La transizione verde non può essere un lusso: per una giustizia climatica che includa tutti
Photo: Dennis Schroeder - NREL Photographer, Public domain, via Wikimedia Commons
Quando il verde diventa elitario
C'è qualcosa di profondamente contraddittorio nell'attuale dibattito sulla transizione ecologica in Italia. Da un lato, gli incentivi statali per le auto elettriche vengono prevalentemente utilizzati da famiglie con redditi medio-alti, già in grado di sostenere il costo iniziale di veicoli ancora significativamente più cari di quelli tradizionali. Dall'altro, le famiglie nelle periferie urbane o nelle aree interne del paese — quelle che dipendono maggiormente dall'auto per lavoro, che abitano in edifici energeticamente inefficienti e che non possono permettersi di installare pannelli fotovoltaici — continuano a pagare bollette elevate e a respirare aria inquinata.
Il paradosso è evidente: chi contribuisce meno all'inquinamento subisce più pesantemente le conseguenze del cambiamento climatico e beneficia meno delle politiche pensate per contrastarlo. Una transizione ecologica che riproduce e amplifica le disuguaglianze esistenti non è solo socialmente ingiusta: è anche politicamente insostenibile, destinata ad alimentare quel risentimento populista che già ha trovato nelle politiche ambientali un facile bersaglio.
Il caso italiano: promesse e contraddizioni
L'Italia ha assunto impegni ambiziosi nell'ambito del Green Deal europeo e degli accordi di Parigi. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destina quote significative agli investimenti verdi. Eppure, la distribuzione dei benefici di questi investimenti rimane profondamente diseguale.
Il Superbonus 110%, per quanto controverso nei suoi costi per le finanze pubbliche, ha avuto il merito di rendere accessibile la riqualificazione energetica degli edifici anche per molti proprietari di reddito medio. Ma la sua applicazione ha incontrato ostacoli enormi per gli inquilini, per i condomini nelle zone più degradate, per chi abita in affitto o in situazioni abitative precarie. La fine degli incentivi più generosi rischia ora di fermare una trasformazione che era appena iniziata, lasciando incompiuta la decarbonizzazione del patrimonio edilizio — uno dei settori più energivori del paese.
Nel frattempo, lavoratori delle industrie tradizionali — dall'automotive alla siderurgia, passando per il settore petrolifero — guardano alla transizione con comprensibile inquietudine. Taranto, con la sua storia di Ilva e le promesse mai mantenute di riconversione industriale, è il simbolo più eloquente di come una transizione mal gestita possa trasformarsi in abbandono sociale.
Giustizia climatica: un concetto da rendere operativo
Il termine "giustizia climatica" è entrato nel vocabolario politico progressista, ma rischia di restare una formula retorica se non viene tradotto in politiche concrete. Cosa significa, praticamente, una transizione ecologica giusta?
Significa innanzitutto riconoscere che i costi della transizione non possono ricadere in modo sproporzionato sulle spalle di chi ha meno risorse per adattarsi. Le accise sui carburanti, ad esempio, sono imposte fortemente regressive: pesano percentualmente molto di più su un operaio che percorre cinquanta chilometri al giorno per raggiungere il posto di lavoro che su un professionista milanese con accesso ai mezzi pubblici. Una riforma fiscale ambientale progressista dovrebbe accompagnare ogni aumento del costo dei combustibili fossili con misure di compensazione dirette per i redditi più bassi.
Significa, poi, investire massicciamente nel trasporto pubblico nelle aree dove esso è oggi assente o inadeguato: non solo nelle grandi città, ma nelle province, nelle aree interne, nei comuni che stanno perdendo popolazione proprio perché i servizi essenziali sono stati progressivamente smantellati. La mobilità sostenibile non può essere solo la metropolitana di Milano o il tram di Torino: deve raggiungere anche i borghi dell'Appennino e le periferie del Sud.
Reindustrializzazione verde e protezione dei lavoratori
La transizione ecologica non è solo una sfida ambientale: è anche una straordinaria opportunità economica, a condizione che il paese sappia coglierla con una visione industriale coraggiosa. La riconversione verso le energie rinnovabili, l'economia circolare, la bioedilizia e la mobilità elettrica può creare centinaia di migliaia di posti di lavoro qualificati — ma solo se accompagnata da politiche attive del lavoro all'altezza della sfida.
Questo significa investire nella formazione professionale dei lavoratori dei settori in declino, garantendo percorsi di riqualificazione reali e non simulacri burocratici. Significa prevedere ammortizzatori sociali generosi e duraturi per chi perde il lavoro a causa della transizione, senza scaricare il peso dell'adattamento sulle famiglie. Significa, infine, coinvolgere i sindacati e le comunità locali nella pianificazione della riconversione industriale, invece di imporre dall'alto trasformazioni che vengono percepite come minacce.
Una fiscalità ambientale che ridistribuisce
Il cuore di una proposta progressista sulla transizione ecologica è la questione fiscale. Le tasse ambientali hanno senso solo se i proventi vengono redistribuiti in modo da compensare i soggetti più vulnerabili e finanziare i beni pubblici necessari alla transizione.
Un modello interessante, già discusso in sede europea, è quello del "dividendo climatico": una quota dei proventi della carbon tax redistribuita in modo uguale a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito. Poiché i redditi più alti tendono a generare emissioni maggiori, il dividendo risulta proporzionalmente più vantaggioso per i ceti meno abbienti. Non è una soluzione magica, ma è un esempio di come giustizia climatica e giustizia sociale possano convergere in politiche concrete.
Il futuro comune che vogliamo costruire
Liberali Socialisti è convinta che la crisi climatica e la crisi della disuguaglianza siano due facce dello stesso problema: un modello economico che antepone il profitto di breve termine al benessere collettivo e alla sostenibilità di lungo periodo. Affrontarle separatamente significa condannarsi a soluzioni parziali e politicamente fragili.
Una transizione ecologica davvero progressista non è quella che consente ai più ricchi di comprare la coscienza ambientale con un SUV elettrico, mentre i più poveri continuano a scegliere tra mangiare e riscaldare casa. È quella che trasforma la crisi climatica in un'occasione per costruire una società più giusta, dove il costo del cambiamento è distribuito secondo le capacità di ognuno e i benefici del progresso raggiungono tutti. Questo è il futuro comune che vale la pena difendere.