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Dopo la morte, i dati restano: per una legge sull'eredità digitale che metta al centro la persona

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Dopo la morte, i dati restano: per una legge sull'eredità digitale che metta al centro la persona

Photo: PantheraLeo1359531, Public domain, via Wikimedia Commons

Morire nel ventunesimo secolo significa lasciare molto più di oggetti fisici e conti bancari. Significa lasciare una vita intera codificata in bit: anni di fotografie su Google Photos, conversazioni su WhatsApp, post su Facebook, playlist costruite su Spotify, acquisti registrati su Amazon. Un patrimonio immateriale di dimensioni inedite, sul quale tuttavia la legge italiana ed europea si muove ancora con incertezza, quando non con clamoroso silenzio.

La questione dell'eredità digitale non è una curiosità futuristica. È un problema concreto che milioni di famiglie italiane si trovano già ad affrontare ogni anno, spesso nel momento più doloroso della propria esistenza. E la risposta che ricevono — da piattaforme private, da uffici legali impreparati, da un quadro normativo frammentato — è quasi sempre insufficiente.

Un vuoto che non è neutro

Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), entrato in vigore nel 2018, ha rappresentato un passo storico per i diritti digitali dei cittadini europei. Eppure contiene una lacuna significativa: il GDPR si applica esclusivamente alle persone in vita. I dati dei defunti, salvo che gli Stati membri decidano diversamente, rimangono fuori dal suo perimetro di tutela.

L'Italia ha scelto di intervenire parzialmente attraverso il Codice in materia di protezione dei dati personali (D.Lgs. 196/2003, aggiornato nel 2018), riconoscendo agli eredi la possibilità di esercitare alcuni diritti in nome del defunto. Ma questa soluzione è parziale, ambigua e del tutto inadeguata a regolare la complessità dell'ecosistema digitale contemporaneo. Chi eredita un profilo Instagram, ad esempio, eredita davvero qualcosa? O si trova semplicemente a fare i conti con le condizioni contrattuali di una società privata con sede a Menlo Park?

La risposta, nella maggior parte dei casi, è la seconda. E questo dovrebbe inquietarci profondamente.

Le piattaforme decidono al posto nostro

Meta, Google, Apple, Twitter/X: ciascuna di queste aziende ha sviluppato nel tempo proprie politiche sulla gestione degli account dei defunti, spesso in modo unilaterale e modificabile senza preavviso. Facebook consente di nominare un "contatto erede" oppure di richiedere la "commemorazione" del profilo. Google offre uno strumento chiamato Inactive Account Manager. Apple, fino a pochi anni fa, negava agli eredi l'accesso ai dati anche in presenza di testamento.

Il problema non è soltanto burocratico. È politico nel senso più profondo del termine: stiamo delegando a soggetti privati, mossi da logiche commerciali, la definizione di cosa significhi memoria, identità, lutto. Le piattaforme trasformano i profili dei defunti in archivi che continuano a generare valore — dati comportamentali, contenuti virali, persino pubblicità mirata agli amici in fase di lutto — senza che nessuna autorità pubblica abbia stabilito regole chiare.

Questa è una forma di espropriazione silenziosa. E il liberalismo progressista, che pone al centro la dignità e l'autodeterminazione della persona, non può accettarla.

Autodeterminazione oltre la vita

Una visione politica coerente con i valori di libertà individuale e giustizia sociale deve affrontare questa sfida con strumenti adeguati. Il primo principio da affermare è quello dell'autodeterminazione anticipata: ogni persona deve poter decidere, in vita, cosa accadrà ai propri dati dopo la morte. Non come opzione facoltativa nascosta tra le impostazioni di un'app, ma come diritto garantito per legge, esercitabile in modo semplice e vincolante.

Questa possibilità dovrebbe essere integrata nei sistemi di identità digitale nazionale — come il SPID o la futura identità europea — e dovrebbe avere lo stesso valore giuridico di un testamento tradizionale. Un registro pubblico delle volontà digitali, gestito da un'autorità indipendente come il Garante per la protezione dei dati personali, potrebbe rappresentare una soluzione concreta e immediatamente praticabile.

Il secondo principio riguarda la protezione dalla mercificazione post-mortem. I dati di una persona defunta non possono continuare a essere trattati come asset commerciali da parte delle piattaforme. Occorre stabilire per legge che, in assenza di consenso esplicito del defunto, i dati personali vengano cancellati entro un termine ragionevole, o al massimo conservati in forma anonimizzata per finalità di interesse pubblico — ricerca storica, archivi culturali, memoria collettiva.

Il nodo della memoria collettiva

Esiste però una tensione reale che una buona politica non può ignorare. I dati digitali non sono solo patrimonio individuale: sono anche memoria storica e culturale. Le conversazioni private di uno scrittore, le fotografie di un attivista, il diario digitale di una persona comune possono avere un valore che trascende l'individuo e appartiene alla collettività.

Come bilanciare il diritto alla cancellazione con il diritto alla memoria? Come distinguere tra la legittima tutela della privacy del defunto e la censura postuma di una vita pubblica?

Queste domande non hanno risposte semplici, ma meritano un dibattito democratico serio, non la delega silenziosa alle policy aziendali. Istituzioni come la Biblioteca Nazionale Centrale, l'Istituto Centrale per il Catalogo Unico o archivi regionali potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella conservazione selettiva del patrimonio digitale di interesse collettivo, con criteri stabiliti democraticamente e con il coinvolgimento delle comunità interessate.

Una proposta per il Parlamento italiano

La legislatura in corso offre un'opportunità che non va sprecata. Chiediamo che il Parlamento italiano si faccia promotore di una legge organica sull'eredità digitale, che contenga almeno questi elementi:

Parallelamente, l'Italia dovrebbe farsi promotrice a livello europeo di una revisione del GDPR che includa espressamente i dati dei defunti nel proprio ambito di applicazione, colmando finalmente una lacuna che non è tecnica ma di visione.

Morire nell'era digitale

C'è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui una società gestisce la morte. La nostra capacità di regolare l'eredità digitale dice molto su quale idea di persona, di libertà e di comunità vogliamo costruire.

Se lasciamo che siano le grandi piattaforme private a definire le regole del lutto e della memoria nell'era digitale, stiamo rinunciando a una parte essenziale della nostra sovranità come individui e come collettività. Se invece scegliamo di affermare che la dignità della persona non si interrompe con la morte, allora abbiamo il dovere di costruire strumenti giuridici all'altezza di questa convinzione.

Non è un tema di nicchia per giuristi specializzati. È una questione di democrazia, di libertà e di giustizia sociale. Ed è tempo che la politica italiana la tratti come tale.

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