CARLO
AZEGLIO CIAMPI
« E’
l’Italia che sognavo da ragazzo. Né fascista, né comunista, libera »
dal Corriere della Sera del 9 dicembre 2000
Ci sorride sopra, il presidente, perché i
suoi ottant’anni cadono solo oggi, mentre il 19 dicembre toccherà alla
moglie Franca, coetanea, soffiare sulle candeline.
Sono stati «anni densi e fortunati», dice,
con una riflessione retrospettiva nel suo studio. «Anni fortunati a partire
dall’età della formazione, in famiglia prima e poi al liceo, presso i
gesuiti di Livorno, e poi ancora alla Normale di Pisa». «Anni cruciali»,
aggiunge, e pensa soprattutto «all’invernata» che lo aspettava dopo l’otto
settembre 1943, trascorsa sulle montagne dell’Abruzzo a fianco di un maestro,
il filosofo Guido Calogero, che lì stava confinato, mentre lui era un
tenente di 23 anni che cercava di varcare le linee per ricongiungersi
all’esercito regolare, al Sud.
«Furono mesi durissimi, eppure colloco
proprio in quella stagione i miei ricordi più belli... Ero come carta
assorbente, come creta che a poco a poco si va plasmando, curioso di tutto e
sempre in cerca di risposte. L’Italia che sognavo allora, libera, né fascista
né comunista, alla fine siamo riusciti a costruirla.
E’ un grande Paese e, ciò che
più conta, comincia ad esserne sempre più consapevole».
Ciampi allude a tanti indizi che percepisce personalmente: il «noi» degli
italiani, a rischio per mancanza di autostima, sembra uscire dalla depressione
grazie anche al «lavoro sulla memoria» avviato dal Quirinale.
Insomma: se un’identità di popolo data
per agonizzante ora si rianima e se può dunque rinascere un sobrio
orgoglio nazionale, lo si deve (come certificano, con trasversale
unanimità, gli storici contemporanei e i partiti) a quell’azione di
pedagogia civile che lui ha avviato, sollecitando il recupero di riti
repubblicani perduti, di spazi simbolici lasciati a lungo deserti, di inni,
bandiere, parate.
Eppure, il capo dello Stato spiega di non
agire «secondo alcun progetto o disegno». «Prendo queste iniziative in base a
impulsi spontanei, non faccio retorica. Sento che, anche così, si sta
creando un più forte legame, una comunione tra me e gli italiani. Ho
pudore a parlarne, ma non me ne vergogno: se devo riandare a un momento in cui
ho avvertito la responsabilità e l’orgoglio di rappresentare il nostro
Paese, ripenso al maggio del 1993, quando, da presidente del Consiglio, andai a
fare una visita di Stato in Germania. Da noi le cose non andavano bene, in ogni
senso, credibilità e affidabilità erano purtroppo questioni
aperte. Ad un certo punto, stavo a fianco di Kohl su di un palco, fu issato il
tricolore mentre la banda suonava Mameli. Beh: un brivido mi corse lungo la
schiena e mi tremarono le gambe».
Pensò magari all’«Italia nuova», che
vagheggiava con Calogero e il nucleo di antifascisti rifugiati sui monti di
Scanno e coagulati nel Partito d’azione?
«Sì, i discorsi che facevamo giorno e notte, gli interrogativi che
insieme ci ponevamo, echeggiano spesso dentro di me. Nessuno sapeva quel che ci
avrebbe riservato il futuro. Una cosa legava i giovani della mia generazione,
quelli che avevano una forte impronta nazionalistica e quelli che non avevano
una maturità politica definita, ma si ritenevano incompatibili con la
retorica e l’intolleranza della dittatura: non avevamo "sentito" la
guerra.
Ci eravamo prima augurati che la conferenza
di Monaco, nel ’39, avesse salvato la pace, mentre era solo un rinvio, e
comunque anche dopo i primi bombardamenti coltivavamo l’illusione che il
conflitto si potesse risolvere in fretta. Il sentimento generale era quello di
un popolo che voleva esser fedele rispetto allo Stato di allora, ma che di
sicuro si metteva in armi senza passione. L’epilogo dell’otto settembre
creò un enorme smarrimento: un esercito guarda ai propri comandanti, e
dato che questi erano in fuga, bisognava cercare nella propria coscienza la
strada giusta da imboccare».
Ciampi, che era cresciuto «con il lievito
liberal-crociano della Normale, uno spazio di libertà impensabile per
l’epoca», la strada la trova nei mesi di clandestinità sull’Appennino.
