La città del futuro per chi? Smart city tra promesse tecnologiche e rischio di esclusione sociale
Photo: UrbanMalta, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Quando l'efficienza diventa privilegio
Nelle ultime stagioni, il termine smart city ha conquistato agende politiche, convegni istituzionali e piani di investimento europei con una forza quasi irresistibile. Sensori disseminati lungo le strade, algoritmi che ottimizzano la raccolta dei rifiuti, app che prenotano un posto in biblioteca o segnalano un lampione guasto: tutto sembra concorrere verso una visione di città più reattiva, più snella, più intelligente. Eppure, sotto la superficie luccicante di questa narrazione, si celano contraddizioni profonde che una forza politica progressista non può permettersi di ignorare.
La domanda che raramente viene posta nei convegni istituzionali è semplice quanto dirompente: intelligente per chi? Perché se l'infrastruttura digitale urbana viene progettata senza tenere conto delle disuguaglianze preesistenti, essa non le elimina — le cristallizza, spesso le amplifica. E in un Paese come l'Italia, dove il divario tra centro e periferia, tra Nord e Sud, tra classi agiate e ceti popolari rimane una ferita aperta, questo non è un dettaglio tecnico: è una questione politica di primaria importanza.
Il rischio del digital divide urbano
Partiamo da un dato concreto. Secondo le rilevazioni dell'ISTAT, oltre il 30% delle famiglie italiane presenta ancora livelli di competenza digitale insufficienti per utilizzare servizi online complessi. Nelle aree periferiche delle grandi città — nelle borgate romane, nelle periferie milanesi, nei quartieri napoletani lontani dal centro — questa percentuale cresce sensibilmente. Se i servizi comunali migrano interamente su piattaforme digitali senza prevedere alternative accessibili, chi non possiede gli strumenti — economici, culturali, tecnologici — per accedervi viene semplicemente espulso dalla città che dovrebbe servirlo.
Non si tratta di nostalgia per il passato analogico. Si tratta di riconoscere che la transizione digitale dei servizi pubblici urbani deve essere accompagnata da investimenti massicci nell'alfabetizzazione digitale, nella connettività equa e nella progettazione inclusiva delle interfacce. Una smart city che non prevede sportelli fisici per anziani, persone con disabilità o cittadini stranieri non è una città intelligente: è una città che ha scelto di non vedere una parte dei propri abitanti.
Gli algoritmi non sono neutrali
Un secondo nodo critico riguarda la governance degli algoritmi che sempre più spesso orientano le decisioni pubbliche nelle città cosiddette intelligenti. Dalla distribuzione delle risorse di welfare alla pianificazione delle linee di trasporto pubblico, dalla sorveglianza degli spazi urbani alla gestione delle liste per l'edilizia residenziale pubblica: ovunque compaiono sistemi automatizzati che promettono oggettività e imparzialità.
Ma gli algoritmi non sono neutri. Sono costrutti umani che incorporano le assunzioni, i pregiudizi e gli interessi di chi li progetta. Quando un sistema di punteggio automatico per l'assegnazione degli alloggi popolari penalizza indirettamente chi ha precedenti di morosità dovuti a crisi economiche contingenti, non sta applicando la giustizia: sta perpetuando la disuguaglianza con il sigillo dell'efficienza tecnica. Quando una piattaforma di sorveglianza urbana concentra la propria attenzione sui quartieri storicamente marginalizzati, non sta proteggendo la città: sta stigmatizzando ulteriormente chi è già ai margini.
La risposta liberalsocialista a questo problema non è il rifiuto della tecnologia, ma la sua democratizzazione. Gli algoritmi che governano la vita urbana devono essere trasparenti, auditabili, sottoposti al controllo democratico. I cittadini devono sapere come vengono prese le decisioni che li riguardano e devono avere strumenti concreti per contestarle e modificarle.
Abitare è un diritto, non un servizio a pagamento
Il tema dell'abitazione merita un approfondimento specifico, perché rappresenta forse il terreno più drammatico su cui si gioca il futuro delle nostre città. In molti centri urbani italiani — Milano in testa, ma anche Bologna, Firenze, Roma — la pressione del mercato immobiliare ha prodotto fenomeni di gentrificazione accelerata, espulsione delle classi popolari verso le periferie e proliferazione di affitti brevi che sottraggono stock abitativo al mercato residenziale stabile.
In questo contesto, le tecnologie della smart city possono diventare strumenti di ulteriore esclusione. Le piattaforme di affitto breve come Airbnb non sono fenomeni naturali: sono infrastrutture digitali che trasformano l'abitazione in asset finanziario, con effetti devastanti sulla coesione sociale dei quartieri. Una politica urbana progressista deve avere il coraggio di regolamentare queste piattaforme con decisione, imponendo limiti ai giorni di affitto, obblighi di registrazione e contributi fiscali destinati al potenziamento dell'edilizia residenziale pubblica.
Al tempo stesso, la tecnologia può essere alleata della giustizia abitativa se orientata correttamente. Sistemi di mappatura digitale del patrimonio pubblico inutilizzato, piattaforme trasparenti per la gestione delle graduatorie di edilizia popolare, strumenti di partecipazione digitale per il co-design dei nuovi insediamenti: questi sono usi dell'innovazione urbana che meritano investimento e sostegno politico.
Partecipazione democratica: il cuore mancante
C'è infine una dimensione che troppo spesso rimane sullo sfondo nel dibattito sulla smart city: quella della partecipazione democratica. Le città vengono disegnate da tecnici, consulenti privati e amministratori, mentre i cittadini — soprattutto quelli delle aree più vulnerabili — rimangono spettatori passivi di trasformazioni che li riguardano profondamente.
L'innovazione tecnologica offre strumenti potenti per invertire questa tendenza, ma solo se c'è la volontà politica di farlo. Bilanci partecipativi digitali, piattaforme di consultazione per i piani urbanistici, forum online per la co-progettazione dei servizi di quartiere: esperienze come quella di Barcelona en Comú con la piattaforma Decidim dimostrano che è possibile costruire infrastrutture digitali di partecipazione autenticamente inclusive. In Italia, alcune esperienze municipali — a Bologna, a Napoli, in alcune realtà toscane — hanno avviato percorsi simili, ma restano eccezioni in un panorama ancora dominato dalla delega e dalla tecnocrazia.
Un progetto politico per la città giusta
Rivendicare una visione liberalsocialista della città significa rifiutare sia il tecno-ottimismo ingenuo di chi vede nella smart city la soluzione automatica a ogni problema urbano, sia il tecno-pessimismo reazionario di chi respinge ogni innovazione in nome di una tradizione immaginaria. Significa invece esigere che la tecnologia sia governata, che i dati prodotti dai cittadini appartengano ai cittadini, che ogni innovazione urbana venga valutata in base al suo impatto sulla giustizia sociale.
Significa battersi per città in cui un anziano di Quarto Oggiaro e un professionista di Brera abbiano uguale accesso ai servizi pubblici. In cui una famiglia di immigrati di seconda generazione a Tor Bella Monaca possa partecipare alle decisioni sul proprio quartiere con gli stessi strumenti di un residente del centro storico. In cui il diritto all'abitazione non sia subordinato alla capacità di competere su un mercato distorto dalla rendita e dalla speculazione digitale.
La città intelligente che vogliamo non è quella più efficiente per i più forti. È quella più giusta per tutti.