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Piattaforme ai lavoratori: il modello cooperativo digitale come risposta al monopolio dei giganti tecnologici

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Piattaforme ai lavoratori: il modello cooperativo digitale come risposta al monopolio dei giganti tecnologici

Ogni volta che chiamiamo un'auto tramite un'app, ordiniamo cibo a domicilio o affittiamo un appartamento su una piattaforma internazionale, contribuiamo a gonfiare i profitti di aziende che non pagano i loro lavoratori come dipendenti, eludono sistematicamente le normative fiscali europee e concentrano un potere economico senza precedenti nelle mani di pochi azionisti. È un meccanismo che conosciamo bene, eppure continuiamo ad accettarlo come se fosse l'unica forma possibile di economia digitale.

Non lo è.

Il problema non è la tecnologia, è chi la possiede

Il capitalismo delle piattaforme non è una conseguenza inevitabile dell'innovazione tecnologica: è una scelta politica. Le piattaforme digitali — quelle che aggregano domanda e offerta, che mettono in contatto milioni di persone, che raccolgono dati e costruiscono valore attraverso la partecipazione collettiva — potrebbero essere organizzate in modo radicalmente diverso. La questione non riguarda la tecnologia in sé, ma la struttura proprietaria e di governance che la governa.

Quando una cooperativa gestisce una piattaforma di ride-sharing, i driver non sono lavoratori subordinati senza tutele né liberi professionisti abbandonati a se stessi: sono co-proprietari. Partecipano alle decisioni, ricevono una quota dei ricavi, hanno voce in capitolo sulle regole del gioco. Questo cambia tutto: il rapporto di lavoro, la distribuzione del valore, il senso stesso dell'impresa.

Esperienze europee che già funzionano

L'Europa non parte da zero. In diversi paesi del continente esistono già cooperative di piattaforma che dimostrano la praticabilità concreta di questo modello.

In Francia, CoopCycle è una rete di cooperative di corrieri in bicicletta che opera in decine di città europee, tra cui alcune italiane come Bologna e Torino. La piattaforma è open source, gestita collettivamente, e garantisce ai fattorini condizioni di lavoro dignitose e una partecipazione attiva alla governance. È una risposta diretta al modello Deliveroo o Glovo, che trattano i rider come ingranaggi intercambiabili di un algoritmo.

In Germania, Stocksy United — pur essendo canadese — ha ispirato modelli analoghi nel settore creativo europeo: una cooperativa di fotografi che possiede collettivamente la piattaforma su cui vendono il proprio lavoro, distribuendo i profitti tra i membri invece di cederli a intermediari.

In Spagna, la tradizione cooperativistica basca — con il modello Mondragón come punto di riferimento storico — sta producendo nuove sperimentazioni nel campo digitale, con imprese tech che adottano strutture di proprietà diffusa e democrazia interna.

Questi non sono esperimenti marginali o romantici: sono modelli economicamente sostenibili che resistono alle crisi meglio delle aziende tradizionali, proprio perché i loro lavoratori-proprietari hanno un interesse diretto nella sopravvivenza e nel benessere dell'impresa.

L'Italia ha le radici, mancano le politiche

L'Italia possiede una delle tradizioni cooperative più solide d'Europa. Da Legacoop a Confcooperative, passando per la Lega delle Cooperative, il nostro paese ha costruito nel corso del Novecento un tessuto di imprese mutualistiche che ha saputo coniugare efficienza economica e coesione sociale. Le cooperative italiane operano nella grande distribuzione, nell'edilizia, nell'agricoltura, nei servizi sociali. La cultura della proprietà condivisa è radicata nella nostra storia.

Eppure, quando si parla di economia digitale, questo patrimonio sembra dimenticato. Le politiche industriali degli ultimi anni hanno inseguito i modelli della Silicon Valley — startup, unicorn, venture capital — senza interrogarsi su chi beneficia davvero di quella ricchezza e come viene distribuita.

Serve un cambio di paradigma. E servono politiche pubbliche che lo rendano possibile.

Cosa può fare lo Stato: una proposta progressista

Una visione liberal-socialista dell'economia digitale non significa nazionalizzare le piattaforme né ostacolare l'innovazione. Significa creare le condizioni affinché modelli alternativi possano competere ad armi pari con i giganti privati.

In concreto, si potrebbe agire su più livelli:

Incentivi fiscali e finanziari: le cooperative di piattaforma dovrebbero poter accedere a fondi pubblici per la ricerca e lo sviluppo, a condizioni agevolate di credito, e a sgravi fiscali analoghi a quelli già previsti per le startup innovative. Chi distribuisce il valore tra i propri lavoratori merita un trattamento diverso da chi lo concentra in pochi azionisti offshore.

Appalti pubblici: la pubblica amministrazione italiana spende miliardi ogni anno in servizi digitali. Una quota significativa di questi contratti potrebbe essere riservata — o comunque preferita — a cooperative e imprese a proprietà diffusa, favorendo la crescita di un ecosistema tech alternativo.

Formazione e supporto tecnico: molti lavoratori delle piattaforme non hanno le competenze giuridiche e imprenditoriali per costituire una cooperativa. Lo Stato potrebbe finanziare centri di supporto — sul modello delle worker center anglosassoni — che accompagnino la transizione dal lavoro dipendente alla co-proprietà.

Regolamentazione asimmetrica: le grandi piattaforme che operano in regime di quasi-monopolio dovrebbero essere soggette a obblighi di interoperabilità, che consentano alle cooperative più piccole di competere senza dover ricostruire da zero l'intero ecosistema di utenti.

Democrazia economica come estensione della democrazia politica

C'è una domanda che vale la pena porsi: cosa significa libertà nell'economia digitale? Per il liberalismo classico, la libertà coincide con l'assenza di vincoli: libertà di contrattare, di competere, di accumulare. Ma questa libertà formale, senza una distribuzione equa del potere economico, si traduce concretamente nella libertà dei pochi di dominare i molti.

Una prospettiva liberal-socialista risponde in modo diverso: la libertà reale richiede che ogni persona abbia non solo i diritti, ma anche le risorse e il potere per esercitarli. Un rider che non ha voce sull'algoritmo che gestisce il suo lavoro non è libero, anche se formalmente nessuno lo costringe a pedalare. Un utente che non può influenzare le regole della piattaforma su cui trascorre ore della propria vita non è un cittadino digitale: è un consumatore captivo.

Le cooperative di piattaforma non sono solo un modello economico alternativo: sono un'estensione della democrazia nell'economia. Portano il principio del governo collettivo — un testa, un voto — nell'impresa, nel lavoro, nella produzione di valore digitale.

Il futuro non è scritto

L'egemonia dei giganti tech non è una legge di natura. È il risultato di scelte politiche — di deregolamentazione, di assenza di politiche industriali alternative, di una narrazione che ha presentato il monopolio privato come sinonimo di innovazione.

L'Italia ha oggi l'opportunità di scrivere una storia diversa. Ha la tradizione cooperativa, ha le competenze tecnologiche, ha una società civile attenta ai temi della giustizia economica. Quello che manca è una classe dirigente disposta a scommettere su un modello che metta le persone prima dei profitti.

Non si tratta di essere contro il mercato: si tratta di decidere che tipo di mercato vogliamo. Un mercato in cui pochi accumulano e molti servono, oppure uno in cui il valore prodotto collettivamente torna, almeno in parte, nelle mani di chi lo ha creato.

La risposta, come sempre, dipende da noi.

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