onestà, il riconoscimento dell'altrui diritto
non è soltanto una faccenda privata. Di conseguenza: difesa di ogni
organismo che possa favorire la realizzazione di questi principi nel mondo:
internazionalizzazione, almeno dal punto di vista economico, delle colonie e
delle grandi fonti di materie prime; progressiva estensione dei diritti di
cittadinanza al di là dei limiti delle singole nazioni. In una parola:
liberalismo e socialismo anche sul piano internazionale, giusto lo spirito
della nuova Internazionale, composta di tutti coloro che questi ideali
condividono nel mondo.
UOMINI DI
CULTURA, PROFESSIONISTI, INTELLETTUALI
ASSUMETEVI LA
RESPONSABILITÀ DELL’AVVENIRE
C'è stata una vita sotterranea nelle
università italiane: nelle università di Pisa, di Firenze, di
Milano, di Genova, in quasi tutte le altre università. Questa vita
sotterranea nelle università italiane ha tenuta ferma, nella coscienza
dei giovani, la verità che certi ideali non erano morti, e che tenendo
fede ad essi si sarebbero fatti nuovamente trionfare. E come i fatti che oggi commemoriamo s'inseriscono in un piu vasto
quadro, cosi le figure degli eroi che ricordiamo sono circondate dalle piu
vaste schiere di coloro che sono periti in questa battaglia. Mi sia concesso di
rievocare solo qualche nome, quale simbolo di questa resistenza politica della
cultura italiana.
Ricordo Pilo
Albertelli. Lo ricordo a Palazzo Carpegna, vicino alla vecchia
Sapienza, quando iniziava i suoi studi di storia del pensiero antico, in cui
diede così alta prova di sè e in cui avrebbe lasciato ben
maggiore orma se non avesse preferito di gettare tutto se stesso in una diversa
lotta. Ricordo Mario Fioretti, tenace e intelligentissimo scolaro
al "Tasso". Giurista di vivacissimo ingegno, sarebbe certamente
andato molto innanzi, se non fosse stato ucciso in Piazza di Spagna il 4
dicembre 1943.
E mi sia
permesso di ricordare, anche se non hanno studiato in questa Universita, Eugenio
Colorni e Leone Ginzburg, due delle intelligenze piu forti affermatesi
nel campo della filosofia e della critica letteraria.
L'altra guerra ha conosciuto un"soldato
ignoto"; noi in questa guerra conosciamo il martire ignoto della
libertà. Siamo tornati ad una situazione che non si è mai
verificata nella storia del nostro Risorgimento. Abbiamo forse bisogno di
risalire al primo cristianesimo, quando i martiri si accumulavano a migliaia e nessuno
poteva tramandarne il nome.
Questa è stata la guerra della cultura italiana
contro le forze che l'avrebbero distrutta, come avrebbero distrutta la
civiltà. E' stata la guerra che 1'Italia ha combattuto per lunghi anni, inserendola
in quella grande guerra civile europea che è la presente.
PER LA CAUSA DI TUTTI I POPOLI LIBERI
Questa guerra che noi oggi combattiamo ha il suo
simbolo nell'intervento di Carlo Rosselli nella guerra di
Spagna.
Questa è la guerra che Carlo Rosselli - che ricordo qui anche perche e stato uomo
di scuola, professore universitario - questa guerra che Carlo Rosselli
sentì come la sua guerra è anche oggi la nostra guerra.
Noi oggi sappiamo che non combattiamo per una nazione,
non combattiamo per una certa rivendicazione: combattiamo
per una causa che è insieme nostra e di tutti i popoli liberi del mondo.
Sappiamo che in questo senso le nostre frontiere, i nostri fronti di
combattimento sono dovunque si combatte per questi ideali.
Ma di
questa guerra non è neppure necessario che noi qui parliamo. La sua
necessità è evidente a tutti noi: essa non cade in discussione.
Su un altro punto vorrei richiamare la vostra attenzione.
L'EDUCAZIONE
POLITICA
C’è
un problema della politicizzazione dell'universitá, degli studi, il quale
è tanto più grave in quanto, come abbiamo detto, la guerra
odierna non é piu una guerra di nazioni. Essa é una guerra civile, una guerra
ideologica, una rivoluzione sul piano mondiale, nel senso migliore della
parola. Da tale punto di vista cade la vecchia distinzione che altro é la
politica, altro il dovere di difendere la Patria. Si poteva allora pensare: i
giovani delle universitá vanno alla guerra quando si tratta di difendere la
Nazione; ma quando si tratta della politica, essi debbono invece pensare che i
loro studi sono al di lá della politica, che gli studi sono la prima cosa e la
politica verrá dopo.
