Per un'internet europea: come bilanciare libertà digitale e diritti dei cittadini senza cedere agli estremi
Photo: יצחק ג'קי אדרי, Public domain, via Wikimedia Commons
Ogni volta che il Parlamento Europeo discute di regolamentazione digitale, si scatenano due reazioni simmetriche e ugualmente fuorvianti. Da un lato, i fautori del liberismo tecnologico gridano alla censura e all'eccesso burocratico, evocando lo spettro di un'Europa incapace di innovare. Dall'altro, chi privilegia il controllo sulla libertà invoca misure sempre più invasive in nome della sicurezza o della protezione dei minori, scivolando verso logiche di sorveglianza difficilmente distinguibili da quelle dei regimi autoritari.
Esiste una terza strada. È quella che una cultura politica genuinamente liberal-socialista dovrebbe percorrere con determinazione: costruire uno spazio digitale europeo in cui libertà e tutela non siano in contraddizione, ma si sostengano reciprocamente.
Il problema gemello: autoritarismo e anarchia del mercato
Per comprendere la posta in gioco, è necessario guardare ai due modelli dominanti che l'Europa dovrebbe rifiutare.
Il primo è il modello cinese: un internet pervasivamente sorvegliato, in cui ogni connessione è potenzialmente monitorata dallo Stato, la libertà di espressione è subordinata alla stabilità del regime e i dati dei cittadini sono risorse strategiche del potere politico. Non si tratta di un rischio lontano: alcune proposte legislative europee — in particolare quelle legate al contrasto alla pedopornografia online, come il controverso «Chat Control» — si avvicinano pericolosamente a una logica di sorveglianza di massa incompatibile con i principi dello Stato di diritto.
Il secondo modello è quello americano, dominato dalle grandi piattaforme tecnologiche: un internet formalmente libero, ma in realtà governato da algoritmi opachi al servizio della massimizzazione del profitto pubblicitario. In questo ecosistema, la libertà di espressione è reale solo per chi può permettersi visibilità, la disinformazione prolifera perché genera engagement, e i dati personali degli utenti sono la vera moneta di scambio di un mercato privo di regole adeguate.
Entrambi questi modelli sacrificano i diritti fondamentali: il primo sull'altare dell'ordine, il secondo su quello del profitto. L'Europa ha gli strumenti concettuali e istituzionali per fare meglio.
Cosa ha già costruito l'Europa: luci e ombre
Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), entrato in vigore nel 2018, è stato il primo segnale concreto che l'Unione Europea intendeva affermare una sovranità digitale fondata sui diritti. Nonostante le critiche — alcune legittime, riguardanti la complessità applicativa per le piccole imprese — il GDPR ha stabilito un principio rivoluzionario: i dati personali appartengono ai cittadini, non alle piattaforme.
Il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act (DMA), approvati tra il 2022 e il 2023, hanno aggiunto ulteriori strumenti: obblighi di trasparenza algoritmica per le grandi piattaforme, divieto di pratiche commerciali sleali nei mercati digitali, responsabilità più stringente per i contenuti illegali. Si tratta di passi significativi, che il mondo intero sta osservando con attenzione.
Eppure questi strumenti non bastano. L'applicazione del GDPR rimane disomogenea tra gli Stati membri: l'Irlanda, sede europea di quasi tutti i giganti tecnologici americani, ha dimostrato una tendenza sistematica a sanzionare con ritardo e con misura. Il DSA fatica a essere implementato con la velocità necessaria in un ecosistema digitale che muta più rapidamente di qualsiasi ciclo legislativo. E il dibattito sulla crittografia end-to-end — tecnologia fondamentale per la privacy delle comunicazioni — rischia di essere sacrificato a logiche securitarie miopi.
Il manifesto progressista per l'internet europea
Una visione liberal-socialista coerente della governance digitale dovrebbe articolarsi attorno a cinque principi fondamentali.
1. La privacy come diritto sociale, non privilegio individuale La tutela dei dati personali non è una questione tecnica né un capriccio burocratico: è la condizione necessaria per l'esercizio reale della libertà politica nell'era digitale. Un cittadino profilato, tracciato e manipolato algoritmicamente non è un cittadino libero. La privacy deve essere garantita strutturalmente, non affidata alla buona volontà degli utenti che cliccano su cookie banner incomprensibili.
2. La libertà di espressione non può essere delegata agli algoritmi privati Le decisioni su cosa è visibile, amplificato o rimosso nello spazio pubblico digitale non possono rimanere prerogativa esclusiva di aziende private con sede negli Stati Uniti. È necessario un quadro di governance multi-stakeholder che includa la società civile, i giornalisti, le organizzazioni per i diritti umani e le istituzioni democratiche, garantendo al contempo che lo Stato non diventi l'arbitro ultimo del discorso pubblico.
3. L'innovazione deve essere democratizzata, non concentrata Il dominio di cinque o sei piattaforme sull'intero ecosistema digitale non è il risultato naturale del mercato: è il prodotto di decenni di mancata regolamentazione antitrust. Un'Europa progressista deve investire nell'infrastruttura digitale pubblica, sostenere le imprese tecnologiche di medie dimensioni, promuovere standard aperti e interoperabilità come condizioni di un mercato digitale genuinamente competitivo.
4. I lavoratori della gig economy digitale meritano tutele reali La questione digitale non è solo una questione di diritti civili: è anche una questione di diritti del lavoro. Milioni di europei lavorano attraverso piattaforme algoritmiche senza contratti, senza tutele previdenziali, senza diritto di organizzazione sindacale. La recente direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme è un primo passo, ma la sua attuazione in Italia richiede un impegno politico che finora è mancato.
5. La sovranità digitale europea è una questione geopolitica In un mondo in cui i dati sono risorse strategiche, dipendere da infrastrutture digitali controllate da potenze straniere — siano esse americane o cinesi — è una vulnerabilità sistemica. L'investimento in cloud europeo, in intelligenza artificiale sviluppata secondo principi etici condivisi e in standard tecnologici autonomi non è protezionismo: è autonomia strategica.
L'Italia nel contesto europeo
L'Italia sconta un ritardo strutturale nella governance digitale. L'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale è stata istituita solo nel 2021. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dedica risorse significative alla digitalizzazione della pubblica amministrazione, ma l'attuazione procede a rilento. La cultura della protezione dei dati nelle istituzioni pubbliche è ancora fragile, come dimostrano i ripetuti episodi di violazione della sicurezza informatica che hanno colpito enti locali e ministeri.
Eppure l'Italia ha anche risorse su cui costruire: una tradizione giuridica attenta ai diritti fondamentali, un tessuto di ricerca universitaria di qualità nel settore informatico e una società civile digitale sempre più consapevole. Ciò che manca è una visione politica coerente che connetta questi elementi in un progetto organico.
Conclusione: la democrazia si difende anche online
L'internet che vogliamo non è né la rete sorvegliata dei regimi autoritari né la giungla algoritmica del capitalismo delle piattaforme. È uno spazio pubblico digitale governato da regole democratiche, in cui la libertà di ogni cittadino è protetta tanto dall'arbitrio del potere politico quanto dall'estrattivismo delle corporation.
Costruire questo spazio è una delle sfide politiche più urgenti del nostro tempo. È una sfida che richiede competenza tecnica, visione ideale e coraggio riformista. È, in definitiva, una sfida che appartiene al cuore del progetto liberal-socialista: perché la giustizia sociale e la libertà civile, nell'era digitale, si giocano anche — e sempre di più — online.