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I tuoi dati valgono oro: è tempo che i cittadini ne diventino i veri proprietari

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I tuoi dati valgono oro: è tempo che i cittadini ne diventino i veri proprietari

Photo: digital data privacy citizen rights technology ownership, via ecdn.teacherspayteachers.com

Ogni mattina, prima ancora di aver bevuto il caffè, produciamo dati. La sveglia dello smartphone, la ricerca meteo, il messaggio inviato a un familiare: ogni gesto lascia una traccia che viene raccolta, elaborata e monetizzata da soggetti terzi. Eppure, di questa catena del valore, il cittadino comune non riceve nulla — né trasparenza, né compenso, né controllo. È una forma sottile ma pervasiva di espropriazione che la politica progressista non può più ignorare.

Il paradosso del lavoratore senza salario

Gli economisti parlano di "data as the new oil", ma la metafora è più calzante di quanto sembri: come il petrolio estratto da terre altrui arricchisce chi ha i mezzi di produzione, i dati personali degli utenti italiani ed europei alimentano i bilanci di aziende con sede a Menlo Park, Seattle o Pechino. Secondo stime recenti, il mercato globale dei dati supera i 200 miliardi di euro annui. Di quella cifra, quanta parte torna nelle tasche di chi quei dati li ha generati con la propria vita quotidiana? Sostanzialmente zero.

Questo non è un problema tecnico. È un problema politico, e come tale va affrontato. La questione della data ownership — ovvero del diritto di proprietà sui propri dati personali — è diventata una delle frontiere più urgenti del liberalismo sociale contemporaneo. Riconoscere ai cittadini la titolarità effettiva dei propri dati significa coniugare due valori fondanti della nostra tradizione politica: la libertà individuale e la giustizia distributiva.

Cosa significa davvero possedere i propri dati

Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), entrato in vigore nel 2018, ha rappresentato un passo importante. Ha introdotto diritti come l'accesso, la rettifica, la cancellazione e la portabilità dei dati. Eppure, nella pratica quotidiana, questi strumenti restano inaccessibili alla maggioranza dei cittadini, soffocati da interfacce ostili, moduli burocratici e politiche sulla privacy scritte appositamente per scoraggiare la lettura.

La vera proprietà dei dati va oltre il diritto alla cancellazione. Implica la capacità di:

Quest'ultimo punto è il più rivoluzionario, e anche il più controverso. Diversi economisti e giuristi — tra cui la professoressa Jennifer Lyn Moronuki e, in Italia, studiosi come Giovanni Sartor — hanno proposto modelli in cui i dati personali vengono trattati come beni economici su cui il titolare vanta un diritto di partecipazione ai proventi. Non si tratta di trasformare ogni cittadino in un piccolo imprenditore digitale, ma di correggere uno squilibrio strutturale che oggi avvantaggia esclusivamente i grandi aggregatori.

Modelli europei e proposte concrete

Alcuni Paesi europei stanno già sperimentando soluzioni interessanti. In Estonia, la piattaforma statale di gestione dei dati sanitari consente ai cittadini di autorizzare o revocare l'accesso alle proprie informazioni mediche con un clic, e di scegliere se contribuire — in forma anonimizzata — alla ricerca scientifica. In Finlandia, cooperative di dati locali permettono agli utenti di aggregare le proprie informazioni e negoziarle collettivamente con le aziende, ottenendo in cambio servizi o compensi diretti.

In Italia, una proposta legislativa coerente con questi principi potrebbe articolarsi su tre assi:

Primo asse — Registri di consenso verificabili: ogni piattaforma che opera nel territorio italiano dovrebbe mantenere un registro pubblico e auditabile dei consensi acquisiti, con standard tecnici uniformi che rendano effettivo il diritto di portabilità.

Secondo asse — Cooperative di dati a statuto pubblico: sul modello delle cooperative sociali già radicate nella cultura giuridica italiana, potrebbero nascere enti intermedi — vigilati dall'Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali — che gestiscono i dati degli aderenti, ne negoziano l'uso con i soggetti commerciali e redistribuiscono i proventi.

Terzo asse — Dividendo digitale municipale: nelle grandi città, i dati generati dall'uso dei trasporti pubblici, dei servizi comunali e delle infrastrutture urbane potrebbero alimentare un fondo comune, gestito democraticamente, destinato a finanziare servizi di welfare digitale per i cittadini meno abbienti.

Il rischio della mercificazione totale

Va detto con chiarezza: non ogni proposta di monetizzazione dei dati è progressista. Esistono modelli — promossi da alcuni libertari di mercato — che puntano a creare borse dati individuali dove ogni cittadino vende le proprie informazioni al miglior offerente. Questo approccio, apparentemente emancipatorio, rischia in realtà di approfondire le disuguaglianze: chi ha più bisogno economico sarà costretto a cedere dati sensibili a prezzi stracciati, mentre chi può permettersi di aspettare otterrà condizioni migliori.

La prospettiva liberal-socialista deve dunque distinguere tra emancipazione collettiva e individualismo di mercato. La proprietà dei dati non è un fine in sé, ma uno strumento per riequilibrare i rapporti di forza nell'economia digitale. Per questo, le soluzioni cooperative e le tutele collettive devono prevalere su quelle puramente individualistiche.

Una questione di sovranità democratica

C'è infine una dimensione che va oltre l'economia. I dati personali non sono solo fonti di reddito: sono la materia prima con cui i sistemi di intelligenza artificiale apprendono a classificare, valutare e influenzare i comportamenti umani. Cedere il controllo dei propri dati significa, in ultima analisi, cedere una quota della propria autonomia decisionale.

In un momento in cui gli algoritmi determinano chi ottiene un mutuo, chi riceve un'offerta di lavoro e quali notizie raggiungono il nostro schermo, rivendicare la proprietà dei dati personali è un atto politico di prima grandezza. È la difesa della libertà individuale nell'era digitale, condotta non attraverso il ritiro dalla tecnologia, ma attraverso la sua democratizzazione.

L'Italia ha tutti gli strumenti culturali e giuridici per diventare un laboratorio europeo di questa trasformazione. Manca, finora, la volontà politica di farlo. È compito di una sinistra liberale moderna mettere questo tema al centro dell'agenda, senza delegarlo ai tecnici né abbandonarlo ai mercati.

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