Oggi che
la guerra non è piu difesa di frontiere, ma difesa di idee e di modi di
vivere, questa distinzione cade nel nostro ambiente, come cade nell'ambiente
militare. In altri tempi, si diceva che l' esercito non deve occuparsi di
politica, perchè l'esercito bada solo alla difesa del territorio
nazionale. Il che è ben giusto, quando il problema è proposto
cosi. Ma oggi noi dobbiamo dire: l'esercito non può occuparsi di
politica se la politica è una politica di parte; ma deve occuparsi di
politica se la politica è in generale la difesa di quelle norme di vita,
di quella possibilita di esistenza, che sono essenziali alla stessa
manifestazione della libertá.
C’è
ancora oggi chi dice: - Non
fate entrare le vostre passioni politiche nella casa degli studio. Lasciate che
i giovani si formino alla verità, allo studio dei problemi, non
pretendete che essi si interessino di quelle questioni più
particolarmente politiche, di cui avranno tempo di occuparsi quando gli anni
graveranno su di loro. Non fate che l'Universitá li divida, non inserite il
germe della contesa nella giovinezza dedita agli studio
E c’è chi
dice, con tono piu accorato ancora: - Lasciate che i giovani restino giovani ! Siamo tutti cosi
malati di questa realtá che ci opprime, siamo tutti cosi tarati nei nostri
nervi, siamo tutti cosi oppressi dal peso del disastro nazionale, che noi non
avremo mai più la virtu della giovinezza. Lasciate che chi è
giovane resti giovane, per avere energia di risolvere domani i problemi della
nazione. Non stancate i giovani troppo presto.
Come
rispondiamo a questa domanda, a queste esortazioni, che angosciano l'animo di
chi ha qualche responsabilitá nell'orientamento politico dei giovani ?
La cosa
piu sincera che si possa fare per rispondere a un problema concernente istinti,
psicologia, attivitá dei giovani, credo sia quella di ricordare la propria
stessa esperienza. Ricordo dunque di fronte a voi la mia esperienza di studente
nell'Universita di Roma. Io sono stato studente alla Sapienza tra il 1921 e il 1925. Voi comprendete quale
è il quadro storico che si delinea fra queste date. E' il periodo
dell'affermazione del fascismo nella vita italiana. Sono stati gli anni piu
travagliati della nostra storia, perchè in quegli anni è stato
posto il seme di tutta la catastrofe di questo ventennio.
Ebbene
io ricordo che allora (lo confesso con grande candore) non capivo nulla di
quanto accadeva intomo a me. Ero seppellito negli studi classici: mi occupavo
di epigrafia, di letteratura greca, di storia della filosofia antica.
Accanto
a me accadevano cose che mi colpivano. Certo, non avevo simpatia per il
fascismo. Ma non capivo bene perchè si dovesse combatterlo; esso era
qualcosa di estraneo al mio spirito. Ricordo, come sprazzi, certi fatti
accaduti, come l'episodio di Edoardo Volterra bastonato e ferito dai fascisti
nel cortile della Sapienza. Ricordo il furore che mi prese, ma nello stesso
tempo la vanitá di questo furore, la incapacitá di dirigerlo, la sua sterilitá.
Per lunghi anni,
dopo di allora, mentre avevo il senso di essere ben orientato intomo a certi
problemi, avevo il sospetto doloroso di essere disorientato rispetto ad altri.
Sarei stato piu vecchio se allora avessi compreso ? Credo di
no. Credo che sarei stato non solo più giovane, ma soprattutto
più lieto; avrei vissuto in maggiore misura quella gioia attiva che mi
pervadeva quando compivo qualcosa nella quale mi sentivo realmente orientato.
Quando, più tardi, sono riuscito ad orizzontarmi anche in questo campo,
ogni passo ulteriore è stato una conquista gioiosa, qualcosa di positivo
nella mia esperienza: non giá una sorta di restrizione della mia vita
spirituale, non qualcosa che mi invecchiasse e che mi aggiungesse
preoccupazioni, ma qualcosa che mi dava forza e libertá.
Non
credo di aver avuto una esperienza spirituale molto diversa dalla normale. La
mia esperienza personale è stata quella di moltissimi altri giovani
italiani di quel tempo. Quasi certamente è l’esperienza personale di
molti tra voi in questo momento. Da questo punto di vista, ecco il dovere di
quella maggior parte di noi, che è orientata, verso tutti gli altri:
questa maggior luce di orientamento si diffonda il piu possibile.
Dobbiamo
oggi comprendere che le ragioni ideali della nostra cultura devono essere da
noi chiaramente prospettate, da noi chiaramente sentite, perchè
altrimenti la nostra cultura non vale niente. Non c’è bisogno di molta
dottrina per comprendere questo, che tutte le nostre conoscenze, tutto
ciò per cui ci avviamo verso la vita in quanto uomini di cultura, tutte
le conoscenze che costituiscono il nostro bagaglio e il nostro orgoglio di
intellettuali, non varrebbero nulla se non riuscissimo a fare, con esse,
qualcosa di bene agli altri uomini. Perchè non c’è niente al mondo
che valga al di fuori di questo: far bene agli altri. Tutto cio che possiamo
creare a questo mondo, l'arte, la scienza, le nostre azioni, non valgono se non
per l' accrescimento di vita che producono tra gli uomini, per l'eco che hanno
nel loro animo.