«La gente aiutava noi quanto soccorreva inglesi e americani, e davvero
"dividemmo il pane che non c’era", come hanno scritto in un libro i
ragazzi di una scuola di Sulmona. Non voglio fare polemiche, tantomeno con gli
storici, ma nella tragedia dell’autunno del 1943 la Patria rinacque, altro che
morire. Anzi, se per Patria s’intende lo spirito d’italianità, dovremmo
forse andare molto più indietro nel tempo, e potremmo rifarci
addirittura a Dante e Petrarca e via via, attraverso l’esperienza delle libere
repubbliche, collegarci con il Risorgimento e arrivare alla Costituzione del
’47, in cui la Patria ritrova la sua struttura».
Logico che c’è più di una slogatura storica e parecchi rammendi
strinati, nella vicenda di quest’«identità comune» che il presidente
proietta in modo così retroattivo. Tuttavia il filo della
continuità lo distingue «con nettezza» e lo evoca di continuo per
sottolineare l’importanza delle memorie, come ha fatto giorni fa andando alla
casa Nathan-Rosselli, dove Mazzini morì sotto falso nome, «da esule in
patria».
«La mia gioventù è stata
bruciata dalla guerra», continua Ciampi nella sua riflessione-bilancio.
«Comunque, per chi ha avuto la sorte di scampare al conflitto, e tanti sono
morti combattendo, si può dire che quella gioventù sia stata
particolarmente fortunata. Certo, abbiamo avuto lacerazioni e
difficoltà, passioni e inquietudini, ma abbiamo saputo superarle,
traducendo in realtà l’ideale di un Paese non totalitario - ripeto: né fascista
né comunista - sotto la spinta a unire forti istanze sociali con il rispetto
della libertà».
Ma quanto ha senso insistere nella riscoperta
di una tradizione repubblicana, mentre il Paese mostra d’essere ancora lacerato
proprio sulla storia più recente? E serve davvero il recupero di una
«religione civile», fatta di simboli e liturgie da riscoprire dopo una fase di
«secolarizzazione» coatta, visto che non è chiusa la grande crisi
politico-istituzionale degli anni Novanta?
«La fiducia nel futuro si nutre della memoria condivisa del proprio passato. E
l’oblio genera invece indifferenza. Io non sto inseguendo un’astrazione, non
faccio nulla di premeditato. Interpreto il mio ruolo in modo assolutamente
spontaneo, faccio ciò che "sento", e credo che in questo mi
sia stato utile l’aver scelto di vivere al Quirinale: dal cambio della guardia
all’alzabandiera, tante cose rituali solo in apparenza mi fanno percepire il
pericolo di una certa amnesia e insieme l’importanza di ridare dignità
alle istituzioni almeno in alcuni momenti di forte valore simbolico per tutti».
E’ successo così, racconta, oltre che
per il ripristino della parata del 2 giugno («mi pareva giusto che potessero
sfilare i nostri militari impegnati in missioni di pace»), per la riapertura
del Vittoriano, il 4 novembre: «Quando a giugno ho saputo che stavano per
essere completati i restauri, ho chiesto di poterlo visitare e una volta
lì mi sono sbalordito. Ho scoperto un monumento straordinario, che la
gente forse non ha mai osservato veramente oltre il sacello del milite ignoto.
Un monumento che, oltretutto, riassume l’unità dell’Italia nelle sue
tante diversità. Mi pareva assurdo che restasse ancora chiuso».
Ed è successo così per la
visita che ha voluto fare una settimana fa nel gelo di Tambov, 500 chilometri a
Sud di Mosca, dove sono sepolti almeno 12 mila soldati italiani dell’Armir.
Teneva in tasca la sua vecchia "bustina" da autiere, Ciampi, mentre
una banda suonava l’Inno del Piave. «Tra quei caduti c’erano tanti miei
fratelli, miei commilitoni. E avrei potuto esserci anch’io, se il destino non
avesse deciso diversamente. E’ fondamentale tenere viva e salda la memoria,
perché certi orrori del passato non possano più ripetersi. L’idea di
Europa ha corso il rischio di uscire annichilita, dall’urto culturale e
politico prodotto dalle due guerre mondiali e dai due totalitarismi del
Novecento. Se è sopravvissuta, e grazie al cielo è sopravvissuta,
lo deve alle sue radici storiche. Che alla fine del secolo sono riuscite ad
avere ragione di ogni barricata politica». Il pensiero, è chiaro, lo
porta alle difficoltà del vertice di Nizza, per il quale si è
speso molto nei mesi scorsi. Non lo dice, ma il regalo più grande che si
augura è una chiusura che decreti un successo dell’Italia e dell’Europa.