PER
COSTRUIRE UNA NUOVA CIVILTÁ
Voi domani
sarete medici, ingegneri, avvocati, professori; ma non potrete, con questi
strumenti, costruire la civiltà, se non saprete quale è il fine
per cui dovete servirvene. La
chiarezza degli scopi è coessenziale alla chiarezza con cui possiederete
strumentalmente questi ferri del vostro mestiere.
Quali
sono questi scopi ? Alte
parole risuonano nel nostro mondo. Noi combattiamo per la giustizia e per la
libertá.
Molte
persone possono sentire queste parole e non comprenderle realmente. Voi che
siete i rappresentanti dell'intelligenza, voi che le comprendete, avete il
dovere di far si che esse siano intese sempre più largamente. Noi
dobbiamo far comprendere ad ognuno che questa guerra si combatte per radicare
negli uomini sempre più il convincimento che essi devono difendere la
propria libertà in quanto questa libertà sia capace di creare
altre libertà.
Questa
guerra, a cui noi collaboriamo anche parlando e discutendo, mira appunto a
restaurare sempre più nel mondo questo convincimento, che noi non
rivendichiamo la libertà nostra e basta; ma rivendichiamo la
libertà di tutti, in un ordine giusto per cui la nostra libertà
sia tale da non ledere la libertà altrui, la libertà altrui tale
da non ledere la libertà di altri ancora.
Noi
dobbiamo convincerci che questa libertà è la giusta
libertà, la stessa giustizia intesa come assicurazione del diritto di
tutti gli uomini a creare la loro vita, facendo si che questa loro creazione di
vita sia possibilita di vita per altri uomini ancora.
Dal discorso
tenuto il 19 gennaio 1945 nell’Aula Magna dell’Università di Roma per
ricordare la chiusura dell’Università imposta ai nazifascisti dalla
Reistenza degli studenti romani l’anno prima, riportato da ’L'Italia Libera - Giustizia e Liberta’ di Roma de15/3/1945.
I GIOVANI E
LA POLITICA
O essi si
renderanno conto del fatto che la democrazia e la civiltà e la
prosperità non piovono dall'alto, e che la loro stessa vita avvenire
è condizionata al loro interessamento a quanto in sede politica
potrà deciderne; e ci sarà un avvenire per loro e per la
democrazia. Oppure essi penseranno che tutto sommato è meglio occuparsi
degli affari propri e lasciare che della politica s’interessino i cosiddetti
uomini politici; e allora non ci sarà un avvenire nè per la
democrazia, nè per loro.
Nè
dovrebbe esserci bisogno di aggiungere (ma forse è bene ancora una voita
ripeterlo) che interessarsi seriamente alla vita politica non significa fare,
della politica stessa, la propria attività dominante, non significa
insomma far" carriera politica". S’intende che fra i giovani ci
saranno coloro che sentiranno prevalente questa attitudine, e da essi
nasceranno i futuri amministratori e uomini di stato. Ma l'uomo politico
normale non è quello che diventa uomo di stato: è quelto che permette
agli uomini di stato di non essere dittatori, bensi portatori della
volontà sua e di quelta dei suoi concittadini. E, per far questo, l'uomo
normale (o anche, se cosi volete chiamarlo, l'uomo della strada, l'uomo medio,
l’uomo comune, magari 1'uomo qualunque: ma 1'uomo qualunque pulito, non l'uomo
qualunque sporco) non ha bisogno di rinunciare alle sue attività
specifiche e, se è un giovane, non è chiamato a tralasciare
nè i suoi studi, nè i suoi divertimenti. Ha bisogno soltanto di
tener d'occhio, per un'ora o per una mezz'ora al giorno - che poi può essere disseminata
attraverso tutta la giornata - quel che succede intorno a lui sul piano
politico e di cercare di rendersene conto: cioe di non viaggiare come un baule
nel bagagliaio della storia.
Da’ Nuova
Democrazie’ del 15 dicembre 1945.
MARIA
COMANDINI CALOGERO
Il Partito
d'Azione e il problema
femminile
Il
Partito d'Azione è forse un partito più sensibile degli altri ai
problemi della donna: esso ha messo in testa al suo programma il principio dell'autogoverno,
il principio, cioè, della difesa dei diritti di ciascun ceto, di
ciascuna categoria, di ciascuna entità territoriale, di ciascun
complesso umano, insomma, a governarsi in modo autonomo. Il Partito d'Azione
riconosce perciò alla donna un diritto proprio all'autonomia,
all'autogoverno, a una soluzione autonoma del problema femminile.
Nel suo
complesso il problema femminile può essere considerato da due punti di
vista: quello economico e quello politico-sociale. Nel suo aspetto economico,
il problema femminile ammette due soluzioni. La prima compresa nella generale soluzione del
problema economico italiano. Avviata che sarà l'economia in senso
socialistico, essa darà a tutti, quando potrà, una meno ristretta
possibilita di vita; e darà insieme alle donne la effettiva
capacità di dedicare la propria attività anche ad interessi che
non siano di carattere strettamente familiare. In questo ambito la nostra
possibilità di intervento e di azione è pari a quella degli uomini,
e consiste nel collaborare alla soluzione del problema generale.
L'altro modo di
diminuire l'ostacolo che la condizione economica oppone alla nostra
possibilità di partecipare alla vita politica è quella di
organizzare in modo più intelligente la nostra vita familiare e di adoperarci
per conquistare tutti quegli strumenti sussidiari che a tale organizzazione
possono giovare. Le mense aziendali per esempio, se ampiamente diffuse e
accompagnate dalle refezioni scolastiche ai bambini, possono effettivamente
togliere e semplificare per molte donne il faticoso e grave problema del pasto
meridiano; così un'organizzazione di lavanderia, stireria e rammendo
comune; così la diffusione dei nidi infantili e di asili; e via via
tutte quelle e altre forme di vita associata verso le quali bisogna
urgentemente orientare i gusti umani, perchè rappre sentano una dei piu validi sussidi per dare a tante donne la
possibilità di non essere solamente macchine e bestie da soma. Nelle
zone rurali, dove, specialmente se sono a popolazione sparsa, la vita associata
con i suoi benefici e la sua economia è piu difficilmente organizzabile,
sono da introdurre tutti gli altri strumenti di civilizzazione (impianti
elettrici, macchine, utensileria domestica, ecc.) che rendono meno pesante e
assillante il disbrigo delle faccende quotidiane.
Ma - dopo ciò - il problema
politico-sociale non è ancora per nulla risolto. Noi avremo cercato di
dare anche alle donne la reale libertà di dedicare qualche parte del
loro tempo a problemi di interesse pubblico e sarà già moltissimo.
Ma resterà sempre l'altro aspetto del problema: che, cioè, le
donne adoperino effettivamente questo tempo a vantaggio della comune
civiltà. In altre parole l’esperienza ci insegna che a disdegnare
i problemi politici (non a propugnare una qualsiasi soluzione magari
conservatrice) sono quasi sempre anche tutte quelle donne le cui condizioni
economiche permetterebbero loro di dedicarvisi interamente. Permane,
cioè, in un larghissimo numero di esse, la mentalità dell'individuo
schiavo. Da secoli le donne sono considerate come schiave dei genitori, del
marito, dei figli, della tradizione. Se di diritto o anche di fatto è
ormai caduta tale schiavitù resta reale e intatta la mentalità
della schiavitù: l'incapacità per la donna di essere qualcuno, di
essere se stessa, di essere una persona che pensa e vuole e agisce
perchè ha il diritto, come il suo compagno, di intervenire nel
modificare il proprio ambiente. Ancora oggi è difficile trovare chi
riconosca alle donne il pieno diritto di portare nel mondo la propria
individuale personalità di inconfondibile creatura umana.
Questo diritto,
questa volonta di vita indipendente la si potrà ottenere se noi
eserciteremo nelle donne quello spirito di iniziativa, di indipendenza, di
responsabilità, che finisce poi per essere la piu seria garanzia di
quella vita associata, alla quale contemporaneamente bisogna avvicinare le
nostre primordiali abitudini di poveri aristocratici. Dunque rinnovamento
strutturale e organizzativo di tipo socialistico per risolvere l'aspetto economico-sociale
del problema che solo da tale avviamento può
essere risolto; rinnovamento di carattere liberale e individualistico per
risolvere quell'altro aspetto politico-sociale del problema, che è
legato non già all' economia, ma a una tradizione antiquata e del tutto
illiberale del modo di vita.
Il
Partito d'Azione è anche in questo campo il Partito che del problema
indica la soluzione più completa in quanto non scinde la questione
economica dalla questione politica e non pretende di risolvere unilateralmente
l'una e l'altra. Nella sua fondamentale premessa liberalsocialista, esso
comprende la sostanziale unità di entrambe; esso comprende che per le
donne il punto è di conquistare ad un tempo una più larga
possibilità economica di azione e una più viva autonomia politica
d'intervento, senza rinunciare nè all' una nè all' altra di
queste due facce della sua civile libertà.
Da ’La
Rinascita’, quindicinale del Partito d’Azione - Sezione di Fondi (LT), 2
settembre 1945.